La ricerca italiana soffre a causa di scarsi investimenti, pesante burocrazia e poca considerazione culturale. Cosa fare? Affronta il tema il chimico e divulgatore Silvano Fuso sul numero 3/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nel 2005 il fisico e storico della scienza Enrico Bellone (1938-2011), pubblicava un documentato pamphlet dal significativo titolo La scienza negata1 in cui denunciava lo stato di totale abbandono e disinteresse politico e culturale in cui versava la ricerca scientifica italiana. «O investiamo risorse finanziarie e umane nella ricerca di base, – affermava Bellone – oppure ci trasformiamo in una appendice turistica del mondo civile». Bellone stesso ricordava che, già trent’anni prima, concetti analoghi erano stati espressi dal fisico e filosofo della scienza Giuliano Toraldo di Francia (1916-2011) che affermò amaramente che l’Italia era ormai un Paese in via di sottosviluppo2.
Il 5 ottobre 2021, in occasione della cerimonia organizzata in suo onore alla Sapienza, un altro fisico, il premio Nobel Giorgio Parisi, ha dichiarato: «In Italia abbiamo già visto un cambiamento verso la ricerca e spero che nella prossima Finanziaria questo cambiamento venga in qualche modo implementato in maniera opportuna. Al di là di quello che si può fare nei prossimi cinque anni, è importante che ci siano cambiamenti strutturali in modo che il Paese diventi un Paese accogliente per i ricercatori, non solo italiani ma da tutto il mondo, cosa che ora non è».

L’appello di Parisi mostra in modo evidente che, dai tempi delle amare riflessioni di Bellone, in Italia vi è ancora tanta strada da fare e che i problemi della ricerca scientifica sono rimasti sostanzialmente insoluti.
Al di là del cronico disinteresse della politica e dei conseguenti scarsi investimenti in ricerca, il problema è prettamente culturale. Le analisi di Bellone e Toraldo di Francia mettevano bene in evidenza le radici storiche che hanno sempre relegato la scienza in un ambito secondario rispetto a quella che viene considerata la vera cultura, tradizionalmente identificata con quella cosiddetta umanistica. Anche i mass media non danno adeguato spazio alla scienza e, in genere, non nelle loro rubriche culturali, quasi che la scienza non fosse cultura.
In un mondo sempre più competitivo e per un Paese povero di risorse materiali come l’Italia, la conoscenza, e in particolare quella tecnico-scientifica, è di fondamentale importanza e i decisori politici illuminati dovrebbero avere come obiettivo prioritario l’investimento in ricerca e innovazione.
È inoltre fondamentale che gli investimenti siano pubblici. Ben vengano anche quelli privati ed è quindi giusto incentivarli. Ma è piuttosto ovvio, oltreché legittimo, che un privato voglia ritorni economici immediati e possibilmente garantiti e si orienti quindi in ricerche applicate di cui sia abbastanza facile prevedere gli esiti.
La ricerca di base invece è priva di applicazioni immediate e molto spesso i suoi esiti sono incerti, imponderabili e inaspettati. La storia della scienza lo dimostra ampiamente. Spesso ricercando in un certo settore disciplinare, si effettuano inaspettatamente scoperte totalmente impreviste che nulla hanno a che fare con ciò che si sperava di trovare. Apparentemente magari si tratta di scoperte puramente speculative e prive di applicazioni pratiche. Ma spesso, dopo molti anni, le applicazioni arrivano e rivoluzionano, in taluni casi, la nostra esistenza.
Nella scienza di base vale l’appello, solo apparentemente spiazzante e provocatorio, lanciato dagli scienziati per bocca del premio Nobel per la medicina Peter Medawar (1915-1987), che disse: «Dateci i soldi e lasciateci giocare». È abbastanza naturale che il “gioco” degli scienziati non possa essere a carico dei privati e che quindi il sistema pubblico debba garantire loro adeguati finanziamenti. L’inadeguato finanziamento pubblico alla ricerca e la sua difficile gestione, spesso inficiata da farraginosità burocratiche e da poca trasparenza, è un male endemico del nostro paese.
