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	<title>Rivista Nessun Dogma &#8211; A ragion veduta</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
	<lastBuildDate>Thu, 28 May 2026 09:06:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Ancora Irc! Ma chi la vuole?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 09:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;ora di religione cattolica a scuola è in crisi da anni, come evidenziano i dati resi pubblici dall&#8217;Uaar. Mentre cresce la richiesta per una scuola più laica e inclusiva aumentano però pressioni confessionali e disservizi. Affronta il tema la docente Pamela Deiana sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Uno degli effetti del concordato tra Stato italiano e Vaticano, tra quelli più evidenti e che tutti i cittadini e...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/31/ancora-irc-ma-chi-la-vuole/" title="Read Ancora Irc! Ma chi la vuole?">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;ora di religione cattolica a scuola è in crisi da anni, come evidenziano i dati resi pubblici dall&#8217;Uaar. Mentre cresce la richiesta per una scuola più laica e inclusiva aumentano però pressioni confessionali e disservizi. Affronta il tema la docente Pamela Deiana sul numero 2/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Uno degli effetti del concordato tra Stato italiano e Vaticano, tra quelli più evidenti e che tutti i cittadini e le cittadine hanno modo di incontrare nel corso della loro vita, è sicuramente l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Dal 1984, con il rinnovo del concordato a opera di Bettino Craxi e del cardinale Casaroli, la religione cattolica smette di essere religione di Stato e il suo insegnamento nella scuola diventa facoltativo, ma si estende fino alla scuola dell’infanzia (dai tre ai cinque anni d’età) e nella scuola primaria le ore di Irc diventano ben due alla settimana.</p>
<p>Ma cosa vuol dire “facoltativa”? Vuol dire che è possibile scegliere di parteciparvi o di non parteciparvi, senza bisogno di motivare la scelta (prima del 1984 gli studenti appartenenti ad altre religioni potevano chiedere l’esonero). All’atto dell’iscrizione a scuola bisogna compilare il modulo C, dove si sceglie se avvalersi o meno dell’Irc. <span class="pullquote">In caso di scelta di non frequentare si hanno delle possibilità alternative</span>: 1) uscita dall’edificio scolastico, 2) studio individuale in altro locale della scuola, 3) studio assistito da personale docente, 4) frequenza dell’attività alternativa.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77362" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/Ancora-Irc-Ma-chi-la-vuole.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/Ancora-Irc-Ma-chi-la-vuole.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/Ancora-Irc-Ma-chi-la-vuole-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/Ancora-Irc-Ma-chi-la-vuole-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/Ancora-Irc-Ma-chi-la-vuole-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Abbiamo osservato come l’organizzazione delle quattro opzioni sia spesso carente o improvvisata: non sempre viene rispettato il diritto di uscita dalla scuola, spesso non ci sono locali adeguati che permettano lo studio individuale e spessissimo non viene attivato l’insegnamento dell’attività alternativa o, se attivato, è improvvisato o poco curato.</p>
<p>Nonostante queste difficoltà, sempre più studenti scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, evidente segnale di una trasformazione sociale sempre più orientata alla multiculturalità.</p>
<p>Attraverso il Foia (Freedom of Information Act), la legge che dal 2016 permette di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, l’Uaar ha richiesto i dati relativi al numero di studenti che non si avvalgono dell’Irc nelle scuole pubbliche italiane, riferiti agli anni scolastici fino al 2024/2025. I dati sono stati poi ordinati secondo diversi parametri: abbiamo fatto un’analisi per regione, per provincia, per comune e per singola scuola; poi ancora per ordine e grado della scuola stessa, suddividendo ancora, per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, tra licei, istituti tecnici e istituti professionali.</p>
<p>L’Uaar aderisce alla campagna #DatiBeneComune, l’iniziativa nata nel 2020 con lo scopo di reperire e rendere pubblici i dati in mano alle amministrazioni affinché siano fruibili da tutti i cittadini e le cittadine. Così, anche i dati relativi alla frequenza dell’Irc sono, in seguito all’accesso civico portato avanti dall’Uaar, resi noti nei file originali inviati dal ministero e dalle province autonome di Trento e Bolzano.</p>
<p>Parallelamente, nel sito della Cei (Conferenza episcopale italiana), compaiono gli stessi dati, rilevati in questo caso direttamente dagli insegnanti di religione (quelli scelti dalla Chiesa e pagati dallo Stato) sia delle scuole pubbliche che paritarie, attraverso un’applicazione chiamata “Raccolta dati avvalentisi”. Si tratta di un tool web che i docenti di religione sono chiamati a utilizzare e che permette alla Cei di avere i dati di prima mano. Le istruzioni sull’uso di questa applicazione sono minuziosamente descritte in un documento di trentacinque pagine, pubblicato sul sito della Cei. I dati raccolti devono essere poi visualizzati e validati da ciascun ufficio diocesano e quindi resi disponibili per le statistiche e le analisi richieste dal servizio nazionale per l’Irc della Cei.</p>
<p>A scegliere di non frequentare l’Irc è il 17,7% degli studenti, l’1% in più rispetto all’anno scorso. Il ritmo di ascesa è quello dell’1% ogni anno. L’ultimo dato rivela quindi che 42mila studenti in più, rispetto all’anno scorso, hanno scelto di non avvalersi. Considerando che il ritmo di ascesa annuale è pari a un punto percentuale, si prevede un abbandono della materia sempre più frequente negli anni a venire.</p>
<p>Nelle notizie diffuse dalla Cei e da una frangia di giornalismo, il dato viene relativizzato dando più importanza a quella che viene definita una «testimonianza dell’apprezzamento diffuso per una proposta di cui si riconosce – soprattutto per l’opera meritoria dei suoi insegnanti – l’autentico impegno culturale e la sincera dedizione educativa» nella recente nota pastorale <em><i>L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo</i></em>, pubblicata nel dicembre scorso in occasione dei 40 anni dall’intesa tra Cei e governo, che ha ridisegnato la presenza di tale disciplina nella scuola italiana.</p>
<p>Che si voglia evidenziare che una percentuale altissima di studenti scelga ancora di frequentare l’Irc o che si voglia, invece, mettere l’accento sul numero di coloro che non lo scelgono, <span class="pullquote">non si può negare l’evidenza dei numeri</span> o, meglio ancora, della linea di tendenza che vede una costante ascesa dei non avvalentisi (o una costante discesa degli avvalentisi, a seconda della prospettiva che si sceglie).</p>
<p>Per ipotizzare la direzione socioculturale che la società sta imboccando, dobbiamo rilevare le differenze sostanziali che emergono lungo lo Stivale.</p>
<p>Il quadro è eterogeneo: i non avvalentisi dell’Irc prevalgono nelle regioni del nord Italia e diminuiscono gradatamente man mano che si attraversa il centro e il sud dello Stivale e sono maggiormente concentrati nelle città e meno nei piccoli comuni.</p>
