Dall’8×1000 alla beneficenza, diversi casi giudiziari e scandali sollevano dubbi su trasparenza e controlli nella gestione finanziaria della Chiesa cattolica. Affronta il tema Federico Tulli sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
La Corte dei conti ha lanciato l’allarme all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026: le condotte dolose sui fondi pubblici sono in aumento. Nel 2025 le sezioni regionali della magistratura contabile hanno emesso ben 226 sentenze di condanna per un totale di 45,3 milioni di euro di danno erariale accertato, con un totale che supera i 900 milioni dal 2010 al 2025.
Il meccanismo dell’omessa rendicontazione è tra le fattispecie più ricorrenti. E tra queste fattispecie non è raro inciampare in vicende che hanno per protagonisti uomini di Chiesa. In questo articolo ricostruiamo alcune tra quelle più significative, a cominciare dal caso di Francesco Miccichè, ex vescovo di Trapani, uno dei più complessi al crocevia tra gestione dei fondi dell’8×1000 e responsabilità contabile dello Stato.

Nel luglio 2020 Miccichè è stato rinviato a giudizio a Trapani per peculato, con l’ipotesi che avesse fatto confluire su conti della diocesi che gestiva in totale autonomia, senza adeguata rendicontazione, oltre 300 mila euro dell’8xmille destinato alla diocesi, e che una parte di quei soldi fosse stata impiegata persino per l’acquisto di un appartamento a Roma, in zona piazza Barberini.
La procura trapanese sosteneva inoltre che, tra il 2007 e il 2011, nei due conti diocesani fossero confluiti quasi 5 milioni di euro complessivi e che il denaro non sarebbe stato usato solo per attività coerenti con le finalità ecclesiastiche previste, ma anche per spese contestate, con un uso che gli inquirenti hanno ritenuto incompatibile con la natura pubblica dei fondi.
Nel dicembre del 2024 il tribunale di Trapani ha chiuso il primo grado del processo penale con una decisione mista: prescrizione per le contestazioni più risalenti e assoluzione «perché il fatto non sussiste» per un’ipotesi di peculato (un prelievo di 2.000 euro nel 2012).
La procura aveva chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi. Ma la partita non si è chiusa. Sul piano contabile, infatti, la Corte dei conti può procedere in modo autonomo e accertare un danno erariale anche quando il giudizio penale si è chiuso senza condanna piena.
Ed è qui che si è aperto il secondo fronte. Nel 2025 la procura contabile regionale siciliana ha citato in giudizio Miccichè e la diocesi di Trapani per un presunto danno erariale di 403 mila euro a carico del ministero dell’economia e delle finanze.
L’ipotesi è che l’ex vescovo abbia gestito questa somma in autonomia, senza un’adeguata rendicontazione e in contrasto con le finalità previste dalla legge per l’8×1000. Il procedimento contabile è stato avviato alla fine del 2025 davanti alla sezione giurisdizionale siciliana e mentre scriviamo non se ne conosce ancora l’esito.
La vicenda di Miccichè – che nel 2012 è stato rimosso da Benedetto XVI dalla guida della diocesi siciliana dopo una visita apostolica che aveva segnalato la gravità delle anomalie gestionali emerse attorno alla curia trapanese – non è l’unica storia in cui a esponenti ecclesiastici viene contestata una gestione illecita o distrattiva di fondi destinati a finalità religiose o caritative.
Un caso che presenta analogie nello schema accusatorio è quello della diocesi di Ozieri, in Sardegna. A febbraio del 2025 il gup di Sassari ha rinviato a giudizio nove persone, tra cui il vescovo Corrado Melis e Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu. Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, di peculato, riciclaggio, favoreggiamento e false dichiarazioni al pm.
Secondo l’accusa, fondi dell’8×1000 e fondi vaticani destinati alla diocesi sarda sarebbero stati dirottati verso la cooperativa sociale Spes, di cui Becciu era presidente/rappresentante legale. Il processo si è aperto nel luglio 2025, a marzo 2026 il tribunale ha disposto l’esclusione di atti diocesani dal fascicolo, mentre per ottobre risultano calendarizzate nuove testimonianze, anche di figure ecclesiastiche, tra cui monsignor Francesco Soddu e monsignor Sebastiano Sanguinetti.
Anche qui siamo nel campo delle accuse da accertare definitivamente e quindi della presunzione d’innocenza. Ma il meccanismo contestato è significativo perché, secondo l’accusa, fondi destinati a finalità caritative sarebbero passati attraverso i conti della Caritas diocesana e di una cooperativa sociale, fino a essere impiegati in modo non coerente con lo scopo originario, con una possibile destinazione privata delle risorse. Di contro le difese hanno sostenuto la correttezza dell’uso sociale delle somme.
