La politica dell’abaya. Attacco all’islam o attacco alla laicità?

Le controversie in Francia sull’abbigliamento religioso a scuola rivelano la complessità delle questioni legate alla laicità e all’identità culturale. Raffaele Carcano affronta il tema sul numero 5/2023 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


In Francia, avanti di questo passo, le polemiche sull’abbigliamento religioso diventeranno più tradizionali delle baguette sotto il braccio. Ma, se accadrà, accadrà anche per le polemiche contro la Francia: provenienti non soltanto dagli Stati a maggioranza islamica, ma anche da quelli che non amano la laicità alla francese.

Con gli anglosassoni in prima fila, naturalmente: uno di essi, l’antropologo John Bowen, ha scritto addirittura un libro dal titolo Why the French Don’t Like Headscarves (Perché i francesi non amano i veli). Ma cosa sia oggi la laicità alla francese non è più chiaro nemmeno agli stessi francesi – che amino o no l’uso del velo.

Tutto cominciò alla fine degli anni ottanta, quando tre studentesse furono espulse da un liceo di Creil perché volevano indossare l’hijab. L’allora ministro dell’istruzione (e in seguito anche primo ministro), il socialista Lionel Jospin, se ne lavò sostanzialmente le mani: ritenendo che il velo in classe «non è di per sé incompatibile con il principio di laicità», se non è accompagnato dal proselitismo, rimise ogni decisione alla valutazione dei presidi.

Risultato: una costante moltiplicazione dei casi e uno stato di tensione permanente negli ambienti formativi. Per cercare di porvi fine, nel 2003 il presidente gollista Chirac creò una commissione ad hoc, composta anche da esponenti delle religioni.

La commissione propose di introdurre il divieto di indossare a scuola (ma non all’università) qualunque segno «ostensibile», ovvero ben visibile nel suo significato, come il velo, la kippah, un crocifisso poco discreto.

La proposta diventò legge nel 2004. Nel 2010 le si aggiunse l’interdizione di ogni «occultamento del viso» negli spazi pubblici – compreso quindi il velo integrale. Nell’estate del 2016 ci furono poi le controversie per i burkini sulle spiagge, che furono infine autorizzati dal Consiglio di stato.

L’ultimo caso era stato quello delle Hijabeuses, un collettivo di giovani calciatrici musulmane che ha rivendicato il diritto di giocare a capo coperto: il 23 giugno scorso il Consiglio di stato ha legittimato il divieto. Tempo due mesi, ed è già venuto il turno dell’abaya.

Trattasi di un abito, molto lungo molto largo molto coprente, tradizionalmente indossato nei Paesi della penisola araba – tanto che fu reso obbligatorio dalla monarchia saudita fino al 2018. Negli altri Paesi a maggioranza islamica si è però diffuso soltanto in tempi recenti, senza essere usato per andare a scuola. In occidente, e soprattutto in Francia, la situazione è diversa.

Oggi viene infatti venduto nei negozi che commerciano articoli religiosi e il suo uso è promosso da numerose realtà musulmane, tanto che è ormai il dress code obbligatorio in quelle islamiste. La strategia degli integralisti è abbastanza semplice: far passare il concetto che solo la donna che indossa il velo (e lo fa indossare alle sue figlie anche quando sono bambine) è una buona musulmana.

Aiuta a identificare e controllare i “Noi”, ma anche a mostrare ai “Loro” che i “Noi” aumentano di numero. Laddove, come in Francia, è stato vietato il velo nelle scuole, l’abaya è diventato rapidamente il mezzo per aggirare il divieto. Le studentesse entrano negli istituti in abaya togliendosi il velo, che rimettono non appena terminate le lezioni.

La modest fashion colpevolizza platealmente le donne: l’assunto è che sono loro a doversi coprire, non sono i maschi che non le devono molestare. Tuttavia, grazie all’enorme quantità di petrodollari pompata dagli Stati arabi, sta già cominciando a influenzare anche i marchi di moda più conosciuti.

I militanti islamisti sfruttano il trend e denunciano come sia permesso entrare a scuola in abiti succinti, dando così a intendere che sono loro a difendere la sicurezza delle ragazze, non la République. Peccato che indossare quegli stessi abiti succinti nelle banlieues può rivelarsi pericolosissimo, perché la morale che ormai vi impera non è certo particolarmente attenta ai diritti delle donne.

