Una sit-com in paradiso (ben poco religioso)

The Good Place, serie televisiva fantasy statunitense, mostra in modo divertente come essere buoni – senza dio. Ne parla Massimo Redaelli sul n. 6/2020 della rivista Nessun Dogma.
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Le sit-com sono uno dei format dominanti della televisione statunitense e quindi, per estensione, del mondo, e nonostante ne siano state prodotte un’infinità dagli anni ‘50 a oggi, la stragrande maggioranza esibisce caratteristiche altamente uniformi, dalla durata (22 minuti circa) alle risate dell’audience registrate, dalle catchphrase («Che cavolo stai dicendo, Willis?»), agli episodi con due trame, principale e secondaria, che si intrecciano.

Un articolo in The Atlantic offre addirittura una scansione temporale, quasi di minuto in minuto, dell’episodio sit-com medio in “unità drammatiche”, degna della Poetica di Aristotele.

The Good Place non è una tipica sit-com. Un primo motivo, che purtroppo rende anche molto difficile scriverne una recensione, è che gli episodi sono legati in una storia che evolve – laddove la norma per il genere è che ogni episodio sia largamente autocontenuto, con i personaggi che si ritrovano, al termine, bene o male gli stessi che erano all’inizio. (In particolare il colpo di scena che chiude la prima stagione rende quasi ogni riferimento agli eventi successivi uno spoiler che vorrei evitare).

La protagonista di The Good Place, Eleanor, è messa fin dall’inizio nelle condizioni (nella necessità) di cambiare e crescere. Morta, si ritrova in un “paradiso” riservato a chi, in vita, si è comportato eccezionalmente bene: un elegante quartierino, molto suburban Usa (si pensi alle Casalinghe disperate o, in mancanza di meglio, a Milano 2), pieno di negozi di frozen yogurt e colori pastello, in cui ogni abitante ha esattamente e tutto quello che desidera (basta chiederlo a Janet, un robot-database quasi onnipotente e onnisciente che fa da concierge agli abitanti del quartiere), ivi inclusa la sua anima gemella. Un paradiso molto sui generis e politically correct: è impossibile pronunciare parolacce, per esempio, e siamo informati dall’inizio che la religione ci gioca un ruolo omeopatico («ogni religione ha azzeccato circa il 5% [dell’aldilà]»).

Il problema è che c’è stato uno scambio di persona: la Eleanor Shellstrop che doveva finire nel Good Place era un’altra, impegnata nel volontariato, eccetera. La nostra sa benissimo di essere, al contrario, white trash: una insopportabile egoista che televende olio di serpente agli anziani in Arizona. Per non essere scoperta e spedita nel Bad Place, Eleanor chiede alla sua anima gemella, Chidi, che in vita era professore di filosofia morale, di aiutarla a diventare “una brava persona”.

È un problema che non ha solo lei, ma si estenderà all’intero cast dei protagonisti. Tutto il resto dello show è qui: un’esplorazione di come si faccia a diventare buoni – ma prima ancora di cosa voglia dire essere buoni. Un’altra differenza rispetto alle sit-com normali, che quasi sempre hanno quei due o tre episodi “seri”, con la morale (che sia sulla droga, il divorzio o l’aborto): qui l’intero show è serio, per costruzione.

Ma sempre di una sit-com si tratta, e non vorrei che passasse l’idea di una seriosità noiosa: lo show è divertentissimo, anche se probabilmente parte dell’umorismo, che è molto legato all’attualità e al contesto statunitense, si perde nella traduzione. Resta il fatto che la serie è prodotta da Michael Schur, che ha all’attivo sit-com classiche come Brooklyn Nine-Nine, Parks and Recreation e The Office, e ha tra i protagonisti Ted Danson (protagonista della serie televisiva Cheers) e Kristen Bell (star del film il cui titolo è stato tristemente tradotto in Non mi scaricare, e che si definisce umanista!).

Schur ha preteso completa libertà di esplorare il tema della moralità, e l’ha fatto seriamente: prima studiando filosofia autonomamente, poi perfino mettendo a libro paga un “consulente filosofico” nella persona di Pamela Hieronymi, professoressa alla Ucla.

Nelle sue lezioni a Eleanor, Chidi introduce tutta una gamma di posizioni filosofiche (quasi mai religiose), dall’etica di Aristotele al nichilismo morale, all’utilitarismo, fino a capisaldi della filosofia americana contemporanea, come John Rawls e Peter Singer (molti forse lo conosceranno per il suo attivismo nei diritti animali, ma invito il lettore che fosse interessato a un modo razionale di impegnare le proprie risorse in beneficienza a googlare il suo lavoro su “effective altruism”), e discute esperimenti mentali come il famoso problema del carrello ferroviario (che dà il titolo a un episodio). Ma sono tutte lezioni applicate in concreto – il che evidenzia i limiti di ogni dogma morale che voglia essere risposta a qualsiasi domanda.

Il continuo incalzare della comicità irriverente, politicamente scorretta e “cattiva” umanizza ed esemplifica i riferimenti più o meno espliciti alla filosofia – talmente espliciti che il fil rouge (e visione morale sottintesa) dell’intera serie può essere considerato il libro What We Owe to Each Other di Thomas Scanlon, che Eleanor finalmente termina di leggere nell’ultima puntata. Non ricordo un’altra sit-com che mi abbia spronato ad andare sulla Stanford Encyclopedia of Philosophy a informarmi sul contrattualismo.

The Good Place è sì una sit-com, ma nella migliore delle accezioni è un lavoro di speculative fiction: non è un caso che abbia ricevuto parecchie nomination per i premi più “normali” (Emmy e Golden Globe), ma abbia vinto ben tre Hugo Award (una delle più grandi onorificenze per le opere fantasy e di fantascienza). È un’esplorazione, umanamente razionale e con uno sguardo ironicamente disincantato e divertito (e senza dio), di cosa sia morale e giusto, a livello sia individuale, sia di rapporti interpersonali, sia “cosmico”.

Massimo Redaelli


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2 commenti

Diocleziano

Chissà se in Italia troverà uno spazio tra un prete detective, suore e biografie di papi?…

dissection

Emperor dimentichi la nuova perversione, il convento proposto come percorso per diventare ragazze (sì, al femminile) migliori!

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