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	<title>bene &#8211; A ragion veduta</title>
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		<title>Fare del bene, il piacere dei laici</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2007 23:50:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando Bruno Manghi, sociologo e sindacalista torinese, ora direttore del Centro studi Cisl di Firenze, ha licenziato per «i Grilli» di Marsilio il suo ultimo lavoro, Fare del bene, arrivato in questi giorni nelle librerie, ha proposto come sottotitolo «Un piacere del nostro tempo». Più prudente, l&#8217;editore ha scelto «Il piacere del dono e la generosità organizzata». La questione del piacere è fondamentale, per l&#8217;autore, per capire la differenza tra il fare del bene dei nostri nonni, della tradizione caritatevole,...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2007/02/24/fare-del-bene-piacere-dei-laici/" title="Read Fare del bene, il piacere dei laici">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando <strong>Bruno Manghi, sociologo e sindacalista torinese,</strong> ora direttore del Centro studi Cisl di Firenze, ha licenziato per «i Grilli» di Marsilio il suo ultimo lavoro, <strong>Fare del bene</strong>, arrivato in questi giorni nelle librerie, ha proposto come sottotitolo «Un piacere del nostro tempo». Più prudente, l&#8217;editore ha scelto «Il piacere del dono e la generosità organizzata». La questione del piacere è fondamentale, per l&#8217;autore, per capire la differenza tra il fare del bene dei nostri nonni, della tradizione caritatevole, e il significato che ha oggi.<br />
La tesi è che un tempo, nelle società di classe, il fare del bene &#8211; aiutare i poveri, sfamare gli affamati, dare l&#8217;elemosina, assistere i malati, soccorrere i deboli, ospitare gli alluvionati &#8211; fosse concepito come un dovere (secondo i dettami dell&#8217;educazione religiosa) e anche come una rinuncia o un sacrificio. Oggi, invece, la generosità organizzata, grandissima o piccolissima, individuale o collettiva, secondo Manghi è il frutto di una precisa scelta soggettiva, è espressa, non è nascosta, è una aperta manifestazione di più energie o più ricchezza, e l&#8217;oblazione convive con il benessere e il consumismo, anzi se ne alimenta. Soprattutto, non nasce tanto da un imperativo morale quanto da un bisogno di autorealizzazione. Si ospita un bambino di Chernobyl o si decide un&#8217;adozione internazionale, si insegna in una scuola popolare o si cucina in una mensa per i poveri, si pulisce un bosco o una spiaggia o si sostiene un canile-rifugio, si versano contributi a Medici senza frontiere o a Specchio dei Tempi, perché farlo è un piacere e una autogratificazione. È una visione laica del fare del bene. [&#8230;]<br />
Può essere un po&#8217; egoistuccio. Questo fare del bene è qualcosa di diverso dalla bontà; non ha a che fare con il Pantheon dei personaggi modello studiati a scuola, da San Martino che divide il mantello a Mazzini che fa la carità a un mendicante. Se mai, all&#8217;origine di questo nuovo fare del bene c&#8217;è quasi sempre un&#8217;emozione, e non a caso spesso gli impulsi a compiere buone azioni vengono dai media. «Nel connubio tra dovere e piacere, quest&#8217;ultimo finisce per alzare la testa fino a diventare un prius esperienziale». Per cui Manghi ci vede un quid che appartiene all&#8217;individualismo contemporaneo «troppo spesso condannato in termini quasi caricaturali».. [&#8230;]<br />
Alla fine del percorso entra in gioco una questione chiave: il ruolo del volontariato. È la più solida forma di generosità organizzata nel nostro paese. Ha fatto in un decennio passi da gigante. Però Manghi vede il rischio di farne uno strumento istituzionale, che surroghi le carenze pubbliche, oscurando la carica di soggettività tipica del nuovo modo di fare il bene. Il volontariato vive se galleggia nel plancton di persone ordinarie disponibili al bene. Anche solo come piacere.</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&amp;ID_articolo=640&amp;ID_sezione=81&amp;sezione=News" target="_blank">Fonte: laStampa.it </a></p>
