The Bear è una serie ambientata nel cinico mondo della cucina: non parla di cibo ma di persone sotto pressione, di una comunità che resiste senza dio – e dove la religione è solo un contorno. Una riflessione di Micaela Grosso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nel cuore nevrotico della Chicago “da mangiare”, tra turni che trasbordano nel giorno successivo e cucine che sembrano campi di battaglia, The Bear racconta alle spettatrici e agli spettatori l’epopea sgangherata e profondamente umana di persone che si (trat)tengono insieme — non di certo perché qualcuno lo abbia ordinato “dall’alto”, ma perché non hanno altra scelta. La serie racconta la storia di una comunità che, pur cresciuta in quartieri in cui quasi ogni casa ha almeno un crocifisso o una Madonnina, sceglie di affrontare la vita senza dipendere dalla trascendenza.
Negli episodi, stagliati sullo sfondo di una cultura italiana-americana cattolica affiorante quasi ovunque – dai saluti al linguaggio, dalla cucina ai grani di rosario che fanno capolino nei mobili di casa – la religione non è mai protagonista attiva della redenzione; è presente, sì, come tappezzeria culturale e in qualità di lessico emotivo. Ma poi, nella sostanza delle cose – a proposito di gestione del dolore, del trauma e del caos quotidiano – non è a Dio che ci si rivolge. Le rare volte in cui lo si fa, è con la stessa urgenza disillusa con cui si cerca l’aiuto di un restaurant manager assente.

C’è una scena nell’ultima stagione che, senza alzare la voce, racconta moltissimo su cosa significhi vivere una vita senza tregua, talmente piena di pressione da cancellare persino la distinzione tra ieri e oggi.
Il protagonista, il giovane chef Carmy, sta parlando con Richie, suo collega e parente; dopo un turno di lavoro estenuante gli dice: «Ci vediamo domani». E Richie, asciutto, lo corregge: «Oggi». Carmy si ferma, interdetto: «Come?». Richie: «Oggi è già domani, cugino».
C’è da constatare che il tempo, in The Bear, si piega sotto il peso della stanchezza e dell’ansia da prestazione. Il futuro, il giorno dopo, non arriva mai come salvezza, ma come ulteriore fatica, una prosecuzione brutale del turno precedente. In un’atmosfera così pesante non ci si può certo salvare con l’attesa messianica perché ovunque, ma soprattutto qui, i miracoli non arrivano mai. Oppure se arrivano hanno l’odore del pane appena sfornato e il volto paonazzo di chi ha passato dodici ore no-stop davanti ai fornelli.
Il già citato Richie, tra tutti, è forse il personaggio che più incarna il paradosso di una spiritualità impossibile, sospesa. È un ragazzo sboccato, incoerente, reattivo, sopra le righe. Uno che ascolteresti a malapena in confessionale, ammesso che ci entri. Eppure è lui, una sera, forse per disperazione, a chiudere gli occhi e mormorare tra sé — con più sarcasmo che fede, con più paura che speranza: «Ti prego aiutami col ristorante. Se è fottuto, sono fottuto anche io. Ti prego aiutami almeno tu. Amen».
Non è una preghiera rituale, è un’invocazione che non ha forma né sostanza. Non è nemmeno indirizzata a un Dio con nome proprio: è più simile a un sos gettato nella notte, un’implorazione svuotata di struttura e piena solo d’urgenza. Richie affida le sue cure non tanto al divino quanto a una vaga entità che potrebbe anche coincidere, eventualmente, con un capocuoco capace. Dio è interpellato senza speranza come ultimo tentativo, come customer service quando hai finito le soluzioni. Chiamarlo scetticismo residuo sarebbe generoso: è piuttosto un pragmatismo esasperato in forma religiosa, più legato al desiderio umano di “averle provate tutte” che a una vera devozione.
Quello che The Bear dimostra con lucidità quasi antropologica è che perfino in contesti fortemente permeati da simboli religiosi, la faticosa pratica reale dell’esistenza quotidiana può essere radicalmente secolare. Non si tratta di rifiutare Dio: semplicemente, non c’è tempo per preoccuparsi anche di queste sciocchezze. Quando ogni giorno è un esame di resistenza emotiva, quando la posta in gioco non sono le istanze connesse all’anima, ma la tenuta da parte di una brigata troppo fragile per i sogni e troppo orgogliosa per fallire, la spiritualità diventa un possibile effetto collaterale del vivere, non una fonte a cui attingere.
In questo senso i protagonisti Carmy, Sydney, Marcus, Tina, Richie non redimono sé stessi nonostante la mancanza di religione, ma proprio attraverso l’assenza di essa. Ogni loro piccolo o grande gesto – dal dosare il lievito al tenere a freno la rabbia – è una forma di cura che non ha bisogno dell’etichetta di sacro per essere vitale.
Il “cugino” Carmy, il protagonista, apprende, comprende via via a sue spese. Ha tentato di fuggire dal caos, tornando però al caos; lì dentro, però, ha trovato qualcosa che somiglia a una comunità tutt’altro che perfetta, spesso ostile, ma reale. Nessuno qui prega per cambiare il proprio destino ma ognuno si spinge avanti, centimetro per centimetro, sporcandosi le mani e stringendo i denti. In The Bear si chiede aiuto, ma mai perdono e non c’è colpa, c’è solo fatica.
In questo scenario, il religioso — quando appare — sembra ridursi a funzione narrativa marginale, quasi decorativa: è il decoro vuoto degli ambienti familiari, la lingua madre mai più parlata davvero. Persiste nell’inconscio culturale, ma non orienta più le scelte né le emozioni. La forza propulsiva viene da altri motori, come il legame, la resilienza, l’impegno che ci si prende l’un l’altro nel mezzo del caos.
Tornando a Richie: la sua preghiera goffa è emblematica. Non è un atto di fede, ma una checklist mentale, l’equivalente di controllare se hai chiuso bene il freezer. «Hai fatto tutto quello che potevi? Hai chiamato Dio? Ok, fatto anche quello. Ora puoi andare avanti».
Potremmo dire che The Bear ci serve in tavola una forma di religiosità involontaria, con effetti quasi comici. Una forma di religiosità che non è più un rapporto con il sacrale, ma una reminiscenza pseudo-tecnica, funzionale come la scelta del coltello giusto per disossare una spalla d’agnello. Ed è proprio qui, forse, che si fa spazio una verità inattesa: non c’è niente di più umano del tentativo di dare senso anche quando il senso manca. E se la fede arriva, arriva solo come metafora: non da celebrare, ma da provare, come l’ennesima ricetta che forse stavolta, chissà, magari funzionerà.
In fin dei conti, The Bear è il racconto di una società dove Dio non è morto, ma non è più necessario. Un contesto in cui l’amore, la fraternità e la rinascita esistono sì, ma si originano dal basso: arrivano da una mise en place ben fatta, da una discussione evitata per stanchezza, da un piatto servito nelle corrette tempistiche o dal tentativo accorato e sincero di non far crollare tutto anche quando tutto, internamente, sta già crollando.
Se c’è una morale in questa storia, non la si rintraccia certo nelle scritture sacre o nelle sante parole di qualcuno, bensì nel silenzio della cucina a fine turno, nell’attimo in cui non resta più niente da dire e solo l’odore del pane testimonia che qualcosa, nonostante tutto, è stato fatto con amore.
Forse è proprio in quell’attimo, in quella stanchezza che non cerca salvezza ma solo comprensione e condivisione che il sacro trova il suo vero significato, senza alcun ricorso a Dio.
Micaela Grosso
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