Il velo è oggi la principale istanza di ogni movimento islamico integralista. Lo è da quando scoppiò la rivoluzione iraniana, e l’ayatollah Khomeini (rientrato in patria dopo essere stato in esilio proprio in Francia) impose l’obbligo di coprirsi il capo. Quasi mezzo secolo dopo, l’islamismo è diventato transnazionale e prospera sull’incessante amplificazione mediatica di ogni discriminazione subita in occidente: vera, presunta o creata ad arte che sia.

È una strategia che funziona anche a livello culturale: persino agli occhi degli occidentali, ormai, «la musulmana è una donna che porta il velo». Funziona pure negli ambienti accademici: l’islamo-gauchisme è sempre più diffuso, e mette nel mirino chi “osa” sollevare critiche (come per esempio è capitato, nel 2023, all’antropologa Florence Bergeaud-Blackler, che ha scritto un libro sui Fratelli musulmani).

E funziona quindi ancor di più a livello politico: quest’estate il rapper musulmano Médine, tristemente noto per una canzone in cui suggerisce di «crocifiggere i laicisti», è stato invitato all’università estiva dei Verdi e ha avuto l’onore di una conferenza-duetto con la segretaria nazionale Marine Tondelier (anche se con qualche palese imbarazzo, vista una sua recente sparata antisemita).

L’alleanza con gli islamisti sembra ormai letteralmente organica nel caso della France Insoumise, un partito di sinistra populista: anni fa il suo leader Jean-Luc Mélenchon sosteneva la messa al bando delle studentesse che arrivavano a scuola «abbigliate come afghane», oggi invece accusa il governo di dispotismo.

Certo, è curioso che sia proprio un sovranista ad avallare il modello anglosassone. Del resto, tutto il mondo è paese: nei giorni nostri, a prescindere dalla collocazione, la politica consiste soprattutto nel soddisfare nicchie sociali e vere e proprie lobby, cercando nello stesso tempo di non scontentare i propri elettori consolidati.

Non sempre i risultati sono però quelli desiderati. Mélenchon arrivò terzo alle presidenziali 2022, ma nei sondaggi il suo partito è ora ritenuto meno credibile e competente, più radicale, violento e pericoloso di quello di Marine Le Pen. Capita, quando ci si sottomette all’agenda di fanatici non particolarmente apprezzati dagli elettori.

Tuttavia, nemmeno Macron si è sempre rivelato impeccabile, nei suoi rapporti con l’islam. Soprattutto quello che nuota nell’oro. Il presidente è stato presente alla fase finale dei mondiali di calcio in Qatar senza sollevare critiche, e ha accolto con ogni onore all’Eliseo l’autocrate saudita Mohammed bin Salman. Sono atteggiamenti che indeboliscono alla radice il recentissimo attacco governativo all’abaya. Sostituito il tentennante Pap Ndiaye, è stato nominato ministro dell’istruzione il rampante Gabriel Attal.

Che pochi giorni dopo, nell’imminenza della riapertura scolastica, ha annunciato in un’intervista televisiva che avrebbe decretato il divieto di indossare a scuola l’abaya e il qamis (il suo corrispettivo maschile): ovviamente in nome della laicità, perché «non bisogna poter determinare la religione di uno studente entrando in una classe».

Ha ricordato che lo scorso anno scolastico ci sono stati oltre 4.700 casi in cui gli studenti hanno violato il divieto di esibire segni religiosi, ed era quindi tempo di dire basta. Detto, fatto.

Il Consiglio francese del culto musulmano ha immediatamente sostenuto che l’abaya non è un simbolo religioso musulmano ma un vestito tradizionale nei Paesi di origine – anche se pochissime famiglie sono migrate in Francia dalla penisola araba, e anche se l’abito è indossato in Francia soltanto da musulmane.

Con la stessa motivazione un’organizzazione islamica ha presentato al Consiglio di stato un ricorso, che è stato respinto. Non sorprendentemente, i Verdi e la France Insoumise hanno contestato l’interdizione. Gli altri partiti si sono espressi a favore, compresa la sinistra storica dei comunisti e dei socialisti (tra cui Jospin, che ha fatto retromarcia).

