In diversi Paesi africani si inaspriscono le leggi contro le persone lgbt+, in un clima di repressione che coinvolge governi, confessioni religiose e lobby integraliste. Affronta il tema Valentino Salvatore sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
«Why are you gay?» è ormai un meme che fa sghignazzare i social. Ma cosa c’è dietro? Nel 2012 sul canale ugandese Nbs si parla di omosessualità. Il presentatore di “Morning Breeze” Simon Kaggwa Njala ospita Pepe Julian Onziema, attivista trans. Esordisce chiedendogli se deve chiamarlo “mister” e fa la fatidica domanda.
La trasmissione prosegue tra provocazioni e lazzi, mentre Onziema tenta di argomentare in maniera pacata. L’apoteosi quando entra in scena il pastore pentecostale Martin Ssempa che sfodera falliche banane, zucchine e carote per il suo predicozzo contro gay e lesbiche.

Un momento iconico di tv trash che spettacolarizza la pervicace omofobia africana. Con l’intervista Onziema diventerà molto noto e per il coraggioso impegno a favore dei diritti subirà arresti e angherie. Proprio l’Uganda, in larghissima parte cristiana, introduce nel 2014 una legge contro l’omosessualità che prevede il carcere a vita, firmata dal presidente Yoweri Museveni. La versione originale ha la pena di morte, cassata dopo una levata di scudi mondiale.
Appena passa la norma un tabloid pubblica una lista di proscrizione con nomi e foto di 200 presunti «top homo», che scatena odio e violenze. Onziema lancia una grande mobilitazione contro la legge, smantellata dalla Corte costituzionale mesi dopo.
Ma nel 2023 il deputato musulmano Asuman Basalirwa ripresenta una norma simile che, complice il voltafaccia dei giudici supremi, introduce ergastolo per rapporti tra persone dello stesso sesso, vent’anni di carcere per propaganda e attivismo lgbt+ e pena di morte per quella «omosessualità aggravata» (violenze su minori, anziani o persone con disabilità).
L’onda lunga della marea omofoba in Africa non si ferma lì. Verso la fine del 2024 la giunta militare del Mali impone due anni di carcere per «atti sessuali innaturali» e sette per la loro «promozione». Dall’indipendenza nel 1960 non ci sono disposizioni mirate ma solo il vago reato contro la morale talvolta applicato. A introdurle ci pensano i militari al potere dal 2021.
Nel 2025 in Burkina Faso, a maggioranza islamica, la giunta militare al potere dal 2022 con Ibrahim Traoré impone il carcere fino a cinque anni. Nemmeno quarantenne e musulmano, Traoré è stato attivista studentesco in gruppi marxisti; si arruola nell’esercito e combatte i jihadisti.
La sua figura è adorata soprattutto dai giovani burkinabé e da una certa sinistra anticapitalista, accostata al compianto Thomas Sankara che negli anni ottanta lotta per la dignità del suo popolo e contro l’imperialismo. Ma il novello rivoluzionario rende il Paese più reazionario: guida una dittatura filorussa che criminalizza per la prima volta le persone omosessuali.
Il Senegal, in gran parte musulmano, nell’aprile del 2026 raddoppia da cinque a dieci anni le pene per i gay e dà fino a sette anni per la propaganda lgbt+. Il parlamento vara la legge all’unanimità con solo tre astenuti e il presidente Bassirou Diomaye Faye la firma.
È fortemente voluta dall’ormai ex primo ministro Ousmane Sonko, esponente del Pastef (Patriotes Africains du Sénégal pour le Travail, l’Éthique et la Fraternité), partito che unisce populismo di sinistra, panafricanismo e anticolonialismo ma pure un torvo tradizionalismo religioso. In un discorso Sonko si scaglia contro «una sorta di tirannia»: «l’ottanta per cento se non di più non vuole» l’omosessualità, «ma c’è un nucleo chiamato Occidente che vuole imporla al resto del mondo».
Pure Sonko viene celebrato dalla sinistra, specie in Francia. Nel 2024 in occasione della vittoria elettorale invita a Dakar Jean-Luc Mélenchon de La France Insoumise per ringraziarlo del sostegno. Un siparietto significativo degli imbarazzi dei compagni europei e della ruvidità di quelli africani.
