Un articolo scientifico sulle mutilazioni genitali femminili mostra i limiti del relativismo culturale. Il rispetto delle differenze non può giustificare pratiche che violano diritti, salute e l’autodeterminazione delle donne. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Il 14 settembre 2025, sul Journal of Medical Ethics (rivista affiliata al prestigioso Bmj, British Medical Journal), è stato pubblicato un corposo articolo, intitolato Harms of the current global anti-Fgm campaign (I danni delle attuali campagne globali contro le mutilazioni genitali femminili). L’articolo è firmato da 25 autori.
La prima firma è quella di Fuambai Sia Ahmadu, antropologa della Sierra Leone, cresciuta negli Stati Uniti, con un dottorato di ricerca in antropologia sociale presso la London School of Economics, docente presso l’Università di Chicago e in un’università del suo Paese di origine.

Da tempo Sia Ahmadu è impegnata nella difesa delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). Sì, in difesa, non contro! Lo chiarisce bene lei stessa nel suo sito www.fuambaisiaahmadu.com, dedicato alla promozione di queste mutilazioni: «Ho creato questo sito web come piattaforma per celebrare e condividere la conoscenza sulle origini africane della circoncisione e in particolare per incoraggiare le donne che sostengono la circoncisione femminile in varie parti del mondo. Come fondatrice di SiA Inc., la mia missione principale è promuovere i diritti delle donne adulte circoncise all’uguaglianza, alla dignità e all’autodeterminazione, preservando questa importante pratica corporea culturale e religiosa».
L’autrice racconta di essere andata in Sierra Leone all’età di 22 anni per sottoporsi alle mutilazioni genitali femminili, in quanto membro del gruppo etnico Kono che le pratica abitualmente. Critica le sue «sorelle femministe occidentalizzate» che insistono «nel privarci di questo aspetto essenziale del passaggio all’età adulta, in linea con il nostro patrimonio culturale unico e potente».
Sostiene inoltre che non vi siano rischi per la salute delle donne e/o conseguenze negative sulla loro sessualità e che la maggior parte delle donne sottoposte a mutilazioni non le percepiscano come una pratica oppressiva. Desta non poca perplessità che Sia Ahmadu abbia lavorato come consulente per l’Unicef e per il British Medical Research Council in Gambia.
Nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics, gli autori sostengono che l’attuale dibattito e le relative politiche anti-Mgf, pur essendo guidati da intenti di tutela della salute e dei diritti umani, causano danni non intenzionali e controproducenti. Secondo gli autori, la narrazione dominante dell’“anti-Mgf” è costruita su un quadro fortemente razzializzato ed etnocentrico che semplifica in modo stereotipato pratiche culturalmente diverse e complesse, contribuendo a perdere di vista la varietà di significati e di contesti in cui queste pratiche esistono.
Tra i possibili danni evidenziati dagli autori vi sono: l’erosione della fiducia nelle strutture sanitarie da parte di comunità coinvolte; il silenzio e la marginalizzazione di voci interne alle comunità che hanno prospettive più sfumate o dissenzienti; la profilazione razziale e il monitoraggio legale sproporzionato di famiglie migranti nei Paesi occidentali.
Gli autori criticano inoltre quella che definiscono una doppia morale: mentre alcune procedure genitali simili (ad esempio interventi cosmetici o chirurgici) sono legittimate o normalizzate in occidente, le pratiche genitali tradizionali praticate in altri contesti culturali vengono condannate e stigmatizzate attraverso il linguaggio e le politiche internazionali.
In conclusione, gli autori propongono la necessità di un approccio più equilibrato e basato sulle evidenze, che tenga conto delle complessità culturali e non riproduca ingiustizie o stereotipi, affinché le politiche e i discorsi pubblici non producano danni simili a quelli che si desiderano evitare.
Per esprimere un giudizio sull’articolo pubblicato dal Journal of Medical Ethics è bene ricordare brevemente cosa siano le Mgf.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato le Mgf in quattro differenti tipi, con varie sottocategorie:
Tipo I. Clitoridectomia: rimozione parziale o totale del clitoride e/o del prepuzio clitorideo.
