La vicenda della “famiglia nel bosco” ha diviso l’opinione pubblica e ha fatto emergere alcune problematiche di uno stile di vita “alternativo”. Affronta il tema con lucidità laica Micaela Grosso sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nel settembre 2024, nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, una famiglia anglo-australiana ha vissuto un’esperienza divenuta celebre. Parliamo di una vicenda che ha spaccato in due l’opinione pubblica e che avrebbe dovuto far riflettere chiunque sul confine tra scelte di vita alternative e negligenza: tutti e cinque i membri del nucleo familiare sono finiti in ospedale per intossicazione da funghi velenosi.
Il 23 settembre, dopo aver consumato un pranzo a base di russule raccolte nel bosco, l’intera famiglia ha accusato sintomi, gravi, di avvelenamentoì. I tre bambini, di età compresa tra i sei e gli otto anni, sono caduti in preda agli spasmi. Ma il dettaglio più agghiacciante è un altro: i genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, non hanno chiamato il 118, ma a farlo è stato – per fortuna – un amico che li ha trovati in quelle condizioni. Quando i primi soccorritori sono arrivati sul posto, le condizioni di Catherine erano talmente serie che è stato necessario interpellare l’elisoccorso. L’intera famiglia è stata divisa e trasportata in due ospedali diversi, a Chieti e Vasto, dove solo grazie alle lavande gastriche si è evitato il peggio.

I funghi responsabili dell’avvelenamento erano due tipi di russule tossiche e in parte velenose: la Russula torulosa e la Russula emetica, che ai non esperti appaiono simili ad altre russule commestibili. Una dimostrazione plastica di come in realtà non necessariamente chi si proclama “figlio della natura”, come i due genitori della famiglia in questione, sia competente in materia di natura stessa o conosca adeguatamente ciò che raccoglie e mangia.
Nelle settimane successive, Catherine ha cercato di minimizzare l’accaduto sostenendo si fosse trattato «solo di indigestione», una versione che stride drammaticamente con la necessità di un intervento tempestivo e lavande gastriche d’urgenza. Eppure, da questa vicenda che grida trascuratezza, è nato uno dei casi mediatici più grotteschi e rivelativi dell’Italia contemporanea, capace di trasformare due adulti che hanno messo a rischio la vita dei propri figli in simboli romantici di una purezza perduta.
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno scelto di vivere in un rudere fatiscente privo di acqua corrente, elettricità, gas e servizi igienici interni. Il loro bagno interno era stato trasformato in un bagno a secco esterno «per adeguarlo a modalità di vita rispettose dell’ambiente», secondo quanto riportato dal sindaco di Palmoli. Acqua non potabile prelevata da un pozzo, un pannellino fotovoltaico per affrontare gli inverni rigidi dell’Appennino abruzzese, neanche l’ombra di socializzazione per i bambini e istruzione parentale in una famiglia in cui, come emerso successivamente, i genitori stessi hanno ammesso di non aver compreso l’ordinanza del tribunale perché «scritta in italiano». Recentemente, a dirla tutta, si sarebbe scoperto che i bambini sono addirittura analfabeti.
I Trevallion vivono una sorta di religione di Madre Natura ma, come visto, evidentemente non la conoscono così bene. Soprattutto non conoscono i funghi che raccolgono e che poi danno da mangiare non solo a sé stessi, ma anche ai propri figli. Ma invece di sollevare interrogativi sulla capacità di questi genitori di proteggere i propri figli, in Italia è scattato il riflesso condizionato dello scandalo al contrario: «Poveri, puri, senza smartphone, lontani dalla scuola che forma automi». La narrazione perfetta per chi non ha letto una riga degli atti processuali ma ha già pronta la propria opinione preconfezionata, condita di antimodernismo e diffidenza verso lo Stato.
Sull’avvelenamento è partita la prima indagine dei carabinieri, che hanno poi allertato i servizi sociali aprendo la trafila giuridica approdata al Tribunale dei minorenni dell’Aquila. Quando i servizi sociali, colpevolmente impegnati a fare il proprio lavoro, sono intervenuti, hanno scoperto un quadro preoccupante: oltre alle condizioni abitative inadeguate, i bambini non avevano un pediatra di riferimento, non erano completamente vaccinati (pur avendo ricevuto, pare, alcune vaccinazioni alla nascita) e vivevano in una situazione di «sostanziale abbandono» secondo le relazioni ufficiali. Il Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha quindi disposto l’allontanamento dei tre bambini, che sono stati trasferiti in una comunità educativa insieme alla madre per un periodo di osservazione.
La risposta dell’opinione pubblica italiana è stata immediata e spettacolare: petizioni, video virali sui «ladri di figli», teorie complottiste su presunte lobby dell’eolico che vorrebbero espropriare il terreno e ovviamente l’immancabile intervento della politica.
