Ancora Irc! Ma chi la vuole?

L’ora di religione cattolica a scuola è in crisi da anni, come evidenziano i dati resi pubblici dall’Uaar. Mentre cresce la richiesta per una scuola più laica e inclusiva aumentano però pressioni confessionali e disservizi. Affronta il tema la docente Pamela Deiana sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


Uno degli effetti del concordato tra Stato italiano e Vaticano, tra quelli più evidenti e che tutti i cittadini e le cittadine hanno modo di incontrare nel corso della loro vita, è sicuramente l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Dal 1984, con il rinnovo del concordato a opera di Bettino Craxi e del cardinale Casaroli, la religione cattolica smette di essere religione di Stato e il suo insegnamento nella scuola diventa facoltativo, ma si estende fino alla scuola dell’infanzia (dai tre ai cinque anni d’età) e nella scuola primaria le ore di Irc diventano ben due alla settimana.

Ma cosa vuol dire “facoltativa”? Vuol dire che è possibile scegliere di parteciparvi o di non parteciparvi, senza bisogno di motivare la scelta (prima del 1984 gli studenti appartenenti ad altre religioni potevano chiedere l’esonero). All’atto dell’iscrizione a scuola bisogna compilare il modulo C, dove si sceglie se avvalersi o meno dell’Irc. In caso di scelta di non frequentare si hanno delle possibilità alternative: 1) uscita dall’edificio scolastico, 2) studio individuale in altro locale della scuola, 3) studio assistito da personale docente, 4) frequenza dell’attività alternativa.

Abbiamo osservato come l’organizzazione delle quattro opzioni sia spesso carente o improvvisata: non sempre viene rispettato il diritto di uscita dalla scuola, spesso non ci sono locali adeguati che permettano lo studio individuale e spessissimo non viene attivato l’insegnamento dell’attività alternativa o, se attivato, è improvvisato o poco curato.

Nonostante queste difficoltà, sempre più studenti scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, evidente segnale di una trasformazione sociale sempre più orientata alla multiculturalità.

Attraverso il Foia (Freedom of Information Act), la legge che dal 2016 permette di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, l’Uaar ha richiesto i dati relativi al numero di studenti che non si avvalgono dell’Irc nelle scuole pubbliche italiane, riferiti agli anni scolastici fino al 2024/2025. I dati sono stati poi ordinati secondo diversi parametri: abbiamo fatto un’analisi per regione, per provincia, per comune e per singola scuola; poi ancora per ordine e grado della scuola stessa, suddividendo ancora, per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, tra licei, istituti tecnici e istituti professionali.

L’Uaar aderisce alla campagna #DatiBeneComune, l’iniziativa nata nel 2020 con lo scopo di reperire e rendere pubblici i dati in mano alle amministrazioni affinché siano fruibili da tutti i cittadini e le cittadine. Così, anche i dati relativi alla frequenza dell’Irc sono, in seguito all’accesso civico portato avanti dall’Uaar, resi noti nei file originali inviati dal ministero e dalle province autonome di Trento e Bolzano.

Parallelamente, nel sito della Cei (Conferenza episcopale italiana), compaiono gli stessi dati, rilevati in questo caso direttamente dagli insegnanti di religione (quelli scelti dalla Chiesa e pagati dallo Stato) sia delle scuole pubbliche che paritarie, attraverso un’applicazione chiamata “Raccolta dati avvalentisi”. Si tratta di un tool web che i docenti di religione sono chiamati a utilizzare e che permette alla Cei di avere i dati di prima mano. Le istruzioni sull’uso di questa applicazione sono minuziosamente descritte in un documento di trentacinque pagine, pubblicato sul sito della Cei. I dati raccolti devono essere poi visualizzati e validati da ciascun ufficio diocesano e quindi resi disponibili per le statistiche e le analisi richieste dal servizio nazionale per l’Irc della Cei.

