L’Italia rimane uno dei paesi più conservatori sul fronte dell’educazione sessuale e affettiva, anche a causa di una classe politica clericale che frena qualsiasi innovazione. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Esattamente sessant’anni fa, la redazione del giornalino del liceo Parini di Milano decideva di pubblicare un’inchiesta intitolata Cosa pensano le ragazze d’oggi. Le ragazze di allora, come quelle di oggi, pensavano ovviamente tante cose, e su tanti argomenti. Pensavano, per esempio, alla sessualità, e all’esperienza (e prima ancora alla conoscenza) della stessa. Che al tempo, Dc imperante, era tuttavia un argomento tabù.
La zanzara, così si chiamava quel giornalino, invece ne scrisse. E apriti cielo. Per essere più precisi, ad aprirsi in tutta la sua ampiezza fu la reazione cattolica, e in particolare quella di Gioventù studentesca (l’antenata di Comunione e liberazione). Alcuni suoi esponenti denunciarono i giovani autori del reportage. I quali furono portati in questura e fu chiesto loro di spogliarsi, onde consentire agli inquirenti di sincerarsi de visu delle loro «tare».

Il Paese si spaccò in due, la politica anche: Dc e Msi da una parte, i partiti laici di centro e di sinistra dall’altra. I tre studenti furono in seguito assolti dall’accusa di «corruzione di minorenni». E la vicenda contribuì, prima del ʼ68, a far fare un passo avanti a una società italiana ancora fortemente bigotta.
Dieci anni dopo, ovvero cinquant’anni fa, uscì un romanzo, opera di due giovani autori di sinistra, Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, sotto lo pseudonimo di Rocco e Antonia. Aveva un taglio decisamente politico ma entrava anche nei dettagli – molto nei dettagli – dei rapporti tra due liceali. Si intitolava Porci con le ali e generò anch’esso un fragoroso scandalo. Ne fu tratto pure un film, che inizialmente fu sequestrato per oscenità. Il censore era il magistrato Claudio Vitalone, che due anni dopo diventò senatore Dc – corrente andreottiana.
In quello stesso decennio, ma sull’altro versante politico (quello della destra non bigotta, ma cafona), prendeva piede il filone della commedia erotica all’italiana. Si giravano e proiettavano a go-go film pruriginosi in cui abbondavano le scene riprese dal buco della serratura o sotto la doccia, e in cui imperversavano attrici svedesi quali Janet Agren, Anita Strindberg, Marina Lotar, Ewa Aulin.
Si andava in tal modo plasmando un immaginario collettivo già solleticato nel decennio precedente da Anita Ekberg ne La dolce vita, e che a quanto pare perdura tuttora: vox populi vox dei, «le nordiche la danno via facilmente». Se il cammino della liberazione sessuale degli italiani (e soprattutto delle italiane) continua a restare impervio, Italians do it better, sostiene qualcuno, che spera invece che nell’immaginario collettivo delle straniere ci sia Rocco Siffredi.
Sempre mezzo secolo fa, in un’epoca che ci appare sia molto lontana, sia molto vicina, una ventiduenne aveva il coraggio di scrivere un libro dal titolo inequivocabile: Aborto: facciamolo da noi. Si chiamava Eugenia Maria Roccella ed era un’attivista radicale. Poi ebbe una conversione a U – o a croce. Al punto che nel 2007 fu portavoce del Family day. Rientrata in politica nel partito postfascista di Giorgia Meloni, nel 2022 è diventata ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità.
Tra le sue tante dichiarazioni contro la libertà, contro il sesso, contro i diritti delle donne e dei gay, nelle settimane scorse ha rilasciato anche questa: «Non c’è correlazione tra l’educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne. Lo vediamo nei Paesi dove da molti anni [l’educazione sessuale a scuola] è un fatto assodato, come per esempio la Svezia. La Svezia ha più violenze e femminicidi di noi».
