Zone di accesso sicuro per l’aborto

L’Emilia Romagna ha istituito zone di accesso sicuro per le strutture che praticano l’aborto, mentre altre regioni foraggiano e fanno entrare i movimenti no-choice negli ospedali indebolendo la legge 194. Affronta questi temi Daniele Passanante sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


Qualcosa si muove anche da noi sul fronte di una maggiore tutela del diritto all’aborto come da tempo chiede l’Europa. In Emilia-Romagna la Regione ha vietato le veglie dei movimenti antiabortisti vicino agli ospedali. Le associazioni cosiddette pro vita non potranno più manifestare accanto ai luoghi di cura in cui si praticano interruzioni volontarie di gravidanza, per garantire così una maggiore serenità alle donne che hanno deciso di sottoporvisi.

Il 16 settembre 2025 la risoluzione del centrosinistra è stata approvata nell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, non senza polemiche, viste le proteste dell’opposizione e delle stesse lobby integraliste no choice che hanno parlato di “deriva autoritaria” e “progetto stalinista”.

È un piccolo passo verso la civiltà già affrontato dal Regno Unito, nel quale sono state introdotte per legge le safe access zones, zone di accesso sicuro, per evitare che gli attivisti possano provocare allarme o angoscia in chi decide di interrompere una gravidanza. Il provvedimento, approvato dal parlamento britannico all’inizio del 2023, era già entrato in vigore in Irlanda del Nord a settembre del 2023 e in Scozia a settembre 2024. In Gran Bretagna dal 31 ottobre 2024 è quindi considerato reato bloccare l’ingresso degli ospedali, protestare contro l’aborto entro 150 metri dall’ingresso, esporre cartelli o distribuire volantini, infine organizzare veglie e anche pregare in silenzio.

La pratica di manifestare davanti agli ospedali è spesso messa in atto nei Paesi occidentali, inclusa l’Italia, e, secondo i movimenti no choice, avrebbe l’obiettivo di scoraggiare o convincere le donne a non abortire. In realtà si tratta di manifestazioni violente, che hanno il solo risultato di alimentare il fanatismo di chi le mette in pratica. Da anni infatti i raduni degli antiabortisti prevedono rituali nei quali sono esposti cartelloni splatter con immagini di embrioni abortiti o si mostrano, tra santini e statue di madonne, striscioni e slogan contrari alla 194.

Il movimento No194 ogni primo sabato dei mesi dispari si riunisce davanti ai principali ospedali italiani con questo tipo di manifestazioni. Pratiche condivise dalla chiesa cattolica e in particolare dai vescovi della Cei che a supporto delle iniziative per abolire la legge e della proposta di un referendum abrogativo ha scritto ai promotori: «Il Magistero della Chiesa sul doloroso problema dell’aborto richiede indubbiamente consapevolezza e impegno da parte di tutti i cattolici nel contrastare tale pratica, inaccettabile in quanto contraria al valore primario e irrinunciabile del rispetto di ogni vita umana fin dal concepimento.

La vostra iniziativa si colloca in questo quadro di impegno condiviso, ritenendo di poter individuare nella via referendaria lo strumento più appropriato, nonostante i ben noti esiti sfavorevoli di analoghe precedenti iniziative». Lo si legge sul sito No194.org che se ne fregia pubblicando la lettera, datata 2013, del segretario generale della Cei Mariano Crociata a nome dell’allora presidente, cardinale Angelo Bagnasco.

Lo stesso endorsement resta valido anche con la nuova gestione della Conferenza episcopale del cardinale Matteo Maria Zuppi. Anche il nuovo presidente della Cei ha infatti sottolineato come la Chiesa si senta vicina al Movimento per la vita supportando per esempio la campagna “Un cuore che batte”, che mira a far sentire il battito del feto alla madre in caso di aborto.

