Farnesina, ministero laico ma fino a un certo punto

Il principio di laicità dello Stato non è un dettaglio formale dell’architettura costituzionale italiana. È, come ha chiarito più volte la Corte costituzionale, un principio supremo, che informa l’azione pubblica e ne garantisce l’imparzialità, soprattutto nei luoghi in cui si esercita il potere amministrativo.

È alla luce di questo principio che va osservato ciò che accade oggi al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), sotto la guida di Antonio Tajani. Dove, a quanto pare la laicità conta… «ma fino a un certo punto», per parafrasare una nota (e controversa) affermazione dello stesso ministro (in riferimento al diritto internazionale). Negli ultimi mesi, una serie di atti formali, comunicazioni interne ed eventi ufficiali inducono a sollevare interrogativi legittimi sul livello di neutralità confessionale del ministro e vice presidente del Consiglio.

Un monsignore alla Farnesina

La Costituzione non impone uno Stato “ateo”, ma uno Stato laico, cioè equidistante dalle confessioni religiose e garante del pluralismo delle convinzioni, comprese quelle non religiose. L’articolo 97 sancisce inoltre il principio di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione: due criteri che valgono anche nella gestione degli spazi, del personale e dei canali comunicativi. In questo quadro, l’assistenza spirituale individuale ai dipendenti – prevista in molte amministrazioni – è cosa diversa dalla strutturazione stabile di funzioni religiose all’interno dell’organigramma o dalla promozione istituzionale di pratiche di culto.

Il riferimento è alla nomina di un consigliere ecclesiastico e cappellano del Ministero e al conseguente impiego di risorse pubbliche dedicate che evidenzia una gestione che privilegia influenze confessionali. Il monsignore in questione è Marco Malizia, al quale è stato dato un ufficio al piano nobile vicino a quello del ministro. Una presenza che, di per sé, non è nuova nella storia delle amministrazioni pubbliche italiane, ma che assume un peso diverso se osservata nella sua operatività concreta.

Secondo quanto appreso dalla Uaar al monsignore sarebbero stati assegnati anche due dipendenti inquadrati a tutti gli effetti come personale Maeci, con mansioni di segreteria, amministrazione e supporto organizzativo. La questione non è personale né confessionale, ma istituzionale. È legittimo che risorse umane e amministrative della Farnesina siano dedicate in modo strutturale a un ufficio di natura religiosa? E secondo quali criteri di interesse pubblico, comparabilità e proporzionalità?

Comunicazione interna e uso degli spazi

Un secondo livello di attenzione riguarda l’uso dei canali ufficiali di comunicazione interna del Ministero. Negli ultimi mesi, attraverso mailing list istituzionali e la bacheca informativa interna, sono stati diffusi dal monsignore inviti e comunicazioni relativi a eventi di carattere religioso: veglie di preghiera, recite del rosario, celebrazioni liturgiche. Mailing list e bacheche che dovrebbero essere usate esclusivamente per messaggi importanti di avvisi e informazioni istituzionali.

In alcuni casi, inoltre, tali iniziative si sono svolte in sale istituzionali del Ministero, destinate ordinariamente a riunioni di lavoro, incontri ufficiali e attività amministrative. Anche quando la partecipazione è dichiarata “volontaria”, l’uso di spazi e canali comuni a tutto il personale pone un problema di neutralità. Altra domanda: la pubblica amministrazione può farsi veicolo attivo di pratiche di culto senza distinguere tra sfera privata e funzione pubblica?

Il punto non è vietare la dimensione spirituale individuale, ma evitare che essa venga normalizzata come parte dell’attività istituzionale, con il rischio di escludere o marginalizzare chi non si riconosce in quella tradizione religiosa.

Diplomazia genuflessa

Un caso emblematico è stato il Giubileo della Diplomazia italiana, evento ufficialmente promosso e comunicato dal Ministero degli Affari Esteri nel quadro dell’Anno Giubilare 2025. L’iniziativa, rivolta a tutto il personale Maeci e ai familiari, prevedeva il passaggio della Porta Santa, una celebrazione eucaristica nella basilica di San Pietro presieduta dal segretario di Stato vaticano, un saluto del ministro degli Esteri e un’udienza papale.

Si tratta di un evento pubblico, con un programma dettagliato, diffuso attraverso i canali ufficiali del Ministero e coordinato da strutture interne. Non di una iniziativa privata o spontanea, ma di un appuntamento che intreccia funzione diplomatica, rappresentanza politica e ritualità religiosa. È legittimo chiedersi se un ministero della Repubblica possa promuovere, con il proprio apparato, un evento di culto cattolico come momento identitario della diplomazia italiana.

E se questa scelta sia compatibile con il principio di laicità, soprattutto in un’amministrazione che rappresenta uno Stato pluralista, composto da credenti di diverse fedi e da non credenti. Ed è anche legittimo azzardare una risposta: no.

Una questione politica e amministrativa

Il cumulo sistematico di questi elementi – presenza strutturata di funzioni religiose, uso di risorse pubbliche, comunicazione istituzionale a contenuto confessionale, eventi ufficiali di culto – pone infatti una questione politica e amministrativa rilevante. Il rischio non è solo simbolico.

È quello di trasformare una dimensione spirituale, legittima sul piano personale, in una prassi amministrativa implicita, che finisce per ridefinire l’identità stessa dell’istituzione. In uno Stato laico, la neutralità non si afferma a parole, ma attraverso le pratiche quotidiane. Come si usano gli spazi, a cosa si destinano le risorse, quale linguaggio adotta l’amministrazione, quali eventi promuove come “istituzionali”.

Il nodo irrisolto

Il tema non riguarda il rapporto storico tra Italia e Santa Sede, né la libertà religiosa dei singoli. Riguarda il perimetro dell’azione pubblica e la sua coerenza con i principi costituzionali.

Sotto la guida di Antonio Tajani, il quale proprio un anno fa affermava che «essere cristiani non è un fatto privato», la Farnesina sembra muoversi lungo un crinale delicato, in cui il confine tra rappresentanza dello Stato e adesione confessionale appare sempre più sfumato. Non è una questione di fede, ma di istituzioni. Ed è proprio per questo che meriterebbe un chiarimento. Perché la laicità non è un residuo del passato, ma una garanzia per tutti, credenti e non credenti, dentro e fuori la Farnesina.

Federico Tulli

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Un commento

Diocleziano

Nei giorni scorsi, in occasione dell’apertura dell’Anno Giudiziario, nella cerimonia accanto a Mattarella spiccava la presenza di un prete con papalina rossa… Cosa ci faceva lì? Garantiva la giustizia in Italia? Abbiamo bisogno di un rappresentante dello staterello che bruciava vivi gli oppositori? Quello staterello che garantisce l’impunità ai preti pedofili? Nessuno ha fatto notare a Mattarella che sul punto più alto del Quirinale vi è l’orribile simulacro del patibolo tanto caro alla religione catto-giudaica? Tra le bandiere italiane ed europee è l’unico simbolo divisivo.

Il povero Tajani dice e fa quello che può, considerando la sua origine politica. Anche la sua leader politica pensa che la sua religione non sia una cosa privata: urla ai quattro venti che lei è ‘cristiana’, si vanta di essere ‘coerente’… ma non capisce che convivere in stato di concubinaggio e fare figli fuori dal matrimonio cattolico non è propriamente coerente!

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