Confermando di avere un certo coraggio, Roccella l’ha affermato in occasione di una conferenza internazionale dedicata al contrasto del femminicidio. Nello stesso evento il ministro della giustizia Carlo Nordio ha sostenuto che il maschio non accetta la parità perché «nel suo codice genetico trova sempre una certa resistenza» (corsivo mio). E pazienza se il maschilismo imperversa soprattutto tra gli elettori che lo hanno portato al potere.
Il “paradosso nordico” evocato da Roccella, ovvero gli alti indici di violenza domestica contro le donne nelle società scandinave, è però un dato di fatto, su cui si dibatte da almeno dieci anni.1 Ed è opportuno chiarirne qualche aspetto. È vero che in Italia il numero di femminicidi non è più alto di altri Paesi più “civili”. Ed è vero che, quando invece si guarda alle violenze (sessuali e no) nei confronti delle donne, le nazioni scandinave escono peggio dal confronto.2 Ha dunque ragione Roccella?
Il quadro, in realtà, è molto più complesso. Innanzitutto, non è dimostrato che la Svezia abbia un numero di femminicidi maggiore dell’Italia. Per quanto vi siano enormi difficoltà nella raccolta dei dati (spesso non omogenei), forti variazioni degli stessi da un anno all’altro, differenti tempistiche processuali, talvolta contraddizioni tra fonti inerenti i medesimi Paesi, a guidare la mortificante classifica ci sono semmai gli Stati baltici, che hanno storie e società molto diverse da quelli scandinavi. In secondo luogo, l’incidenza dell’assassinio di donne sul totale degli omicidi è in crescita, così come sono proporzionalmente in crescita quelli in ambito domestico.3
L’aspetto però più preoccupante è che la ministra, animata probabilmente dall’intenzione di sfruttare una “vetrina” contro il femminicidio per attaccare l’educazione sessuale, si è basata su due falsi assunti: l’educazione sessuale non ha infatti come unico scopo quello di impedire la violenza sulle donne, e non è nemmeno l’unico strumento utilizzabile per limitarla. E guarda il caso, strada facendo Roccella si è anche dimenticata tutti gli altri indici in cui l’Italia finisce dietro (talvolta enormemente dietro) i Paesi nordici:
- il benessere è maggiore, e le donne ne usufruiscono proporzionalmente di più;
- lo stesso accade per la libertà personale;
- il gender gap è incomparabilmente inferiore rispetto a quello italiano;
- esiste una maggior consapevolezza dei propri diritti da parte delle giovani e delle donne;
- le società sono meno stereotipate e più rispettose dei diritti delle donne (e non solo);
- sono state minimizzate le gravidanze adolescenziali e le malattie trasmissibili;
- l’accesso alla contraccezione è più semplice;
- il rapporto con la pornografia è molto più informato;
- la partecipazione femminile al mondo del lavoro (e alla conseguente indipendenza economica) è incomparabilmente più elevato;
- i cittadini e le cittadine si dichiarano più felici;
- e, soprattutto, il tema del consenso è una faccenda presa molto seriamente e la gran parte delle svedesi sa come farlo valere.4
Tale elenco (parziale) è la motivazione per cui si usa, per l’appunto, la parola “paradosso”: già da solo, basterebbe e avanzerebbe a giustificare l’introduzione obbligatoria dell’educazione sessuale in ogni scuola di ordine e grado. Questo contesto profondamente differente dal nostro conduce quindi anche a una maggior facilità nel denunciare le violenze subite, e dunque a una maggior numerosità delle stesse.