<p>Inoltre si osserva che, man mano che si va avanti nel grado di istruzione, i non avvalentisi aumentano. È necessario ricordare che a partire dai 14 anni d’età, ovvero dall’inizio della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore), i ragazzi e le ragazze compilano in autonomia il <em><i>modulo C</i></em> e lo firmano di loro pugno. Arrivati a quest’età, quindi, non sono più le famiglie a scegliere per i propri figli ma si riconosce loro autonomia rispetto alla scelta culturale che desiderano per loro stessi. Si noti che, più o meno a quell’età, le ragazze e i ragazzi cattolici hanno già ricevuto il sacramento della cresima e cessano pertanto di sentire gli obblighi e le pressioni da parte della chiesa e dei catechisti.</p>
<p>Proviamo ad analizzare quelle che possono essere le motivazioni dei non avvalentesi e quali le modalità di scelta.</p>
<p>Sicuramente esiste una gran parte di alunni stranieri, praticante altre religioni, o anche italiani appartenenti ad altre fedi, che sceglie di non frequentare l’insegnamento della religione cattolica, quelli che una volta avrebbero dovuto chiedere l’esonero (parola ancora usata da molti, erroneamente).</p>
<p>Meritano però una menzione a parte le famiglie degli alunni stranieri, nello specifico quelle che hanno difficoltà nella comprensione della nostra lingua. Succede che possano chiedere il supporto della segreteria scolastica per la compilazione del modulo d’iscrizione e che i buoni e volenterosi segretari non si soffermino sul <em><i>modulo C</i></em>, spesso per semplificazione delle pratiche ma, a volte, perché vengono convinte le famiglie che la frequentazione dell’Irc aiuti l’integrazione dei ragazzi.</p>
<p>Spesso, pressioni di vario genere arrivano anche verso chi sceglie consapevolmente di non avvalersi dell’Irc. Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria i docenti di religione rassicurano le famiglie dei non avvalentesi dicendo che, in effetti, non parlano di religione ma di valori universalmente condivisi, oppure spiegano che, in realtà, si parla di tutte le religioni. Quindi, nessuna paura! Non è catechismo e non è religione cattolica. A sentir questo, chi sceglie l’Irc ed è convintamente cattolico dovrebbe protestare, come minimo, pretendendo l’insegnamento promesso.</p>
<p>Anche la disorganizzazione delle alternative all’Irc, l’attività alternativa non presente, l’uscita da scuola impedita da regolamenti scolastici che vietano l’uscita ai minori, la mancanza di luoghi adeguati per lo studio individuale, influiscono nella scelta.</p>
<p>Nella scuola secondaria di secondo grado, anche se il voto dell’Irc non viene conteggiato come media, si fa comunque leva sull’influenza che il docente di Irc può avere sul consiglio di classe, docente che, è risaputo, è anche molto generoso nelle valutazioni. <span class="pullquote">Dovrebbe accadere lo stesso anche per l’attività alternativa</span>; infatti il comma 5 dell’articolo 2 del decreto del presidente della Repubblica 122/09 recita così: «Il personale docente esterno e gli esperti di cui si avvale la scuola, che svolgono attività o insegnamenti per l’ampliamento e il potenziamento dell’offerta formativa, ivi compresi i docenti incaricati delle attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, forniscono preventivamente ai docenti della classe elementi conoscitivi sull’interesse manifestato e il profitto raggiunto da ciascun alunno».</p>
<p>Quindi frequentare l’Irc o l’alternativa dovrebbe essere vantaggioso. Da questo vantaggio sono però esclusi coloro che scelgono l’uscita da scuola o lo studio individuale. Sarebbe una criticità da risolvere affinché tutti gli studenti abbiano lo stesso trattamento in sede di valutazione.</p>
<p>Altra fase cruciale è l’assegnazione dell’incarico al docente dell’attività alternativa. La prassi è quella di aspettare l’inizio delle lezioni, stabilire l’orario definitivo e poi individuare il docente che ha ore buche o necessità di ore per il completamento del suo quadro orario. Nel caso non ci siano docenti utilizzabili, la scuola deve assegnare il posto vacante attingendo dalla graduatoria dei docenti precari disponibili.</p>
<p>Qui ci troviamo di fronte a una questione che andrebbe risolta: i docenti precari maturano un punteggio per il lavoro svolto, punteggio che permetterà poi di scalare la graduatoria. L’insegnamento dell’attività alternativa è considerato dal ministero un servizio aspecifico, definizione che significa che si tratta di attività didattiche, formative o di studio che non costituiscono una cattedra disciplinare specifica. Il docente di attività alternativa all’Irc svolge un’attività non specifica rispetto alla classe di concorso per la quale è graduato o aspira a posizionarsi. Questo prevede che il punteggio maturato sarà dimezzato. Per questa ragione, capita che i docenti rifiutino l’incarico.</p>
<p>In ogni modo, che l’insegnante sia già parte dell’organico della scuola o che sia un precario attinto dalle graduatorie, l’insegnamento dell’attività alternativa viene attivato con un enorme ritardo rispetto all’inizio delle lezioni, sempre che venga attivato. L’Uaar gestisce tantissimi casi di scuole dove il diritto all’attività alternativa viene del tutto negato.</p>
<p>Le difficoltà che ruotano intorno alla presenza della Chiesa nella scuola pubblica e che, consapevolmente o meno, cercano di boicottare la scelta di non avvalersi dell’Irc, devono essere affrontate e risolte.</p>
<p>Perché non spostare l’Irc fuori dall’orario scolastico? Sarebbe quello che spesso si fa con gli insegnamenti facoltativi e con i progetti extracurricolari e l’Irc è una materia facoltativa.</p>
<p>Quanti studenti frequenterebbero l’Irc se dovessero tornare a scuola nel pomeriggio o trattenersi dopo la fine delle lezioni? Probabilmente pochi.</p>
<p>Crediamo che le persone stiano percependo la laicità dello Stato come valore imprescindibile, e lo stanno confermando con le loro scelte, a partire dalla scuola, sede garante della formazione laica di cittadine e cittadini che avranno in mano il futuro.</p>
<p>I dati che abbiamo esaminato confermano la tendenza della società al cambiamento, alla consapevolezza del ruolo che lo Stato laico ha come presenza centrale della società.</p>
<p>Una società variegata, dinamica, responsabile, laica.</p>
<p><strong><b>Pamela Deiana</b></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>L’Iran ha bisogno di pace, laicità e diritti</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/05/24/liran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 09:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[L’attacco di Usa e Israele porta nuovi lutti e distruzione in Iran, governato da quasi mezzo secolo dal regime teocratico degli ayatollah. Mentre nella società si diffondono secolarizzazione e voglia di emancipazione, soprattutto tra donne e giovani. Per approfondire il tema abbiamo intervistato il sociologo ed esule iraniano Taher Djafarizad sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. È la mattina di sabato 28 febbraio 2026. Mentre in Italia si...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/24/liran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti/" title="Read L’Iran ha bisogno di pace, laicità e diritti">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’attacco di Usa e Israele porta nuovi lutti e distruzione in Iran, governato da quasi mezzo secolo dal regime teocratico degli ayatollah. Mentre nella società si diffondono secolarizzazione e voglia di emancipazione, soprattutto tra donne e giovani. Per approfondire il tema abbiamo intervistato il sociologo ed esule iraniano Taher Djafarizad sul numero 2/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>È la mattina di sabato 28 febbraio 2026. Mentre in Italia si parla soltanto della 76esima edizione del festival di Sanremo, l’Iran è bombardato da Stati Uniti e Israele in un attacco a sorpresa (anche se a lungo annunciato da Donald Trump) che uccide l’ex guida suprema dell’Iran Ali Khamenei e molti dei leader integralisti islamici che gli sono vicini. Quella che viene chiamata operazione ‘Epic fury’ vuole indebolire il regime di Khamenei per favorire una rivolta interna e instaurare un governo più favorevole all’Occidente. Tra gli obiettivi di Usa e Israele c’è naturalmente il petrolio di cui l’Iran è ricco, ma anche il disarmo delle capacità missilistiche iraniane e lo stop all’arricchimento dell’uranio. Tutto questo per limitare l’influenza iraniana in Medio Oriente, indebolendo l’alleanza tra Iran, Russia e Cina.</p>