Dopo che negli Usa il diritto costituzionale a interrompere una gravidanza è stato revocato nel 2022 a livello federale, in Europa il dibattito si è acceso e da parte dell’Ue vi è un forte sostegno per il diritto all’aborto sicuro e legale, come espresso in risoluzioni che ne chiedono l’inserimento nella Carta dei diritti fondamentali e invitano gli Stati membri a depenalizzare completamente l’interruzione di gravidanza.

Dall’Europa è arrivato il sostegno finanziario all’iniziativa dei cittadini “My voice, my choice” che ha raccolto 1.224.998 firme, il 122,5% di quelle necessarie per chiedere che chiunque nell’Ue possa avere accesso a cure abortive sicure, a prescindere da chi sia o da dove provenga. La legge di iniziativa popolare presentata all’esecutivo comunitario con titolo “La mia voce, la mia scelta: aborto sicuro e accessibile” ha quindi soddisfatto i requisiti per essere ammessa.

Due Paesi come Francia e Spagna hanno deciso di inserire il diritto all’aborto nella Costituzione. Mentre la Francia dal 4 marzo 2024 è diventata il primo Stato al mondo ad avere una Costituzione che tutela il diritto all’aborto, in Spagna l’attuale governo di Pedro Sánchez ha annunciato una proposta di riforma costituzionale per includere esplicitamente questo diritto e garantirlo a livello fondamentale. Ma in Europa, tra i Paesi membri che ritengono l’aborto illegale resta soltanto Malta. Mentre tra i Paesi non membri dell’Ue ci sono il piccolo principato di Andorra e naturalmente il Vaticano.

Anche in Polonia dall’inizio del 2021 una legge vieta quasi totalmente l’interruzione di gravidanza e nel 2022 è stato istituito un registro che include informazioni sulle gravidanze. Interventi che destano preoccupazioni rispetto a una nuova stretta sui diritti delle donne. Nel mondo sono invece ancora più di 20 gli Stati in cui l’aborto è vietato e considerato illegale.

Intanto in Italia le politiche di estrema destra provano a erodere in tutti i modi la legge 194 del 1978 insinuandosi nelle scelte sul corpo delle donne. In Piemonte, per esempio, l’assessore alle politiche sociali Maurizio Marrone (Fdi) della giunta regionale di Alberto Cirio, ha incrementato di anno in anno lo stanziamento di denaro pubblico ai movimenti antiabortisti.

Da un sostegno di oltre 400mila euro negli anni passati si è passati a 1 milione di euro nel 2024 e in previsione addirittura 1,6 milioni nel 2025. Il fondo Vita nascente, l’iniziativa della Regione Piemonte che dice di «sostenere concretamente le donne in difficoltà che stanno per diventare mamme o lo sono appena diventate» (come si legge sul sito www.regione.piemonte.it), è stato istituito con un’apposita legge regionale, la numero 6 del 2022.

All’articolo 19 prevede l’erogazione, in seguito a una procedura di bando pubblico, di contributi finalizzati alla promozione e realizzazione di progetti mirati al superamento delle cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. A chi sono destinati i fondi? Naturalmente alle associazioni e ai movimenti fondamentalisti filocattolici che si battono contro la legge 194.

La Regione Piemonte ha istituito inoltre la Stanza dell’ascolto, un luogo all’interno dell’ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna di Torino. La stanza è rimasta attiva per un paio di anni, gestita gratuitamente dal Centro di aiuto alla vita e movimento per la vita “Giuseppe Foradini” di Rivoli, ed è stata chiusa da una storica e recente sentenza del Tar in seguito al ricorso dell’associazione “Se non ora quando?” insieme alla Cgil.

«Le motivazioni della sentenza sono importanti – spiega Laura Onofri, presidente di “Se non ora quando?” di Torino – Il Tar riconosce l’incompatibilità di un servizio delicato di ascolto e di assistenza previsto dalla 194, ma dato in gestione a un’associazione che ha all’interno della proprio statuto il contrasto alla 194, che è una legge dello Stato. Un’associazione che contrasta la legge 194 non può quindi assumere un servizio così delicato previsto all’interno della legge stessa».