Un sondaggio realizzato a tamburo battente per conto del Charlie Hebdo ha mostrato un sostegno al ministro nell’ordine dell’81% della popolazione (una maggioranza analoga a quella riscontrata lo scorso anno da un sondaggio all’interno del corpo docente, tuttora scosso dalla decapitazione di Samuel Paty, tre anni fa).

Il sì al divieto è maggioritario anche tra le donne che si definiscono “femministe” e persino tra gli elettori dei partiti contrari, essendo appoggiato dal 79% dei Verdi e dal 58% di quelli della France Insoumise. Il carattere religioso dell’indumento è ritenuto innegabile da sette transalpini su dieci. Alla fine, dunque, sono soltanto i musulmani a opporsi, con una percentuale del 66%. Ed è comunque significativo che anche un terzo di essi sia invece a favore.

Il primo giorno di scuola 298 ragazze (su circa sei milioni in totale) si sono presentate con l’abaya e 67 di esse sono tornate a casa dopo essersi rifiutate di toglierla. A Clermont Ferrand un preside è stato minacciato di morte dal padre di una studentessa.

Sui social network la campagna contro la Francia, la sua “polizia del velo” e il suo presunto razzismo è stata molto veemente, anche per l’impulso datole dalla Fratellanza musulmana o da Stati come la Turchia. Alla fine è intervenuto anche Macron dichiarandosi favorevole a una mise unica, sostenendo che jeans, t-shirt e giacca siano più accettabili da parte degli studenti di un’uniforme uguale per tutti (che è invece la proposta di Marine Le Pen).

Intende però raggiungere l’obiettivo attraverso «sperimentazioni»: tanto per far girare intorno a questo tema la vita francese ancora per diversi anni. Ma non è che in altri contesti, negli stessi momenti, i rapporti con l’islam siano stati rosei quanto un film come Barbie.

Mentre dall’Inghilterra giungeva il video di un sermone dell’imam di Birmingham che spiegava come lapidare una donna, in Italia impazzava la decisione della sindaca leghista di Monfalcone di vietare il bagno vestiti «per rispetto del pubblico decoro»; in risposta si è tenuta una manifestazione di protesta in cui, per solidarietà, alcuni cittadini non musulmani sono anch’essi entrati in acqua vestiti.

Il tema è dunque universale, come universale è la tendenza a polarizzare. I salafisti non agiscono diversamente da un Pillon o da un Adinolfi: si dichiarano minoranze discriminate, ma fanno riferimento a poteri autoritari dalle ramificazioni internazionali.

Partiamo allora dal presupposto che di paletti ce ne sono sempre stati (soprattutto nelle scuole religiose). Non è possibile andare a scuola nudi, per esempio, e una libertà assoluta dovrebbe dunque comprendere anche i naturisti: nelle piscine di Grenoble sono stati autorizzati sia il burkini che il topless, generando tuttavia parecchio sconcerto.

Per contro, una libertà parziale deve essere giustificata. Nei fatti, la posizione del governo francese è basata sull’ordine pubblico: se tutti gli studenti esponessero le loro convinzioni e le propagandassero apertamente, sarebbe un continuo Far West – specialmente in certi quartieri. Immaginate una classe con un lepenista, un’ebrea e un’islamista: già i docenti fanno fatica a gestire i conflitti e a spiegarli agli alunni, figuriamoci su una questione del genere, con le famiglie a soffiare sul fuoco.

Anziché ammettere onestamente i termini del problema, però, i vertici francesi preferiscono dire che le loro scelte si basano sul principio di laicità. Al punto che entrambi i fronti che si contrappongono in Francia si rifanno a essa: gli oppositori del divieto a quella jospiniana del periodo 1989-2004, i sostenitori a quella post 2004.

Così facendo, agli occhi di una giovane e convinta musulmana la laicità sembrerà una mera scusa, una parola talmente vuota che può essere usata per tutto e il contrario di tutto – nel caso peggiore, per pretendere di decidere per lei (che si sente emancipata così) e di vietare i suoi (e soltanto i suoi) vestiti.