È in effetti un paradosso, ma opera nella direzione opposta rispetto a quanto sostenuto dalla ministra. Ne trova una conferma il recente caso del principe norvegese Hoiby, che è finito sotto processo per una lunga lista di denunce di stupro e aggressioni, mentre in Italia non è mai stato denunciato un solo vescovo. Per usare un altro paragone: nell’indice della criminalità compilato dal Sole 24 Ore, la provincia di Rimini si è piazzata al quinto posto, e Palermo al ventiquattresimo. Forse la Romagna, a vostra insaputa, è finita nelle mani della delinquenza organizzata? No: molto semplicemente, la classifica è basata sul numero di denunce presentate.5
Tra l’altro, il nostro Paese presenta il secondo dato più basso d’Europa per incidenza degli omicidi sul totale della popolazione: ciononostante, la nostra società è decisamente diversa in termini di sicurezza dalla nazione che occupa il primo posto, ovvero il Lussemburgo.6 La destra lamenta costantemente un deficit di sicurezza nella penisola: perché lo fa, se le statistiche le danno torto? Perché è chiaro che il numero non dice tutto, se non si analizzano tutte le variabili in gioco.
Ebbene, quando lo si fa, emerge che gli «studi statisticamente costruiti con questi livelli di accuratezza hanno sempre documentato i benefici dell’educazione sessuo-affettiva nella costruzione di relazioni sane, paritarie ed egualitarie». E questo in differenti Paesi, non solo in Scandinavia. Per contro, «è dimostrato che laddove la sopraffazione maschile sulle donne è presente in modo sistematico ed è normalizzata, gli esiti più estremi della violenza sono più rari, perché le vittime sono scoraggiate dall’idea di ribellarsi e separarsi dal partner».7 Anche la fiducia nelle istituzioni, soprattutto quelle incaricate di assicurare la giustizia, svolge un ruolo positivo. Ora domandatevi se è maggiore in Italia, oppure in Svezia.
Non che non esistano problemi. Sette anni fa, il governo (di sinistra) ha speso una somma ingente per realizzare video in diverse lingue allo scopo di far comprendere agli immigrati – e soprattutto alle immigrate – non solo la legge del Paese in materia sessuale, ma anche parecchi altri aspetti della sessualità stessa. Definiamoli, per semplicità, “corsi di aggiornamento”.
E rimane difficile comprendere le cause profonde della persistenza del fenomeno. Gracia e Merlo, coloro che hanno coniato l’espressione “paradosso nordico”, hanno avanzato l’ipotesi che i valori elevati di violenza domestica registrati nelle società scandinave possano essere dovuti anche a una pulsione “vendicativa”, in reazione diretta alla maggior libertà conquistata dalle donne, che avrebbe eroso i tradizionali ruoli di potere ricoperti dai maschi.8 Se la teoria fosse confermata, costituirebbe un ulteriore cortocircuito nella demonizzazione praticata da Roccella e dal governo a cui appartiene.
E non solo da loro. L’educazione sessuale onnicomprensiva (Comprehensive sex education) è un programma dell’Unfpa, l’Agenzia di salute sessuale e riproduttiva dell’Onu, ed è promossa anche da altre agenzie delle Nazioni Unite come l’Unesco e l’Oms. A combatterla, in sede internazionale, ci sono soprattutto i Paesi a maggioranza musulmana, oltre (non poteva mancare) allo Stato della Città del Vaticano.
Non è dunque affatto sorprendente che, da un lato, secondo un sondaggio condotto da Ipsos per Save the children, una percentuale di genitori superiore al 90% chiede che l’educazione affettiva e sessuale sia materia obbligatoria a scuola;9 e che, dall’altro, l’Italia sia una delle sette nazioni dell’Unione europea in cui ancora non lo è. Le ulteriori sei sono Bulgaria, Croazia, Lituania, Romania, Slovacchia e Ungheria: non proprio la crème comunitaria, in fatto di progresso civile.
Da noi l’educazione sessuale continua infatti a essere facoltativa, in assenza di un quadro giuridico definito, e finisce pertanto per diventare un’ulteriore opportunità di evangelizzazione per il mondo cattolico, specialmente quello integralista: che non solo combatte (oltre che il fantomatico “gender”) persino l’educazione sessuale tutt’altro che rivoluzionaria promossa dall’Onu, ma ne approfitta per veicolare la sua, improntata naturalmente a concezioni anni cinquanta (non necessariamente del ventesimo secolo).10 Con il sostegno, altrettanto scontato, della coalizione di governo di destra – peraltro parecchio estrema.
