Articoli scientifici ritirati e disinformazione

Le ritrattazioni fanno parte del processo della ricerca scientifica, ma spesso media e giornalisti ne fraintendono significato e implicazioni. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


In ambito scientifico un ricercatore che crede di avere nuovi e significativi risultati ha il diritto-dovere di pubblicarli sulle riviste scientifiche specialistiche, relative al proprio settore di ricerca. Le riviste serie, tuttavia, prima della pubblicazione, sottopongono l’articolo che viene proposto all’esame dei cosiddetti referees (letteralmente arbitri), ovvero ricercatori che lavorano nello stesso campo disciplinare che, anonimamente, esprimono il proprio giudizio.

Se l’articolo supera questa fase, viene allora pubblicato (talvolta con modifiche suggerite dagli stessi referees). Questa procedura viene chiamata peer review, letteralmente revisione tra pari. I contenuti dell’articolo pubblicato possono indurre altri ricercatori a sviluppare ulteriormente le ricerche in quel campo disciplinare, contribuendo all’avanzamento della conoscenza.

La pubblicazione tuttavia non è un giudizio definitivo sulla validità dell’articolo (nella scienza non vi è mai niente di definitivo!). È cosa piuttosto comune che nuove ricerche possano smentire o comunque migliorare ciò che è stato pubblicato in passato: la continua evoluzione della scienza consiste proprio in questo.

Occasionalmente però può succedere che dopo la pubblicazione, in tempi più o meno brevi, emergano fatti che mettano in dubbio la validità dei contenuti di un articolo e si renda quindi necessario avvisare la comunità scientifica. Questo, tra l’altro, può evitare che altri ricercatori perdano tempo e risorse, prendendo per valide ricerche poco affidabili. L’articolo quindi può essere ritirato (retracted), ovvero rimosso dagli archivi della rivista che lo aveva pubblicato, sostituito da una nota in cui si spiegano le ragioni della ritrattazione.

I motivi del ritiro possono essere vari. Tra questi possiamo citare: errori gravi non intenzionali (nei dati, nei calcoli, eccetera), presenza di campioni contaminati o uso di strumentazioni difettose, cattiva condotta scientifica di qualche autore (misconduct), fabbricazione o falsificazione dei dati, plagio, manipolazione delle immagini, eccetera.

Talvolta il ritiro può derivare da carenze di tipo etico da parte degli autori, ad esempio mancanza di consenso informato, esperimenti su animali o umani condotti senza autorizzazione, conflitti di interesse non dichiarati. Infine possono emergere problemi legati alla procedura di pubblicazione, quali pubblicazione duplicata di uno stesso lavoro, peer review non regolare o fraudolenta, eccetera.

La decisione della ritrattazione può essere presa da diversi attori: i responsabili delle riviste (editors), le istituzioni degli autori (università, enti di ricerca), talvolta gli stessi autori (quando scoprono autonomamente eventuali errori o irregolarità).

La ritrattazione è pubblica e tracciabile: l’articolo resta accessibile, ma chiaramente marcato come “ritirato”, per evitare che venga ancora citato come valido.

Il ritiro di un articolo non sempre deve essere considerato in senso negativo. Talvolta la ritrattazione può essere causata da errori commessi in buona fede e si può quindi considerare come un comportamento responsabile. Al contrario, non segnalare risultati errati sarebbe molto più dannoso per l’intera comunità scientifica.

Il ritiro di un articolo rappresenta comunque un evento abbastanza raro. Si stima che le ritrattazioni rappresentino una frazione piuttosto piccola degli articoli pubblicati, dell’ordine di 0,01-0,1%. Tuttavia, il numero di ritrattazioni negli ultimi 20-25 anni è aumentato.

Secondo un’analisi di Nature1 basata sui dati di Retraction Watch2 e altri database, nel 2022 il tasso di ritrattazione ha superato lo 0,2% degli articoli pubblicati e la tendenza è in forte crescita. Nel 2023 sono stati ritirati oltre 10.000 articoli in tutto il mondo, un record storico, con oltre 50.000 ritrattazioni complessive identificate fino a ora. Questo significa che tra il 2022 e il 2023 più di due articoli ogni 1.000 pubblicati sono stati poi ritirati.

Le ritrattazioni restano comunque rare, anche se negli ultimi anni sono diventate molto più visibili e più numerose, poiché l’attenzione nei confronti di errori e frodi è aumentata e sono migliorati gli strumenti di rilevamento.

Recentemente due casi di ritiro di articoli scientifici hanno suscitato un certo clamore anche al di fuori dell’ambiente strettamente scientifico.