Una discriminazione imposta senza spiegazioni, come si impongono le tasse: «lo pretende la laicità» ha lo stesso effetto persuasivo che dieci anni fa ha avuto in Italia il martellante «lo pretende l’Europa». Senza dimenticare che la discriminazione è un obiettivo nemmeno troppo camuffato dell’estrema destra francese. Purtroppo, la comunicazione politica francese sembra spesso più figlia della ghigliottina giacobina che della pedagogia illuminista.

E tuttavia non si può nemmeno continuare a far finta di niente. Tutti devono vestirsi come vogliono, ma nessuno deve vestirsi come vuole qualcun altro, come accade in Iran (e la rivolta in corso mostra quanto diffusa sia l’opposizione alla costrizione).

Insegnare il pensiero critico a scuola è la strada più promettente per creare cittadini che pensano con la propria testa, ma non sembra che i governi, qualunque sia il Paese e qualunque sia il colore politico, siano granché interessati a farlo.

Non si dovrebbero nemmeno finanziare le campagne istituzionali “inclusive” che incensano l’uso del velo. Né si deve aver paura di intervenire contro chi impone con la forza alle Hina e alle Saman francesi un vestito che non vogliono indossare. Piaccia o no leggerlo, quello che fanno diversi musulmani alle loro figlie e alle loro mogli è criminale quanto il pizzo estorto ai negozianti.

La presunzione di libertà di scelta e l’impossibilità di accertarla puntualmente non possono nascondere il fatto che spesso non esiste proprio, e a ben vedere sono più numerose le giovani di famiglia musulmana che riportano coraggiosamente le vessazioni familiari dei negozianti che denunciano il racket.

E allora è necessario punire chi lo chiede, e ancor di più evitare ogni compromesso con chi esalta comportamenti liberticidi. Accettare la logica del fatto compiuto significa perseverare con l’approccio sbagliato.

In un mondo ideale, ogni studente sarebbe libero di indossare qualunque legittimo simbolo di appartenenza, anche (e soprattutto) politica. Siamo tutti consci di non vivere in un mondo ideale, ed è per questo che ci dividiamo sulle soluzioni. Purtroppo, però, si continua a prestare maggior attenzione ai diktat di qualche leader religioso anziché ai desideri inesprimibili di tante ragazze. E non è una bella prospettiva, per il futuro dell’umanità.

Raffaele Carcano

 


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32 commenti

Mixtec

Ma in Francia quanto darwinismo si studia? Ci sarebbe pure Lamarck, se vogliono essere un po’ sciovinisti e meno scientifici.
E poi ci sarebbero Voltaire, d’Holbach e simili. I musulmani sono esentati dal conoscerli?

laverdure

“..nelle piscine di Grenoble sono stati autorizzati sia il burkini che il topless, generando tuttavia parecchio sconcerto.”
Soprattutto perche’,se i “naturisti” non hanno motivo di opporsi all’uso del burkini
da parte di altri,anzi e’ probabile che appoggino apertamente il “politicamente corretto”,non credo proprio che ci sia reciprocita.
Nel senso che eventuali ragazze in burkini saranno quasi certamente accompagnate da famigliari,come sentinelle della loro morigeratezza,e come pensate che reagiranno questi ultimi di fronte a tette scoperte (anche se di altrui progenie) ?

laverdure

Ricordate “La fine della Storia”,il saggio con cui Francis Fukuyama ,dopo il crollo dell’URSS riteneva che l’epoca dei grandi contrasti,quasi sempre causa di conflitti,che hanno caratterizzato 5000 anni di storia scritta ( i piu’ antichi documenti arrivano piu’ o meno fin li)?
Purtroppo temo che i fatti gli abbiano dato torto,e anche se il conflitto attuale Russo-Ucraino e’ il piu’ “appariscente”,direi che (fra molti altri) anche il contrasto tra la cultura islamica e quella laico-occidentale rischia,in futuro,di rendere sempre piu’ “interessanti” sia le cronache dell’Occidente che la Storia.
(Per inciso,i Cinesi,come forse non tutti sanno,sono soliti augurare,a chi gli sta antipatico,di vivere situazioni “interessanti”.
Ottimo esempio di cultura raffinata,vero ?)
E a conferma che l’assioma “La Storia si ripete sempre”e’ invece pura verita,come per l’uomo coi baffetti nel secolo scorso,come per Putin ora,in futuro la condiscendenza delle leadership occidentali,come pure dell'”intelleghenzia occidentale”,sara il miglior atout per l’islamismo.