Tipo II. Escissione: rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra con o senza asportazione delle grandi labbra.
Tipo III. Infibulazione: restringimento dell’orifizio vaginale con chiusura ermetica coprente creata tagliando e avvicinando le piccole e/o le grandi labbra, con o senza escissione del clitoride.
Tipo IV. Altri interventi dannosi sui genitali esterni a fini non terapeutici (puntura-pricking, piercing, incisione, cauterizzazione).
Le Mgf danneggiano gravemente la salute psicofisica delle bambine e delle donne, anche per l’uso di strumenti infetti e in genere per le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui vengono effettuate.
Le donne con Mgf hanno problemi durante le mestruazioni a causa della parziale o totale occlusione dell’orifizio vaginale, dovuto alla formazione di cicatrici e cheloidi secondari che insorgono per la lenta e incompleta cicatrizzazione della ferita associata a flogosi e a infezioni post operatorie. Queste donne sono spesso affette da endometriti, vaginiti e cistiti ricorrenti. Le infezioni e i calcoli urinari sono molto frequenti e possono compromettere la funzionalità renale. Frequenti sono anche le fistole e rapporti sessuali dolorosissimi.
Ogni anno circa tre milioni di bambine (tra cui anche alcune donne) vengono sottoposte a Mgf e il numero di donne e bambine viventi che le hanno subite è oggi di circa 230 milioni.
Criticare l’articolo pubblicato dal Journal of Medical Ethics è un esercizio abbastanza facile che è stato eseguito da diversi commentatori all’estero1 (stranamente in Italia non si è avuta alcuna discussione). Le principali critiche riguardano gli aspetti medico sanitari, totalmente sottovalutati da Fuambai Sia Ahmadu e gli altri autori. Inoltre viene totalmente trascurato il ruolo socio-culturale che rende le Mgf un crudele strumento patriarcale di controllo sociale sulle donne.
Anziché concentrarsi sulla rivendicazione della dignità culturale di certe pratiche tradizionali, bisognerebbe che tutti indirizzassero le proprie energie a tutela della salute e dei diritti delle donne e delle ragazze. Appare infine fuori luogo il paragone tra le Mgf e alcune tecniche di chirurgia genitale praticate in occidente, condotte con totale rispetto delle norme igienico-sanitarie, prive di conseguenze drammatiche e, soprattutto, scelte volontariamente e non imposte.
Al di là delle critiche specifiche all’articolo, la sua pubblicazione su una rispettabile rivista scientifica pone problemi più ampi. Nel sito della prima firmataria dell’articolo, la citata Fuambai Sia Ahmadu, si legge: «Sia (o Saa), secondo la cosmologia menfita, che precede le religioni abramitiche, è il nome del primo essere formato dal Dio Creatore, Atum, attraverso il sangue del “Suo” Fallo. La circoncisione (sia femminile che maschile) ha un’origine socio-religiosa africana e questo potente atto simbolico è stato adottato e adattato da molte culture e tradizioni religiose nel corso della storia del mondo.
Sono una cristiana rinata e il mio defunto marito era musulmano, ma sono anche un’antropologa e credo sia necessario che i discendenti africani (ai quali è stato detto che non abbiamo una storia o una cultura indipendente dagli europei che valga la pena conoscere, per non parlare di preservare) comprendano le origini delle nostre religioni ancestrali e come queste credenze e pratiche abbiano influenzato le religioni abramitiche. La circoncisione è ciò che collega questa conoscenza del nostro passato con ciò che siamo nel presente».
Le motivazioni che inducono l’autrice a difendere le Mgf sono dunque legate alla volontà di salvaguardare la conoscenza delle tradizioni culturali di un popolo, rivendicando autonomia nei confronti dell’Europa e, in generale, dell’occidente.
In sostanza l’autrice, da antropologa, rivendica la necessità di comprendere norme, tradizioni, valori e credenze di un popolo all’interno del contesto culturale specifico che le genera. Rifiutando giudizi basati su standard esterni e sostenendo la pari dignità di tutte le culture, rifiutando ogni forma di etnocentrismo. In una parola si tratta di quello che viene chiamato relativismo culturale, proposto inizialmente da illustri ricercatori come Franz Boas (1858-1942) e Bronisław Malinowski (1884-1942).