Il primo ritiro riguarda un articolo dal titolo The economic commitment of climate change, pubblicato da Nature il 17 aprile 2024.

Gli autori (Maximilian Kotz, Anders Levermann e Leonie Wenz, ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania), stimavano che entro il 2050 il cambiamento climatico avrebbe ridotto il Pil globale di circa il 19%, con costi cumulativi annuali fino a circa 38mila miliardi di dollari.

Dopo la pubblicazione tuttavia gli autori si resero conto di alcune lacune e, soprattutto, che un dataset da loro usato era errato e aveva influenzato i risultati. Per questi motivi, gli stessi autori, molto correttamente, hanno chiesto a Nature il ritiro del loro articolo.

L’episodio è stato tuttavia male interpretato dal giornalista Federico Rampini. Nella rubrica da lui curata sul Corriere della sera online, intitolata “Oriente Occidente”, Rampini pubblica brevi video in cui affronta vari temi di attualità. Il 10 dicembre 2025 ha pubblicato uno di questi video intitolato Cosa insegna lo scandalo della rivista Nature3. Nel video Rampini afferma:

«Lo scandalo di Nature è passato nel dimenticatoio un po’ presto […]. Più di un anno fa ha pubblicato uno studio, un rapporto che calcolava danni catastrofici del cambiamento climatico sulla economia mondiale e molto di recente ha dovuto ritrattare quello studio…

[L’articolo] …era pieno zeppo di dati falsi, manipolati, truccati in modo da ingigantire per l’appunto i danni economici del cambiamento climatico… Ehm, autocritica benvenuta, però sui media questa notizia ha avuto poco spazio, è stata liquidata frettolosamente. E soprattutto non ha dato luogo a una riflessione adeguata sul perché è stato possibile.

[…] Alcune categorie di scienziati si sono trasformati col tempo in sacerdoti di una religione in omaggio alla quale si possono anche dire delle bugie, bugie a fin di bene per rieducare una umanità peccaminosa. Questo è lo spirito che anima alcuni scienziati che in quanto tali diventano pseudo-scienziati e tradiscono il rigore scientifico perché pensano di avere una missione rieducatrice da inseguire in nome della quale sacrificano la verità.

[…] È stato possibile lo scandalo di Nature anche perché c’è una parte del pubblico che desidera sentirsi dire che la fine del mondo è dietro l’angolo, che adora le profezie apocalittiche e quindi non le sottopone ad alcun vaglio critico. Queste sono le condizioni che hanno reso possibile quello scandalo e probabilmente tanti altri di cui non si è mai parlato. Quando vogliamo sentirci dire che il mondo sta per crollare, allora quelle profezie sono musica soave per le nostre orecchie».

Nelle sue esternazioni Rampini dimostra di aver capito ben poco di come sia avvenuta l’intera vicenda e soprattutto dimostra di non aver letto ciò che gli stessi autori dell’articolo hanno chiaramente scritto per spiegare le ragioni del ritiro4. Non c’è stato infatti alcuno scandalo e le sue sono state illazioni gratuite. Un giornalista che gode della sua popolarità dovrebbe sicuramente prestare maggiore attenzione prima di fare simili affermazioni.

Il secondo recente caso di ritrattazione riguarda la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology. Il 5 dicembre 2025 l’articolo Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans, firmato da Gary M. Williams, Robert Kroes, Ian C. Munro e pubblicato nel 2000, è stato ritirato.

L’articolo giungeva alla conclusione che il glifosate, diffuso erbicida prodotto dalla Monsanto Company5 e commercializzato con il nome di “Roundup”, non presentava rischi per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino.

Grazie a un’accurata indagine condotta dalla storica della scienza americana Naomi Oreskes, dell’Università di Harvard, e da Alexander Kaurov, ricercatore alla Victoria University of Wellington in Nuova Zelanda, si è scoperto che l’articolo era stato in realtà scritto con il contributo determinante della stessa Monsanto. In pratica si sarebbe trattato di un clamoroso caso di ghostwriting aziendale.

Gli autori che hanno firmato l’articolo sarebbero stati dei semplici prestanome, nascondendo un enorme conflitto di interessi e configurando in tal modo un’evidente frode scientifica. Si tratta indubbiamente di un episodio molto grave che mostra come talvolta le aziende possano compromettere il processo di revisione tra pari, attraverso appunto pratiche di ghostwriting, selezione mirata di studi non pubblicati e interpretazioni faziose.