L’esponente della sinistra francese saluta Sonko come modello per l’Africa che vuole emanciparsi. Si dice fermamente in disaccordo sulle leggi antigay ma sfoggia una retorica decoloniale. Pur rivendicando il sostegno al matrimonio egualitario in Francia, «non cercherò di imporlo a voi», afferma, ricordando che erano contrari reazionari e razzisti.
«Nel mio Paese il tema è stato controverso. Come lo abbiamo risolto? Votando! Bene, forse un giorno voterete anche voi», aggiunge, subissato dalle contestazioni. Il padrone di casa di rimando denuncia «l’intolleranza» di chi vorrebbe negare «il diritto, sui temi in cui si è in disaccordo, di legiferare».
Rischia pure il Ghana a maggioranza cristiana. Nel maggio del 2026 il parlamento vota una legge che prevede tre anni per gli omosessuali e fino a dieci per chiunque li aiuti (con obbligo di denuncia, tranne per operatori legali e sanitari). Sostiene la “riforma” il deputato e reverendo John Ntim Fordjour. Il presidente John Mahama ora è sotto pressione affinché la ratifichi. Un testo simile già passa nel 2024, però quella volta manca l’assenso dell’ex presidente Nana Akufo-Addo.
L’ultimo (finora) che inasprisce l’omofobia istituzionale è il Niger musulmano. La giunta militare retta da Abdourahamane Tiani decreta nel giugno del 2026 l’arresto fino a dieci anni per i gay e fino a vent’anni per chi ne sostiene attività e organizzazioni. Si compie l’intenzione del presidente Mohamed Bazoum, deposto dai militari nel 2023, per assecondare le comunità islamiche. Nel 2024 la giunta ha già eliminato l’educazione sessuale a scuola perché mina i “valori”, e limitato l’azione delle ong che si dedicano alla salute riproduttiva.
Gli africani ereditano leggi coloniali, specie quelle contro la “sodomia” nelle zone dominate dalla corona britannica, e l’evangelizzazione cristiana dei conquistatori irrigidisce morale, famiglia e ruoli sociali dove non vige l’islam. Ma è semplicistico (e assolutorio) ridurre il ritorno di certe norme a una lontana eredità. Per dire, nelle colonie francesi il reato è abolito fin dai tempi di Napoleone.
E almeno dagli anni cinquanta l’Africa è formalmente indipendente, anche se subisce tuttora l’influsso occidentale. Ma mentre in occidente le persone lgbt+ possono sperare in più diritti e tolleranza, in Africa il processo si inverte. Governi di ogni risma, persino di sinistra, rincorrono in questi anni gruppi confessionali sempre più vocianti.
Non si puniscono più solo i rapporti intimi come voleva il moralismo vittoriano. L’oppressione si allarga, usa la tecnologia, colpisce identità di genere, unioni gay, attivismo e persino supporto legale e sanitario. Le corrotte classi dirigenti locali mietono consensi indicando al popolino esasperato capri espiatori come i gay, divenuti simbolo della perfida egemonia occidentale, per distogliere l’attenzione dai gravi problemi di cui hanno primaria responsabilità.
La ricerca ha valorizzato (e a volte esagerato) in Africa usanze culturali locali con ruoli di genere più aperti e plurali. Ma questo relativismo è stato appiattito da colonialismo e grandi religioni. Oggi la retorica sovranista rivendica l’isolazionismo africano come rivalsa verso l’imperialismo e a difesa della purezza identitaria (spesso paradossalmente quella delle religioni dei colonizzatori).
Intanto l’omofobia si espande nel continente. I predicatori fanno una propaganda che ai nostri occhi “civilizzati” è macchiettistica ma risulta cupamente efficace. Impazzano le “terapie di conversione” per cambiare l’orientamento sessuale spesso con torture e pratiche umilianti.
Le polizie attuano una brutale repressione con arresti, retate e abusi. Sono frequenti aggressioni, stupri “correttivi” e bullismo. Post virali e campagne mediatiche con fake news, pseudoscienza e complottismo alimentano il panico morale su temi sensibili come abusi su minori, malattie sessualmente trasmissibili e interferenze straniere.
Ad esempio in Costa d’Avorio nel 2024 si scatena un’ondata di sdegno e violenza per un video falso in cui il presidente francese Emmanuel Macron chiede al presidente ivoriano Alassane Ouattara di legalizzare i matrimoni omosessuali: circostanza che lo stesso governo ha dovuto smentire per placare gli animi.
