La reintroduzione della festa nazionale di san Francesco il 4 ottobre: una delle più eclatanti clericalate bipartisan del nostro Parlamento. Una riflessione di Lodovico Zanetti sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
A pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre ci si azzecca. E chi, meglio di Andreotti, può servirci a capire la santificazione, pardon l’introduzione di una nuova festività legata alla religione, da farsi il 4 ottobre per i patroni italici, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena?
Perché al netto della mancata reintroduzione del XX settembre, anniversario della presa di porta Pia, alla Dc manco passò per la testa di aggiungerci gli italici patroni alle già presenti festività religiose del nostro calendario: il primo gennaio, per Maria; il 6 gennaio, epifania; pasqua e lunedì dell’angelo; ferragosto, assunzione di Maria; 8 dicembre, immacolata concezione – dogma pronunciato nel 1854, sulla nascita senza peccato originale di Maria, che scommetterei la metà dei cattolici confonde con l’affermazione della verginità della Madonna; ognissanti, e ovviamente il natale, in comodato d’uso dai pagani saturnalia e sol invictus. Sorprendentemente, più di quelle laiche, tre soltanto: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.

Davvero ci serviva un’altra festività religiosa? Sì, a qualcuno serviva, in realtà, per riaffermare che l’Italia è una nazione cattolica. Una reintroduzione subdola e tardiva della religione di Stato. Intesa, per altro, non come affermazione delle idee che i santi propugnavano, ma quasi a voler fissare un punto fermo. Che l’Italia è un Paese cattolico, dove non tutti sono uguali, ma ci sono persone più uguali degli altri. E quindi, crocifissi a scuola, nei tribunali, benedizioni a gogò, affermazioni di obbligo di adeguarsi, da parte degli immigrati, alle nostre tradizioni. Cosa che, in effetti, essendo quella cristiana religione importata, sembra un ossimoro lampante. Una bandierina, quindi, anzi una croce messa per indicare un controllo di territorio.
E non vorrei stigmatizzare coloro che l’hanno proposta, con la scusa dell’ottavo centenario della nascita del “poverello” d’Assisi, ma mi piace ricordare i fautori di questa legge. Pare che l’idea sia stata lanciata da un poeta mio concittadino, tal Davide Rondoni, di cui ricordo le esternazioni non proprio simpatiche sulla campagna degli ateobus. In un articolo pubblicato sulla prima pagina di Avvenire sosteneva che «la sedicente unione di atei razionalisti è stata ridicolizzata nella sua saccenteria dal semplice buon senso di gente normale», «perché basta, per così dire, essere uomini per capire la violenza stupida di quel messaggio», ignorando che quel messaggio, civilissimo, era di Richard Dawkins, uno tra i più grandi scienziati viventi.
La campagna dei bus è definita «una miseria», e del resto «la Bibbia insegna che non esistono gli atei: li chiama idolatri». Rondoni conclude che «proprio grandi regimi che hanno professato l’ateismo – come il comunismo e il nazismo – hanno provocato le più gravi violenze sull’uomo». Sorvoliamo sulla bocciatura del poeta in storia, visto che proprio ateo il nazismo non era, ma ci colpisce l’incapacità di capire le posizioni degli altri, per rifugiarsi in un rifiuto che è esattamente il contrario di quello a cui secondo la legge servirebbe questa festa: «al dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse» (sic), cosa che, evidentemente, non rientra nelle corde del poeta.
In una intervista apparsa su Pagella Politica un parlamentare di Forza Italia anonimo (probabilmente per paura del rogo, quantomeno metafisico), definisce la legge una boiata pazzesca, e in effetti ci tocca dargli ragione, e ne attribuisce la paternità a Maurizio Lupi, ultimo erede dei peones della Dc, che riesce a essere meno laico dei democristiani originali, ma a cui, data la passione del santo a parlare con i lupi, dialogo non praticato dagli elettori che non lo votano, riconosciamo le circostanze attenuanti, anche se la sua dichiarazione ricorda i quadri di Magritte «È un segno, un richiamo fortemente laico a ciò che ci unisce». Anche la relatrice del disegno di legge, Elisabetta Gardini (Fdi), ha evidenziato come la festa possa rappresentare un momento di unione «per credenti e non credenti». Che detto da lei, reduce da uno scisma che l’ha portata da Forza Italia a Fratelli d’Italia…
Brutta figura, per altro collettiva dei parlamentari nazionali in toto, che dimostrando un tasso di laicità paragonabile allo 0 kelvin (zero assoluto) approvano il provvedimento, a eccezione di due parlamentari di Azione che votano contro. Avevo sperato lo facessero sul solco tracciato dal vero Partito d’azione, per la laicità dello Stato, ma lo fanno solo perché questa festa, quando non cade di domenica, costerà ai cittadini italiani circa 11 milioni di euro, per maggiorazioni salariali ai lavoratori della sanità, delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco.
Vista la nota propensione del poverello d’Assisi a liberarsi dei beni terreni, a donare quanto in suo possesso, in onore di questo santo avremmo potuto recuperare qualcosa (magari anche per la scuola, o la sanità) dai sette miliardi che il nostro Stato regala o sconta alla chiesa cattolica. Ma ci sarebbe voluto un miracolo. E noi siamo atei.
Lodovico Zanetti
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