Quando la salute delle donne deve attendere

La campagna aborto senza ricovero chiede l’applicazione dell’Ivg farmacologica ambulatoriale, sicura e legale, oggi ostacolata da Regioni e obiezione di coscienza, limitando diritti e autodeterminazione. Affronta il tema Elisa Corteggiani sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


Era iniziata nel maggio del 2024 a Roma, a 46 anni dalla legge 194, ed è ripartita lo scorso 27 settembre dal Veneto, a ridosso della giornata internazionale per l’aborto sicuro, la campagna “aborto senza ricovero”, ideata e sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni con l’adesione dell’Uaar e di varie altre realtà associative che si occupano dei diritti alla salute e sociali e della libertà delle donne (Medici del mondo, Medici senza frontiere, Cgil, Uil, Non una di meno).

La legge 194 sancisce in Italia il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e dal 2020 una legge dello Stato rende legale eseguirla per via farmacologica in ambulatorio, anche con autosomministrazione del secondo farmaco a casa propria, ma 17 regioni su 20 non hanno ancora recepito il provvedimento del 2020, svuotando le leggi, nella pratica, delle garanzie per la salute e la libertà di scelta.

La campagna informa e invita tutte le persone, le realtà associative e quelle politiche a chiedere ai Consigli regionali di approvare con urgenza procedure chiare, definite e uniformi per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, garantendo la possibilità di prendere il secondo farmaco a casa.

La procedura farmacologica per l’interruzione di gravidanza (Ivg) prevede l’assunzione di mifepristone, seguito a distanza di 24/48 ore da una prostaglandina, è praticata nel mondo da più di 30 anni ed è supportata da un’ampia letteratura scientifica che ne attesta: l’efficacia, misurata come percentuale di casi di totale svuotamento del contenuto uterino senza necessità di ulteriori interventi; la sicurezza, valutata in base all’occorrenza di complicanze e di effetti collaterali; l’accettabilità, definita in base al giudizio delle donne che ne hanno fatto uso.

A oggi l’Organizzazione mondiale della sanità la indica come metodo di prima scelta per le Ivg effettuate entro le nove settimane.

La procedura farmacologica, a differenza di quella chirurgica, non richiede profilassi antibiotica, evita procedure strumentali all’interno della cavità uterina, che comportano rischi di lesioni cervicali e perforazioni uterine, e non è interessata dai potenziali rischi legati all’analgesia/anestesia connessi alla procedura chirurgica. I potenziali effetti sgradevoli dell’Ivg farmacologica sono a oggi ampiamente descritti in letteratura, grazie alla disponibilità dei dati dei test clinici e della farmacovigilanza, e vengono ritenuti gestibili con una assunzione del secondo farmaco autonoma e informata e la disponibilità di assistenza medica a distanza.

I colloqui con le donne che hanno usufruito delle procedure di Ivg mettono in evidenza un maggiore benessere nei casi di procedura farmacologica rispetto a quelli di procedura chirurgica, una evidente preferenza per l’assunzione dei farmaci in ambienti non ospedalieri e, quando possibile, nel comfort dei propri spazi abitativi. Le ragioni di preferenza hanno a che fare con una cattiva percezione dell’ipermedicalizzazione della procedura, con l’inadeguatezza del contesto di cura fornito dalle strutture ospedaliere per queste procedure, con la non capillare diffusione sui territori delle strutture mediche e spesso anche con la necessità o il desiderio di non sottrarre tempo al lavoro di cura familiare. Tutte ragioni di riflessione.

In Italia l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha espresso nel 2009 parere favorevole all’utilizzo ospedaliero di mifepristone (Ru-486) in associazione a misoprostolo fino alla settima settimana, mentre la legge del 2020 ha reso possibile l’assunzione fino a nove settimane e anche in regime non ospedaliero, rendendo, almeno in linea teorica, l’offerta italiana simile a quella degli altri Paesi europei.

Date le conoscenze scientifico-mediche di cui disponiamo e l’opinione che le donne esprimono, è eticamente e politicamente accettabile che le Regioni non provvedano affinché la procedura abortiva, che è un diritto riconosciuto dalla legge, sia conforme alle migliori procedure di cura della persona, come tutte le prassi mediche dovrebbero essere?

È politicamente ed economicamente giustificato l’impiego di denaro per l’ospedalizzazione non necessaria delle donne che ricorrono all’Ivg?

Nell’incontro del 27 settembre a Padova, la consigliera regionale Elena Ostanel ha evidenziato come alcuni temi legati alle libertà personali, in particolare all’autodeterminazione riproduttiva e al fine vita, siano stati eccessivamente politicizzati e si assista a una polarizzazione del dibattito e delle attività all’interno delle istituzioni che è molto lontana dall’interesse e dal sentire delle persone, proprio mentre è più viva nella nostra società la riflessione e la costruzione di un’etica collettiva in lenta ma inesorabile trasformazione, come attestano le scelte individuali dei più.