<p>Nei fatti non sarà certo un’altra operazione militare a portare democrazia in un Paese tanto martoriato. Gli effetti di <span class="pullquote">un’azione che viola ogni norma di diritto internazionale</span> si vedono immediatamente: la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nell’Iran meridionale viene distrutta uccidendo 180 persone tra cui 100 bambine.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77332" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/LIran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/LIran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/LIran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/LIran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/LIran-ha-bisogno-di-pace-laicita-e-diritti-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Abbiamo intervistato Taher Djafarizad, esule iraniano, sociologo e commerciante di tappeti a Pordenone, attivista per i diritti umani e in particolare per i diritti delle donne iraniane e delle donne che vivono in Paesi in cui vige la sharia. Nato a Talesh in Iran nel 1956, è in Italia dal 1980.</p>
<p><strong><b>Taher Djafarizad, che notizie dirette ha dal suo Paese dopo l’attacco del 28 febbraio scorso?</b></strong></p>
<p>La situazione è drammatica. È chiaro che i Paesi coinvolti in questa guerra hanno dichiarato ai cittadini iraniani di non uscire di casa. Stanno eliminando tutti i leader, l’ultimo eliminato oggi 17 marzo è Ali Larijani, alto funzionario iraniano, quello che avrebbe preso il potere concessogli da Ali Khamenei, il leader ucciso tre settimane fa di cui era consigliere e segretario del Supremo consiglio nazionale di sicurezza. Questa è l’ultima notizia che una tv iraniana che trasmette dagli Usa ha diffuso.</p>
<p><strong><b>Da quanti anni non mette piede in Iran?</b></strong></p>
<p>Da troppi anni, da quando sono arrivato in Italia: sono passati 46 anni. Io sono stato parecchie volte sul confine quando mi sono salvato in extremis. Volevano creare una trappola attraverso un mio dipendente che lavorava con me a Istanbul. Lui è stato arrestato per un fatto burocratico: ogni cittadino sia europeo che iraniano che si reca in Israele non dovrebbe ricevere un timbro sul passaporto, ma su un foglio bianco. Lui ha ricevuto il timbro direttamente sul passaporto ed è stato fermato in Iran, ha passato due mesi in carcere ed è stato torturato. Da lì sono emersi i collegamenti con il mio nome e ho rischiato di essere ucciso.</p>
<p><strong><b>L’Iran ha 92 milioni di abitanti ed è un Paese multietnico e multireligioso in cui vivono curdi (10%), azeri (16%), luri, beluci, arabi, ebrei. Come è stato possibile che sia diventato uno Stato teocratico?</b></strong></p>
<p>Sì, questo è un dato importante da conoscere. Una nazione, anzi è stata la prima nazione ad aver messo l’abc della <em><i>Carta universale dei diritti umani</i></em>, nata nel 539 prima di Cristo. Sono stati gli iraniani i primi a salvare gli ebrei dalla schiavitù babilonese. Per questo motivo tanti ebrei si sono storicamente stabiliti in Iran. Buona parte dei luoghi sacri appartenenti alla cultura ebraica, come il mausoleo di Abacuc o della principessa Esther o del profeta Daniele, si trovano in Iran. In Iran ci sono 35 sinagoghe. Erano molte di più, ma da quando questi integralisti sono andati al potere, hanno imposto limiti. L’hanno fatto anche nei confronti dei cristiani, che hanno 300 chiese.</p>
<p><strong><b>Lei è credente?</b></strong></p>
<p>Io sono allergico a qualsiasi religione. Un credente deve credere nel suo cuore, nel suo cervello. Io credo nella mia forza. Mi ricordo che nel 1985, quando ho fondato la prima associazione di immigrati stranieri, ho trovato casa e lavoro a centinaia di immigrati musulmani. A coloro che ho aiutato e che mi chiedevano se ero musulmano ho detto di non farmi questa domanda, perché la religione è e deve restare un fatto personale.</p>
<p><strong><b>Il governo teocratico proclamava che il 99,5% della popolazione fosse musulmana, ma la realtà sociale mostra una progressiva disaffezione verso l’Islam sciita istituzionalizzato. Le analisi recenti indicano un significativo aumento dell’ateismo, dell’agnosticismo e, più in generale, della secolarizzazione in Iran, con una tendenza marcata tra le nuove generazioni. L’ateismo in Iran è in aumento?</b></strong></p>
<p>È chiaro che è in aumento in una maniera impressionante. <span class="pullquote">Non lo dicono, ma molti atei sono stati impiccati in Iran</span>. Secondo la religione, sciita o sunnita, chi detesta l’islam o esce dalla religione islamica è condannabile con la morte. Questo fin dal 633 dopo Cristo. Abū Bakr (primo califfo dell’islam dal 632 al 634 – ndr) ha preso il posto di Maometto e imposto questa regola. Chi lascia l’islam è condannabile alla morte. Quella cultura di merda esiste tuttora. Yusuf al-Qaradawi morto due anni fa, numero uno del sunnismo che aveva la sede nel Qatar, ha detto che è grazie a questa regola se oggi l’islam ha due miliardi di seguaci.</p>
<p>Questo non solamente in Iran, anche nel Paese di Matteo Renzi, l’Arabia Saudita. Anche negli Emirati arabi, Dubai dove ci sono tutte quelle banche dei ciarlatani a livello mondiale.</p>
<p><strong><b>Qual è secondo lei la causa della transizione da una società che era moderna prima del 1979 a un regime teocratico autoritario? C’è stato un passaggio graduale oppure è stato improvviso? Che cosa si ricorda e che cosa può dire di quel periodo?</b></strong></p>
<p>Io sono nato e cresciuto sotto il regime dello scià di Persia. Per cui quel mondo lo conosco come le mie mani. Io ero presente alla prima manifestazione dell’8 marzo 1979 che hanno fatto le donne iraniane. In quella manifestazione non erano presenti tanti uomini, al massimo il 5%. Allora gli intellettuali di sinistra dicevano che l’hijab (abbigliamento simbolo di sottomissione e oppressione della donna nel mondo islamico) non era una questione primaria. Questo è stato un grosso errore. Oggi ti dicono che devi mettere quel fazzoletto in testa, domani ti dicono che cosa devi pensare. La donna nella tradizione islamica è sempre pensata come un essere umano inferiore. Pubblicherò a breve un testo sul mondo islamico, dove racconto tutte le cazzate di Maometto. Il libro si intitola <em><i>Versetti ad personam</i></em>. Ogni volta che il profeta doveva andare a letto anche con la moglie del suo figlio adottivo, guarda caso trovava dei versetti che giustificavano il suo desiderio. O con la loro schiava copta di nome Maria. C’è anche sul <em><i>Corano</i></em>.</p>
<p>Ma parliamo del ‘79. L’Iran era moderno. Dobbiamo partire un po’ prima. Nel 1951 sotto la pressione dei liberali nazionalisti iraniani contro lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi (che ha governato l’Iran dal 1941 al 1979) era stata chiesta una maggiore indipendenza, dal punto di vista della politica. Alla fine lo scià è stato obbligato a concedere un sistema parlamentare ad alcuni deputati che hanno scelto Mohammad Mosaddegh come primo ministro.</p>