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		<title>L’Europa che ha perso la cognizione del male</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 10:41:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Secondo André Glucksmann il nichilismo europeo (non quello di cui favoleggiano i filosofanti politicamente corretti ma quello realmente operante nell&#8217;Europa d&#8217;oggi) non consiste, come generalmente si suppone, nel non credere più nell&#8217;esistenza del «bene» bensì nel non credere più in quella del «male». Questa sua idea sul nichilismo europeo come misconoscimento e negazione non del bene ma del male, dopo averla esposta in molti lucidi saggi, Glucksmann è tornato nei giorni scorsi a illustrarla nelle conferenze con cui, prima a...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2006/11/13/europa-che-perso-cognizione-del-male/" title="Read L’Europa che ha perso la cognizione del male">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo André Glucksmann il nichilismo europeo (non quello di cui favoleggiano i filosofanti politicamente corretti ma quello realmente operante nell&#8217;Europa d&#8217;oggi) non consiste, come generalmente si suppone, nel non credere più nell&#8217;esistenza del «bene» bensì nel non credere più in quella del «male». Questa sua idea sul nichilismo europeo come misconoscimento e negazione non del bene ma del male, dopo averla esposta in molti lucidi saggi, Glucksmann è tornato nei giorni scorsi a illustrarla nelle conferenze con cui, prima a Roma e poi a Milano, scortato da Armando Verdiglione, suo amico ed editore, ha presentato la traduzione italiana della sua autobiografia (Una rabbia di bambino, Spirali, 25 euro). Ed è un&#8217;idea &#8211; occorre ammetterlo &#8211; difficilmente contestabile. La nostra cara Europa è infatti anche oggi sempre pronta a votarsi a qualche causa per lei equivalente al «bene»: pacifismo, ecologismo, laicismo, multiculturalismo, solidarismo e simili&#8230; Nonché, all&#8217;occorrenza (perché no?) a qualche più antico ma sempre «caro ideale»: comunismo, socialismo, riformismo&#8230; Qualche suo frammento non ha poi mai smesso di apprezza il «bene» racchiuso in qualche altra vecchia causa decisamente più nera che rossa, tipo razzismo o antisemitismo&#8230; È ormai chiaro, tuttavia, che la delicata signora non è più minimamente disposta a credere che possa esistere un «male» degno di questo antichissimo nome e perciò di essere combattuto. Ed è proprio questa mancanza di fede nel «male» la vera profonda ragione dell&#8217;atteggiamento che essa ha assunto verso la minaccia del terrorismo islamista, oscillante, com&#8217;è noto, fra l&#8217;indifferenza, la viltà, la sotterranea intesa o l&#8217;aperta complicità.<br />
Questa idea ha fra l&#8217;altro ricevuto molto di recente la più clamorosa delle conferme. È avvenuto quando tutte le cancellerie europee, nessuna esclusa, hanno deciso di lasciare solo papa Ratzinger alle prese con le minacce di morte che gli sono piombate addosso quando a Ratisbona, discorrendo del rapporto fra il cristianesimo e l&#8217;islam, si è permesso di fare il suo mestiere di capo di rappresentante di una fede fondata sul simbolo della croce, ossia sul dovere di testimoniare la verità anche a costo della propria vita, chiamando il male col proprio nome.<br />
Essa è del resto un&#8217;idea perfettamente conforme al vecchio adagio secondo il quale il diavolo non è mai così soddisfatto e felice come quando riesce a farci credere che non esiste. E tuttavia si direbbe smentita, proprio nel nostro Paese, da un&#8217;eccezione che da sola basta a dimostrare che la via italiana al nichilismo non esclude del tutto una certa capacità di riconoscerlo, il diavolo. [&#8230;]</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=133367" target="_blank">L&#8217;articolo integrale è raggiungibile sul sito del Giornale</a></p>
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