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	<title>pensione &#8211; A ragion veduta</title>
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		<title>Meglio l&#8217;incesto delle coppie gay</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Feb 2007 17:09:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dico o non dico? Sarebbe più opportuno usare questo titolo amletico per il disegno di legge del governo sulle unioni di fatto. Infatti, a furia di incartarsi nei meandri delle mediazioni e delle «sintesi» tra sensibilità diverse, il testo licenziato l&#8217;altro ieri dal consiglio dei ministri finisce per diventare la fiera delle ambiguità e la commedia degli equivoci. Oltre naturalmente a rivelarsi pesantemente iniquo e discriminatorio soprattutto nei confronti delle persone omosessuali, che pare scontato non abbiano alcun reale titolo...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2007/02/11/meglio-lincesto-delle-coppie-gay/" title="Read Meglio l&#8217;incesto delle coppie gay">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dico o non dico? Sarebbe più opportuno usare questo titolo amletico per il disegno di legge del governo sulle unioni di fatto. Infatti, a furia di incartarsi nei meandri delle mediazioni e delle «sintesi» tra sensibilità diverse, il testo licenziato l&#8217;altro ieri dal consiglio dei ministri finisce per diventare la fiera delle ambiguità e la commedia degli equivoci. Oltre naturalmente a rivelarsi pesantemente iniquo e discriminatorio soprattutto nei confronti delle persone omosessuali, che pare scontato non abbiano alcun reale titolo (forse perché contro natura) a possedere la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri cittadini.</p>
<p><strong>Convivenze gay e lesbiche</strong> Per la verità, con l&#8217;aria che tirava tra teodem, mastelliani e ruiniani di ferro, ad alcuni è sembrato già un successo che all&#8217;articolo uno il disegno di legge menzioni le persone «anche dello stesso sesso». Citate in maniera volutamente incidentale, per non umiliare la chiesa cattolica, quando anche i sassi sanno che il nodo politico essenziale di tutta la vicenda era ed è la legalizzazione delle convivenze gay e lesbiche (senza nulla togliere alle legittime richieste di diritti delle coppie eterosessuali allergiche al matrimonio). Per sminuire comunque il carattere anche sessuale e sentimentale delle indigeste unioni omo si è evitato di parlarne direttamente, preferendo la più pudica definizione di «assistenza e solidarietà materiale e morale». E includendo nella possibilità di entrare nel magico mondo del «Dico» praticamente chiunque, salvo genitori, figli, suoceri, generi, maggiordomi e badanti. Si sarà accorto l&#8217;astuto legislatore che così rischia di legittimare in qualche modo perfino l&#8217;incesto tra fratelli (e sorelle), tabù non meno antico di quello di Sodoma, visto che questo more uxorio «leggero» è consentito anche tra parenti collaterali? Non che questo sia un problema per i libertari, ma per i teodem forse potrebbe esserlo. Il tutto con la benedizione di attoniti impiegati agli sportelli dell&#8217;anagrafe, prevedibilmente spaesati tra dichiarazioni di convivenza contestuali o disgiunte e con obbligo di raccomandata al partner assente. Ci avevano promesso una legge umana e ragionevole. Umana lo è certamente, almeno nel senso dell&#8217;errare, ma sul ragionevole c&#8217;è qualche dubbio.</p>
<p><strong>Una legge cattiva</strong> Tralasciando la macabra norma di cui all&#8217;articolo 2, che esclude la possibilità di accedere al Dico a chi ha ammazzato o tentato di uccidere il coniuge o il convivente del partner, veniamo alla cattiveria pura e semplice su uno dei punti che dovevano essere in teoria di più semplice soluzione: il riconoscimento del diritto di assistere il convivente in ospedale. In questo caso non c&#8217;erano oneri per nessuno e bastava fare appello a un minimo di umana (appunto) comprensione per situazioni drammatiche nelle quali ciascuno purtroppo può trovarsi nella vita. In ospedale è normale che, se si tratta di assistere qualcuno fuori dagli orari di visita o di parlare del suo stato di salute con i medici, il personale chieda: «Lei chi è?». E accade purtroppo che qualche medico o infermiere bigotto cacci via compagni e compagne di una vita con il pretesto che non sono parenti. La legge quindi doveva specificare che le strutture sanitarie hanno l&#8217;obbligo di riconoscere la titolarità del convivente ad assistere il partner ammalato. Invece l&#8217;articolo 4 recita che «le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e assistenza». E se caso vuole che si finisca in una clinica gestita da preti poco misericordiosi o ci si imbatta in un&#8217;arcigna caposala ratzingeriana come la mettiamo? Questo la legge non lo dice. <strong>Ciò che più preme a chi ci governa è non riconoscere esplicitamente il carattere pubblico</strong>, ovvero l&#8217;opponibilità ai terzi, delle unioni non coniugali. Al problema si può almeno parzialmente ovviare grazie all&#8217;articolo 5, che prevede la delega scritta al convivente quale rappresentante in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e di volere. Ma nessuno dica che è umano costringere le persone ad andare in ospedale sventolando le carte bollate magari per farsi largo in mezzo a una folla di ostili parenti di sangue del malato o (corna facendo) moribondo. Il disegno di legge dimentica poi, e non si è capito perché, il <strong>diritto di visita in carcere</strong>, altro punto dolente dell&#8217;assenza di diritti per chi non vuole o soprattutto non può sposarsi.</p>
<p><strong>Pensione? Ratzinger non vuole</strong> Di pensione di reversibilità poi non se ne parla proprio. Qui Ruini non vuole ma Padoa Schioppa nemmeno, perché le coperture finanziarie sono una cosa seria mentre <strong>i contributi versati da chi convive more uxorio sono una barzelletta</strong>. La faccenda è demandata al riordino dell&#8217;intero sistema pensionistico (leggi campa cavallo che l&#8217;erba cresce). Ma per quando dovesse essere finalmente affrontata sono circolate ipotesi da brivido. Come il lunghissimo lasso di tempo (da 5 a 15 anni e solo dall&#8217;entrata in vigore della legge sui «Dico») di durata della convivenza per accedere a un diritto che chi si sposa riceve molto più in fretta. O come il riconoscimento della reversibilità in misura minore di quella prevista per i coniugi. Altro che metodo contributivo e altro che «niente matrimoni di serie b». Questa impostazione penalizzante è peraltro confermata dalle norme sui diritti successori (almeno nove anni di convivenza prima di avere titolo all&#8217;eredità) e sull&#8217;obbligo di corrispondere gli alimenti in caso di separazione. Lo si prevede solo nel caso in cui uno dei due partner «versi in stato di bisogno» e non sia in grado di mantenersi. E solo dopo almeno tre anni di convivenza e «per un periodo determinato in base alla durata della convivenza». Come i punti fedeltà del supermercato: più ne accumuli e più aumentano i premi.</p>
<p><a target="_blank" href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/10-Febbraio-2007/art15.html">Fonte: ilManifesto.it</a></p>
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