Gigi

Certo e anche il soft power e la corruzione. Ci sono giornalisti e ricercatori che in un modo o nell’altro sono comprati da paesi musulmani per fare i loro interessi, tra cui spesso c’è anche la diffusione dell’islamismo nelle diaspore e non solo. Alcuni casi di corruzione in ambito accademico sono già saltati fuori.

laverdure

Tempo fa un giovane giornalista francese,spacciandosi per un funzionario d’ambasciata iraniana,si reco da parecchi giornalisti piu’o meno noti,come pure diversi intellettuali,proponendogli di prendere parte ad una campagna propagandistica anti USA,anti Israele e ovviamente filoislamica.
Il tutto ovviamente dietro sostanzioso compenso.
Sembra che,riferi’,la maggior parte abbocco’ con l’avidita di un pescecane.
Se le “Jene” eseguissero un esperimento analogo qui,quali pensate sarebbero i risultati ?

Gigi

Sarebbe interessante un esperimento del genere fatto dalle Jene. Ho in mente un paio di opinionisti che abboccherebbero subito se non hanno già abboccato.

laverdure

@Gigi
“Certo e anche il soft power e la corruzione. ”
C’e’,in un certo senso,anche di peggio.
Inutile negarlo,la corruzione rientra nella natura delle cose,ce ne sara sempre in ogni questione.
Quello che stomaca di piu’ sono i gravi danni provocati da chi,senza ricavarne nessun utile materiale,vuole solo fare il cretinetti per soddisfare la propria megalomania.
Vedi ad esempio la sentenza della Cassazione che definisce illegale rimandare gli “immigrati” in Libia.
Attribuendosi vere e proprie decisioni di politica estera.
Beninteso e’ sempre valido il dubbio che non sia mancato un “incoraggiamento” pecuniario da parte di ong e chi per loro.

Gigi

@Gigi
L’occidente è pieno di questi personaggi che sono in fondo un avatar del cristianesimo, si mettono in scena per mostrarsi dalla parte del bene, dell’accoglienza senza limiti collettiva, quando poi spesso nelle loro residenze fanno mettere la guardia giurata e telecamere dappertutto. Io non ci vedo molta differenza tra la vecchia colpevolizzazione cattolica del “peccato originale”, e la loro colpevolizzazione del “peccato originale” dell’occidente.

Diocleziano

…e la loro colpevolizzazione del “peccato originale” dell’occidente…
Ma come!? Non sono loro a vantare le origini cristiane dell’Europa?
Il peccato originale dell’Europa moderna è la distorsione metodica e sistematica esercitata dal cancro giudaico introdotto da loro. Con la conseguente lotta della parte sana dell’occidente per far prevalere il pensiero libero e scientifico.

Gigi

@Diocleziano
Loro chi? In Francia le minacce contro il pensiero libero e scientifico non vengono principalmente dalla Chiesa cattolica o altre confessioni cristiane, possono venire anche dalla sinistra radicale molto presente nelle università che giudica l’illuminismo razzista e la scienza supremazista. Non è la chiesa cattolica ad aver accusato la secolarizzazione di essere responsabile del riscaldamente climatico, ma un universitario “decoloniale”. Di che cancro stai parlando???? Introdotto da chi???? Spiegati meglio perché è inquietante quello che scrivi. Ridurre l’occidente a una lotta tra chi afferma le origini cristiane contro liberi pensatori è alquanto ridicolo. Non è chi afferma le origini cristiane che ha massacrato i liberi pensatori di Charlie Hebdo.

