La legge del “non nato” di Ayuso: perché minaccia i diritti riproduttivi e rischia lo scontro con la Costituzione

Il 2 luglio 2026 l’Assemblea della Comunità autonoma di Madrid ha approvato la ley del concebido no nacido: il concepito diventa “membro dell’unità familiare” ai fini di aiuti pubblici quali il reddito minimo, le detrazioni IRPEF, lo status di famiglia numerosa dalla quattordicesima settimana, un bonus di 500 euro dalla ventunesima. Sulla carta, si tratta di una misura natalista, nella sostanza, apre uno dei fronti giuridici e politici più delicati della Spagna recente.

Il testo estende il principio di “finzione giuridica” già previsto dall’articolo 29 del Codice Civile spagnolo, spostando il baricentro dalla donna incinta – soggetto pieno di diritti – al non nato, trattato come soggetto giuridico autonomo. L’articolo 29 stabilisce che il concepito si considera nato “per tutti gli effetti che gli siano favorevoli”, ma a una condizione precisa: che nasca vivo. È una finzione condizionata, retroattiva, circoscritta, pensata per non escludere un nascituro da un’eredità o da una donazione già aperta al momento del concepimento.

Qui sta il punto decisivo: una finzione giuridica regge solo finché resta ancorata allo scopo per cui è stata creata. Trasformarla in regola generale rendendola un criterio trasversale applicabile a un intero sistema di politiche pubbliche, come fa la legge madrilena, significa snaturarla. Non è più uno strumento al servizio di un effetto circoscritto: comincia a somigliare a uno statuto giuridico permanente del concepito.

Interpretando questa legge come parte di una strategia per fasi si arriva quasi per forza alla sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization con cui, nel giugno 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato Roe v. Wade (1973) e Planned Parenthood v. Casey (1992): ha cancellato il diritto costituzionale federale all’aborto e restituito agli Stati piena facoltà di vietarlo o restringerlo. Fu uno dei rovesciamenti giurisprudenziali più radicali nella storia recente della Corte. È proprio il percorso che l’ha resa possibile a interessare qui.

Il movimento anti-abortista americano ha costruito, Stato dopo Stato, anno dopo anno, un impianto normativo fatto di leggi apparentemente marginali: norme che riconoscevano il feto come vittima autonoma nei reati contro la persona, leggi sul “dolore fetale”, requisiti di ecografia obbligatoria, regolamentazioni tecniche sulle cliniche (le leggi TRAP), e soprattutto una lunga serie di fetal personhood bills, ovvero proposte che, dal diritto successorio al diritto penale, trattavano il feto come persona a tutti gli effetti.

Prese singolarmente, molte di queste norme non toccavano direttamente il diritto all’aborto, eppure la loro accumulazione ha cambiato progressivamente il linguaggio giuridico, l’opinione pubblica, la composizione ideologica delle corti ed ha preparato il terreno su cui la sfida diretta al caso Roe vs Wade, arrivata dalla legge del Mississippi al centro del caso Dobbs vs Jackson, ha potuto attecchire e vincere.

Letta in quest’ottica, la legge madrilena rientra nella stessa logica graduale: misure apparentemente tecniche e settoriali, come questa sul “concepito non nato”, svolgono il ruolo che negli Stati Uniti hanno avuto le leggi sul fetal personhood. Sono i tasselli che compongono l’infrastruttura linguistica e giuridica su cui fondare, in futuro, un attacco diretto al diritto all’aborto. In questa fase l’obiettivo non è vietare ma normalizzare: costruire sottilmente una narrativa in cui il non nato diventa equiparabile al nato.

C’è di più: la legge impone di comunicare all’amministrazione regionale i casi in cui il concepito non arrivi a nascere. Si innesca così un meccanismo di controllo che invade il terreno dell’autonomia riproduttiva delle donne, materia che eccede la competenza di una regione. Titolare del diritto alla vita è solo il nato e giuridicamente non esiste un “diritto a nascere”: confondere i due statuti è un obiettivo chiaro e non un ingenuo effetto collaterale.

Cosa succede se il concepito non nasce

La Ley 5/2026, de 7 de julio, pubblicata nel bollettino ufficiale regionale il 10 luglio ed entrata in vigore il giorno successivo, contiene una clausola che ha aperto un dibattito rivelatore. Se la gravidanza non arriva a termine, la famiglia ha l’obbligo legale di comunicarlo all’amministrazione ma la legge garantisce esplicitamente che gli aiuti già percepiti non dovranno essere restituiti.

Curiosamente, nel dibattito parlamentare la critica più dura su questo punto è arrivata da Vox, la formazione di estrema destra. Il partito sostiene che la legge lasci una porta aperta troppo comoda. Una donna potrebbe richiedere gli aiuti legati alla gravidanza e poi, anche scegliendo di abortire volontariamente, non dovrebbe restituire nulla perché il testo non prevede alcun meccanismo di recupero legato all’esito della gravidanza.

Per Vox questo svuota la legge della sua funzione dissuasiva: se lo scopo dichiarato è tutelare il non nato, allora l’aborto volontario dovrebbe avere una conseguenza economica, non restare senza effetti sul piano degli aiuti già incassati. È un’obiezione che nasce dal voler spingere la legge più in là, verso un terreno esplicitamente sanzionatorio, con un testo più netto nel legare il sostegno economico alla conclusione della gravidanza.

C’è qualcosa di perverso nel fatto che una domanda ontologica – cosa sia una persona, quando cominci a esistere giuridicamente – venga introdotta con il linguaggio più anodino possibile: un bonus di 500 euro, una detrazione IRPEF, un modulo da compilare per un assegno familiare. Le battaglie sullo statuto della persona si spostano così dai dibattiti costituzionali ai formulari amministrativi.

Normalizzare per via burocratica è più efficace e più difficile da contestare che normalizzare per via ideologica: non sembra mai il momento giusto per opporsi a un bonus per le famiglie. Il prezzo di questa ambiguità lo paga un corpo concreto: la donna incinta si trova doppiamente responsabilizzata, tenuta a dichiarare la gravidanza per ottenere l’aiuto e poi a dichiarare se questa non arriva a termine.

Anche senza sanzioni economiche – il punto su cui si è arenata la critica di Vox – la sola esistenza di quell’obbligo introduce una sorveglianza dello stato riproduttivo. In fondo, la legge del non nato di Madrid pone una domanda enorme – quando comincia una persona? – senza mai formularla ad alta voce, senza aprire su di essa un dibattito pubblico esplicito.

Risponde per via indiretta, evitando lo scontro frontale che una legge dichiaratamente restrittiva sull’aborto avrebbe inevitabilmente acceso. Questa misura merita attenzione non solo per quello che dice oggi quanto per la strada retorica e giuridica che apre per domani.

Federica Marzioni

 

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