Umberto Saba. Il piacere dell’onestà

[…] Parliamo di Saba con Mario Lavagetto, già docente di Teoria della letteratura all’Università di Bologna, autore per Einaudi della monografia critica La gallina di Saba e per Mondadori delle introduzioni ai Meridiani dell’opera del poeta.

Professor Lavagetto, Umberto Saba è considerato un autore appartenente a una linea minoritaria della poesia italiana del Novecento, quella della chiarezza e della facilità, rispetto alla linea di maggior successo critico che fa capo alla scuola ermetica. Si tratta di un luogo comune oppure è effettivamente così?

«Si tratta di un luogo comune critico, ma che ha precise giustificazioni. Saba stesso era consapevole del fatto che la sua poesia era segnata da una serie di elementi ‘isolanti’: la sua origine ‘periferica’, il fatto di essere ebreo e, aggiungerei, la sua omosessualità. La sua città, Trieste, allora scontava un ritardo storico di una trentina d’anni. Tutto ciò lascia un segno profondo sul suo lavoro, e può essere considerato un pedaggio che egli ha dovuto pagare. Tuttavia c’è anche una valenza positiva: Saba è riuscito, da solo, a recuperare una tradizione letteraria italiana, mettendosi in dialogo con la quale ha evitato di rimanere, parole sue, un ‘comune illuso verseggiatore’».

Gianfranco Contini ha scritto: «Saba nasceva psicanalitico prima della psicanalisi». Lei è d’accordo?

«Si tratta di una formula brillante, che spiega in modo icastico alcune cose, lasciandone però in ombra altre. Di fatto il rapporto di Saba con la psicanalisi ormai è ben documentato. Negli anni ‘29-’30 egli stesso affronta in prima persona l’esperienza psicanalitica con il medico triestino Edoardo Weiss. E poi utilizzerà la psicanalisi come materiale per costruire il suo Canzoniere. Senza la psicanalisi non riusciremmo a spiegare la sua poesia». […]

Lei ha scritto un libro che si intitola La cicatrice di Montaigne. Sulle bugie in letteratura (Einaudi 2002). Saba ha mai detto bugie nella sua produzione?

«Direi che Saba è un poeta tendenzialmente sincero. Ma nel Canzoniere c’è una cosa che non viene mai detta in modo esplicito: l’omosessualità. Sarà il tema centrale del romanzo Ernesto, che uscirà postumo».

Perché Saba non lo pubblicò? Solo per l’argomento scabroso o anche, come egli affermò, per le difficoltà linguistiche legate all’uso del dialetto triestino?

«Penso soprattutto per la prima ragione. L’esperienza omosessuale lì viene detta in modo molto diretto, per così dire ‘in prima persona’. L’Italia di quegli anni era dominata da un clima omofobo in cui difficilmente a Saba sarebbe stata perdonata una confessione come quella. Quando riceve la laurea honoris causa all’Università di Roma scrive a un amico che, al posto del discorso ufficiale, avrebbe voluto leggere, in quell’illustre consesso accademico, alcune pagine di Ernesto, costringendo i presenti a sentire tutto. Sarebbe stato, per lui, un modo, evidentemente impossibile, di realizzare il proprio bisogno di ‘mettersi in libertà’».

L’importanza delle origini ebraiche di Saba è stata prima trascurata e poi riconosciuta dagli studiosi. Quanto conta effettivamente tale componente?

«Ebrea era la madre di Saba, con la quale egli ebbe un rapporto molto stretto. Forse vale per Saba quello che Freud diceva di se stesso, quando riconosceva di non essere un ebreo osservante, ma sottolineava come dall’origine ebraica gli fossero venuti gli elementi più importanti della propria personalità. Nel caso di Saba si tratta, ad esempio, di una sottile propensione all’analisi psicologica che pervade tutto il suo lavoro». […]

Il testo integrale dell’articolo di Roberto Carnero è stato pubblicato su L’Unità del 24 agosto e può essere letto sul sito gaynews.it

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Un commento

rossotoscano

un uomo dei suoi tempi, pioniere in tante cose… purtroppo non molto conosciuto ed apprezzato oggi

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