L’ultimo film di Steven Spielberg, Disclosure Day, offre l’occasione per riflettere su temi come la persistenza delle credenze e le teorie cospirazioniste. Una lettura laica di Paolo Ferrarini sul numero 3/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Maldisposto dall’argomento, ma tentato da alcune recensioni incoraggianti, ho deciso di dare una chance a Steven Spielberg per vedere cosa avesse di nuovo da dire sugli alieni nel 2026. Spoiler: niente di niente.
Disclosure Day ti intrappola in un lunghissimo episodio della vecchia serie X-Files arricchito di una produzione multimilionaria, al puro scopo di intrattenere lo spettatore che non ha voglia di pensare ma solo di farsi un giro in giostra al luna park cinematografico, con due ore e mezza di caccia all’uomo e inseguimenti altamente improbabili innescati da ancora più improbabili poteri di veggenza.
Molto più simile come esperienza a Minority Report che a E.T. o Incontri ravvicinati, quello che manca completamente in questo film è l’interesse a porsi gli interrogativi sensati che ritroviamo invece in opere più oneste tipo Arrival e naturalmente Contact, quest’ultimo basato sulle riflessioni scientifiche di Carl Sagan.
Scandaloso, a tal proposito, che la posizione di Sagan – secondo cui, puramente a rigor di logica, la vastità del cosmo fa propendere per l’ipotesi che ci sia vita altrove nell’universo – in Disclosure Day sia messa in bocca non a una scienziata, come Ellie Arroway in Contact, ma a una suora, trasformando così una riflessione profonda fatta con cognizione di causa in un banale cliché post-moderno al servizio del pensiero magico e fideistico.
Del resto, di cliché il regista non se ne fa mancare nemmeno uno: dall’incidente di Roswell, ai cerchi nel grano, ai soliti alieni gracili e viscidi con gli occhioni e le dita lunghe, le astronavi giganti che escono dalle nuvole, la lingua dei click, le tecnologie fantascientifiche… Impossibile trovare qualche elemento di novità. Toh, forse il fatto che stavolta i sondini rettali se li beccano più gli alieni che gli umani.
Di per sé, naturalmente, non c’è niente di male nell’intrattenimento fine a se stesso, e chi apprezza un buon action movie non resterà di certo deluso dal livello di questa produzione. Il problema piuttosto è la premessa per nulla innocente del film, in un periodo storico in cui più che mai il confine tra realtà e narrazione è diventato labile e il cinema non solo rispecchia il pensiero della gente su certe questioni, ma ha la grande capacità di plasmarlo.
Perché Disclosure Day non è esattamente un film sugli alieni: è un film sulla teoria della cospirazione secondo cui apparati governativi e para-governativi investono enormi risorse per tenere nascosta all’umanità la presenza degli extraterrestri sulla terra, con la scusa facilona e data per scontata che la gente non saprebbe gestire la “verità” e la società civile collasserebbe e bla bla bla. Anche qua, nulla di nuovo: l’intera serie X-Files degli anni ‘90 ruotava appunto attorno a questa premessa. Solo che parlare di cospirazioni negli anni ‘90 faceva ancora un po’ sorridere. C’era qualcosa di ingenuo, di giocoso, nel pensare che gli alieni fossero tra noi, o che Elvis Presley fosse ancora tra noi.
Perché all’epoca la politica si presentava ancora come una cosa seria, ragionevolmente ancorata alla realtà e lontana dall’integrare nei propri programmi credenze non supportate dall’evidenza per compiacere un elettorato fuori di senno. Oggi le cose sono radicalmente cambiate, viviamo in un girone profondo del mondo infestato dai demoni di Carl Sagan, e un film come Disclosure Day, marketizzato addirittura come «un documentario», esce in un periodo in cui il discorso sugli alieni sulla terra, che fa sbadigliare di noia la scienza, è improvvisamente tornato in auge in America.
Come se fosse una cosa seria! Nei talk show, grande enfasi viene posta sul fatto che le nuove storie sugli alieni si sono notevolmente evolute, a livello di credibilità. Non si tratta più delle allucinate dichiarazioni di vaccari sessualmente repressi del Kansas gravitati via per una colonscopia a 300 metri da terra. No, adesso sono serissimi generali dell’esercito e rispettabili agenti federali a riportare, documenti alla mano, avvistamenti e interferenze che non hanno spiegazioni da protocollo, ma che l’arguto cittadino che non teme la verità sa spiegare benissimo.
Ci si mette anche Barack Obama. Scherzando sul cliché che il presidente degli Stati Uniti dovrebbe essere a conoscenza dei segreti nazionali sugli extraterrestri, qualche mese fa ha dichiarato a un podcast che gli alieni «esistono davvero, ma io non li ho mai visti», aggiungendo poi che se davvero degli esemplari fossero custoditi nell’Area 51, la cospirazione sarebbe tale da tenere all’oscuro persino il presidente.
Ma se le teorie della cospirazione sono al massimo materiale per una battuta in bocca a un agente razionale come Obama, un lunatico che invece le cavalca politicamente come Trump non si è fatto sfuggire l’occasione per denunciare l’arcinemico, insinuando che con quella battuta Obama avrebbe fatto sediziosamente trapelare segreti di Stato.
E subito dopo ha avuto l’idea di reclutare E.T. nella sua macchina di propaganda post-verità volta ad accrescere il senso di paranoia nei confronti dello Stato profondo che cela segreti, allo stesso tempo distraendo l’elettorato dai problemi reali e dai disastri che le sue politiche hanno creato sia a livello domestico che globale. In stile Disclosure Day sono stati così aperti gli archivi militari degli X-Files, pieni delle solite lucine e ombre in movimento in filmati sgranati in bianco e nero che non significano assolutamente nulla, validati soltanto dalla supposta autorità delle agenzie che li rilasciano.
Ma la cosa più alienante, che fa veramente cadere le braccia a chi abbia un minimo di consapevolezza scientifica, è che il discorso pubblico, per come viene presentato sui media, è interamente ridotto a una questione di fede, come se la gente dovesse ingenuamente posizionarsi tra il campo degli scettici in malafede collusi con il potere e i romantici eroi della verità con i poster «I want to believe!» appesi in camera da letto.
Al di fuori dei canali specialistici, non si sente mai nessuno dire chiaramente quale immane sciocchezza sia pensare che gli alieni siano qui ora sulla Terra, quanto vastamente improbabile sia per una specie coprire anche la più piccola distanza cosmica, figurarsi trovare le condizioni ambientali che permettano di avvicinarsi a un altro pianeta e men che meno interagire con i suoi abitanti. Per contro, nessuno spiega chiaramente quanto sarebbe sconvolgente e quali pazzesche implicazioni avrebbe trovare anche solo un’ombra di replicante, un frammento di Dna, su Marte.
È alienante, in altre parole, che l’abitudine all’ignoranza scientifica sia così radicata da rimuovere dalla consapevolezza pubblica la minima cognizione che certe conclusioni si possano e si debbano trarre solamente tenendo conto delle conoscenze pregresse, nozioni fondamentali e consolidate che non si possono allegramente smantellare o ignorare solo per tenere in piedi una vaga intuizione in merito a un video sgranato.
E allora i veri eroi, in questo deserto di insopportabile, reiterata superficialità, sono forse quelli che in camera hanno il poster «I want to believe. Sì, ma nella scienza e nel pensiero razionale».
Paolo Ferrarini
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