Con l’ascesa dei populismi, la stronzaggine è stata scambiata per una dimostrazione di forza, determinazione e leadership. A farne le spese, diritti e laicità. Riflette sulla questione Paolo Ferrarini sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Una carezza a un bambino, un abito sobrio, un «buongiorno», un selfie, una valigetta portata personalmente a mano… Paradossalmente, queste azioni banali fino all’insignificanza diventano notizie da prima pagina quando sono compiute da un papa. Il precedente, come sappiamo, ci ha marciato alla grande. È un curioso fenomeno che i papi, almeno quelli di ultima generazione, riscuotano il massimo dell’idolatria non quando fanno il loro mestiere di occuparsi con altisonanza dell’aldilà, ma nei momenti in cui si atteggiano a persone comuni. Sarà un segnale che la gente ha più fame di umanismo che di trascendenza? Chissà.
L’aspetto più buffo e interessante, da un punto di vista psicologico, è quanto sia ridicolmente bassa l’asticella dell’eroismo perché un papa sia osannato come “un gigante”. Non è necessario, per esempio, che metta a rischio la propria vita per salvare qualcuno: basta che si comporti come una persona qualunque dotata della minima decenza per deliziare e lasciare a bocca aperta il suo pubblico.

Detto altrimenti, per essere un gigante è sufficiente che il papa non si comporti come uno stronzo patentato. Del resto, cosa dovrebbe fare quando un bambino si intromette durante una funzione, o una anziana signora rompe un protocollo in sua presenza? Umiliarli e cacciarli via arrogantemente davanti alle telecamere? E allora la domanda che nasce spontanea è, se il pubblico si sorprende e incensa il papa quando si comporta come una persona normale, ciò implica che di default si aspetta che il papa sia o si comporti come uno stronzo?
Beh, forse sì, se si pensa agli episodi in cui il papa precedente si è realmente comportato un po’ così, tipo quando ha schiaffeggiato una sua fan in piazza San Pietro, o ha minacciato di fare la faccia nera a chi ipoteticamente offendesse sua madre. In questi casi sono stati i suoi critici, anziché i suoi fedeli, a manifestare stupore. E se poi vivere in un umile appartamento anziché nell’opulenza di un palazzo reale è considerato un atto “rivoluzionario”, che fa guadagnare mille punti in popolarità, farsi prestare un aereo intero per un volo scroccato spudoratamente ai danni dei contribuenti di un altro Stato di punti non ne fa perdere nemmeno uno.
Questo doppio standard non si applica in realtà soltanto ai personaggi in odore di santità, e neppure soltanto a re e regine, bensì ovunque ci sia una reale o percepita gerarchia di potere. Si tollera che una persona che si riconosce legittimamente più in alto di noi faccia pesare la propria superiorità, nella logica del «lei non sa chi sono io». Ci si sorprende anzi quando la persona di potere non lo fa – e la persona di potere furba sa benissimo di proiettare ancora più potere evitando di assumere atteggiamenti arroganti. Un esempio dalle mie esperienze di soggiorno in Asia: il complimento più frequente e (dal loro punto di vista) più bello che mi sento fare dagli indonesiani è quello di essere “umile”.
Come se, in continuità con una vecchia mentalità coloniale, si aspettassero da un visitatore straniero (percepito come “superiore”) arroganza e prevaricazione. E tutto questo per gesti banalissimi, come lasciare passare davanti chi è più basso di me nel moshpit di un concerto, evitando così di bloccargli completamente la visuale. Il minimo sindacale dell’umana decenza.
Il problema sorge quando la persona non è riconosciuta come legittimamente più in alto di noi.
Secondo Aaron James, professore di filosofia americano che ha dedicato un libro intero all’argomento: Stronzi. Un saggio filosofico, stronzo è colui che, a parità di status sociale e al netto di circostanze speciali, si sente intrinsecamente in diritto, per privilegio e senso di superiorità, di ignorare le regole d’ingaggio sociale a cui tutti aderiscono, o addirittura le leggi che non ritiene si applichino a lui.
Salta la fila, bullizza, interrompe quando sta parlando qualcun altro, guida e parcheggia in modo sconsiderato, fa commenti sgradevoli e fuori luogo sulle persone. Il suo senso di entitlement è così forte da immunizzarlo da qualsiasi critica, a cui risponde con volgarità, uscendo a testa alta, vittorioso, da qualsiasi situazione.