<p>Personaggio importante che si è formato culturalmente in occidente, in Francia. Costui ha toccato alcuni tasti che non avrebbe dovuto toccare: nazionalizzare il petrolio che fino al 1951 gli inglesi saccheggiavano senza pagare nulla all’Iran. Nel 1953 gli inglesi intervengono con gli americani per dare una lezione all’Iran. Attraverso l’operazione Ajax (agosto 1953) ci fu un colpo di Stato organizzato dai servizi segreti Usa e Uk per rovesciare il premier iraniano democraticamente eletto.</p>
<p>L’operazione diede maggiore potere allo scià. In cambio Stati Uniti e Regno Unito hanno preteso il 40% del petrolio, che malvolentieri l’hanno dovuto dividere tra loro. Nel 1960 Kennedy prende il potere negli Stati Uniti e obbliga lo scià a fare la rivoluzione bianca, cioè a dividere la terra tra i contadini e dare diritti alle donne. Lì cresce il khomeinismo dal 1963 in poi, perché gli integralisti non volevano la presenza delle donne nelle istituzioni, nei ministeri, nei governi, nella magistratura.</p>
<p>Nel 1964, quando lo scià ha diviso il terreno appartenente ai grandi latifondisti, uno dei quali era la moschea, gli integralisti islamici si sono ribellati e poi Khomeini fu espulso. In Francia dove fu esiliato, dopo aver trascorso diversi anni in Iraq e Turchia, nasce il khomeinismo. Khomeini diceva cose da integralista islamico e i consiglieri ne ammorbidivano il senso.</p>
<p>Una giornalista iraniana, Nooshabeh Amiri, ragazza giovane all’epoca che oggi vive negli Usa e dovrebbe avere intorno ai 74 anni, aveva intervistato Khomeini per il giornale popolare Kayhan. Allora era stata attaccata da tutti i consiglieri di Khomeini per avere riportato per la prima volta senza filtri le parole del futuro ayatollah. Era la prima giornalista che intervistava nella sua lingua Khomeini, senza addolcire le sue parole dandone un’immagine moderata.</p>
<p>Ma la responsabilità della diffusione dell’integralismo islamico è stata anche dei movimenti di sinistra. Pensavano che questo signore fosse Che Guevara, in realtà senza conoscere la vera strategia del criminale Khomeini. <span class="pullquote">Alcuni filosofi in Francia applaudivano Khomeini senza conoscerlo</span> (Michel Foucault lo definì ‘figura mitica’ – ndr). Nel 1989 quando muore Khomeini avrebbe dovuto prendere il potere un altro ayatollah più moderno e democratico, Hossein-Ali Montazeri, ma Khomeini l’ha messo da parte e ha scelto Khamenei che invece era molto intransigente.</p>
<p><strong><b>Il figlio di Khamenei dovrebbe avere preso il potere dopo l’uccisione del padre?</b></strong></p>
<p>Si dice, però sembra che sia morto anche lui durante il primo bombardamento in cui è stato ucciso Khamenei e alcuni suoi ministri. Quelli che detengono il potere sono i Pasdaran (il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica che dispone di oltre 200mila uomini – ndr).</p>
<p><strong><b>Qual è la sua visione sul futuro del suo Paese?</b></strong></p>
<p>La mia posizione sarà diversa rispetto a quella di altri iraniani che plaudono al figlio dello scià. Io non ho simpatia né per lo scià né tantomeno per il figlio in esilio negli Usa, Reza Pahlavi. Questa è la mia posizione principale. Io mi ricordo che se mi beccavano con un giornale o con un libro che criticava lo scià di Persia di allora, io finivo sotto tortura. Il figlio non ha mai condannato suo padre, che ha portato una marea di miliardi di dollari fuori dall’Iran. Il Paese era povero. Il figlio è cresciuto con i soldi del popolo iraniano.</p>
<p>Ultimamente ha fatto numerosi investimenti nel campo della pubblicità. Una buona parte di quei denari è depositata presso la banca svizzera. Io non simpatizzo per lui. Se la massa lo vuole, io non condivido, pur rispettando la massa. Pochi giorni fa sono intervenuto alla camera dei deputati e ho espresso chiaramente la mia posizione. Io sono cresciuto con la cultura occidentale. Ho raccontato le cose come stanno.</p>
<p>Oggi non vado certo dove vanno i vincitori. E non sono nemmeno dalla parte dei Mojahedin del popolo iraniano, movimento che in origine faceva parte del regime khomeinista e ha messo la prima bomba nel parlamento iraniano. Poi ha lasciato l’Iran e si è trasferito in Iraq dove hanno appoggiato Saddam Hussein. Il leader, oggi residente in Albania, è una donna velata che vuole portare in Iran una repubblica democratica islamica. L’islam è sempre una merda, tu puoi mettere tutto quello che vuoi, ma la democrazia dov’è? Io preferisco un Paese laico, non monarchico. Un Paese in cui tutti possiamo discutere senza essere arrestati. Come l’Italia.</p>
<p><strong><b>Il suo impegno per i diritti civili è arrivato anche al parlamento europeo, ma non senza polemiche. Perché?</b></strong></p>
<p>Ho fatto approvare diverse cose a livello europeo: una risoluzione sulle spose bambine per esempio. Purtroppo il parlamento europeo non ha nessun potere. Nel 2022 ha approvato la messa al bando dei Guardiani della rivoluzione, ma poi il consiglio dei ministri non l’ha ratificata. Subito dopo il 2023 insieme ad alcuni gruppi iraniani come Neda day e l’Unione degli attivisti iraniani siamo stati dal ministro degli esteri e al parlamento di Bruxelles. Soltanto due mesi fa i Guardiani della rivoluzione sono stati messi fuori legge. Ma non basta, dovrebbero sequestrare e congelare tutti i loro beni.</p>
<p>(A partire da fine gennaio 2026, l’Unione Europea, su forte impulso del parlamento europeo, ha avviato l’iter per designare ufficialmente il corpo delle Guardie della rivoluzione islamica noto come Pasdaran, come organizzazione terroristica – ndr).</p>
<p><strong><b>Ci sono state altre incongruenze da parte di Paesi occidentali quando hanno dovuto prendere posizione sull’Iran?</b></strong></p>
<p>Forse avrai sentito parlare di Masoumeh Ebtekar, una signora che nel 1979 aveva occupato l’ambasciata americana assieme agli integralisti islamici. Era portavoce di quel movimento integralista. Lei ha studiato in America, il figlio ha studiato in America, ed è diventata due volte ministro in diversi governi iraniani. Morale: sotto il governo della Repubblica islamica le leggi segregazioniste nei confronti delle donne sono sempre esistite. Nel 2014 il parlamento italiano ha consegnato il premio Minerva a questa donna, «insignita per l’impegno politico e riformatore». Di che cosa parliamo? Ho scritto allora una lettera al presidente della Repubblica italiana, al presidente del senato, ma non mi hanno dato ascolto.</p>
<p><strong><b>Intervista di Daniele Passanante a Taher Djafarizad</b></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stabilire un confine</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/05/17/stabilire-un-confine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 09:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Un articolo scientifico sulle mutilazioni genitali femminili mostra i limiti del relativismo culturale. Il rispetto delle differenze non può giustificare pratiche che violano diritti, salute e l&#8217;autodeterminazione delle donne. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Il 14 settembre 2025, sul Journal of Medical Ethics (rivista affiliata al prestigioso Bmj, British Medical Journal), è stato pubblicato un corposo articolo, intitolato Harms of the current global anti-Fgm campaign (I danni...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/17/stabilire-un-confine/" title="Read Stabilire un confine">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un articolo scientifico sulle mutilazioni genitali femminili mostra i limiti del relativismo culturale. Il rispetto delle differenze non può giustificare pratiche che violano diritti, salute e l&#8217;autodeterminazione delle donne. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 2/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Il 14 settembre 2025, sul <em><i>Journal of Medical Ethics </i></em>(rivista affiliata al prestigioso Bmj, <em><i>British Medical Journal</i></em>), è stato pubblicato un corposo articolo, intitolato <em><i><a href="http://go.uaar.it/sopouiz">Harms of the current global anti-Fgm campaign</a> </i></em>(<em><i>I danni delle attuali campagne globali contro le mutilazioni genitali femminili</i></em>). L’articolo è firmato da 25 autori.</p>
