Dietro il prestigio del lavoro in Vaticano si nascondono stipendi ordinari, diritti negati e crescenti tensioni sindacali. Affronta il tema il giornalista Federico Tulli sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nella Città del Vaticano c’è tanto oro e ci sono tanti luccichii ma non tutto è oro quello che luccica. All’ombra della basilica di San Pietro e dietro gli sfarzi delle cerimonie papali c’è un piccolo universo lavorativo che ogni giorno deve fare i conti con problemi complessi e poco conosciuti dal grande pubblico. La Santa Sede e il Vaticano impiegano complessivamente circa 4.800-5.500 lavoratori tra ecclesiastici, personale laico, tecnici specializzati, impiegati amministrativi, addetti alla sicurezza e operatori culturali.
Per decenni il lavoro all’interno delle mura leonine e nelle sedi extraterritoriali ha rappresentato un impiego stabile, prestigioso e relativamente privilegiato. Negli ultimi anni, però, questo equilibrio si è incrinato. Le note difficoltà finanziarie della Santa Sede, le riforme organizzative volute da papa Francesco, il blocco degli scatti di anzianità e l’aumento del costo della vita in Italia hanno alimentato, come vedremo, un crescente malcontento tra i dipendenti laici.

Una macchina amministrativa in miniatura
Il sistema occupazionale vaticano è molto più articolato di quanto si immagini. Circa 2.000 lavoratori operano nella Curia romana, cioè nel governo centrale della Chiesa cattolica, mentre gli altri sono impiegati dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dalle sue strutture amministrative. La macchina burocratica del papa comprende figure professionali estremamente diverse: diplomatici della segreteria di Stato, archivisti dell’Archivio apostolico vaticano, informatici, bibliotecari, restauratori, tecnici museali, addetti ai servizi logistici, giardinieri, operatori della sicurezza. I Musei vaticani, uno dei poli culturali più visitati al mondo con oltre 6 milioni di visitatori all’anno prima della pandemia, impiegano da soli circa 700 lavoratori.
L’Archivio apostolico vaticano e la Biblioteca apostolica ne impiegano circa 150. Si tratta di una vera amministrazione statale in miniatura che gestisce biblioteche, archivi storici, tipografie, uffici editoriali, servizi postali, una stazione ferroviaria, una farmacia e infrastrutture culturali di rilevanza mondiale. A garantire il funzionamento del Vaticano non è un unico datore di lavoro ma una galassia di enti distinti. Il cuore amministrativo è la curia romana, mentre il Governatorato gestisce i servizi dello Stato vaticano, inclusi i Musei. Accanto a questi operano organismi economici come l’Apsa, che amministra patrimonio e investimenti, e lo Ior, istituto finanziario autonomo che nel 2024 contava circa 105 dipendenti.
A questa rete si aggiungono i media vaticani – tra cui L’Osservatore Romano, Radio vaticana e Vatican News – integrati nel dicastero per la comunicazione, e numerose istituzioni culturali e accademiche. Fuori dalle mura ma sotto il controllo della Santa Sede operano inoltre grandi strutture sanitarie come l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, che conta oltre 3.000 dipendenti, e università pontificie giuridicamente autonome ma legate al Vaticano sul piano accademico.
Stipendi e sistema retributivo, tra mito e realtà
Uno dei luoghi comuni più diffusi riguarda i presunti privilegi economici di chi lavora in Vaticano. La realtà è molto diversa, stando a quanto sottolinea in primis l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani (Adlv), organizzazione fondata nel 1979 e riconosciuta ufficialmente dalle autorità vaticane negli anni novanta.
L’associazione, in un contesto dove le possibilità di rappresentanza sindacale e contrattazione collettiva sono più limitate rispetto ai sistemi europei, più volte ha sottolineato che gli stipendi dei dipendenti della Santa Sede sono generalmente in linea con quelli del mercato del lavoro italiano, smentendo così l’idea che chi lavora oltre il Tevere goda automaticamente di salari molto più alti. Tuttavia una comparazione ufficiale vera e propria non esiste.
Quanto si guadagna in Vaticano
Il sistema retributivo vaticano è articolato per livelli legati a qualifica e anzianità, anche se le griglie ufficiali non sono pubbliche. Secondo stime convergenti, gli stipendi lordi mensili vanno da circa 1.300-1.500 euro per i livelli più bassi fino a 3.500-4.500 euro per quelli dirigenziali. A questi si aggiungono benefit come l’assenza di tassazione italiana sul reddito vaticano, l’accesso a servizi sanitari interni e a beni a prezzi agevolati nella farmacia e possibilità di acquisti duty-free presso il supermercato vaticano.
Tuttavia, negli ultimi anni il blocco degli scatti di anzianità e la sostanziale assenza di aumenti contrattuali hanno eroso il potere d’acquisto dei lavoratori vaticani, anche alla luce dell’aumento del costo della vita a Roma. Secondo elaborazioni su dati Istat, tra il 2015 e il 2024 l’inflazione cumulata nella capitale ha superato il 20%, mentre le retribuzioni sono rimaste in larga parte stagnanti. L’Adlv ha denunciato più volte questa dinamica, sottolineando come le riforme finanziarie avviate per ridurre il deficit della Santa Sede – stimato in circa 50 milioni di euro annui – non si siano tradotte in benefici concreti per salari e carriere.
La vertenza nei Musei vaticani
Le tensioni sono emerse in modo clamoroso nel 2024, quando un gruppo di dipendenti dei Musei Vaticani – tra custodi, restauratori e addetti ai servizi – ha promosso un’azione legale denunciando criticità nella sicurezza sul lavoro, nella gestione del personale e nelle condizioni economiche. Il caso ha avuto risonanza internazionale, anche perché ha messo in discussione il sistema di regolazione del lavoro vaticano, caratterizzato da forme di rappresentanza più limitate rispetto agli standard europei.