“Entitlement” è una di quelle parole, come “accountability”, la cui assenza nel vocabolario italiano sottende la difficoltà a diagnosticare e quindi a intervenire su alcuni mali della nostra società. In questo caso, si tratta della irrazionale, individualistica convinzione di meritare qualcosa, che quel qualcosa ci sia dovuto e sia nostro diritto pretenderlo, anche a costo di sottrarlo illecitamente agli altri.
Il senso di entitlement non è innato, ma determinato culturalmente, e ha tante diverse radici. Genera entitlement crescere in una famiglia ricca, o in una famiglia aristocratica, avere il giusto colore della pelle, un lavoro prestigioso, una laurea costosa, essere dotati di un pene fra le gambe e/o di un Suv (volendo essere maliziosi, non “e/o” ma solo “o”). Anche credere di avere un dio dalla propria parte, o una comunità di credenti alle spalle che valida certi pregiudizi, è una delle basi più potenti per sentirsi in diritto di atteggiarsi con stronzaggine nei confronti di categorie come gay, donne, atei.
Ma attenzione, anche da liberi pensatori è necessario porsi qualche domanda su come siamo o vogliamo essere percepiti. Richard Dawkins, tanto ammirato nel mondo per la sua eloquenza e abilità di scrittura, è altrettanto disprezzato per la sua famigerata stronzaggine, percezione che emerge dal suo sentirsi entitled (per superiorità accademica) a non rispettare le regole di ingaggio che qualcuno pretende nel momento in cui si approccia il tema della religione (deferenza, considerazione, senso del tabù).
La stronzaggine non è necessariamente un argomento faceto come si può pensare, perché la capacità stessa di riconoscere uno stronzo, capacità che non si può dare universalmente per scontata, richiede una sensibilità condivisa la quale, anche se non ce ne rendiamo conto, in quest’epoca e nella nostra cultura è radicata nella gloriosa tradizione del liberalismo.
Prendendo le mosse dal grande classico Una teoria della giustizia di John Rawls, che definisce il liberalismo come «la dottrina morale, psicologica, sociale e politica che emerge dalla comprensione che hanno i membri delle democrazie liberali mature di se stessi e della loro società come un equo sistema di cooperazione», Alexandre Lefebvre, professore di politica e filosofia all’università di Sydney e autore di Liberalism as a Way of Life, propone un ideale di carattere e condotta comprensibile a tutti che possa servire da definizione di chi siamo e cosa vogliamo essere: quello di «Non essere uno stronzo».
L’interiorizzazione di questo semplice ideale permette di stabilizzare, senza bisogno di un leviatano, una società plurale in cui non si può imporre a tutti un’unica concezione del mondo, ideologica o religiosa. In una società in cui tutti risaputamente pensano che comportarsi da stronzi tradisca l’immagine che hanno di sé come agenti morali, si può contare sul fatto che un altro membro della comunità sia incline a fare la cosa giusta, motivandoci così a fare lo stesso.
Naturalmente, all’interno delle società liberali coesistono ideologie che possono allontanare da questo ideale. Il capitalismo, per esempio, è l’humus perfetto per il fiorire della stronzaggine, promuovendo mantra come: «Io guadagno tanto perché lavoro tanto. Trovati un lavoro anche tu!» Un argomento che muove meschinamente da una posizione di entitlement, perché evita di considerare coloro che, pur spaccandosi la schiena altrettanto o molto di più di chi fa i milioni, tornano a casa con un pugno di monete.
Non si può impunemente ignorare che il successo dipende in larghissima misura dalle condizioni di privilegio da cui si parte nella vita, condizioni che spesso nessuna quantità di sudore e olio di gomito potrà cambiare. Gli americani trovano talmente ripugnante l’idea del parassitaggio (freeloading, associato fortemente al socialismo) che preferiscono rovinarsi finanziariamente con un perverso sistema di assicurazioni private piuttosto che permettere a un ipotetico non contribuente di farla franca usando i servizi sanitari gratuitamente, oppure indebitarsi per decenni per mandare all’università un figlio piuttosto che far studiare a fondo perduto i perditempo buoni a nulla che scelgono le discipline umanistiche.