Matteo Salvini, leader della Lega e vicepremier, ha cavalcato la vicenda con la sua consueta, raffinata sensibilità istituzionale e ha dato il suo prezzo definendo l’accaduto «un sequestro di tre bambini portati via in maniera indegna» e concludendo con un postscriptum significativo: «Assistenti sociali, avvocati e giudici sono sempre attesi nei campi Rom abusivi di tutta Italia». Un delicatissimo paragone razzista che rivela l’approccio selettivo alla legalità: famiglia bianca anglo-australiana in condizioni igieniche precarie? Eroi da difendere. Rom nelle stesse condizioni? Problema da sgomberare.
Mentre dilagavano i video romantici della famiglia felice intorno alla tavola (perché, come ci insegna il caso Franzoni, le foto sorridenti prima di una tragedia non significano nulla), emergevano dettagli inquietanti della vicenda. Durante i tentativi dei servizi sociali di garantire assistenza sanitaria ai bambini, Nathan Trevallion ha avanzato una richiesta che definire arrogante è riduttivo: 50.000 euro per ogni figlio, per un totale di 150.000 euro, come “garanzia” per permettere visite mediche, prelievi del sangue e una valutazione neuropsichiatrica infantile.
Stando all’opinione del sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, questa richiesta è stata avanzata «in maniera provocatoria», ma rivela un atteggiamento di fondo profondamente problematico: i genitori hanno sistematicamente rifiutato ogni forma di collaborazione con i servizi sociali, impedendo l’accesso all’abitazione e il contatto diretto con i minori. Avevano concordato un percorso condiviso con il Comune per la ristrutturazione della casa, visite sanitarie e incontri psico-educativi settimanali, ma hanno successivamente dichiarato di «non essere più interessati».
Ed ecco il colpo di scena finale: di fronte alla prospettiva di perdere i figli, la comunità locale si è mobilitata. Giuseppe Masciulli ha offerto gratuitamente alla famiglia un’abitazione in paese con tre camere da letto, cucina, soggiorno, due bagni completi, tutte le utenze, riscaldamento a metano e caminetto a legna. Si è organizzata una colletta per ristrutturare il casolare nel bosco. La famiglia ha accettato entrambe le offerte.
Il paradosso è stridente: in un Paese che manca di asili nido e fondi essenziali, si materializza magicamente un casale gratuito per chi ha rifiutato ogni aiuto istituzionale e messo a rischio la vita dei propri figli. Questa è, chiaramente, la solidarietà selettiva dell’Italia delle emergenze emotive, che ignora sistematicamente le povertà quotidiane ma si commuove per i “pionieri del niente” purché abbiano la pelle del colore giusto.
Secondo quanto circolato nel dibattito pubblico, Catherine Birmingham si presenterebbe come “curatrice” e guida spirituale, offrendo servizi di “healing” e consulenze che spaziano dalla rielaborazione di traumi alla guarigione energetica sino a giungere alla capacità di rintracciare animali smarriti, in un catalogo che mescola lessico pseudoscientifico e pratiche esoteriche.
Il contrasto con la retorica anti-sistema sarebbe evidente: mentre si celebrava la vita essenziale nei boschi lontana dalle “perversioni del mondo moderno”, si utilizzerebbero piattaforme digitali e sistemi di pagamento elettronico per monetizzare servizi non sottoposti ad alcun controllo deontologico o scientifico. Da un lato si rifiuterebbero vaccini e pediatri, dall’altro si sfrutterebbe internet per vendere “guarigioni” che si collocano fuori da ogni verifica.
La vicenda solleva interrogativi scomodi. Perché due australiani hanno scelto di vivere questa vita “naturalistica” proprio in Italia e non in Australia, dove le normative sulla tutela dei minori avrebbero probabilmente posto limiti più stringenti fin dall’inizio? Perché chi predica il ritorno alla natura e la vita senza contaminazioni poi usa smartphone e computer per lavorare online? E soprattutto: perché chi non riesce a comprendere un’ordinanza in italiano si arroga il diritto di fare istruzione parentale ai propri figli, e poi non è nemmeno in grado di alfabetizzarli?
La realtà è che la “famiglia nel bosco” è diventata uno specchio deformante delle contraddizioni italiane: l’antimodernismo ideologico, la diffidenza verso le istituzioni, il razzismo selettivo, la tendenza a trasformare ogni vicenda giudiziaria in una battaglia ideologica senza conoscere gli atti. Nel frattempo, i protagonisti di questa storia hanno ora accettato di vaccinare i figli e di permettere un’insegnante per l’istruzione domiciliare, dimostrando che forse non erano poi così contrari alla modernità quando il prezzo da pagare si fa concreto.
Ora che la famiglia Trevallion-Birmingham ha ottenuto un’abitazione gratuita e la comunità si è mobilitata per ristrutturare la loro proprietà, forse è il momento di chiedersi: quante altre famiglie in difficoltà, italiane, senza l’aureola romantica del “ritorno alla natura” e senza il privilegio della pelle bianca, avrebbero ricevuto lo stesso trattamento? La risposta, purtroppo, la conosciamo già. E dice molto di più sulla società italiana di quanto qualsiasi discorso sul “buon selvaggio” potrebbe mai rivelare.
Micaela Grosso
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