<p><span class="pullquote">La prima firma è quella di Fuambai Sia Ahmadu</span>, antropologa della Sierra Leone, cresciuta negli Stati Uniti, con un dottorato di ricerca in antropologia sociale presso la London School of Economics, docente presso l’Università di Chicago e in un’università del suo Paese di origine.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77300" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/stabilire-un-confine.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/stabilire-un-confine.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/stabilire-un-confine-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/stabilire-un-confine-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/stabilire-un-confine-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Da tempo Sia Ahmadu è impegnata nella difesa delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). Sì, in difesa, non contro! Lo chiarisce bene lei stessa nel suo sito <a href="http://www.fuambaisiaahmadu.com/">www.fuambaisiaahmadu.com</a>, dedicato alla promozione di queste mutilazioni: «Ho creato questo sito web come piattaforma per celebrare e condividere la conoscenza sulle origini africane della circoncisione e in particolare per incoraggiare le donne che sostengono la circoncisione femminile in varie parti del mondo. Come fondatrice di SiA Inc., la mia missione principale è promuovere i diritti delle donne adulte circoncise all’uguaglianza, alla dignità e all’autodeterminazione, preservando questa importante pratica corporea culturale e religiosa».</p>
<p>L’autrice racconta di essere andata in Sierra Leone all’età di 22 anni per sottoporsi alle mutilazioni genitali femminili, in quanto membro del gruppo etnico Kono che le pratica abitualmente. Critica le sue «sorelle femministe occidentalizzate» che insistono «nel privarci di questo aspetto essenziale del passaggio all’età adulta, in linea con il nostro patrimonio culturale unico e potente».</p>
<p>Sostiene inoltre che non vi siano rischi per la salute delle donne e/o conseguenze negative sulla loro sessualità e che la maggior parte delle donne sottoposte a mutilazioni non le percepiscano come una pratica oppressiva. Desta non poca perplessità che Sia Ahmadu abbia lavorato come consulente per l’Unicef e per il British Medical Research Council in Gambia.</p>
<p>Nell’articolo pubblicato sul <em><i>Journal of Medical Ethics</i></em>, gli autori sostengono che l’attuale dibattito e le relative politiche anti-Mgf, pur essendo guidati da intenti di tutela della salute e dei diritti umani, causano danni non intenzionali e controproducenti. Secondo gli autori, la narrazione dominante dell’“anti-Mgf” è costruita su un quadro fortemente razzializzato ed etnocentrico che semplifica in modo stereotipato pratiche culturalmente diverse e complesse, contribuendo a perdere di vista la varietà di significati e di contesti in cui queste pratiche esistono.</p>
<p>Tra i possibili danni evidenziati dagli autori vi sono: l’erosione della fiducia nelle strutture sanitarie da parte di comunità coinvolte; il silenzio e la marginalizzazione di voci interne alle comunità che hanno prospettive più sfumate o dissenzienti; la profilazione razziale e il monitoraggio legale sproporzionato di famiglie migranti nei Paesi occidentali.</p>
<p>Gli autori criticano inoltre quella che definiscono una doppia morale: mentre alcune procedure genitali simili (ad esempio interventi cosmetici o chirurgici) sono legittimate o normalizzate in occidente, le pratiche genitali tradizionali praticate in altri contesti culturali vengono condannate e stigmatizzate attraverso il linguaggio e le politiche internazionali.</p>
<p>In conclusione, gli autori propongono la necessità di un approccio più equilibrato e basato sulle evidenze, che tenga conto delle complessità culturali e non riproduca ingiustizie o stereotipi, affinché le politiche e i discorsi pubblici non producano danni simili a quelli che si desiderano evitare.</p>
<p>Per esprimere un giudizio sull’articolo pubblicato dal <em><i>Journal of Medical Ethics</i></em> è bene ricordare brevemente cosa siano le Mgf.</p>
<p>L’Organizzazione mondiale della sanità ha <a href="http://go.uaar.it/ymqwfrk">classificato le Mgf</a> in quattro differenti tipi, con varie sottocategorie:</p>
<p>Tipo I. Clitoridectomia: rimozione parziale o totale del clitoride e/o del prepuzio clitorideo.</p>
<p>Tipo II. Escissione: rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra con o senza asportazione delle grandi labbra.</p>
<p>Tipo III. Infibulazione: restringimento dell’orifizio vaginale con chiusura ermetica coprente creata tagliando e avvicinando le piccole e/o le grandi labbra, con o senza escissione del clitoride.</p>
<p>Tipo IV. Altri interventi dannosi sui genitali esterni a fini non terapeutici (puntura-pricking, piercing, incisione, cauterizzazione).</p>
<p>Le Mgf danneggiano gravemente la salute psicofisica delle bambine e delle donne, anche per l’uso di strumenti infetti e in genere per le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui vengono effettuate.</p>
<p>Le donne con Mgf hanno problemi durante le mestruazioni a causa della parziale o totale occlusione dell’orifizio vaginale, dovuto alla formazione di cicatrici e cheloidi secondari che insorgono per la lenta e incompleta cicatrizzazione della ferita associata a flogosi e a infezioni post operatorie. Queste donne sono spesso affette da endometriti, vaginiti e cistiti ricorrenti. <span class="pullquote">Le infezioni e i calcoli urinari sono molto frequenti</span> e possono compromettere la funzionalità renale. Frequenti sono anche le fistole e rapporti sessuali dolorosissimi.</p>
<p>Ogni anno circa tre milioni di bambine (tra cui anche alcune donne) vengono sottoposte a Mgf e il numero di donne e bambine viventi che le hanno subite è oggi di circa 230 milioni.</p>
<p>Criticare l’articolo pubblicato dal <em><i>Journal of Medical Ethics</i></em> è un esercizio abbastanza facile che è stato eseguito da diversi commentatori all’estero<sup>1</sup> (stranamente in Italia non si è avuta alcuna discussione). Le principali critiche riguardano gli aspetti medico sanitari, totalmente sottovalutati da Fuambai Sia Ahmadu e gli altri autori. Inoltre viene totalmente trascurato il ruolo socio-culturale che rende le Mgf un crudele strumento patriarcale di controllo sociale sulle donne.</p>
<p>Anziché concentrarsi sulla rivendicazione della dignità culturale di certe pratiche tradizionali, bisognerebbe che tutti indirizzassero le proprie energie a tutela della salute e dei diritti delle donne e delle ragazze. Appare infine fuori luogo il paragone tra le Mgf e alcune tecniche di chirurgia genitale praticate in occidente, condotte con totale rispetto delle norme igienico-sanitarie, prive di conseguenze drammatiche e, soprattutto, scelte volontariamente e non imposte.</p>