All’epoca della pubblicazione di Stronzi (2013), a detta di Aaron James l’esempio più avanzato di stronzo-capitalismo nelle società occidentali era l’Italia, che aveva perfezionato il sistema sotto la sapiente conduzione di Silvio Berlusconi. Da allora, le cose sono gravemente peggiorate, perché, con l’ascesa dei populismi di destra, la stronzaggine ha cominciato a non essere più riconosciuta come tale, ma scambiata per una dimostrazione di forza, di determinazione, di leadership: a quel punto, i fondamenti della democrazia liberale a cui sono ancorati tutti i valori con cui siamo cresciuti hanno cominciato a vacillare pericolosamente.
Nel 2017, il famoso comedian americano Bill Maher ha dedicato una puntata del suo show Real Time a questo tema.
«I repubblicani devono imparare la differenza tra l’essere conservatori e l’essere degli stronzi. Molte delle loro politiche non portano avanti un’agenda conservatrice o libertaria, ma sono semplicemente mosse da stronzi. Abrogare una legge che vietava l’uso del piombo nei proiettili da caccia per evitare di avvelenare le aquile che si nutrono delle carcasse non è una decisione volta a creare posti di lavoro, a risparmiare sul budget, a migliorare la qualità della vita dei cittadini.
È una mossa da stronzi. Lo stesso dicasi per la reintroduzione di un pesticida noto per danneggiare le funzioni cognitive dei bambini. Per non parlare della cancellazione dei buoni pasto per gli scolari. (Piccoli parassiti, fate come in Cina e guadagnatevi da mangiare cucendo le cravatte di Trump!) E ancora, la reintroduzione dell’amianto, e la cancellazione di un accordo con i produttori di automobili per una maggiore efficienza dei motori. I repubblicani sanno che le auto inquinano, ma se ne fregano, perché la funzione di un’auto è quella di far incazzare i liberali».
Bill Maher cattura con efficacia quella che sembra essere diventata la direttiva primaria delle destre populiste: guardare qualsiasi problema e chiedersi, «Che cosa farebbe uno stronzo in questo caso?» In effetti, il desiderio di vendicarsi, di prevaricare, di far dispetto ai nemici ideologici o somministrare violenza vera e propria a categorie di persone che il nostro comune sistema di valori ci aveva portato a identificare come bisognose di protezione, è diventato per alcuni un impulso così dominante da superare persino la legittima aspirazione a migliorare le loro vite.
Si pensi alla volontà politica che ha prodotto la Brexit, che sembra ispirata alla barzelletta ebraica dell’uomo che odia il proprio vicino di casa a tal punto che quando Dio gli offre di realizzare qualunque sua volontà, con il cavillo che il suo vicino riceverà il doppio di quanto ha richiesto per sé, l’uomo chiede a Dio di cavargli un occhio.
L’incubo distopico che stiamo vivendo da quando le chiavi del potere mondiale sono state riconsegnate a un mostro fuori controllo sta mettendo in crisi e profondamente in ansia tutti coloro, atei e agnostici inclusi, che hanno bisogno della democrazia liberale come dell’ossigeno per esistere. Essere vittima di stronzaggine significa innanzitutto essere cancellati nelle nostre identità più profonde, vederci negato il diritto alla parità e all’equità, come individui e come cittadini.
La reazione istintiva che spesso abbiamo in queste circostanze è quella di bestemmiare, di dire parolacce: un meccanismo psicologico volto a reclutare altre persone a confermare che meritiamo di essere trattati meglio, o semplicemente ricordare a noi stessi che se non reclamiamo noi il nostro diritto a esistere e a essere visti, nessuno lo farà al nostro posto. Non esitiamo quindi, razionalisticamente parlando, a chiamare stronzo uno stronzo, quando ne vediamo uno!
Paolo Ferrarini
Approfondimenti
- Aaron James: Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli, 2013
- Alexandre Lefebvre: Liberalism as a Way of Life, Princeton University Press, 2024
- John Rawls: Una teoria della giustizia, Feltrinelli, 1982
- Real Time with Bill Maher: New Rule: What Would a Dick Do? (go.uaar.it/hbufweu)
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Un caso freschissimo, di giornata vorrei dire, di stronzaggine è la meraviglia fanciullesca con la quale la stampa e la TV hanno sottolineato l’atto eroicamente umile… o umilmente eroico?, con il quale papa14 ha messo a dura prova le sue forze: portare la croce di polistirolo massiccio per tutta la via crucis! Peccato che la performance non sia stata cronometrata: avrebbe potuto diventare materia di fede popolare.