Le motivazioni della sentenza, secondo “Se non ora quando?”, sono applicabili anche al provvedimento regionale “Fondo di vita nascente” e possono mettere in dubbio la legittimità del bando stesso e quindi i 4,1 milioni di euro finora erogati. Il Tar ha rilevato che non c’è stata alcuna verifica della struttura operativa, delle risorse umane e materiali o dell’esperienza e formazione dei volontari per garantire un servizio che dovrebbe informare le gestanti su quanto prevede la 194.

L’aspetto più rilevante della sentenza riguarda infatti l’incompatibilità ideologica. L’adesione dell’associazione al Movimento per la vita si pone in contrasto con le finalità della legge 194, dato che lo statuto di questo movimento contempla l’opposizione alla legge stessa e a ogni provvedimento che voglia introdurre e legittimare pratiche abortive. Con quale imparzialità possono dunque garantire un servizio di ascolto adeguato?

E in che modo il servizio può essere improntato al rispetto della libertà di scelta e di autodeterminazione della donna previsto dalla legge? Infine il Tar ha rilevato una violazione dei principi di trasparenza e imparzialità: le associazioni sono state indicate senza valutare alternative possibili. Non c’è stata alcuna procedura comparativa come invece prevedono i principi di trasparenza e parità di trattamento che devono seguire le pubbliche amministrazioni.

Abbiamo provato a dare diritto di replica sia all’assessorato alle politiche sociali, sia all’associazione Movimento per la vita di Rivoli ma il risultato è stata una vera e propria omertà istituzionale: dalla Regione non è arrivata alcuna risposta, nonostante numerosi solleciti, mentre il presidente dell’associazione Claudio Larocca che in un primo momento si è dimostrato disponibile a fornire i dati, non appena ha saputo che quest’articolo sarebbe stato pubblicato sulla rivista dell’Uaar ha risposto: «Perfetto. Allora mi dispiace ma non sono interessato».

L’associazione Cav di Rivoli non rende pubbliche le relazioni sul bilancio dal 2021. Secondo i documenti pubblici scaricabili dal Runts, il Registro unico nazionale del terzo settore, è passata da un contributo proveniente da enti pubblici pari a zero nel 2021 a 58mila e 750 euro nel 2024. Se formalmente la gestione della stanza doveva essere gratuita, l’associazione ha comunque ricevuto ingenti stanziamenti pubblici.

In seguito alla sentenza del Tar l’assessore Marrone ha dichiarato che la stanza sarebbe stata comunque riaperta, ma finora non è stata attivata per gestirla alcuna convenzione. Attualmente la stanza è chiusa ed è stata una vittoria importante.

Da segnalare l’iniziativa di un gruppo di associazioni che si sono messe insieme per ribadire come dovrebbe svolgersi idealmente il percorso di interruzione volontaria di gravidanza in base alla legge vigente in Italia, la 194 del 1978. Si tratta del progetto “Ivg senza ma” che ha anche un sito ufficiale www.ivgsenzama.it dal quale è possibile scaricare la guida La tua scelta zero ostacoli. Guida pratica al tuo aborto libero e informato.

L’opuscolo nasce da un progetto realizzato da una rete informale a cui partecipa l’Uaar assieme ad Agedo nazionale-associazione di genitori, parenti e amici di persone Lgbt+, Aidos-associazione italiana donne per lo sviluppo, Civiltà laica, Laiga-libera associazione italiana ginecologi per applicazione legge 194, Obiezione respinta, Period think tank, Pro choice-rete italiana contraccezione aborto, Ru2020-rete umbra per l’autodeterminazione, Se non ora quando? Torino e Udi-unione donne in Italia. Una ventata di aria fresca contro gli oscurantismi che da sempre colpiscono le donne.

Daniele Passanante

 


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