<p>Al di là delle critiche specifiche all’articolo, la sua pubblicazione su una rispettabile rivista scientifica pone problemi più ampi. Nel sito della prima firmataria dell’articolo, la citata Fuambai Sia Ahmadu, si legge: «Sia (o Saa), secondo la cosmologia menfita, che precede le religioni abramitiche, è il nome del primo essere formato dal Dio Creatore, Atum, attraverso il sangue del “Suo” Fallo. La circoncisione (sia femminile che maschile) ha un’origine socio-religiosa africana e questo potente atto simbolico è stato adottato e adattato da molte culture e tradizioni religiose nel corso della storia del mondo.</p>
<p>Sono una cristiana rinata e il mio defunto marito era musulmano, ma sono anche un’antropologa e credo sia necessario che i discendenti africani (ai quali è stato detto che non abbiamo una storia o una cultura indipendente dagli europei che valga la pena conoscere, per non parlare di preservare) comprendano le origini delle nostre religioni ancestrali e come queste credenze e pratiche abbiano influenzato le religioni abramitiche. La circoncisione è ciò che collega questa conoscenza del nostro passato con ciò che siamo nel presente».</p>
<p>Le motivazioni che inducono l’autrice a difendere le Mgf sono dunque legate alla volontà di salvaguardare la conoscenza delle tradizioni culturali di un popolo, rivendicando autonomia nei confronti dell’Europa e, in generale, dell’occidente.</p>
<p>In sostanza l’autrice, da antropologa, rivendica la necessità di comprendere norme, tradizioni, valori e credenze di un popolo all’interno del contesto culturale specifico che le genera. Rifiutando giudizi basati su standard esterni e sostenendo la pari dignità di tutte le culture, rifiutando ogni forma di etnocentrismo. In una parola si tratta di quello che viene chiamato relativismo culturale, proposto inizialmente da illustri ricercatori come Franz Boas (1858-1942) e Bronisław Malinowski (1884-1942).</p>
<p>Il relativismo culturale è la posizione, del tutto condivisibile, secondo la quale i valori, le norme morali e le pratiche sociali devono essere compresi e valutati nel contesto della cultura a cui appartengono, evitando ogni giudizio espresso, inevitabilmente, applicando i criteri della propria cultura di appartenenza. In altre parole, ciò che è “giusto” o “normale” e “moralmente accettabile” dipende dal contesto culturale.</p>
<p>Si tratta sicuramente di un approccio apprezzabile. Vi sono infatti tanti modi di vivere e non esiste un criterio oggettivo per stabilire quale cultura sia globalmente “superiore” alle altre. Pensare che la migliore sia quella che noi abbiamo adottato e giudicare le altre in modo unilaterale è un atto di arroganza e supponenza che tanti danni ha provocato. L’approccio relativistico favorisce inoltre la tolleranza e il rispetto verso culture diverse. Quello etnocentrico, al contrario, genera discriminazioni, sopraffazioni e razzismo.</p>
<p><span class="pullquote">Il relativismo culturale è indispensabile in antropologia</span>, etnologia e storia per studiare società lontane da noi geograficamente, cronologicamente e culturalmente. Ma è anche indispensabile nella vita di tutti i giorni per la pacifica convivenza di etnie e popolazioni con usi, costumi e tradizioni diverse.</p>
<p>È però piuttosto evidente che esso deve avere dei limiti ed è importante, proprio in nome di tolleranza e convivenza, stabilirne i confini.</p>
<p>Infatti, se applicassimo in modo assoluto il relativismo culturale, allora potremmo giustificare qualsiasi pratica, anche quelle che violano i diritti umani. Per questo è necessario porre dei limiti basati su principi universali minimi, come la dignità della persona e i diritti fondamentali.</p>
<p>In sintesi, il relativismo culturale è utile per comprendere e rispettare le differenze, ma non può diventare una giustificazione per violare valori fondamentali condivisi a livello universale.</p>
<p>I diritti umani fondamentali parlano espressamente di: 1) diritto all’integrità fisica e psichica; 2) diritto alla salute; 3) diritto alla libertà e alla sicurezza della persona; 4) diritto di non essere sottoposti a tortura; 5) diritti dei minori.</p>
<p>Non si possono accettare violazioni di tali diritti in nome del relativismo culturale. Appare abbastanza evidente che le Mgf li violino tutti e cinque. Infatti: 1) comportano la rimozione o la modifica degli organi genitali femminili senza ragioni mediche, causando danni permanenti e traumi psicologici; 2) provocano infezioni, dolore cronico, sterilità, complicazioni durante il parto e, in alcuni casi, la morte; 3) costituiscono un atto di violenza fisica e psicologica; 4) la comunità internazionale classifica le Mgf come trattamenti crudeli, inumani o degradanti; 5) essendo praticate spesso su minori, violano la <a href="http://go.uaar.it/ed3yr9d">Convenzione sui diritti dell’infanzia</a>, che protegge le bambine da pratiche tradizionali nocive.</p>
<p>Quest’ultimo punto appare particolarmente importante. Se una donna adulta, libera e sufficientemente informata sulle possibili conseguenze, decide autonomamente di sottoporsi a Mgf, come ha fatto Fuambai Sia Ahmadu, è giusto che abbia la possibilità di farlo. Ma imporlo a chi non può decidere (come qualsiasi altra pratica religiosa forzata) è un sopruso che non può essere in alcun modo difeso.</p>
<p>Comprendere e studiare le culture diverse dalla nostra, senza pregiudizi ideologici, è un dovere intellettuale e civile. Ma difendere la dignità e l’integrità della persona è un dovere etico, e nessun relativismo può esimerci da questo vincolo.</p>
<p><strong>Silvano Fuso</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ol>
<li>Si veda, ad esempio: H. Burrage, <a href="http://go.uaar.it/tfstefn"><em>Are ‘Anti-FGM’ Campaigns Harmful?</em></a>, 10 gennaio 2026</li>
</ol>
<hr />
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		<title>Per chi suona la campana</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/05/10/per-chi-suona-la-campana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 09:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Il rumore delle campane delle chiese è a volte prolungato, assordante e invasivo. Nonostante l’impatto sulla quiete e sulla salute gode però di ampie tutele. Affronta il tema Adele Orioli sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Nonostante il celebre romanzo di Hemingway, a sua volta in citazione di un verso di John Donne, e l’indubbio riferimento all’usanza di far suonare la campana quando muore qualcuno, spesso nell’iconografia clericale...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/10/per-chi-suona-la-campana/" title="Read Per chi suona la campana">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il rumore delle campane delle chiese è a volte prolungato, assordante e invasivo. Nonostante l’impatto sulla quiete e sulla salute gode però di ampie tutele. Affronta il tema Adele Orioli sul numero 2/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Nonostante il celebre romanzo di Hemingway, a sua volta in citazione di un verso di John Donne, e l’indubbio riferimento all’usanza di far suonare la campana quando muore qualcuno, spesso nell’iconografia clericale il din don dan è all’opposto associato alla festa, alla gioia, alle allegre mattine della domenica al Mulino Bianco, che a quanto pare non annovera mai né insonni né turni notturni nelle proprie schiere. E anzi dello scampanio selvaggio se ne arriva a difendere persino la funzionalità pubblica nel rintocco delle ore.</p>
