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	<title>suicidio-assistito &#8211; A ragion veduta</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
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		<title>C.Navarini sul rifiuto della terapia da parte del paziente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Mar 2007 17:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[accanimento-terapeutico]]></category>
		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio-assistito]]></category>
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					<description><![CDATA[In un articolo apparso sul sito Zenit.org viene pubblicata la risposta a un lettore da parte della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Cara dottoressa, (…) ogni paziente ha il diritto di rifiutare le cure che gli vengono proposte dal medico. Secondo questo principio, bisogna ammettere che non vi siano distinzioni fra una cura già iniziata e una che deve ancora iniziare, anche a distanza di tempo. Mi sembra si debba riconoscere pertanto...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2007/03/19/cnavarini-sul-rifiuto-della-terapia-parte-del-paziente/" title="Read C.Navarini sul rifiuto della terapia da parte del paziente">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In un <a href="http://www.zenit.org/italian/">articolo</a> apparso sul sito <strong>Zenit.org </strong>  viene pubblicata la risposta a un lettore da parte della <strong>dottoressa Claudia Navarini</strong>, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. </em></p>
<p><strong>Cara dottoressa, </p>
<p>(…) ogni paziente ha il diritto di rifiutare le cure che gli vengono proposte dal medico. Secondo questo principio, bisogna ammettere che non vi siano distinzioni fra una cura già iniziata e una che deve ancora iniziare, anche a distanza di tempo. Mi sembra si debba riconoscere pertanto ai pazienti la possibilità di rifiutare i trattamenti, anche una volta iniziati oppure attraverso le dichiarazioni anticipate. Mi riferisco ovviamente al rifiuto dei mezzi di sostegno vitale, come ad esempio la ventilazione meccanica. Tale richiesta, infatti, non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, che è invece un atto teso a sopprimere un paziente per mezzo di un intervento farmacologico. Non crede? </strong></p>
<p>[&#8230;]   Proviamo a considerare le <strong>due eventualità</strong>, quella in cui la richiesta del paziente derivi da una volontà suicidaria e quella in cui invece non lo sia. <strong>Ammettiamo che il paziente voglia morire</strong>, ma non possa farlo perché “attaccato” ad una macchina che lo mantiene in vita. Chiederà al medico, secondo la logica qui considerata, la sospensione del trattamento, invocando il suo diritto al rifiuto della terapia. Tuttavia, a mio avviso, un malato non può chiedere ad un medico di contribuire ad un atto o ad un processo che direttamente lo porti alla morte, nemmeno attraverso lo strumento del rifiuto della terapia. Se il paziente avesse infatti questo potere decisionale, che di fatto è potenzialmente illimitato nei confronti del medico, diventerebbe ultimamente impossibile escludere l’opzione eutanasica, mentre il medico sarebbe inesorabilmente trasformato in un mero esecutore della volontà del paziente. Tale eventualità non è dignitosa nei confronti del medico ed è comunque irrealizzabile, dal momento che – qualunque sia il grado di determinazione della volontà eventualmente suicidaria del malato – la responsabilità morale del medico nell’atto non verrebbe con ciò annullata. </p>
<p>E veniamo al <strong>secondo caso</strong>: se un paziente rifiutasse un trattamento salvavita per motivi non suicidari? Tale eventualità, invero possibile, assai difficilmente avrà un carattere di evidenza per il medico, che pure ha una responsabilità etica e deontologica nell’esecuzione dell’atto di sospensione terapeutica. Si può affermare dunque che il paziente abbia il diritto di sottrarsi alle cure, non però in assoluto e in generale, bensì in circostanze particolari, in cui sia autonomo rispetto all’attivazione e alla continuazione della cura in oggetto. Non ha lo stesso diritto una richiesta di sospensione in cui il paziente non sia più autonomo nella somministrazione della cura, indicata (ovvero non sproporzionata) nelle sue condizioni e necessaria al mantenimento in vita, ma dipenda in ciò interamente dal medico, il quale non ha mai il diritto di scegliere la morte del paziente come “male minore” o su richiesta dello stesso. </p>
