Intervista ad Alexander Aan, primo indonesiano condannato per blasfemia

Alexander Aan, il primo ateo indonesiano condannato per blasfemia, vive attualmente nella periferia di Giacarta, dove cerca di mantenere un basso profilo per evitare di essere perseguitato dalla comunità conservatrice. Lo ha intervistato Paolo Ferrarini sul numero 2/23 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


Giacarta, nel mese di febbraio, è una città grigia e davvero poco accogliente. Passeggiare nelle zone centrali, dove hanno sede parlamento e uffici governativi, significa affrontare un traffico spietato e soffocante, nonché sgradevoli variazioni meteorologiche.

Sgradevoli quanto la politica che si svolge all’interno di quei palazzi: appena lo scorso dicembre, il governo ha approvato una legge che consente a parenti stretti di denunciare atti di infedeltà coniugale, come parte di un avvelenato pacchetto di riforme del codice penale che limita fra l’altro la libertà di insultare (leggi: criticare) il presidente, il vicepresidente, le istituzioni e l’ideologia di stato, ossia i cinque principi del Pancasila (pronuncia “pancia-sila”) su cui Sukarno, primo presidente dell’Indonesia, ha fondato l’identità e l’unità del Paese al momento dell’indipendenza nel ‘45.

Riflettendo su queste recenti mosse del governo, da qualche anno fortemente infiltrato da elementi fondamentalisti, la mente corre ai precedenti casi in cui l’Indonesia, terza più grande democrazia del mondo, si è macchiata di offese alla libertà di espressione, in particolare nei confronti dei non credenti.

Decido di provare a rintracciare Alexander Aan, la vittima forse più emblematica della crociata contro la blasfemia: primo caso di ateo indonesiano condannato per aver offeso la religione (e quindi il primo dei Pancasila, «credenza nell’unica e sola divinità»), sulla base di una legge contro la diffusione di notizie false e istigazione all’odio.

Alex, che dal 2012 ha scontato circa due anni in una prigione di Sumatra Occidentale, accetta di incontrarmi il giorno stesso e parlare per Nessun Dogma della sua vicenda e della sua vita attuale. Lo raggiungo dopo due ore di taxi sotto una pioggia torrenziale nell’estrema periferia sud di Tangerang, una zona densamente popolata, sostanzialmente priva delle amenità da middle class del centro di Giacarta.

Di Alex colpisce subito la generosità, la cortesia, una docilità ai limiti della timidezza. Nulla di lui fa pensare a un sovversivo. Nemmeno a un attivista, in effetti. Lo testimonia la disarmante semplicità con cui risponde alle domande, negoziando la comunicazione tra inglese e indonesiano per superare i rispettivi deficit di vocabolario.

Alex, che appartiene all’etnia Minang, non si è mai avventurato oltre i confini del Paese e a parte la parentesi di vita in cui è stato seguito dalle associazioni internazionali, raramente ha avuto occasione di socializzare con stranieri.

Essendoci come rivista più spesso occupati di ex-musulmani espatriati o bisognosi di espatriare per mettersi al sicuro, esprimo subito ad Alex la mia sorpresa nel trovarlo ancora in Indonesia, dopo la sua odissea. L’idea sembra non averlo mai sfiorato, nemmeno nei momenti più bui: «L’esigenza, per me, non è mai stata tanto quella di andarmene dal Paese.

Il mio problema era quello di sopravvivere nella piccola comunità dove ero conosciuto personalmente, e dove non avrei più potuto lavorare e farmi una vita, dal momento in cui sono stato esposto come non credente. Per questo, dopo la scarcerazione, me ne sono andato da Sumatra Occidentale, approdando alla fine qui a Giacarta.

Anche oggi non è che viva completamente nell’anonimato, perché all’epoca si è scritto e discusso moltissimo sul mio caso, ed è facile reperire articoli e informazioni su di me con un paio di click. Inoltre, la comunità locale, anche qui, è molto conservatrice e impone un forte sistema di controllo: domani sicuramente dovrò rendere conto a qualcuno della tua presenza a casa mia! A ogni modo, non è come a Sumatra.