A Modena il caso di don Giorgio Panini porta lo stesso tema su scala parrocchiale e comunale. Nel 2011 Panini, ex parroco di Brodano a Vignola, patteggiò un anno e dieci mesi per truffa e appropriazione indebita in un filone separato dal processo principale per omicidio.
Secondo l’accusa, i raggiri avevano colpito attraverso false fatture sia la curia sia i Comuni di Savignano e Vignola, con movimentazioni bancarie rilevanti, numerosi conti e carte di credito. È doveroso qui aprire una parentesi e deviare un attimo dal tema principale dell’articolo.
Poco più di un anno prima don Panini era stato accusato di aver ucciso a coltellate l’amico e socio d’affari Sergio Manfredini nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 2009. Il delitto avvenne in un’abitazione di Vignola, dopo una relazione personale e finanziaria sempre più conflittuale tra i due.
L’inchiesta portò a un processo molto seguito, segnato da dettagli inquietanti sui rapporti tra il sacerdote e la vittima. Nel luglio 2011, in primo grado, Panini fu condannato a 20 anni di reclusione; la pena fu poi rideterminata in appello bis a 17 anni e 4 mesi. La condanna divenne definitiva perché l’ex parroco non è ricorso in Cassazione.
Torniamo ora ai casi di gestione illecita o distrattiva di risorse pubbliche e patrimoniali con il dissesto dell’Idi, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata di Roma. Non siamo più nel campo dell’8×1000, ma della sanità accreditata, dei rimborsi, dei fondi pubblici e della gestione di grandi enti sanitari cattolici.
L’inchiesta sul crac della Provincia italiana della congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione – a cui facevano capo l’Idi, l’ospedale San Carlo di Nancy e villa Paola a Roma –ha riguardato accuse di bancarotta fraudolenta, emissione e utilizzo di fatture false, occultamento di scritture contabili e appropriazione indebita.
Lo scandalo esplose nel 2012 e le cifre sono impressionanti: passivo patrimoniale di circa 845 milioni di euro, distrazioni per oltre 82 milioni, indebito utilizzo di fondi pubblici per oltre 6 milioni ed evasione fiscale superiore a 450 milioni, secondo gli accertamenti della Guardia di finanza riportati dalla stampa e dagli atti d’inchiesta.
Tra i principali imputati figurava padre Franco Decaminada, già consigliere delegato dell’Idi e responsabile della gestione del comparto sanità fino al 2011. All’inizio del 2026 la procura di Roma ha chiesto dieci anni di reclusione per lui nel processo per bancarotta.
L’accusa per il sacerdote è di aver partecipato a una spoliazione sistematica di risorse della struttura sanitaria religiosa: appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta, falsa fatturazione, occultamento di scritture contabili e riciclaggio. Secondo l’accusa, Decaminada avrebbe anche prelevato in contanti oltre due milioni di euro dalle casse dell’istituto senza giustificazione, contribuendo a un dissesto quantificato dagli inquirenti in decine di milioni e, più in generale, a un crac che ha travolto il patrimonio dell’ente.
In buona sostanza, la procura gli contesta di avere usato il controllo sulla congregazione e sulle società collegate per dirottare fondi, gonfiare fatture e coprire uscite prive di reale documentazione. Ovviamente anche qui vale la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva.
Spostiamoci nel Salento con la vicenda di don Cesare Lodeserto e del centro Regina pacis di San Foca che riguarda l’uso di fondi pubblici per l’accoglienza e i programmi antitratta. Lodeserto, sacerdote della diocesi di Lecce, dirigeva un centro per migranti gestito dalla curia e finanziato con risorse pubbliche.
Nel 2010 fu condannato in primo grado per truffa a un anno e quattro mesi per fondi legati al progetto “Ali nuove”, destinato all’assistenza di donne uscite dallo sfruttamento della prostituzione: secondo l’accusa, parte delle attività finanziate non era stata realizzata.
Nelle cronache dell’epoca si parlò di una truffa di 230mila euro su 500mila stanziati. Il Regina pacis fu anche al centro di procedimenti per violenze, minacce e sequestro di persona. Una sentenza del tribunale di Lecce del 2005 condannò Lodeserto e altri imputati per violenza privata e lesioni aggravate ai danni di migranti trattenuti nel centro. Nel 2014 la Cassazione rese definitiva la condanna a 5 anni e 4 mesi per calunnia, minacce e sequestro di persona nei confronti di alcune ragazze immigrate ospiti del centro.