La ritrattazione dell’articolo ha avuto vasta eco anche sui media generalisti, visto che da anni è in corso un acceso dibattito pubblico tra detrattori e difensori del glifosate.

Molti media hanno dato ampio risalto alla notizia facendo passare sostanzialmente il seguente messaggio: il glifosate è pericoloso e ce lo hanno tenuto nascosto per 25 anni.

In realtà le cose stanno diversamente e, ancora una volta, i fatti sono stati male interpretati e strumentalizzati.

È vero, come è stato riportato da molti media, che l’articolo in questione è stato spesso citato da chi sostiene la non pericolosità del glifosate. Tuttavia (e questo è stato raramente precisato dai media) le agenzie regolatorie, come l’Efsa (European Food Safety Authority), l’Epa (United States Environmental Protection Agency) e altri enti equivalenti canadesi e australiani che hanno sostanzialmente assolto il glifosate, non si sono mai basate su un unico studio per arrivare alle loro conclusioni.

Al contrario si basano sui moltissimi articoli presenti in letteratura scientifica che riguardano la tossicologia acuta e cronica, studi su animali da laboratorio, bio-monitoraggio su popolazioni umane, analisi dei residui negli alimenti, studi epidemiologici condotti su lavoratori agricoli, eccetera. Lo studio pubblicato da Regulatory Toxicology and Pharmacology era solamente uno dei tanti lavori presi in considerazione. Di conseguenza le conclusioni raggiunte dalle agenzie regolatorie non vengono smentite dal ritiro dell’articolo in questione.

La Iarc (International Agency for Research on Cancer) di Lione ha classificato il glifosate nel gruppo 2A, ovvero quello dei “probabili cancerogeni”, che significa «limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo ma sufficiente evidenza di cancerogenicità nell’animale» (nello stesso gruppo compaiono la carne rossa, le bevande molto calde e i fumi di frittura).

Tuttavia molti altri enti, quali Echa (European Chemicals Agency), le citate Efsa ed Epa, Who (World Health Organization), Jmpr (Joint Meeting on Pesticide Residues), e Fao (Food and Agriculture Organization), hanno espresso giudizi molto più rassicuranti, prevedendo comunque misure di cautela, come il divieto di utilizzarlo in aree densamente popolate o la necessità di riesaminare i livelli massimi di residui di questa sostanza che per legge possono essere presenti dentro e sopra gli alimenti.

Negli anni il glifosate ha continuato a essere studiato e dibattuto a livello internazionale e gli studi seri hanno sempre ridimensionato gli allarmi diffusi sul suo conto. Occorre inoltre osservare che la classificazione della Iarc considera il pericolo intrinseco, ovvero valuta se una sostanza può teoricamente causare il cancro in determinate condizioni. Essa però non quantifica il rischio reale legato all’esposizione effettiva alla sostanza. Ricordiamo che pericolo e rischio sono due concetti molto diversi.

Purtroppo i mass media continuano da anni a fornire informazioni allarmistiche sul glifosate, sottolineandone la presunta tossicità, spesso citando lavori scientifici che hanno tuttavia mostrato forti limiti metodologici e scarsa affidabilità6.

I due casi di ritrattazione di articoli scientifici che abbiamo esaminato confermano, ahimè, una cosa ben risaputa: la scarsa conoscenza di come funziona la scienza da parte di chi gestisce l’informazione. Se tale mancanza di conoscenza può essere giustificata nei comuni cittadini, appare più difficile perdonarla a chi, professionalmente, si occupa di fornir loro informazione. Prima di gridare allo scandalo e/o raggiungere affrettate e infondate conclusioni, i giornalisti dovrebbero, per dovere deontologico, approfondire i fatti, documentarsi a dovere ed eventualmente chiedere un parere a chi conosce i meccanismi con i quali funziona la ricerca scientifica.

Silvano Fuso

Approfondimenti

  1. R. Van Noorden, More than 10,000 research papers were retracted in 2023 – a new record, Nature 624 (7992), 479-481, 2023.
  2. retractionwatch.com
  3.  go.uaar.it/u6u7kaw
  4. M. Bindi, S. Fuzzi, F. Miglietta, D. Papale, R. Valentini, Lo squinternato teorema di Rampini contro gli scienziati-sacerdoti, Scienzainrete, 12/12/2025: go.uaar.it/c9em3eu
  5. Multinazionale agrochimica, acquisita nel 2018 dalla Bayer.
  6. E. Bucci, P. Conte, Glifosato e cancro: nuovo studio, molti titoli… pochi fatti: go.uaar.it/rgdod2x

 


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