L’omofobia trova terreno fertile tra le religioni e favorisce un ecumenismo che supera storiche rivalità. Non solo l’islam soffia sul fuoco, ma pure le Chiese cristiane. Gli anglicani sono spaccati anche sull’accettazione delle persone lgbt+: quelli africani, ormai la maggioranza, sono molto più sessisti degli occidentali.
La chiesa cattolica da noi ostenta il volto più “pastorale” verso i gay (senza cambiare la dottrina che disapprova le relazioni non eterosessuali), mentre in Africa mostra senza infingimenti quello più gretto. Anche la reazionaria chiesa ortodossa guadagna fedeli grazie all’influenza esercitata dalla Russia di Putin nel mutato quadro geopolitico.
Un fattore prepotente in questi anni è il ruolo delle lobby integraliste, soprattutto evangeliche statunitensi ma pure cattoliche europee contro il “gender”, oliato da decine di milioni di dollari, dalla capacità di fare rete e dall’ascendente sulle classi dirigenti.
Proprio ad Accra, capitale del Ghana, pochi giorni dopo il voto sulla legge omofoba si tiene la quarta conferenza interparlamentare africana su famiglia, sovranità e valori. Partecipano autorità di una ventina di Paesi, esperti, accademici, lobbisti e religiosi.
A suggello viene approvato un documento che rivendica difesa della famiglia tradizionale e dei valori morali, e opposizione a diritti lgbt+, aborto, contraccezione, salute riproduttiva, educazione sessuale, visti come intromissioni forestiere per stravolgere la società e fiaccare i popoli. L’intenzione è portare tali istanze all’Unione africana e abbattere le tutele sancite dai documenti dell’Onu.
Un ruolo rilevante è esercitato da organizzazioni Usa, tra cui spicca la Family Watch International guidata dalla mormona Sharon Slater, presente pure al famigerato Congresso mondiale delle famiglie nel 2019 a Verona. Questa e altre realtà ammaestrano politici e attivisti, costruiscono alleanze interreligiose e si infiltrano in scuole e istituzioni. Nel 2019 ad Accra, qualche mese dopo Verona, si tiene un nuovo congresso familista che galvanizza gli integralisti e dà slancio alle leggi omofobe in Africa.
Complica il quadro la defezione degli Stati Uniti di Donald Trump, che al contrario della vecchia amministrazione di Joe Biden abbandona gli omosessuali oppressi. Gli Usa non vogliono più sanzionare i Paesi che violano i diritti facendo leva su finanziamenti e aiuti internazionali: una strategia che sì, istigava il risentimento poiché condizionava la sovranità africana, ma offriva pure un po’ di respiro alle minoranze. L’amministrazione Trump ora è egemonizzata dagli stessi fondamentalisti, non di rado xenofobi, che nutrono l’omofobia autarchica in Africa.
Oggi almeno 31 Paesi africani su 54 hanno leggi omofobe e la tendenza peggiora. Si arriva alla pena capitale in Uganda, Mauritania (qui con una moratoria), Somalia (nelle aree degli islamisti di Al Shabaab) e diversi Stati federali islamici della Nigeria; altrove come in Gambia, Tanzania, Sierra Leone e Zambia si rischia l’ergastolo. A parte il Sudafrica, che fin dagli anni novanta elimina le discriminazioni verso le persone lgbt+ ed è il solo a riconoscere nozze e adozioni gay, hanno depenalizzato il reato Guinea Bissau, Mauritius, Angola, Botswana.
Il proliferare di leggi antigay africane rischia di ingolfare ancor di più la gestione delle migrazioni in occidente. Le persone lgbt+ costrette a fuggire di certo hanno diritto al supporto umanitario. Ma si registra l’uso di questo stratagemma nelle richieste d’asilo anche da personaggi non proprio specchiati.
E pure questi casi aizzano la retorica della remigrazione delle destre identitarie (e clericali). Intanto in Africa continuano a piovere anatemi di tutte le fedi sugli omosessuali, con i governi (pure quelli “decoloniali”) che fanno da braccio secolare e i pii fondamentalisti bianchi che si fregano le mani.
Valentino Salvatore
Iscriviti all’Uaar Abbonati Acquista a €2 il numero in digitale
Sei già socio? Entra nell’area riservata per scaricare gratis il numero in digitale!

“Nemmeno quarantenne e musulmano, Traoré è stato attivista studentesco in gruppi marxisti;”
ma non ha imparato che la religione è l’oppio del popolo.