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	<title>America &#8211; A ragion veduta</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
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		<title>Sarah Winnemucca: &#8220;Noi indiani buoni come il vostro Gesù&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jan 2007 19:11:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di libri che rappresentino la vita delle popolazioni native degli Stati Uniti nel XIX secolo non ne mancano certo. Alcuni sono beceri resoconti folcloristici ispirati al mito del buon selvaggio o, al contrario, improntati alla riproposizione di una presunta superiorità della razza eletta dei bianchi rispetto alla barbarie assoluta dei nativi, a seconda che il narratore sia un ex-prigioniero di una tribù indiana o un colono o un alto ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti che ha combattuto in diverse guerre...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2007/01/03/sarah-winnemucca-noi-indiani-buoni-come-vostro-gesu/" title="Read Sarah Winnemucca: &#8220;Noi indiani buoni come il vostro Gesù&#8221;">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="xtesto_notizie"> Di libri che rappresentino la vita delle popolazioni native degli Stati Uniti nel XIX secolo non ne mancano certo. Alcuni sono beceri resoconti folcloristici ispirati al mito del buon selvaggio o, al contrario, improntati alla riproposizione di una presunta superiorità della razza eletta dei bianchi rispetto alla barbarie assoluta dei nativi, a seconda che il narratore sia un ex-prigioniero di una tribù indiana o un colono o un alto ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti che ha combattuto in diverse guerre indiane prima di ritirarsi a scrivere le proprie memorie.<br />
Ma il risultato non cambia. La rappresentazione degli indiani, o pellerossa &#8211; espressione oggi non più considerata politicamente corretta, in quanto facente riferimento al colore della pelle &#8211; resta comunque frammentaria e, nella migliore delle ipotesi, naïf. Per non parlare di molte pellicole, soprattutto dell’età aurea del western hollywoodiano [&#8230;]<br />
Fortunatamente, non manca una nutrita saggistica che ha cercato di far piazza pulita di luoghi comuni e inesattezze storiche.<br />
Io, Pellerossa (Donzelli, pagg. 235, euro 19,80) non è un saggio e non è nemmeno un romanzo. È, piuttosto, il testamento spirituale di Sarah Winnemucca (1844-1891), una figura controversa e dai tratti quasi leggendari nel panorama storico dei nativi americani. Non capita spesso di leggere un incipit così eloquente: «Sono nata nel 1844, ma in quale giorno preciso non saprei dire. Ero solo una bambina quando i primi bianchi arrivarono nei nostri territori. Arrivarono come leoni ruggenti e da quel momento in poi si sono sempre comportati così. Non dimenticherò mai la volta in cui arrivarono».<br />
Sostenitrice infaticabile della nazione indiana dei Paiute del Nevada, nonché nipote del capotribù Truckee, l’</span><span class="xtesto_notizie">uomo che guidò «l’ultimo esploratore americano» John Charles Fremont in California, Sarah crebbe in un mondo che presto non sarebbe più stato lo stesso. Un mondo in cui la tradizione del racconto orale, delle visioni alimentate da una vita a contatto con la natura e delle forti credenze animistiche avrebbero ceduto il passo alla inevitabile contaminazione da parte della cultura occidentale e della filosofia cristiana. [&#8230;] </span><span class="xtesto_notizie">E una posizione di rilievo la ottenne, lavorando come interprete per le autorità federali, sempre nel dubbio se schiacciare con la forza la resistenza dei nativi al cambiamento oppure mettere in campo la sottile arma della diplomazia. [&#8230;]<br />
Quello di Sarah Winnemucca è il primo libro pubblicato (1883) da una donna indiana e il primo di un indiano a Ovest delle Montagne Rocciose. [&#8230;]<br />
Ovviamente, sono frequenti i riferimenti alle guerre che hanno insanguinato la storia dei rapporti tra le popolazioni native e i colonizzatori bianchi, forse per sfatare la falsa credenza che l’aggressività sia il tratto comune alle diverse etnie indigene. È nella spiegazione stessa della filosofia pacifica del suo popolo che emerge l’ingenuità di questo personaggio, ma anche la sua vera origine nativa, che nemmeno il matrimonio con il militare americano Lewis Hopkins riesce a imbastardire. «Ora il ragazzo può fare quel che vuole, perché è diventato un uomo&#8230; Se c’è una guerra, può parteciparvi, ma i paiute&#8230; non amano la guerra&#8230; non hanno aspettato per capire quanto bene intenzionati fossero gli indiani e quali idee avessero di Dio, uguali a quelle che i bianchi hanno su Gesù, che loro chiamano Padre, come fa la mia gente, e che raccomanda agli uomini di comportarsi con gli altri come si vorrebbe che gli altri si comportassero con noi, proprio come il mio popolo insegna ai propri figli». [&#8230;]</span></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=146134">Fonte: ilGiornale.it </a></p>