Che talvolta è davvero spudorato. Nella manovra 2025 fu accolto un emendamento presentato da Riccardo Magi (+Europa) che stanziava una somma non eccezionale, ma significativa, per l’insegnamento dell’educazione sessuale e affettiva. Paradossalmente, fu approvato a larghissima maggioranza. La canea degli estremisti cattolici contro il “tradimento” della destra (che probabilmente era invece dovuto alla mancata comprensione del testo in votazione) portò quindi, dopo l’approvazione della legge, a un colpo di mano del ministro per i rapporti con il parlamento, Luca Ciriani, che dirottò i fondi alla formazione dei docenti sulla prevenzione dell’infertilità.
Nel 2025 la contrapposizione si è riproposta. Una deputata leghista, Giorgia Latini, ha presentato un emendamento che vietava l’educazione sessuale nelle scuole medie. Accantonato dopo vivaci critiche, il ministro leghista dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara (già dirigente dell’Università europea di proprietà dei Legionari di Cristo), ha proposto che l’insegnamento fosse subordinato al consenso informato e preventivo dei genitori sia alle medie, sia alle superiori.
Di fronte alle nuove contestazioni dell’opposizione, che è arrivata a ricorrere all’ostruzionismo, Valditara ha scatenato un putiferio in aula, attaccandola con un sonoro «Vergognatevi!». La camera ha infine approvato il suo disegno di legge, che vieta esplicitamente la didattica “sessuale” nelle scuole dell’infanzia nonché alle elementari. Ora tocca al Senato ratificarlo. E non ci sono dubbi che lo farà.
In occasione dell’ultima manovra finanziaria, il capogruppo dei senatori Pd Francesco Boccia ha compiuto un ennesimo tentativo, cercando di introdurre un finanziamento dei percorsi educativi su affettività e sessualità. La maggioranza di governo è stata nuovamente granitica, e il testo finale approvato dal parlamento è privo di ogni menzione dell’educazione sessuale, facendo riferimento soltanto a generiche iniziative «in materia di pari opportunità, diritto all’integrità fisica, consapevolezza affettiva e rispetto reciproco». La linea del governo è dunque chiarissima: a scuola si può parlare di sesso soltanto con modalità cattolicamente corrette.
Ed è una linea che si allarga addirittura al concetto di “consenso” per il reato di violenza sessuale. Un molto strombazzato accordo tra Meloni e Schlein per introdurre il principio nella legislazione penale (riprendendolo tale e quale dalla convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’Italia nel 2013), era stato originariamente confermato dall’approvazione all’unanimità della Camera, e ulteriormente suggellato qualche giorno dopo dall’introduzione del reato di femminicidio, diventato legge il 25 novembre, e sempre con voto unanime. Tuttavia, non appena il testo è arrivato in senato, a destra sono subito cominciati i distinguo, con la richiesta di nuovi approfondimenti con gli esperti della materia (soprattutto quelli con l’impostazione ideologica che potete facilmente immaginare).
Su questo punto è doveroso scrivere che l’opposizione sta facendo un buon lavoro laico. Ne trova conferma la polarizzazione che si registra a livello regionale. Un anno fa la Regione Liguria (amministrata dalla destra) ha stanziato 220.000 euro da erogare alle parrocchie affinché impartissero «educazione all’affettività». Lo scorso novembre, invece, il Comune di Genova (amministrato dal centrosinistra) ha avviato un progetto-pilota di educazione sessuale e affettiva rivolto a bambini tra i tre e i cinque anni. I diritti civili e laici variano ormai fortemente da realtà a realtà, e anche questo aspetto non può che destare preoccupazione.