Qui almeno, tenendo un basso profilo ed evitando di parlare troppo di me quando cerco un impiego, riesco a fare la mia vita sostanzialmente indisturbato» La casa di Alex a Tangerang è in realtà un kos, un’unità abitativa in affitto in un piccolo complesso residenziale, che consiste in un unico stretto ambiente, ammobiliato con una branda, una sedia, e un armadietto che contiene pochi abiti e un paio di libri sulla fisica quantistica.

«Oggi insegno matematica in un’organizzazione privata che fa formazione continua e prepara gli studenti ad accedere all’università. Lavoro tanto, ma i soldi sono pochi. All’epoca dell’arresto, ero un impiegato comunale. Oltre al licenziamento, è scattato un ulteriore capo di accusa, per aver tecnicamente ‘mentito’ nella domanda di assunzione, avendo dichiarato di essere musulmano quando nella realtà dei fatti ero ateo».

Peccato che “ateo” non apparisse fra le opzioni sul modulo, in quanto l’Indonesia, da costituzione, riconosce e garantisce formalmente i diritti dei cittadini appartenenti a sei diverse religioni, esplicitamente menzionate, ma non di chi non aderisce a nessuna di queste.

È proprio sul posto di lavoro che si consuma il dramma, alle 14.30 del 18 gennaio 2012: «Un nutrito gruppo di fanatici religiosi, saranno stati un centinaio, si è ammassato davanti al mio ufficio. Gridavano a squarciagola: ‘Uccidiamolo! Picchiamolo! Bruciamolo!’ Il consiglio degli ulema, su segnalazione di alcuni miei colleghi, aveva sparso la voce che ero ateo, aizzando i fedeli contro di me per una serie di post apparsi sul gruppo Facebook Atheist Minang, di cui all’epoca ero amministratore.

Ero terrorizzato, pensavo che sarei morto, quel giorno. La polizia per fortuna è intervenuta in tempo e mi ha portato al sicuro in centrale. Peccato che, arrivato a destinazione, non sia stato fatto niente contro i miei aggressori: al contrario, sono stato trattenuto e denunciato io per blasfemia».

«Come sei diventato ateo?» «Ragionando. Da piccolo guardavo molte produzioni indiane, e vedendo tutte queste belle persone non musulmane, non mi capacitavo del fatto che fossero destinate all’inferno. Evidentemente c’era qualcosa che non quadrava nella religione che mi avevano insegnato.

Per un periodo mi sono anche avvicinato all’induismo, e ho creduto nella reincarnazione. Poi ho studiato meglio l’islam, prendendo in considerazione lo sciismo, che pure non mi ha convinto. Alla fine ho capito che le uniche risposte sensate che si possono trovare stanno nella scienza, e ho deciso di concentrarmi esclusivamente su quello.

Gradualmente ho smesso di frequentare la moschea e quando mi sono trasferito a Bandung per studiare ho tagliato i ponti con la religione. Il fatto è che prima dei social media non avevo mai condiviso con nessuno le mie opinioni sulla religione, convinto di essere l’unico a pensarla così».

Leggendo le carte del processo, le imputazioni contro Alex riguardano una manciata di articoli e vignette condivisi sulla pagina Facebook di Atheist Minang che prendono di mira il profeta Maometto, in parte con intenti satirici, in parte come analisi storica del personaggio.

Trattandosi di un gruppo aperto, l’accusa ha potuto argomentare che si trattasse di una violazione della normativa sulle transazioni elettroniche, che vieta la propaganda di “informazioni false”, onde evitare di turbare la comunità e suscitare l’odio e l’ira dei credenti; questo in aggiunta alla violazione della legge 156 del codice penale che punisce «con reclusione fino a cinque anni chiunque agisca o si esprima con ostilità o intento dissacratorio contro una delle religioni ufficiali».

«Qual era il tuo reale intento nel condividere quei post?» «Pur non considerandomi un attivista, l’intento era sicuramente quello di mettere in luce quanto la religione sia una cosa folle, crudele, stupida, soprattutto quando troppe persone vengono perseguitate nel nome di un dio».

