«I Monty Python hanno fatto avanzare la libertà di espressione!» Intervista a Terry Gilliam di Frédéric Vandecasserie.

Umorismo spesso strabordante e comicità dell’assurdo: la pattuglia dei Monty Python si è formata cinquanta anni fa. È l’occasione per un dialogo sul politicamente (s)corretto nel cinema e nella società in generale, in compagnia di uno dei membri più eminenti questa banda di sei: Terry Gilliam, di recente incontrato al Festival internazionale del film del Cairo. Un sempiterno nemico del politichese sul n. 5/2020 della rivista Nessun Dogma.
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Si ricorda in quale contesto sono apparsi in tv i Monty Python?

Come se fosse ieri! D’altronde i produttori di BBC One, dove il programma veniva trasmesso, per la fascia oraria che ci era stata concessa lo ritenevano nient’altro che un programma di nicchia, senza troppa importanza o rischi. Ci hanno lasciato carta bianca! La televisione prima di allora non aveva mai ricevuto una tale ondata di reazioni, tanto estasiate quanto scioccate, da parte degli spettatori che all’inizio si domandavano cosa stessero vedendo. Che incoscienti, questi dirigenti del canale… [ride]

Forse erano incoscienti, ma in ogni caso vi hanno lasciato colpire duro con un umorismo davvero politicamente scorretto!

Infatti! Di recente ho ritrovato la nostra prima lista di accessori per gli sketch iniziali. Avevamo richiesto un assortimento di reggiseni, mutandine e collant, una bandiera con la svastica e una copia del quadro di Turner La valorosa Téméraire, in una cornice rimovibile che poteva essere spaccata e mangiata. Ciò ha di sicuro sconvolto le persone della rete, ma ci è stato dato comunque tutto quanto. Segno che, sebbene fossimo percepiti come guastafeste fuori dagli schemi, la direzione del canale ha trovato il nostro umorismo sano. Cinquant’anni più tardi sarebbe stato semplicemente impossibile lanciare i Monty Python. Adesso come adesso non si può più ridere di ogni cosa, o meglio non si può più ridere granché, in effetti. Il politicamente corretto ha vinto, e con questo è arrivato il regno dei censori di tutti i tipi. Non ci sono mai stati così tanti canali in tv e raramente si sono mostrati così timorosi.

Si stava meglio prima?

Per quanto riguarda la libertà di espressione, temo di sì! Quando vedo Facebook che censura le immagini delle opere di Courbet o di Modigliani perché si vedono le tette, mi dico che non abbiamo fatto passi avanti. Prendiamo pure in considerazione gli informatori (le “talpe”): spesso vengono perseguiti, mentre sono coloro che sono stati denunciati che dovrebbero preoccuparsi. Quando mi guardo intorno non vedo da nessuna parte gli eredi dell’impertinenza di Monty Python. Invece l’umorismo è quasi una questione di pubblica utilità.

Quindi si dovrebbe poter ridere di ogni cosa?

Idealmente sì. Perché penso che l’umorismo è sano. Semplicemente, permette di comprendere meglio la realtà dell’altro. Senza alcun cinismo o provocazione, arriverei a dire che Brian di Nazareth ha fatto conoscere la vita di Gesù ai non credenti molto di più di non so quale altro libro che si prende troppo sul serio. Il film, uscito nel 1979, racconta la storia di Brian Cohen, nato nella stalla accanto a quella di un altro pupo, entrambi venuti al mondo lo stesso giorno, alla stessa ora. Dato che l’altro neonato è Gesù di Nazareth, la storia di Brian si ritrova mescolata a quella di Cristo in un guazzabuglio delirante. Una bella idea. Ma, ancora una volta, oggi terrorizzerebbe qualsiasi società di produzione.

Perché?

Perché la gente è ossessionata dall’idea di piacere al maggior numero di persone e di non indispettire chicchessia. Ma a forza di non voler urtare nessuno, si finisce per creare opere così asettiche da perdere qualsiasi attrattiva. La prova migliore di ciò è che cinquant’anni dopo i Monty Python si parla ancora di loro. Tra cinquant’anni un giornalista si interesserà per caso alle saghe dei supereroi stile Avengers? Ne dubito… Oggi viviamo nel regno degli algoritmi.

Ovvero?

Il cinema funziona come i siti di acquisti tipo Amazon. Vi piace quello? Allora vi piacerà quest’altro! Risultato: non si esce mai dalla propria zona di comfort incontrando altri generi di film. È un livellamento verso il basso, la cultura del copia-incolla. Un film come Brian di Nazareth non doveva per forza fare tutti contenti, ne eravamo consapevoli. Ma ci importava poco. Il cinema esisteva anche per sparigliare le carte.

La nascita di Brian di Nazareth quindi si adattava perfettamente all’epoca?

Certo, certo! Non si trattava di una semplice improvvisazione. La riflessione alla base era semplice: «Perché non fare un film che si prendesse gioco della vita di Cristo come Monty Python e il Sacro Graal aveva ridicolizzato quella di re Artù quattro anni prima?». In tv avevamo già riso dei politici, della morte, di parecchi personaggi storici e dei difetti dei loro concittadini. Persino della regina e del primo ministro. Allo stesso tempo, ci piaceva abbastanza la figura di Cristo, un tipo piuttosto simpatico con i suoi messaggi del tipo «Amatevi gli uni gli altri».

Voi trovavate Cristo «piuttosto simpatico», ma alcuni dei suoi simpatizzanti, loro, non hanno trovato il film così simpatico…

A New York, alcuni pastori e sacerdoti, ma anche dei rabbini, hanno manifestato insieme per boicottare il film. Di contro il pubblico lo ha adorato. Quindi è il pubblico, e non i benpensanti di ogni risma, che ha compreso l’aspetto serio del film: la denuncia del fanatismo religioso da parte di Brian. Che non è nient’altro che la denuncia dell’autoinganno del pubblico di fronte ai leader, che siano politici, economici, o d’altro genere.

Siamo al Festival internazionale del film del Cairo. A cosa le fa pensare il fatto che un paese così pervaso dalle religioni la inviti come ospite d’onore?

Ciò mostra che le mentalità evolvono nel rispetto e nella comprensione reciproca. Ieri, per strada, qualcuno mi ha detto che era un credente fervente, ma che Brian di Nazareth l’aveva fatto riflettere sul proprio coinvolgimento e sulle sue convinzioni. Credeva sempre nella sua religione, ma comprendeva quanto potesse sembrare antiquata ad altri. Come se nulla fosse, i Monty Python hanno fatto concretamente progredire la libertà di espressione.

Lo pensa veramente, o è una mera provocazione?

Confermo e sottoscrivo. La libertà, qualunque essa sia, non è mai avanzata se non grazie a movimenti scomodi. Questo vale tanto per il cinema quanto per le lotte sociali, a prescindere dal tipo. Occorre sconvolgere un minimo per poter avanzare.

Intervista di Frédéric Vandecasserie

Traduzione di Valentino Salvatore

Per gentile concessione del Centre d’Action Laïque. Articolo pubblicato sulla rivista Espace de Libertés (febbraio 2020, n. 486) e consultabile alla pagina https://tinyurl.com/yymjefgp.

Ogni anno, alla mostra del cinema di Venezia, l’Uaar assegna il Premio Brian (dal nome della pellicola dei Monty Python) alla pellicola che meglio evidenzia ed esalta «i valori del laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose».

 

 

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