Il relativismo culturale è la posizione, del tutto condivisibile, secondo la quale i valori, le norme morali e le pratiche sociali devono essere compresi e valutati nel contesto della cultura a cui appartengono, evitando ogni giudizio espresso, inevitabilmente, applicando i criteri della propria cultura di appartenenza. In altre parole, ciò che è “giusto” o “normale” e “moralmente accettabile” dipende dal contesto culturale.
Si tratta sicuramente di un approccio apprezzabile. Vi sono infatti tanti modi di vivere e non esiste un criterio oggettivo per stabilire quale cultura sia globalmente “superiore” alle altre. Pensare che la migliore sia quella che noi abbiamo adottato e giudicare le altre in modo unilaterale è un atto di arroganza e supponenza che tanti danni ha provocato. L’approccio relativistico favorisce inoltre la tolleranza e il rispetto verso culture diverse. Quello etnocentrico, al contrario, genera discriminazioni, sopraffazioni e razzismo.
Il relativismo culturale è indispensabile in antropologia, etnologia e storia per studiare società lontane da noi geograficamente, cronologicamente e culturalmente. Ma è anche indispensabile nella vita di tutti i giorni per la pacifica convivenza di etnie e popolazioni con usi, costumi e tradizioni diverse.
È però piuttosto evidente che esso deve avere dei limiti ed è importante, proprio in nome di tolleranza e convivenza, stabilirne i confini.
Infatti, se applicassimo in modo assoluto il relativismo culturale, allora potremmo giustificare qualsiasi pratica, anche quelle che violano i diritti umani. Per questo è necessario porre dei limiti basati su principi universali minimi, come la dignità della persona e i diritti fondamentali.
In sintesi, il relativismo culturale è utile per comprendere e rispettare le differenze, ma non può diventare una giustificazione per violare valori fondamentali condivisi a livello universale.
I diritti umani fondamentali parlano espressamente di: 1) diritto all’integrità fisica e psichica; 2) diritto alla salute; 3) diritto alla libertà e alla sicurezza della persona; 4) diritto di non essere sottoposti a tortura; 5) diritti dei minori.
Non si possono accettare violazioni di tali diritti in nome del relativismo culturale. Appare abbastanza evidente che le Mgf li violino tutti e cinque. Infatti: 1) comportano la rimozione o la modifica degli organi genitali femminili senza ragioni mediche, causando danni permanenti e traumi psicologici; 2) provocano infezioni, dolore cronico, sterilità, complicazioni durante il parto e, in alcuni casi, la morte; 3) costituiscono un atto di violenza fisica e psicologica; 4) la comunità internazionale classifica le Mgf come trattamenti crudeli, inumani o degradanti; 5) essendo praticate spesso su minori, violano la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che protegge le bambine da pratiche tradizionali nocive.
Quest’ultimo punto appare particolarmente importante. Se una donna adulta, libera e sufficientemente informata sulle possibili conseguenze, decide autonomamente di sottoporsi a Mgf, come ha fatto Fuambai Sia Ahmadu, è giusto che abbia la possibilità di farlo. Ma imporlo a chi non può decidere (come qualsiasi altra pratica religiosa forzata) è un sopruso che non può essere in alcun modo difeso.
Comprendere e studiare le culture diverse dalla nostra, senza pregiudizi ideologici, è un dovere intellettuale e civile. Ma difendere la dignità e l’integrità della persona è un dovere etico, e nessun relativismo può esimerci da questo vincolo.
Silvano Fuso
Approfondimenti
- Si veda, ad esempio: H. Burrage, Are ‘Anti-FGM’ Campaigns Harmful?, 10 gennaio 2026
Iscriviti all’Uaar Abbonati Acquista a €2 il numero in digitale
Sei già socio? Entra nell’area riservata per scaricare gratis il numero in digitale!

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.