Roberto Grendene, segretario dell’Uaar, ha riportato un’analisi chiara delle molteplici situazioni nelle quali l’ingerenza confessionale interviene rendendo di fatto difficile o impraticabile vedersi riconosciuti dei diritti stabiliti dalla legge: quello che non è accettato, viene combattuto impedendone la realizzazione.

Ne sono esempi: il faticoso accesso all’insegnamento a libera scelta alternativo alla religione cattolica; il faticoso accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a causa della diffusa, mai risolta, e spesso addirittura conveniente, obiezione di coscienza; il difficoltoso accesso ai farmaci e ai dispositivi per il controllo delle nascite; la necessità (alla quale raramente si fa fronte) di proteggere da indebite pressioni l’accesso alle strutture sanitarie delle donne che scelgono l’Ivg; la difficoltà a tradurre in una buona legge il sentire comune riguardo al fine vita; fino alla pratica diffusa, di cui si occupa questa campagna, di fornire il servizio abortivo in una modalità non improntata alla cura della persona ma optando per un approccio punitivo e colpevolizzante, quasi a realizzare un maldestro tentativo di deterrenza o una stigmatizzazione di questa scelta.

Come possono le istituzioni riconoscere e supportare le esigenze che le donne esprimono?

A parere di chi scrive tutto il personale sanitario che si occupa di medicina di vicinanza e ginecologia dovrebbe essere formato e tenuto aggiornato riguardo alle caratteristiche e agli effetti dei farmaci abortivi, e a come comunicare in modo adeguato questi contenuti alle donne che ricorrono alle pratiche abortive, facendo ricorso anche a mediatorə culturali, quando questo è utile; mentre le linee guida devono indicare chiaramente il dovere di medici e sanitari di garantire il diritto all’aborto attraverso le migliori procedure di cura della persona, fornendo adeguata informazione e assistenza.

Le Regioni dovrebbero provvedere a organizzare sui territori, soprattutto quelli più isolati, punti di medicina di vicinanza che offrano il servizio di aborto farmacologico e sistemi di telemedicina a disposizione delle donne che ritengano di aver bisogno di assistenza in fase di assunzione autonoma del secondo farmaco; gli stessi potrebbero essere preziosi strumenti di farmacovigilanza utili al miglioramento delle procedure di cura. Localmente dovrebbero essere costruite comunità educanti che operino a più livelli: l’educazione ai diritti e alle pratiche in fatto di Ivg non deve essere evitata ma potenziata e non avere come unica sede immaginabile la scuola, ma estendersi, con i modi e i linguaggi adeguati, a persone di varie età e formazione culturale.

Oggi infatti le Ivg riguardando percentuali comparabili di donne in tutte le fasce di età fertile, sono in aumento tra le donne giovani rispetto alle giovanissime, ma anche tra quelle più vicine alla menopausa, e sono frequenti in donne che hanno già portato a termine gravidanze. Se la scelta abortiva non deve essere stigmatizzata e bisogna parlarne in modo aperto, questo non esclude, e anzi incoraggia, la costruzione di comunità educanti a tutti i livelli che facciano informazione di qualità e supportino le scelte individuali in fatto di prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale, alla programmazione riproduttiva e alla genitorialità consapevole.

Questo non si realizza se si ipermedicalizza il discorso sulla sessualità e si elude il tema del piacere e del rispetto: a oggi molte persone non usano i preservativi perché pensano che comportino una diminuzione del piacere sessuale e molte persone accettano di condividere relazioni sessuali che non abbiano come premessa ineludibile il rispetto della propria salute e della propria autodeterminazione, e quindi il rispetto di se stessi e degli altri.

Se il discorso e le soluzioni non si apriranno ai temi della ricerca del piacere sessuale, del diritto a vivere la sessualità ciascunə nei propri termini, alla parità e al rispetto reciproco nelle relazioni di tutti i tipi, il sesso rimarrà un tabù e l’autonomia sulle decisioni che riguardano il proprio corpo resterà lontana. Risparmiamo quindi i soldi dei ricoveri non necessari e investiamoli in reti di educazione e servizio alle cure, sottraiamo questi temi dalla polarizzazione politica e confessionale e riportiamoli alle esigenze delle persone.

L’invito è esplicito a tutte le lettrici e ai lettori a cercare informazioni su questo tema, a firmare online (go.uaar.it/bewd0vm), a frequentare i banchetti informativi di raccolta firme nella propria città e a organizzarli, magari in cooperazione con le altre realtà associative che sostengono l’iniziativa.

Nel frattempo rimangono in corso, per necessità: le iniziative dell’Associazione Coscioni per una riforma della legge 194 del 1978; tutte le attività dell’Uaar a sostegno di una vita sessuale, relazionale e riproduttiva libera da dogmi e pregiudizi, alla difesa del diritto all’aborto e all’aborto farmacologico; le attività di monitoraggio e le pratiche effettive di garanzia di accesso all’Ivg messe in atto da Medici nel mondo, Medici senza frontiere, sindacati laici; le iniziative pratiche e di sostegno di tutte le realtà impegnate nella difesa della salute delle donne e dei diritti di tutte le persone.

Elisa Corteggiani

 


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