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		<title>«Il velo? Come i capelli lunghi negli anni 60»</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Oct 2006 09:53:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Diritto femminista o vincolo patriarcale? Per Erica Jong, scrittrice e portavoce storica del movimento femminista americano, il velo islamico non è né l&#8217;uno né l&#8217;altro. «È una questione di libertà d&#8217;espressione, di religione e pensiero», spiega al Corriere l&#8217;autrice di Sedurre il demonio (Bompiani). «Un diritto sacrosanto sancito, qui in America, dal più importante emendamento della nostra Costituzione». Secondo Tony Blair e Romano Prodi è una barriera all&#8217;emancipazione. Lei cosa pensa? «A mio avviso si tratta di un fenomeno prettamente...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2006/10/27/velo-come-capelli-lunghi-negli-anni/" title="Read «Il velo? Come i capelli lunghi negli anni 60»">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Diritto femminista o vincolo patriarcale? Per Erica Jong, scrittrice e portavoce storica del movimento femminista americano, il velo islamico non è né l&#8217;uno né l&#8217;altro. «È una questione di libertà d&#8217;espressione, di religione e pensiero», spiega al Corriere l&#8217;autrice di Sedurre il demonio (Bompiani). «Un diritto sacrosanto sancito, qui in America, dal più importante emendamento della nostra Costituzione».<br />
<span class="span" id="krzB" style="font-weight: bold">Secondo Tony Blair e Romano Prodi è una barriera all&#8217;emancipazione. Lei cosa pensa?</span> «A mio avviso si tratta di un fenomeno prettamente giovanile, che spinge molte teenager musulmane in Paesi quali la Francia, l&#8217;Italia e la Gran Bretagna a rifiutare l&#8217;assimilazione forzata accettata per bisogno dai loro genitori. È pura ribellione adolescenziale, volta ad affermare la propria identità e individualità, simile a quella che spinse la mia generazione a farsi crescere i capelli e indossare chincaglieria indiana».<br />
<span class="span" id="kKHB" style="font-weight: bold">Dopo la Francia, anche in Italia molti politici vorrebbero una legge per metterlo al bando. </span>«Come avvocata della libertà d&#8217;espressione, ritengo che il governo non debba avere alcuna voce in materia. Sono rimasta di stucco quando la Francia, patria dell&#8217;Illuminismo e dei Philosophes, ha deciso di bandire il velo a scuola. È una vergogna».<br />
<span class="span" id="kMFG" style="font-weight: bold">Ha ragione il sindaco di Londra, Ken Livingstone, quando dice che i musulmani oggi sono discriminati come gli ebrei sotto Hitler? </span>«Mi sembra un&#8217;esagerazione. &#8220;Ken il Rosso&#8221; è noto per le sue posizioni estremiste e, francamente, anche questa mi sembra una boutade auto-pubblicitaria. Resta il fatto che in una società veramente libera e multiculturale chiunque deve avere il diritto di indossare il velo, la kippà ebraica, lo shtreimel dei hassidim, il turbante dei sikh e di altre religioni, la skufia dei monaci cristiani ortodossi o il kufi, il capellino islamico. Un semplice copricapo può essere il più potente simbolo di libertà di parola, anche se forse non è il più efficace per comunicare il proprio pensiero».<br />
<span class="span" id="kXFB" style="font-weight: bold">Che cosa intende dire? </span>«Che la gente finisce per concentrarsi solo sul messaggero, ignorandone il messaggio. Prenda il mio esempio. Nella vita di tutti i giorni indosso solo jeans e assomiglio ad una hippy, ma quando vado in tv o sopra un podio mi metto in tailleur perché desidero che il mio messaggio sia chiaro e forte e non voglio distrarre col mio look».<br />
<span class="span" id="k4q" style="font-weight: bold">Molte donne islamiche indossano il velo perché costrette da padri e mariti tirannici, non come scelta di libero pensiero. </span>«In questo caso si tratta di un problema femminista ma a risolverlo, ancora una volta, non può essere lo Stato. Se la società vuole liberare queste donne deve smetterla di focalizzarsi sul loro costume — l&#8217;aspetto esteriore del problema — e farebbe meglio a dar loro un&#8217;istruzione e un lavoro, permettendogli di partorire in ospedale invece che a casa, rischiando la pelle. È lo stesso messaggio lanciato 100 anni fa da Emma Goldman. Per le tante intellettuali islamiche che ho conosciuto in conferenze e università di tutto il mondo, il velo decresce di importanza proporzionalmente all&#8217;acquisizione di sapere e diritti».<br />
<span class="span" id="kp8" style="font-weight: bold">Perché il velo è un problema più europeo che americano? </span>«Perché noi siamo una società multiculturale e comprendiamo che proprio questa è la grandezza dell&#8217;America. Col tempo tutti possono assimilarsi. L&#8217;Europa al contrario tratta le sue minoranze solo come forza lavoro a buon mercato, da spremere ma senza diritti. Il velo è lo specchio di un&#8217;Europa che emargina e discrimina, dove i figli degli emigranti vivono, senza speranza di riscatto, in ghetti senza buone scuole e lavoro».<br />
<span class="span" id="kJDI" style="font-weight: bold">Di chi è la colpa? </span>«Del razzismo radicato da secoli e in maniera profondissima nella cultura e nel costume, anche italiani. Prenda l&#8217;Ultima cena di Leonardo appena restaurata e che ho potuto ammirare nella mia ultima trasferta a Milano. Giuda Iscariota è l&#8217;unico apostolo con la pelle scura: il look mediorientale già da allora era sinonimo di perfidia. Dal terribile Saladino a Shylock e Otello, il pregiudizio contro il moro e il diverso è stato tramandato intatto, dalle crociate al Rinascimento ai giorni nostri».</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/10_Ottobre/27/velo.shtml" target="_blank">L&#8217;intervista è stata pubblicata dal sito del Corriere della Sera</a></p>
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