Diocleziano

Si potrebbe provare con un rimedio ‘omeopatico’ del problema: lasciare o invogliare chiunque a indossare la palandrana nera, magari con accessori stravaganti o parti molto aderenti – la fantasia femminile farà il resto. Forse perderebbe molto del suo fascino orientale agli occhi dei fondamentalisti. I talebani di qualsiasi credo, non si tirano indietro davanti al martirio ma non affronterebbero mai il ridicolo.

laverdure

Temo pero’,ed e’ un fatto positivo,la maggior parte della gente occidentale continuera a preferire la comodita degli abiti moderni,basti osservare come la maggior parte delle donne di ogni eta porta i pantaloni,almeno in inverno.
Cosi come la maggior parte se ne infischia dei “santoni” come del Corano e anche del Papa,anche se la minoranza che resta crea spesso gravi guasti.

Gigi

In Francia si è arrivati al punto che certe scuole cattoliche sono più safe per gli atei che certe scuole pubbliche. Anche nei quartieri della classe media ci sono atei che tolgono i figli dalla scuola pubblica dove vengono trattati di kuffar già alle elementari dai compagni musulmani. L’ideale sarebbe creare più scuole private laiche, l’ideologia che viene inculcata ai professori negli istituti di formazione è comunque che sostanzialmente la laicità è intrinsecamente razzista come la scuola pubblica perché è tutto un sistema razzista alla fine, everything is racist. Pensate che i formatori della sinistra radicale volevano persino rendere obbligatorio un corso di formazione all’intersezionalità ai professori dove si raccontava che la la legge del 2004 è islamofoba e che se esistono le scuole musulmane è tutta colpa della scuola pubblica che è islamofoba. Come se i musulmani fossero diversi dagli altri credenti e non avessero mai voglia d’istituire le proprie scuole. I laici si sono rivoltati ed hanno ottenuto che non venga reso obbligatorio, già è uno scandalo che si usino soldi pubblici per inculcare le teorie della Chiesa di Sociologia sull’islamofobia della scuola pubblica.

Gigi

Mi viene in mente un altro esisodio, un’associazione finanziata da soldi pubblici è andata è andata ad indottrinare per tre giorni dei liceali su invito di un liceo per preparare l’arrivo della ministra spiegando che la scuola è razzista e la laicità viene utilizzata come spada contro i musulmani. La ministra che è di origine maghrebina vive in coppia con un’altra donna, si è trovata un gruppo di liceali indottrinati all’odio della laicità e più in generale della Francia, giornalisti seri hanno svelato come questa associazione li aveva ben indottrinati, mettendo in avanti quelli che sprizzavano odio per le domande. Soldi pubblici utilizzati ad associazioni che aizzano all’odio della laicità ne vengono distribuiti parecchi in Francia, infatti il canone della tv pubblica è stato soppresso anche perché la maggior parte della gente non aveva più voglia di pagare per France Culture che propagandava l’odio per la laicità e della modernità. Senza contare che l’unica associazione laica che ha una trasmissione tutta per lei sul servizio pubblico e solamente anticlericale, passa tutto dicembre a fare la caccia ai presepi nei comuni, ma poi sostiene tutte le intrusioni degli islamisti che si presentano come militanti contro l’islamofobia nelle università e in altri luoghi pubblici. Senza parlare dell’atteggiamento osceno che ha avuto dopo il massacro del 2015 contro Charlie Hebdo. Dando praticamente la colpa al giornale.

laverdure

@Gigi
“Senza contare che l’unica associazione laica che ha una trasmissione tutta per lei sul servizio pubblico e solamente anticlericale, passa tutto dicembre a fare la caccia ai presepi nei comuni, ma poi sostiene tutte le intrusioni degli islamisti che si presentano come militanti contro l’islamofobia nelle università e in altri luoghi pubblici. ”

Quindi a tutti gli effetti sotto la maschera dell’anticlericalismo si cela semplicemente una organizzazione di propaganda islamica basata tra l’altro sull’assoluta intolleranza verso altre religioni .
Molto originale,vero ?
Ma per la massa di boccaloni che circola,la sua efficacia e’ garantita.