L’associazione “Luca Coscioni”, da sempre molto attenta a queste problematiche, ha delineato bene i tre problemi fondamentali che affliggono la ricerca pubblica in Italia e vale la pena riportare per intero quanto scritto sul relativo sito:
- Scarso finanziamento pubblico. Gli investimenti pubblici nella ricerca sono fondamentali per il futuro di un Paese: la ricerca promuove innovazione, ottiene nuove competenze strategiche atte ad aumentare la competitività nel mercato internazionale e a promuovere il benessere dei cittadini. Nel 2023 il governo ha stanziato per la ricerca l’1,4% del PIL. Questa quota, aumentata negli anni grazie soprattutto ai fondi PNRR, rimaneva comunque molto sotto la media Ue (circa 2,3%). La Finanziaria 2025 ha dato un altro colpo tagliando di circa l’8% il fondo destinato a istruzione e ricerca. In merito agli insufficienti investimenti è molto difficile incidere, come ampiamente dimostrato dal processo di elaborazione della Legge di Bilancio, avendo sempre a che fare con una coperta troppo corta. È necessario però continuare a denunciare a tutti i livelli possibili la realtà, sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere, che la ricerca è sempre tra i primi investimenti a finire sotto la scure dei tagli.
- L’eccesso di burocrazia. Università e Enti Pubblici di Ricerca sono soggetti a leggi e regolamenti concepiti per la Pubblica Amministrazione (PA), e devono seguire procedimenti burocratici del tutto inadatti alle caratteristiche della ricerca scientifica. Tra questi, la procedura MePA (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione) che, studiata per combattere la corruzione, è stata dal 2024 resa obbligatoria per la ricerca anche per spese inferiori ai 5000 Euro. Questo provoca enormi ritardi negli acquisti e conseguenti rallentamenti nei progetti di ricerca. Per di più, gli acquisti sono soggetti al pagamento dell’IVA (22%), che erode non di poco il finanziamento stanziato. L’Associazione ha di recente lanciato una battaglia che si è concretizzato in un appello alla Ministra Bernini contro l’applicazione della Piattaforma MePA anche alle spese per la ricerca e in un comunicato stampa, firmata in pochi giorni da più di 3000 ricercatori e docenti.
- Mancanza di coordinamento e pianificazione. In particolare: i) la discontinuità dei finanziamenti e dei bandi, le regole continuamente modificate e la complessità e lunghezza dei processi di revisione e assegnazione e, ii) l’assenza di strategie a lungo termine per il reclutamento di personale, con periodi di blocco delle assunzioni e conseguente aumento di “fuga dei cervelli” alternati a periodi di eccessiva apertura che portano ad assunzioni non sempre adeguatamente valutate. L’Associazione ritiene che, per cambiare rotta, sia necessaria una riorganizzazione strutturale con la creazione di una Agenzia Nazionale della Ricerca (ANR), presente nella maggioranza dei Paesi Europei e non solo, che si interfacci con i diversi Ministeri coinvolti nella gestione della ricerca, coordini e valuti i finanziamenti, gestisca le attività di ricerca promuovendone la qualità, e contribuisca a ottimizzare il sistema di reclutamento.
Tra i tanti effetti negativi che tale situazione determina, vi è proprio la tendenza da parte di giovani e promettenti ricercatori, carichi di entusiasmo e capacità, a trovare opportunità all’estero. Questo, ovviamente, comporta una doppia perdita: la fuga di cervelli che potrebbero fornire importanti risultati al proprio Paese e lo spreco di risorse investite nella loro formazione di cui beneficeranno altri. Purtroppo i numerosi appelli, lanciati da tempo da singoli scienziati e da prestigiose istituzioni scientifiche italiane, non hanno trovato finora risposte adeguate da parte della politica.
Recentemente la senatrice a vita professoressa Elena Cattaneo, sempre attivissima su tutti i fronti che abbiano a che fare con la difesa della scienza, ha presentato una mozione al senato che chiedeva proprio un aumento dei fondi per la ricerca e una semplificazione dei percorsi organizzativi. In data 19 febbraio 2025 la mozione è stata approvata all’unanimità dal Senato.
Sicuramente un buon risultato. Anche se, purtroppo, la mozione è stata in parte svuotata del suo significato originale. È infatti sparita la proposta di 350 milioni di euro all’anno da garantire ai Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale) e non sono state esplicitate le cifre da destinare alla ricerca.
Nella mozione finale inoltre non si fa più alcun cenno all’istituzione di una Agenzia nazionale della ricerca, indipendente e analoga a quelle presenti nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea. Tale agenzia permetterebbe di adeguare la gestione dei finanziamenti nel nostro Paese agli standard internazionali.