Non tutto, in questa “caritatevole” costellazione di casi, è danno erariale. Nel dicembre 2021 don Francesco Spagnesi di Prato, ex parroco della Castellina, ha patteggiato una pena di tre anni e otto mesi per spaccio, traffico di droga, truffa e appropriazione indebita, dopo essere stato accusato di aver sottratto fondi parrocchiali e offerte dei fedeli per finanziare l’acquisto di stupefacenti e i festini.
La vicenda di Spagnesi non va confusa con quelle di Miccichè, Becciu, Decaminada o Lodeserto ma serve a individuare il dispositivo culturale che c’è in comune: un sacerdote amministra denaro raccolto in nome dei poveri, della comunità, della carità oppure ricevuto da un’amministrazione pubblica; il controllo è affidato a organismi interni o alla reputazione personale; quando la cassa si svuota, ci si accorge che la fiducia – malriposta – aveva sostituito la verifica.
Lo stesso vale per don Lucio Sinigaglia, ex parroco di Legnaro. Siamo tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, quando emerge la gestione opaca di un’ingente eredità destinata alla Caritas parrocchiale di Legnaro. Il lascito, arrivato da un fedele del paese, avrebbe dovuto sostenere i poveri e le attività caritative della comunità, ma secondo l’accusa sarebbe finita in larga parte per finanziare spese personali del parroco: viaggi, cene, regali, auto, moto e interventi sulla canonica.
L’inchiesta della procura di Padova contestò a Sinigaglia l’appropriazione indebita aggravata e continuata. Il caso divenne rapidamente pubblico dopo il sequestro dei beni e la diffusione delle prime ricostruzioni giornalistiche, trasformandosi in uno degli scandali più discussi legati alla gestione di denaro affidato alla Chiesa.
La vicenda di don Sinigaglia si è conclusa sul piano giudiziario con un patteggiamento di un anno e quattro mesi nel luglio 2016 per appropriazione indebita pluriaggravata e continuata. Sinigaglia, che ammise di aver usato parte del lascito destinato alla Caritas parrocchiale per spese personali, reintegrò la somma e nel 2018 ha ottenuto la riabilitazione pastorale dalla diocesi di Padova.
Don Flavio Gobbo, parroco di Spinea, porta il medesimo problema dentro la dipendenza dal gioco. Nel 2018 ha patteggiato due anni, con pena sospesa, per appropriazione indebita dopo un buco di circa 500mila euro nelle casse della parrocchia, denaro sperperato al casinò.
Monsignor Patrizio Benvenuti allarga ancora il campo: non fondi pubblici, ma beneficenza usata come promessa fiduciaria. Nel 2016 la Guardia di finanza di Bolzano lo arrestò nell’ambito di un’inchiesta per truffa, riciclaggio ed evasione fiscale.
Secondo l’accusa, quasi trecento persone, perlopiù anziane e residenti all’estero, avrebbero versato denaro alla fondazione umanitaria Kepha onlus; quelle somme sarebbero poi finite in un articolato meccanismo di riciclaggio tra società estere e italiane.
La cifra contestata arrivava a circa 30 milioni di euro. Benvenuti era un alto prelato con incarichi presso il tribunale ecclesiastico della Santa sede, poi in pensione e residente alle Canarie al momento dell’arresto. Nel febbraio 2025 il tribunale di Roma lo ha assolto dall’accusa di truffa aggravata legata alla fondazione Kepha, su richiesta della stessa procura, con la formula «perché il fatto non sussiste».
Per Benvenuti, dunque, il procedimento si è concluso con un’assoluzione piena. Diverso, perché più ecclesiale-amministrativo che penale, è il caso – clamoroso – del vescovo Franz-Peter Tebartz-van Elst di Limburg, in Germania.
Nel 2013 divenne per la stampa internazionale il simbolo della ricchezza episcopale fuori controllo, dopo lo scandalo sui costi del nuovo centro diocesano St. Nikolaus, comprendente anche la residenza episcopale: da una previsione iniziale di circa 5,5 milioni di euro si arrivò a una spesa di circa 31 milioni.
Al vescovo vennero contestati costi fuori scala, scarsa trasparenza verso gli organi di controllo e uno stile di governo percepito come incompatibile con la sobrietà richiesta alla Chiesa, tanto che il Vaticano lo sospese nell’ottobre 2013 e nel marzo 2014 papa Francesco accettò le sue dimissioni.
Dopo alcuni mesi, nel dicembre 2014, ricevette un incarico in Vaticano come delegato per la catechesi presso il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. In pratica non fu rimosso dalla Chiesa, ma ricollocato in un incarico privo della stessa esposizione gestionale, lontano dalla cassa.
Federico Tulli
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