I lavoratori hanno segnalato turni particolarmente gravosi durante l’alta stagione, carenza di organico e retribuzioni ritenute non proporzionate al carico di lavoro. Prima della pandemia i Musei Vaticani generavano circa 90-100 milioni di euro l’anno; dopo il crollo del 2020-2021, gli incassi sono tornati a crescere, ma secondo i dipendenti questo recupero non si è tradotto in miglioramenti salariali o delle condizioni di lavoro.
L’ospedale Bambino Gesù e i rinnovi contrattuali
Ma i problemi non riguardano soltanto il personale interno alle mura vaticane. Anche nelle istituzioni sanitarie collegate alla Santa Sede si sono registrati negli ultimi anni conflitti sindacali significativi. L’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, uno dei più importanti ospedali pediatrici d’Europa e centro di ricerca di riferimento internazionale, pur godendo di tutto ciò che comporta lo status di extraterritorialità (esenzione Imu e Iva) e pur essendo lautamente finanziato dallo Stato italiano (nella sola legge di bilancio 2026 sono stati stanziati 120 milioni), è stato a lungo teatro di vertenze legate ai contratti e alle condizioni di lavoro.
Mentre il Vaticano avviava le trattative con il governo Meloni per l’acquisto a prezzi stracciati del gigantesco complesso dell’ex ospedale Forlanini a Roma, per trasferirvi la sede storica del pediatrico Bambino Gesù attualmente situata al Gianicolo, il personale denunciava ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi, differenze retributive rispetto alla sanità pubblica italiana e carichi di lavoro crescenti.
Le vertenze sindacali degli ultimi anni hanno portato ad alcuni accordi migliorativi, ma il tema resta sensibile perché coinvolge una struttura sanitaria che con i suoi sei poli di ricovero e cura e circa 3.100 persone tra medici, infermieri, tecnici e personale amministrativo, rappresenta uno dei principali simboli dell’impegno sociale della Santa Sede.
Il caso dell’Osservatore romano
La situazione lavorativa a L’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede fondato nel 1861, rappresenta un caso emblematico delle peculiarità del sistema occupazionale vaticano. La redazione dell’Osservatore Romano è composta da alcune decine di giornalisti e collaboratori e pubblica edizioni in più lingue. Dal punto di vista editoriale il quotidiano non è semplicemente un giornale di informazione generale ma il principale organo di comunicazione scritta della Santa Sede, con il ruolo storico di interpretare e diffondere la posizione della Chiesa su questioni religiose, culturali e politiche internazionali.
I giornalisti del quotidiano non sono formalmente inquadrati come giornalisti secondo il sistema contrattuale italiano. Nel sistema della Santa Sede il personale della redazione è classificato come “personale redazionale”, inserito nei livelli del personale vaticano e non nel contratto nazionale dei giornalisti italiani (Fnsi-Fieg). Questo significa che, pur potendo essere iscritti all’ordine dei giornalisti, sul piano contrattuale dipendono dalle norme del lavoro vaticano.
Gli stipendi sono parametrati ai livelli retributivi dell’amministrazione vaticana e non a quelli del contratto giornalistico. Secondo alcuni analisti, questo modello comporta retribuzioni generalmente più basse rispetto a quelle dei giornalisti dei grandi quotidiani italiani, ma con maggiore stabilità e con alcuni benefit tipici del lavoro vaticano.
Ombre sulla riforma dei media voluta da Bergoglio
La situazione della redazione dell’Osservatore Romano è cambiata profondamente dopo la riforma avviata nel 2015 con la creazione del dicastero per la comunicazione. Papa Francesco ha istituito questo nuovo organismo con il compito di riunificare e coordinare tutte le strutture mediatiche della Santa Sede: Radio vaticana, Centro televisivo vaticano, tipografia vaticana, servizi fotografici, casa editrice e L’Osservatore Romano.
L’obiettivo era creare un unico sistema integrato capace di gestire in modo coordinato la comunicazione globale del Vaticano, digitalizzando e centralizzando l’intero sistema informativo attorno al portale multimediale Vatican News. Il progetto nasceva anche da motivazioni economiche: le diverse istituzioni mediatiche vaticane erano cresciute nel tempo in modo indipendente, con strutture e costi separati.
Questa centralizzazione ha però generato attriti. Le storiche redazioni vaticane, tra cui quella dell’Osservatore Romano, avevano identità editoriali consolidate e una lunga autonomia professionale. L’integrazione nel nuovo dicastero ha imposto nuovi modelli organizzativi, la condivisione delle risorse e una maggiore supervisione strategica della comunicazione.
Uno degli effetti più visibili della riforma è stato il progressivo accentramento delle attività editoriali nel polo del dicastero per la comunicazione, con uffici collocati anche a palazzo Pio, a ridosso di via della Conciliazione. Più che un singolo trasferimento, si è trattato di una riorganizzazione che ha integrato le diverse strutture mediatiche, riducendo, secondo i critici, l’autonomia operativa delle singole redazioni.
Un episodio emblematico delle tensioni interne è avvenuto nel 2019, quando la redazione del supplemento “Women Church World” dell’Osservatore Romano si dimise denunciando un clima di sfiducia e pressioni editoriali. Il caso, seguito anche dalla stampa internazionale, è stato interpretato da diversi osservatori come un segnale delle difficoltà nel bilanciare autonomia giornalistica, sensibilità ecclesiale e controllo istituzionale dell’informazione.
Federico Tulli
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