Nella mozione si dichiara invece che si «valuterà l’opportunità di costituire una commissione di esperti-manager di alto profilo che elabori le procedure per la gestione e valutazione dei bandi pubblici di ricerca promossi dal ministero». La gestione rimarrebbe in tal modo interna al ministero, facendo venir meno la sua indipendenza. Auguriamoci comunque che l’approvazione della mozione si concretizzi nei futuri provvedimenti attuati dal governo, evitando dannosi e quanto mai inopportuni slittamenti.
L’inedita e preoccupante situazione internazionale che stiamo vivendo potrebbe inaspettatamente aprire interessanti opportunità per la ricerca italiana ed europea. Come ha recentemente affermato il già citato Giorgio Parisi, infatti: «Bisogna ammettere che quanto sta avvenendo negli Stati Uniti è una cosa davvero molto strana. C’è questo presidente che sta usando poteri emergenziali, giustificandosi con la crisi economica e la guerra, per prendere dubbie decisioni che di fatto stanno mettendo in seria difficoltà i giovani studenti, così come anche gli scienziati. Oggi ci troviamo dunque in una situazione completamente ribaltata rispetto al passato: se dagli anni 30 in poi gli Stati Uniti hanno avuto praticamente la supremazia sulla scienza tanto da attirare all’interno dei suoi confini un enorme flusso di scienziati da tutto il mondo, Italia compresa, ora potrebbe verificarsi il contrario. Ora infatti sono gli scienziati americani e tutti quelli che sono emigrati negli Stati Uniti che sembrano invece voler venire in Europa e, se vogliamo e investiamo in tal senso, anche in Italia»3.
Adeguati finanziamenti potrebbero invogliare molti scienziati operanti negli Usa a venire in Europa e in Italia. Come continua Parisi però: «Servono investimenti che purtroppo fino a oggi non siamo stati in grado di fare bene. Dobbiamo offrire garanzie sul lungo periodo in modo tale che se uno scienziato viene qua dagli Stati Uniti sa che il suo lavoro non sarà di nuovo in pericolo dopo pochi anni. In Italia, purtroppo, quando cambiano i governi, cambiano anche gli scenari. Per uno scienziato significa correre il rischio di dover lasciare a metà il proprio progetto di ricerca e quindi di ritrovarsi a dover ricominciare una seconda volta, dopo aver lasciato prima gli Stati Uniti, da un’altra parte ancora. Insomma, bisogna avere dei piani certi e a lunga scadenza. Perché venire in Italia e rischiare di dover subire tagli ai fondi non conviene. Se non diamo certezze l’Italia continuerà a rimanere un Paese difficile da scegliere»4.
Naturalmente però è doverosa una considerazione finale. Il finanziamento pubblico alla ricerca utilizza denaro di tutti i cittadini. Di conseguenza questi ultimi devono essere adeguatamente informati su come i loro soldi vengano utilizzati: è un loro sacrosanto diritto. Ne consegue che gli enti di ricerca che ricevono finanziamenti pubblici abbiano il dovere di agire nella piena trasparenza, sforzandosi di comunicare quanto più chiaramente possibile ciò che essi fanno.
Da qui l’importanza della cosiddetta terza missione che la stessa Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) definisce come la «propensione delle strutture all’apertura verso il contesto socioeconomico, esercitato mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenze». Gli scienziati stessi hanno da tempo sentito l’esigenza di aprirsi alla società civile, oltrepassando la ristretta cerchia degli specialisti.
Un ruolo importante in tal senso deve pure essere svolto dalla divulgazione scientifica che deve tradurre i contenuti, spesso tecnici, degli addetti alla ricerca in un linguaggio comprensibile a tutti, ma al tempo stesso corretto e rigoroso, senza cedere alla tentazione di facili sensazionalismi di cui francamente non si sente alcun bisogno.
Silvano Fuso
Approfondimenti
- E. Bellone, La scienza negata. Il caso italiano, Codice, Torino 2005.
- AA.VV., Scienza e potere, Feltrinelli, Milano 1975.
- V. Arcovio, Il Nobel Parisi e la fuga dei cervelli: «Ricerca, Italia non più all’altezza», La Stampa 18 aprile 2025.
- Ibid.
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