<p>Che in effetti, prima dell’avvento dell’orologio nemmeno da polso, ma financo da tasca, aveva effettivamente una grandissima utilità civica. All’incirca fino a un secolo fa, grosso modo. In ogni caso oggi, non fosse altro per i cellulari ai quali viviamo incollati, siamo certi che tutti i fortunelli il cui campanile decide di segnare anche i quarti d’ora, <span class="pullquote">dei 15 tocchi di seguito ne farebbero volentieri a meno</span>.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77283" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Se non altro il rumore delle ore è sottoposto ai normali limiti di decibel di qualsivoglia altra attività. Certo, soprattutto nei piccoli centri intraprendere una battaglia sonora contro i parroci non è il massimo, ma se non altro quando di segnale orario si tratta le tutele ci sono e senza discriminazioni.</p>
<p>Perché il discorso si fa ben più complesso quando invece si parla di scampanii liturgici, quelli cioè che segnalano l’inizio, la fine o anche la semplice sussistenza di un evento liturgico. Spesso prolungati, spesso assordanti nella gioia quanto nel dolore, verrebbe da dire, spesso in ore che anche l’attuale mondo del lavoro non considera esattamente con favore. Per esempio l’Angelus delle sette di mattina, festivi compresi, un classico. Del disagio.</p>
<p>Ecco, per questo tipo di frastuono invece sorgono problemi maggiori. Perché per costante giurisprudenza questi specifici rintocchi sono direttamente espressione di libertà religiosa, e quindi non limitabile (o meglio, limitabile solo per contrarietà al buon costume, ex articolo 19 della Costituzione).</p>
<p>Questo non vuol dire che non ci sia proprio nulla da fare se tormentati a ogni ora del giorno e magari anche della notte da rintocchi tutt’altro che bucolici e festaioli per chi li subisce. Lo sanno anche i vescovi, che spesso nei loro decreti impongono il silenzio quanto meno in determinate fasce orarie e altrettanto spesso raccomandano una certa prudenza nell’entusiasmo scampanante.</p>
<p>Lo sappiamo bene anche noi all’Uaar che spesso patrociniamo contenziosi, costosissimi purtroppo per le perizie tecniche necessarie anche solo per poter cominciare; e in sordina, se mi si passa l’espressione, abbiamo anche ottenuto qualche risultato di sostanza.</p>
<p>Infatti, che sia espressione di libertà religiosa o meno, l’esercizio di un diritto va sempre preso in considerazione e bilanciato con pari se non più forti diritti altrui. E fra questi c’è sicuramente il diritto alla salute e a non subire quello che si chiama danno biologico per le emissioni sonore incontrollate e incontrollabili. Indubbiamente è comunque un gradino in più da affrontare nel caso le emissioni siano oltremodo rumorose; nessuna tutela invece se lo scampanio è, se non illegittimo, quanto meno inopportuno non per le modalità in sé e per sé ma per il significato.</p>
<p><span class="pullquote">Il pensiero corre subito a Sanremo</span>, dove il vescovo Antonio Suetta ha avuto la bella pensata di far suonare le campane ogni sera alle 20 per tutti i «bambini non nati», perché è stata interrotta la gravidanza. Giusto per continuare a sputare sopra al fatto che l’esercizio di un diritto riconosciuto, seppur nella non ottimale forma, non dovrebbe venire mai stigmatizzato impunemente solo perché, se è un prete a parlare, sarebbe una legittima e libera «critica teologico-morale» e non una violenza privata. Ci permettiamo di dissentire.</p>
<p>D’altronde tutta questa tolleranza (nello stretto senso di sopportazione con fastidio) l’italica stirpe non sembrerebbe poi avere nei confronti dell’esercizio sì, di libertà religiosa, ma non di segno cattolico.</p>
<p>A Forlì ad esempio tal Luca Bartolini, assessore responsabile alla sicurezza del Comune, ha chiesto l’intervento delle autorità «per tutelare quiete pubblica e convivenza civile», contro quello che ha definito «inquietante e inaccettabile»: il fatto cioè che da una radio di una singola casa privata, in orario preserale, cioè al tramonto di febbraio, in pieno ramadan, venisse diffuso (o banalmente ascoltato ad alto volume?) il canto del muezzin. E il tutto senza che ci sia nemmeno una moschea nei paraggi, chiosano orgoglioso assessore e parecchi cittadini. Libertà religiosa a due velocità, anzi, a due volumi.</p>
<p>Sia chiaro, se d’un bel tacer non fu mai scritto, nemmeno di una emissione sonora disturbante, religiosa o meno che sia, si può parlar bene. Sarebbe bello se si ponesse maggiore attenzione, e senza distinzioni tra attività, all’inquinamento acustico prima che alla chiamata alla messa o alla preghiera del mattino o del pranzo o del pomeriggio o della sera. Insomma, evviva se non il silenzio quantomeno il basso volume. Per tutti però, din don dan, Nam-myoho-renge-kyo o inshallah che siano.</p>
<p><strong>Adele Orioli</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.uaar.it/laicita/campane/">uaar.it/laicita/campane</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>Il rumore molesto del confessionalismo sul n. 2/2026 della rivista Nessun Dogma</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/05/04/il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-nessun-dogma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 13:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Ecco il nuovo numero del bimestrale dell&#8217;Uaar Nessun Dogma &#8211; Agire laico per un mondo più umano. Con interviste, rubriche, recensioni per conoscere l&#8217;impegno di uomini e donne, dell’Uaar e non solo. Con uno sguardo laico umanista su temi come diritti, etica, filosofia, politica, scienza. Sessanta pagine dedicate a chi vuole cambiare il mondo per renderlo più laico, più umano, più assennato. Con gli approfondimenti e le storie che non trovate altrove. La copertina del numero 2/2026 di Paolo Ferrarini...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/04/il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-nessun-dogma/" title="Read Il rumore molesto del confessionalismo sul n. 2/2026 della rivista Nessun Dogma">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco il nuovo numero del bimestrale dell&#8217;Uaar <a href="https://rivista.nessundogma.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://rivista.nessundogma.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1583911345263000&amp;usg=AFQjCNFa9Qp08cg3F0iKPgvt2_g-g61Arg"><em>Nessun Dogma &#8211; Agire laico per un mondo più umano</em></a>. Con interviste, rubriche, recensioni per conoscere l&#8217;impegno di uomini e donne, dell’Uaar e non solo. Con uno sguardo laico umanista su temi come diritti, etica, filosofia, politica, scienza. Sessanta pagine dedicate a chi vuole cambiare il mondo per renderlo più laico, più umano, più assennato. Con gli approfondimenti e le storie che non trovate altrove.</p>
