Anche la Chiesa cattolica fa affari con gli alloggi universitari. Gli enti ecclesiastici, tra agganci politici e ambiguità fiscali, riconvertono immobili e accedono a fondi pubblici per gli studentati. Affronta il tema il giornalista Federico Tulli sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nel pieno della crisi-alloggi per gli universitari, la rete di studentati legati alla Conferenza episcopale italiana (Cei) si è consolidata lungo due direttrici complementari: il riuso del patrimonio immobiliare ecclesiastico (ex conventi, case religiose, immobili diocesani) e l’accesso a canali pubblici di finanziamento. Vediamo in che modo partendo da questa seconda voce.
Nel febbraio del 2024 il ministero dell’università (Mur) ha pubblicato un bando per l’housing universitario aperto a tutti i soggetti gestori pubblici e privati, fissando un contributo standard di circa 20mila euro per ciascun nuovo posto letto reso disponibile (missione 4, riforma 1.7), e l’obiettivo nazionale di 60.000 posti entro il 30 giugno 2026. «Non meno del 30% dei posti letto dovrà essere destinato agli studenti meritevoli e provenienti da famiglie a basso reddito. Gli importi che gli studenti dovranno corrispondere alla struttura saranno in linea con i bandi degli enti per il diritto allo studio.

Gli studenti saranno individuati tramite le graduatorie regionali. La restante parte dei posti letto sarà destinata a tutti gli altri studenti, sempre su criteri di merito. Si tratta di posti letto ai quali verrà applicata una tariffa inferiore almeno del 15% rispetto ai valori medi di mercato. Questi vincoli dovranno essere rispettati per almeno 12 anni» si legge sul sito del Mur. È questo un perno regolativo che consente anche a diocesi, fondazioni di ispirazione cattolica e ordini religiosi di candidare immobili e modelli gestionali alle misure Pnrr (semplificazioni incluse) e di entrare stabilmente nel segmento “student housing” a canoni dichiarati “calmierati”. La torta messa sul piatto dal ministero tramite fondi Pnrr è di 1,2 miliardi di euro.
Il 1° ottobre scorso una fetta di questa torta è andata alla Cei in virtù della firma con Cassa depositi e prestiti (Cdp) di un protocollo per 1.000 nuovi posti letto, da realizzare tramite un fondo immobiliare gestito da Cdp Real Asset Sgr e alimentato da immobili diocesani sottoutilizzati. L’accordo prevede che siano individuate all’interno del patrimonio immobiliare ecclesiastico le proprietà funzionali al progetto. Le risorse di certo non mancano. Stando all’Annuarium statisticum ecclesiae in Italia ci sono circa 10mila istituti religiosi maschili e femminili per una “popolazione” che si aggira intorno alle 32-35mila unità.
Vale a dire poco più di tre religiosi in media per istituto. Vien da sé che gran parte dei conventi e monasteri sono pressoché vuoti e difatti è cosa nota che nel corso degli ultimi 25 anni gran parte dei relativi refettori è stato “trasformato” in strutture turistiche, case per ferie, alloggi per pellegrini e studenti. Solo sul portale indipendente specializzato “Ospitalità religiosa” si contano 2.910 strutture di ospitalità tra conventi, monasteri, case religiose, case per ferie, b&b eccetera, per un totale di 89.073 posti letto.
A livello territoriale, per quanto riguarda gli studentati una trama già esiste ed è visibile nelle città universitarie dove la pastorale accademica è più strutturata. A Venezia il Patriarcato, tramite il Centro di pastorale universitaria “Santa Fosca”, gestisce tre case studentesche «strettamente legate alla diocesi» – Santa Fosca, San Michele e Casa dei catecumeni – che propongono «forte esperienza di vita comunitaria cristiana» accanto ai servizi residenziali.
Sempre a Venezia, proposti dal Patriarcato, esistono altri tre studentati “religiosi” solo femminili: Casa della studente domus civica; Istituto delle suore di santa Dorotea e Istituto canossiano San Trovaso. A Bologna, sul sito della Pastorale universitaria sono elencate 15 residenze cattoliche (diocesane e di ordini/congregazioni): dieci femminili presso congregazioni di suore, tre maschili presso i dehoniani, i salesiani e i domenicani e due miste.
La Pastorale indica in elenco anche altri quattro studentati di area religiosa: uno appartenente alla Fondazione Rui, vale a dire Opus Dei, e tre alla Fondazione Ceur-Camplus che fa capo alla Compagnia delle opere, il braccio economico di Comunione e liberazione. Breve inciso: Camplus in Italia gestisce 23 residenze universitarie per le quali in base al bando 2024 del Mur ha ricevuto contributi pubblici per un totale di 97 milioni di euro.
Arriviamo a Roma. L’Ufficio diocesano per la cultura e l’università pubblica della capitale mostra un nutritissimo elenco di “Collegi e residenze cattoliche” chiaramente ricavati da conventi e monasteri: dalle Ancelle di Maria Immacolata alla Congregazione Giuseppini del Murialdo sono in tutto 61. Mentre l’albo ufficiale delle strutture convenzionate con Sapienza include almeno sette realtà esplicitamente cattoliche o di ispirazione cristiana (esempio Elis College) e, anche qui, collegi/collegi-residenze gestiti da Fondazione Ceur-Camplus e Fondazione Rui.