Gigi

@Laverdure
No, si cela un’associazione trotskista. Il loro presidente ha diverse volte fatto l’apologia dell’islam dicendo che una religione migliore del cristianesimo, hanno rifiutato di sostenere tutti gli atei minacciati di morte per aver criticato l’islam, perché secondo loro erano islamofobi, ma continuano a fare i ribelli utilizzando soldi pubblici per fare togliere i presepi dai comuni o satue della Madonna dalle piazze in piccoli centri rurali. Soldi pubblici perché fino a un po’ di tempo fa, ricevevano in maniera indiretta una parte dei finanziamenti destinati alla Ligue de l’enseignement altra officina filoislamica che ha partecipato alla promozione del dialogo tra la sinistra e gli islamisti.

Gigi

È appena uscita la notizia: un insengnate della scuola pubblica francese arrestato per apologia dello Stato islamico, insegnava e traduceva i canti terroristici ai suoi allievi.

Gigi

Correzione: traduceva i canti per lo Stato islamico ma non li insegnava in classe

Mixtec

A quanto pare in Francia sono carenti i corsi di scienze, filosofia e storia. E 1300 anni dopo Poitiers gli islamici conquisteranno Parigi. Prosit.

pendesini alessandro

Molti dei nostri problemi, o miserie, sorgono dall’ignoranza e irrazionalità umana, dai grandi promotori e giustificatori del dogmatismo, stupidità, idealismo ma anche un eccessivo e metodico zelo nel proselitismo a favore di fantasmatiche idee religiose, sovente appoggiate o difese dalla stragrande maggioranza dei politici dominanti….
NB : Quelche anno fa frequentavo a Bruxelles un circolo culturale parauniversitario. Un giorno notai due nuovi individui alloctoni che quando prendevo la parola mi davano quasi sempre ragione. Durante una pausa mi chiesero se potevano, in separata sede, offrirmi un caffé.
Intrigato accettai. Per far corto : mi hanno proposto se volevo lavorare per loro facendo proselitismo islamico in luoghi pibblici, tramite internet ecc…La proposta implcava una Mercedes nuova interamente a mia disposizione e circa 8000€ netti mensili ! Ovviamente, dopo una lunga più che tesa discussione, rifiutai ! Va inoltre notato che non è stata l’unica volta che proposte del genere mi sono state inoltrate…..

laverdure

E a differenza di quel giovane giornalista francese che ho citato prima,probabilmente
facevano sul serio.
Domanda : tra i frequentatori del circolo da te citato,quale pensi sia stata la percentuale di adesioni a simili proposte ?

pendesini alessandro

Per quello che posso dire e di come si comportarono, non esistono dubbi che questi erano commissionati da certi stati arabi musulmani. Ho saputo in seguito che ben altre persone sono state contattate altrove da islamisti attivi per proselitismo, ma ignoro il % di chi avrebbero accettato.

RobertoV

Le religioni si sono sempre diffuse coi soldi e col potere e la propaganda ed il lavaggio del cervello o mezzi violenti, altro che col mito dell'”evangelizzazione”. E soprattutto dall’alto.
E non mi pare che manchino copiosi finanziamenti alle loro moschee ed imam dagli stati di riferimento, tanto è vero che si è cercato senza successo di combattere questi finanziamenti e di preparare gli imam qui in Europa e non nei paesi arabi.
D’altronde quante persone sceglierebbero liberamente e correttamente informate una religione che pone loro rigide regole e restrizioni e sudditanza?

Diocleziano

…quante persone sceglierebbero liberamente…

Infatti, la religione è una tara ereditaria che si trasmette da una generazione all’altra.

RobertoV

Strana idea di libertà religiosa quella di pretendere di vestirsi in un determinato modo codificato per riaffermarla. E di spacciarla come libera scelta.
E pensare che nei paesi dove questo era prima obbligatorio aumenta la ribellione, vedi in Arabia Saudita dove dal 2018 l’abaya non è più obbligatorio, in Egitto dove oltre alla proibizione del niqab nel 2023 aumenta l’insofferenza verso il velo o in Iran le donne rifiutano il velo, visto come simbolo di oppressione, rischiando la propria vita. Invece in Europa questi vengono propagandati come simboli di libertà dai mussulmani estremisti, e purtroppo anche da parti politiche.
Leggo che l’anno scorso vi sarebbero state 4700 infrazioni ai divieti di simboli religiosi in Francia e che al 1° giorno di scuola 300 studentesse si siano presentate con l’abaya violando il divieto. Su oltre 12 milioni di studenti, di cui probabilmente più di un milione di mussulmani non mi sembra una grande dimostrazione di devozione religiosa e di voglia di martirio da parte di questi fanatici. Come al solito piccoli gruppi estremistici avanzano le loro pretese a nome di tutti.
Leggo che centinaia di migliaia di mussulmani si iscriverebbero alle scuole cattoliche che invece accetterebbero simboli religiosi come il velo. Come al solito la chiesa cattolica si pone in modo eversivo verso lo stato facendosi le proprie regole in conflitto con le leggi dello stato e si allea pericolosamente con altri estremisti per boicottare la laicità e le leggi dello stato democratico.