<p>Perché tale richiesta non sia di carattere suicidarlo, e dunque il rifiuto della terapia sia moralmente ammissibile non solo su piano dei rapporti interpersonali (cioè sul piano dei diritti) ma anche soggettivamente, occorre inoltre che al paziente risulti evidente il maggior bene implicato dalla rinuncia al trattamento e forse anche alla sua vita fisica.   </p>
<p>Dunque, anche qualora il paziente fosse autonomo rispetto all’inizio o alla prosecuzione del trattamento, non necessariamente può – in senso morale – rifiutare la terapia salvavita. I casi in cui valga la pena sacrificare la propria vita fisica non sono infatti numerosi, mentre la presenza di forti sofferenze o di trattamenti gravosi non sono mai per se stessi motivi sufficienti di rifiuto della vita.   [&#8230;]</p>
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		<title>Exit-Italia fa da ponte con Dignitas</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Feb 2007 20:08:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[suicidio-assistito]]></category>
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					<description><![CDATA[Scegliere come e quando morire sarà, da martedì prossimo, un po&#8217; più semplice anche in Italia. Un ponte verso la Svizzera è stato aperto con un accordo tra l&#8217;associazione Exit-Italia e la zurighese Dignitas, l&#8217;unica che nel paese elvetico accetta di accompagnare il suicidio anche di cittadini stranieri. Dalla settimana prossima cliccando su www.exit-italia.it si potrà accedere a tutte le informazioni che Dignitas mette a disposizione dei suoi iscritti che aspirino ad una dolce morte. Una cosa non da poco,...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2007/02/27/exit-italia-ponte-con-dignitas/" title="Read Exit-Italia fa da ponte con Dignitas">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scegliere come e quando morire sarà, da martedì prossimo, un po&#8217; più semplice anche in Italia. Un ponte verso la Svizzera è stato aperto con un accordo tra l&#8217;associazione Exit-Italia e la zurighese Dignitas, l&#8217;unica che nel paese elvetico accetta di accompagnare il suicidio anche di cittadini stranieri. Dalla settimana prossima cliccando su www.exit-italia.it si potrà accedere a tutte le informazioni che Dignitas mette a disposizione dei suoi iscritti che aspirino ad una dolce morte. Una cosa non da poco, visto che l&#8217;organizzazione svizzera ha scelto di non pubblicizzare all&#8217;estero la sua attività per paura di non riuscire a sostenere la quantità di richieste che potrebbero arrivare. Motivo per cui il loro sito internet è rigorosamente in tedesco. [&#8230;] accompagnare un aspirante suicida in Svizzera può essere considerato istigazione al suicidio che, come l&#8217;omicidio consenziente, è punibile con il carcere da 6 a 15 anni. Ad essere fortunati si può essere condannati a 18 mesi con la condizionale, come è successo ad una signora di Monza che tre anni fa ha accompagnato sua madre a morire a Zurigo. Per questo motivo il personale di Exit-Italia può fungere da tramite ma non può accompagnare direttamente le persone. [&#8230;] Ma la legge non è l&#8217;unico ostacolo: andare a suicidarsi in Svizzera costa &#8211; tra il prezzo del viaggio e del rimpatrio della salma o, in alternativa, la cremazione &#8211; circa 3.500 euro. Si deve superare un lungo percorso e molti colloqui con i medici e il personale dell&#8217;associazione. In casi di pazienti con problemi psichici è prevista anche la visita psichiatrica. E alla fine circa il 70% delle persone che hanno ottenuto l&#8217;ok dall&#8217;associazione ci ripensa all&#8217;ultimo momento. Chi invece è davvero convinto viene accolto nell&#8217;appartamento di Dignitas a Zurigo in un&#8217;atmosfera molto familiare. «A volte il paziente ci parla per ore della sua vita», racconta Minelli. Solo in casi molto particolari si affidano ad una telecamera gli ultimi gesti, come prova dell&#8217;effettivo suicidio. Poi rimane solo nella stanza.</p>
<p><a target="_blank" href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/25-Febbraio-2007/art36.html">Fonte: sito del Manifesto</a></p>
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