A Torino, il coordinamento diocesano “Ospitare con lode” mette in fila un ventaglio di case religiose e collegi (Artigianelli, Dottrinari, case femminili, eccetera), configurando un “hub” esplicito di offerta cattolica per fuorisede. Questa dimensione “di rete” è rilevante anche per la statistica nazionale: il dataset Mur sui collegi legalmente riconosciuti (Conferenza dei collegi di merito) mostra la presenza di gestori di ispirazione cattolica (Fondazione Rui, Fondazione Ceur, Fondazione Tovini, Ipe Napoli, Arces Palermo, eccetera) accanto a enti laici, con la conseguenza che una quota non trascurabile dei posti “riconosciuti” ricade nell’orbita ecclesiale o para-ecclesiale. Insomma, potremmo continuare con altri esempi ma il quadro è chiaro.
Il nodo fiscale e regolatorio resta la principale “zona grigia”. Per gli enti non commerciali l’esenzione Imu sugli immobili ad attività assistenziali-didattiche ricettive è subordinata alla prova che l’attività sia svolta con modalità “non commerciali”. La giurisprudenza ha chiarito che l’agevolazione non scatta automaticamente quando le rette sono pari o inferiori al costo medio annuo e ha più volte escluso l’esenzione se la retta non è “simbolica” (ossia irrisoria e non configurabile come vera controprestazione).
In concreto, molti studentati cattolici applicano canoni tra mercato e “calmierato”, con servizi accessori e regolamenti di vita comunitaria-pastorale; qui la linea tra formazione, comunità e ricettività a pagamento diventa sottile e, senza dati centralizzati su rette e porzioni di immobile effettivamente adibite ad attività non commerciale, il controllo si sposta sui Comuni e sul contenzioso.
La cornice Pnrr, con contributi standardizzati per nuovo posto letto e agevolazioni fiscali sul mutamento di destinazione d’uso, riduce le barriere d’accesso e rende strategica la riconversione degli immobili ecclesiastici dismessi. Ma proprio questa leva impone un controllo pubblico più stringente su tariffazione, criteri di ammissione (merito; Isee; affiliazione) e compatibilità con antidiscriminazione quando sussistono convenzioni con atenei o Dsu (Diritto allo studio universitario).
Del resto un precedente c’è… Ci riferiamo all’annosa questione dell’Ici (Imposta comunale sugli immobili) non versata tra il 2006 e il 2011 da parte di enti non commerciali, per larghissima parte enti ecclesiastici, per le loro attività di natura economica: case religiose, case per ferie, b&b, ostelli, hotel, eccetera. Da anni l’Italia è in contenzioso con la Commissione europea che ha ravvisato nell’Ici non pretesa un aiuto di Stato. Ora la vicenda sembrerebbe essere a un passo dalla conclusione.
Il Dpcm del 30 settembre 2025 ha fissato i paletti per l’avvio della riscossione delle somme. Un’operazione definita “recupero sprint”. Difatti i soggetti interessati dal provvedimento sono stati chiamati a presentare una dichiarazione entro il 30 novembre 2025 e a effettuare il versamento del dovuto entro la fine dell’anno. Si tratta di coloro che, tra il 2012 e il 2013, hanno avuto un’imposta a debito superiore a 50mila euro o che sono stati interessati da un accertamento sempre superiore a 50mila euro annui. Questa soglia è considerata, di fatto, il limite al di sopra del quale si parla di aiuti di Stato.
Secondo un calcolo del ministero dell’economia risalente a una dozzina di anni fa l’Ici 2006-2011 non incassata ammonterebbe a circa 100 milioni l’anno, cioè 700 milioni complessivi a livello nazionale. Ma l’Anci-Associazione nazionale comuni italiani in collaborazione con gli autori del primo ricorso Ue contro l’esenzione Ici per presunta concorrenza sleale verso alberghi, scuole private e case di cura laiche che la tassa l’avevano pagata per intero – l’attuale segretario del Partito radicale ed ex deputato europeo Maurizio Turco, il fiscalista Carlo Pontesilli e l’avvocato Francesco Nucara – ha stimato un importo compreso tra 3,5 e 5 miliardi complessivi.
Siamo dunque nel campo delle ipotesi e mentre andiamo in stampa non è nota la somma precisa che lo Stato andrà a incassare. Nel Dpcm non è specificato alcun ammontare. Al contrario, emerge che la quantificazione precisa dell’importo totale è l’obiettivo finale dell’operazione di recupero, che serve anche a fare chiarezza sulla reale consistenza delle agevolazioni considerate illegittime.
Solo «una volta raccolte queste comunicazioni (da parte degli enti privati interessati dal provvedimento, ndr), sarà possibile quantificare gli importi utilizzati senza averne diritto». In pratica il governo italiano chiede una sorta di confessione a chi sul segreto del confessionale ha costruito il proprio potere non solo religioso ma anche politico ed economico. Stiamo a vedere come finirà.
Federico Tulli
Iscriviti all’Uaar Abbonati Acquista a €2 il numero in digitale
Sei già socio? Entra nell’area riservata per scaricare gratis il numero in digitale!

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.