A scegliere di non frequentare l’Irc è il 17,7% degli studenti, l’1% in più rispetto all’anno scorso. Il ritmo di ascesa è quello dell’1% ogni anno. L’ultimo dato rivela quindi che 42mila studenti in più, rispetto all’anno scorso, hanno scelto di non avvalersi. Considerando che il ritmo di ascesa annuale è pari a un punto percentuale, si prevede un abbandono della materia sempre più frequente negli anni a venire.

Nelle notizie diffuse dalla Cei e da una frangia di giornalismo, il dato viene relativizzato dando più importanza a quella che viene definita una «testimonianza dell’apprezzamento diffuso per una proposta di cui si riconosce – soprattutto per l’opera meritoria dei suoi insegnanti – l’autentico impegno culturale e la sincera dedizione educativa» nella recente nota pastorale L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, pubblicata nel dicembre scorso in occasione dei 40 anni dall’intesa tra Cei e governo, che ha ridisegnato la presenza di tale disciplina nella scuola italiana.

Che si voglia evidenziare che una percentuale altissima di studenti scelga ancora di frequentare l’Irc o che si voglia, invece, mettere l’accento sul numero di coloro che non lo scelgono, non si può negare l’evidenza dei numeri o, meglio ancora, della linea di tendenza che vede una costante ascesa dei non avvalentisi (o una costante discesa degli avvalentisi, a seconda della prospettiva che si sceglie).

Per ipotizzare la direzione socioculturale che la società sta imboccando, dobbiamo rilevare le differenze sostanziali che emergono lungo lo Stivale.

Il quadro è eterogeneo: i non avvalentisi dell’Irc prevalgono nelle regioni del nord Italia e diminuiscono gradatamente man mano che si attraversa il centro e il sud dello Stivale e sono maggiormente concentrati nelle città e meno nei piccoli comuni.

Inoltre si osserva che, man mano che si va avanti nel grado di istruzione, i non avvalentisi aumentano. È necessario ricordare che a partire dai 14 anni d’età, ovvero dall’inizio della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore), i ragazzi e le ragazze compilano in autonomia il modulo C e lo firmano di loro pugno. Arrivati a quest’età, quindi, non sono più le famiglie a scegliere per i propri figli ma si riconosce loro autonomia rispetto alla scelta culturale che desiderano per loro stessi. Si noti che, più o meno a quell’età, le ragazze e i ragazzi cattolici hanno già ricevuto il sacramento della cresima e cessano pertanto di sentire gli obblighi e le pressioni da parte della chiesa e dei catechisti.

Proviamo ad analizzare quelle che possono essere le motivazioni dei non avvalentesi e quali le modalità di scelta.

Sicuramente esiste una gran parte di alunni stranieri, praticante altre religioni, o anche italiani appartenenti ad altre fedi, che sceglie di non frequentare l’insegnamento della religione cattolica, quelli che una volta avrebbero dovuto chiedere l’esonero (parola ancora usata da molti, erroneamente).

Meritano però una menzione a parte le famiglie degli alunni stranieri, nello specifico quelle che hanno difficoltà nella comprensione della nostra lingua. Succede che possano chiedere il supporto della segreteria scolastica per la compilazione del modulo d’iscrizione e che i buoni e volenterosi segretari non si soffermino sul modulo C, spesso per semplificazione delle pratiche ma, a volte, perché vengono convinte le famiglie che la frequentazione dell’Irc aiuti l’integrazione dei ragazzi.

Spesso, pressioni di vario genere arrivano anche verso chi sceglie consapevolmente di non avvalersi dell’Irc. Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria i docenti di religione rassicurano le famiglie dei non avvalentesi dicendo che, in effetti, non parlano di religione ma di valori universalmente condivisi, oppure spiegano che, in realtà, si parla di tutte le religioni. Quindi, nessuna paura! Non è catechismo e non è religione cattolica. A sentir questo, chi sceglie l’Irc ed è convintamente cattolico dovrebbe protestare, come minimo, pretendendo l’insegnamento promesso.