Come sempre, come ovunque, non è la fede il problema principale, ma la legislazione basata sulla fede. Perché il modello italico di Valditara e Roccella ricorda paradossalmente più l’insegnamento nelle madrase che quello svedese. Il rischio è che la società italiana importi anche la tendenza “vizi privati, pubbliche virtù” che dilaga nei Paesi a maggioranza musulmana: che da una parte vietano la fruizione di pornografia, dall’altra capeggiano tutte le classifiche di consumo effettivo.
Il loro atteggiamento perverso è sfociato anche in condanne subite da una turista olandese in Qatar e una norvegese negli Emirati, che hanno denunciato di essere state stuprate, e quindi sono state arrestate per adulterio. Due casi di “nordiche” che, a conferma dell’impostazione sbagliata delle tesi di Roccella, hanno destato l’attenzione della stampa e dei rispettivi governi, che si sono adoperati per far rimpatriare le loro sfortunate concittadine. Ora, pensiamo a una donna qatariota, o emiratina: che fine farebbe, se fosse lei a denunciare una violenza carnale?
Mentre celebriamo le “liberazioni” di tanti lustri fa, la cultura oggi dominante nel nostro Paese preferisce mettere in discussione un altro Stato, in cui l’educazione sessuale obbligatoria è stata introdotta nelle scuole addirittura dieci anni prima dell’inchiesta della Zanzara. La Svezia è stata anche tra le prime nazioni a criminalizzare lo stupro coniugale. I suoi uomini non sono la copia clonata degli antichi predatori vichinghi, e le sue donne non sono le disponibili “gnocche” di tanti film sexy degli anni settanta.
Quando, qualche settimana fa, al liceo Giulio Cesare di Roma è apparsa una scioccante “lista stupri”, contenente i nomi delle ragazze da violentare, il ministro Valditara ha denunciato la gravità dell’episodio, chiedendo però che fosse l’istituto a intervenire. Lui, che è il ministro dell’istruzione, non ha manifestato l’intenzione di muoversi. E forse dovrebbe intervenire innanzitutto su sé stesso. Perché insieme a Roccella, e ai loro complici, veicola una sessualità arcaica, machista e immutabile, che rende l’Italia un’eccezione all’interno dell’Europa occidentale. Una collocazione di cui dovremmo tutti vergognarci.
Raffaele Carcano
Approfondimenti
- Ovvero dall’articolo Intimate partner violence against women and the Nordic paradox. di Enrique Gracia e Juan Merlo, pubblicato su Social Science & Medicine, volume 157, maggio 2016, pagine 27-30 (go.uaar.it/dizrs0r).
- go.uaar.it/dgi7wc9.
- go.uaar.it/1y1gyml.
- Cfr. il libro di Flavia Restivo Gli svedesi lo fanno meglio. Come un’educazione affettiva e sessuale di stampo nordico può cambiare il nostro Paese (Rizzoli), da noi intervistata nel numero 3/2025 (go.uaar.it/ziscb0a).
- go.uaar.it/ut1oq21.
- go.uaar.it/7q7y8op.
- Maria Cristina Valsecchi, Sì, l’educazione sessuale contribuisce a prevenire la violenza contro le donne (Scienza in rete, go.uaar.it/s58hpex).
- Giulia Siviero, il paradosso nordico (Il Post), go.uaar.it/tcjxbg6.
- go.uaar.it/tm7553u.
- Ne ha scritto Daniele Passanante nel numero 2/2024, go.uaar.it/r1328gu.
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Roccella ha compiuto una “conversione a U”, a quanto sembra, perché ha identificato l’educazione progressista ricevuta in famiglia con un ambiente tossico ed anaffettivo. Con tutto il rispetto per il suo vissuto non credo che questo sia un approccio razionale all’argomento dell’educazione sessuale e della parità di genere. Ricorda un po’ il “movente” di film come “La fabbrica delle mogli”, della serie: a me è andata male, quindi creo una correlazione logica inesistente tra le idee e chi le ha applicate in un certo modo. Detto ciò la situazione in cui versiamo come paese è penosa, e il tutto è ben esemplificato dall’articolo.