«Per ottenere delle attenuanti, però, hai dovuto scusarti pubblicamente per le tue azioni e chiedere di tornare all’islam. Immagino siano state dichiarazioni contrarie alla tua volontà». «Inizialmente mi ero rifiutato. Non sono stato capace di pronunciare quelle parole quando le autorità giudiziarie o gli ulema me l’hanno chiesto.

Ho ceduto soltanto di fronte alle lacrime di mia madre, quando mi ha implorato lei di farlo. Non potevo ferirla, e già era malata all’epoca. Quando poi l’ho persa, è stato il dolore più forte della mia vita: più forte della reclusione, dell’umiliazione, dell’aver rischiato di morire, di aver perso tutto, anche più forte dei pestaggi che ho subito in prigione dai carcerati che sapevano chi ero».

«Sei sereno, oggi, a dieci anni da quei fatti?» «Tutto sommato sì. È difficile per me pensare di poter fare di più nelle mie circostanze, ma mi accontento: ho un tetto sulla testa, cibo a sufficienza… Non ho bisogno di molto altro. Sono sempre stato un tipo solitario, quindi non cerco tanti amici, o di farmi una famiglia.

So chi sono. Le mie radici culturali, quelle dei Minang, sono importanti per me, e sono contento di non averle perdute completamente. Non ho fiducia nella politica, al momento, però se qualcuno un giorno fondasse un partito genuinamente secolare, sarei pronto a militarvi. La cosa che oggi conta di più nella mia vita è fare cose che siano giuste e utili. Il tipo di cose, insomma, che ti permette di fare la scienza, che è pura e autentica. Non c’è nulla di finto nella scienza».

La legge antiblasfemia in Indonesia è stata applicata negli ultimi anni in una varietà di casi dalle connotazioni spesso folkloristiche: c’è chi è finito in carcere per essersi lamentato del volume degli appelli alla preghiera, chi per aver praticato cure alternative basate su concezioni antiislamiche, chi per essersi dichiarato la reincarnazione di Maometto, chi per aver servito alcolici gratis a clienti di nome Muhammad e Maria.

Ma è nel 2017, tre anni dopo la scarcerazione di Alex, che si assiste a una vertiginosa svolta in senso teocratico del Paese, quando il governatore di Giacarta, il cristiano Ahok, viene accusato di blasfemia per essersi lamentato del modo in cui alcuni politici avevano sfruttato un versetto del Corano per convincere gli elettori musulmani dell’illegittimità di votare per un candidato non musulmano.

La magnitudine e veemenza della protesta contro Ahok, con centinaia di migliaia di fanatici scesi in piazza a fine 2016 per chiederne le dimissioni, l’incarcerazione, o la morte, è tale che il presidente Joko Widodo – che aveva nominato Ahok come potenziale successore alla presidenza e fiore all’occhiello di un’amministrazione impegnata a promuovere i valori della diversità e della tolleranza – decide opportunisticamente di scaricare l’alleato moderato e cooptare come vicepresidente Ma’ruf Amin, il clerico leader dei fondamentalisti e principale accusatore di Ahok.

A quel punto, privo di immunità e di appoggio presidenziale, scatta per Ahok il processo e una condanna a due anni per blasfemia, analoga a quella subita da Alex.

Nel frattempo, se Joko Widodo è riuscito con questa mossa a sventare il pericolo concreto di una rivoluzione in stile iraniano, altrettanto concreto è stato il conseguente danno che ha inferto alla democrazia: innanzitutto perché la coalizione di governo è ora talmente ampia da non avere praticamente più un’opposizione, e in secondo luogo perché le riforme conseguentemente attuate fanno pensare che rispetto ai tradizionali principi di armonia e coesistenza interreligiosa stia sempre di più prendendo campo l’idea che l’unità nella diversità possa essere ottenuta solo attraverso il pugno di ferro e la coercizione dittatoriale da parte di una maggioranza intollerante.

Intervista a cura di Paolo Ferrarini


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