Anche la disorganizzazione delle alternative all’Irc, l’attività alternativa non presente, l’uscita da scuola impedita da regolamenti scolastici che vietano l’uscita ai minori, la mancanza di luoghi adeguati per lo studio individuale, influiscono nella scelta.

Nella scuola secondaria di secondo grado, anche se il voto dell’Irc non viene conteggiato come media, si fa comunque leva sull’influenza che il docente di Irc può avere sul consiglio di classe, docente che, è risaputo, è anche molto generoso nelle valutazioni. Dovrebbe accadere lo stesso anche per l’attività alternativa; infatti il comma 5 dell’articolo 2 del decreto del presidente della Repubblica 122/09 recita così: «Il personale docente esterno e gli esperti di cui si avvale la scuola, che svolgono attività o insegnamenti per l’ampliamento e il potenziamento dell’offerta formativa, ivi compresi i docenti incaricati delle attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, forniscono preventivamente ai docenti della classe elementi conoscitivi sull’interesse manifestato e il profitto raggiunto da ciascun alunno».

Quindi frequentare l’Irc o l’alternativa dovrebbe essere vantaggioso. Da questo vantaggio sono però esclusi coloro che scelgono l’uscita da scuola o lo studio individuale. Sarebbe una criticità da risolvere affinché tutti gli studenti abbiano lo stesso trattamento in sede di valutazione.

Altra fase cruciale è l’assegnazione dell’incarico al docente dell’attività alternativa. La prassi è quella di aspettare l’inizio delle lezioni, stabilire l’orario definitivo e poi individuare il docente che ha ore buche o necessità di ore per il completamento del suo quadro orario. Nel caso non ci siano docenti utilizzabili, la scuola deve assegnare il posto vacante attingendo dalla graduatoria dei docenti precari disponibili.

Qui ci troviamo di fronte a una questione che andrebbe risolta: i docenti precari maturano un punteggio per il lavoro svolto, punteggio che permetterà poi di scalare la graduatoria. L’insegnamento dell’attività alternativa è considerato dal ministero un servizio aspecifico, definizione che significa che si tratta di attività didattiche, formative o di studio che non costituiscono una cattedra disciplinare specifica. Il docente di attività alternativa all’Irc svolge un’attività non specifica rispetto alla classe di concorso per la quale è graduato o aspira a posizionarsi. Questo prevede che il punteggio maturato sarà dimezzato. Per questa ragione, capita che i docenti rifiutino l’incarico.

In ogni modo, che l’insegnante sia già parte dell’organico della scuola o che sia un precario attinto dalle graduatorie, l’insegnamento dell’attività alternativa viene attivato con un enorme ritardo rispetto all’inizio delle lezioni, sempre che venga attivato. L’Uaar gestisce tantissimi casi di scuole dove il diritto all’attività alternativa viene del tutto negato.

Le difficoltà che ruotano intorno alla presenza della Chiesa nella scuola pubblica e che, consapevolmente o meno, cercano di boicottare la scelta di non avvalersi dell’Irc, devono essere affrontate e risolte.

Perché non spostare l’Irc fuori dall’orario scolastico? Sarebbe quello che spesso si fa con gli insegnamenti facoltativi e con i progetti extracurricolari e l’Irc è una materia facoltativa.

Quanti studenti frequenterebbero l’Irc se dovessero tornare a scuola nel pomeriggio o trattenersi dopo la fine delle lezioni? Probabilmente pochi.

Crediamo che le persone stiano percependo la laicità dello Stato come valore imprescindibile, e lo stanno confermando con le loro scelte, a partire dalla scuola, sede garante della formazione laica di cittadine e cittadini che avranno in mano il futuro.

I dati che abbiamo esaminato confermano la tendenza della società al cambiamento, alla consapevolezza del ruolo che lo Stato laico ha come presenza centrale della società.

Una società variegata, dinamica, responsabile, laica.

Pamela Deiana

 


Iscriviti all’Uaar Abbonati Acquista a €2 il numero in digitale

Sei già socio? Entra nell’area riservata per scaricare gratis il numero in digitale!

Lascia un commento