Gigi

Di queste centinaia di migliaia di musulmani che si iscrivono nelle scuole cattoliche solo una minima parte lo fa per la questione del velo. La maggior parte lo fa, o meglio i genitori lo fanno per dare ai figli un’istruzione di qualità, dei voti veri, lontani dall’applicazione folle dei deliri pedagogisti della scuola pubblca. Tranquillità disciplina. Moltissimi atei iscrivono i loro figli nelle scuole cattoliche dove il rischio di conversione al cattolicesimo è in molti casi inferiore al rischio di conversione all’islam di chi frequenta la scuola pubblica. Sono stati scritti diversi libri sul declino della scuola pubblica francese ti consiglio: Mais qui sont les assassins de l’école ? – Barjon, Carole

RobertoV

Se l’80 % degli studenti francesi va nelle scuole pubbliche dubito che la scuola pubblica sia così male ed abbia una istruzione così scadente e applichi “folli deliri pedagogisti” (forse intendevi pedagogici …).
L’indagine Pisa dice che la scuola francese è leggermente al di sopra della media Ocse. Francamente la divisione per livello degli studenti non mi dispiace, lo facevano in Austria, lo fanno in Danimarca.
Mi sembra di sentire i soliti discorsi propagandistici fatti anche in Italia contro la scuola pubblica a favore di quella privata. Immagino che per i fanatici religiosi e le destre sia folle avere classi miste, l’educazione sessuale nelle scuole, la laicità ed insegnare l’evoluzione. E permettimi di dubitare della bontà dell’educazione di una scuola cattolica, come si vede bene anche in Italia. Una curiosità: per tua stessa ammissione non conosci il francese e come fai allora a leggere libri in francese? Usi google traduttore? Immagino i risultati di comprensione del testo.

Gigi

@RobertoV
In Italia sono più del 93% gli studenti che frequentano la scuola pubblica, quindi se seguiamo il tuo ragionamento, la scuola pubblica italiana con crocifissi è migliore di quella francese senza crocifissi dove la percentuale scende all’80%. Dovresti sapere che la questione è più complessa. In ogni caso la scuola privata francese deve rifiutare un sacco di studenti per mancanza di posti. Non credo sia il caso della scuola privata italiana. Dove hai letto che io avrei ammesso non conoscere il francese? Ma figurati. Se ti sembra di sentire discorsi propagandistici di destra cattolica è perché non leggi bene i miei messaggi evidentemente.

Gigi

La scuola privata in Francia non ha una libertà totale di istituzione come la scuola pubblica e ci vogliono poi almeno cinque anni prima di ottenere i finanziamenti. L’esodo verso la scuola privata ha dunque dei limiti ma in Francia è in atto da molti anni. Se vuoi continuare con il prosciutto sugli occhi fai pure cosa vuoi che ti dica, nei libri di storia francesi comunque il capitolo sull’islam inizia con “l’islam è una civiltà splendida”. E le altre civiltà invece sono meno splendide? Poi c’è il caso particolare degli Ebrei che hanno disertato la scuola pubblica francese, ormai solo il 30% la frequenta per sfuggire all’antisemitismo islamico della scuola pubblica, il restante 70% si divide più o meno equamente tra le scuole ebraiche e le scuole cattoliche. In francese esiste la parola “pédagauchiste” …come islamogauchiste …. per chi considere che tipo i voti sono traumatizzanti e bisogna mettersi al livello degli ultimi degli allievi per non discriminare. E che gli alunni massacrano di botte la prof è colpa della scuola che è stressante.

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