<p>La copertina del numero 2/2026 di Paolo Ferrarini sintetizza con ironia la questione delle invadenze sonore della Chiesa cattolica. Alcuni articoli di questa uscita trattano il tema e le sue ricadute sulla laicità. La responsabile iniziative legali Uaar Adele Orioli si concentra sul rumore molesto delle campane, blindato dal Concordato. Mentre Valentino Salvatore commenta la recente condanna a una parrocchia di Palermo per il disturbo arrecato dal suo oratorio.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77261" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-768x403.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-650x341.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-1024x537.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>In questa uscita abbiamo affrontato anche altre tematiche. Il giornalista Federico Tulli offre un&#8217;inchiesta sulle condizioni di lavoro dei dipendenti del Vaticano. Federica Marzioni dalla Spagna ci aggiorna sull&#8217;accordo tra governo e vescovi locali per i risarcimenti alle vittime di abusi commessi da preti. Ospitiamo la traduzione di un articolo da <em>The Conversation</em> di Imad Khillo, docente di diritto pubblico a Grenoble, sull&#8217;<em>apartheid</em> di genere imposta alle donne in Afghanistan dal regime talebano. L&#8217;addetto stampa dell&#8217;Uaar Daniele Passanante intervista l&#8217;attivista laico iraniano Taher Djafarizad, da anni esule in Italia, sulle prospettive di un Iran libero e democratico. L&#8217;insegnante e attivista Pamela Deiana riflette sul calo delle scelte a favore dell&#8217;insegnamento della religione cattolica a scuola. Ciro D&#8217;Ardia ripercorre la tragica storia del movimento religioso Heaven&#8217;s Gate. E la divulgatrice scientifica Maria Antonietta Auditore ci parla dei pericoli delle derive settarie anche in campo medico. Dal canto suo il divulgatore e chimico Silvano Fuso mette in guardia dal relativismo culturale che arriva a giustificare per tradizione pratiche atroci come le mutilazioni genitali femminili. La critica cinematografica Micaela Grosso esamina da un punto di vista laico il film <em>Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery</em> di Rian Johnson.</p>
<p>Su <em>Nessun Dogma</em> diamo spazio anche alle attività e alle iniziative dell&#8217;associazione. In questo numero presentiamo il resoconto dell&#8217;assegnazione del premio di laurea dell&#8217;Uaar edizione 2025 presso la sede nazionale di Roma. La responsabile circolo Irene Tartaglia stavolta ci racconta cosa fa il circolo Uaar di Modena. Infine presentiamo anche l&#8217;ultimo libro pubblicato dal progetto editoriale Nessun Dogma &#8211; Libri per menti libere: un&#8217;antologia di articoli del blog associativo dal titolo A ragion veduta. Vent&#8217;anni di mondo osservato dall&#8217;Uaar a cura di Roberto Grendene e Valentino Salvatore e con prefazione del direttore della rivista Raffaele Carcano, di cui riportiamo anche un articolo tratto da questo testo sull&#8217;etica senza dio.</p>
<p>Non mancano le rubriche ricorrenti del bimestrale. L’<em>Osservatorio laico</em> dedicato a leggi e sentenze in Italia e all’estero, positive o negative. <em>Impegnarsi a ragion veduta</em> a firma del segretario Roberto Grendene per ricordare ciò che l’Uaar ha fatto e sta facendo in concreto. La carrellata delle attività dell&#8217;associazione <a href="https://www.uaar.it/uaar/territorio/">sul territorio</a> a cura della responsabile circoli Irene Tartaglia. Il “giro del mondo” per rilanciare iniziative di altre associazioni laico-umaniste, del responsabile relazioni internazionali Giorgio Maone. La rassegna di studi accademici su religione e non credenza che ci presenta Leila Vismara. Le proposte di lettura per segnalare tre libri recenti che ci sono sembrati interessanti. La sezione <em>Arte e ragione</em> in cui Mosè Viero rilegge con sensibilità laica un’opera d’arte per ogni uscita. Infine il riflettore di <em>Agire laico</em> per un mondo più umano, su piccoli e grandi fatti che ci raccontano l’impegno per la laicità e i diritti nel mondo.</p>
<p>Vi proponiamo intanto il redazionale di questa uscita, intitolato <em>Rumore</em>.</p>
<p><em>Una delle caratteristiche totalitarie della religione è l’ambizione di invadere ogni senso dell’essere umano. L’udito non fa eccezione. In ogni epoca, in ogni luogo, abitare vicino a un tempio è una delle scelte peggiori per chi ha bisogno di riposare. Ma ci può essere di peggio: trovarsi a metà strada tra due templi in concorrenza. La parola “baccano” deriva, non a caso, dal nome di una divinità.</em></p>
<p><em>Il problema, anche in questo caso, viene amplificato da un’altra attitudine, parimenti estesa: la pretesa di avere condizioni privilegiate rispetto ai comuni mortali. Chi richiama il muezzin il cui richiamo viola la normativa sull’inquinamento acustico? Perché mai la libertà di diffondere la voce di Dio (o, per essere più precisi, dei suoi sedicenti rappresentanti terreni) dovrebbe prevalere su quella di chi trasmette death metal? Anni fa, in Norvegia fu estesa a tutte le religioni la deroga al superamento del limite sonoro previsto dalla legge. Un gruppo di atei chiese e ottenne analoga prerogativa. Per esercitarla, organizzarono un evento nel corso del quale urlarono dai tetti «Dio non esiste». E la finirono lì.</em></p>
<p><em>Le religioni hanno invece l’atteggiamento opposto. E il loro rumore di fondo nelle nostre società invade ogni ambito: dall’istruzione al lavoro, dalla famiglia alla camera da letto, fino agli stessi corpi. Il muro di separazione tra Stato e Chiesa dovrebbe essere più difficile da abbattere di quello del suono. Non è così, ed è per questa ragione che è nata questa rivista. Siamo consapevoli di rappresentare un’altra campana. Ma molto, molto più rispettosa.</em></p>
<p><em>Leila, Massimo, Micaela, Paolo, Raffaele, Valentino</em></p>
<p><strong><br />
La redazione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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			</item>
		<item>
		<title>L’ora di religione finisce col Circeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 09:00:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[A cinquant’anni dal massacro del Circeo si sottovaluta il ruolo della cultura cattolica tra repressione, omertà e doppia morale. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Cinquant’anni fa, la notte del Circeo spalancava una voragine nella coscienza collettiva italiana, un abisso in cui sembrava che tutto il peggio, e anche il meglio nascosto, del “Bel Paese” trovasse cittadinanza. Oggi viene facile rievocare quel massacro...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/03/lora-di-religione-finisce-col-circeo/" title="Read L’ora di religione finisce col Circeo">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cinquant’anni dal massacro del Circeo si sottovaluta il ruolo della cultura cattolica tra repressione, omertà e doppia morale. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Cinquant’anni fa, la notte del Circeo spalancava una voragine nella coscienza collettiva italiana, un abisso in cui sembrava che tutto il peggio, e anche il meglio nascosto, del “Bel Paese” trovasse cittadinanza. Oggi viene facile rievocare quel massacro come il paradigma del male assoluto, il simbolo in carne, sangue e cemento di ogni deriva sociale e politica degli anni settanta.</p>
<p>A ben vedere, però, ciò che ancora oggi lascia turbati è la lente distorta con cui questa storia viene tuttora raccontata. Si fa un gran parlare, sicuramente non a torto, della matrice fascista dei tre carnefici – Izzo, Ghira, Guido – come se bastasse accostare a quei cognomi il marchio di un’ideologia per acquietare la nostra fame rituale di chiarezza morale. Pare, a chi osserva da vicino, che la memoria collettiva italiana funzioni per compartimenti stagni: <span class="pullquote">una volta etichettato il mostro, lo si può seppellire</span>, con buona pace del Paese e della sua fame di autoassoluzione.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77254" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Eppure, non è forse degno di nota il silenzio che accompagna la seconda radice di quella storia?</p>
<p>È interessante vedere come sui giornali, nelle commemorazioni, nei dibattiti televisivi, la parola “cattolicesimo” sia finita ai margini, relegata a semplice sfondo d’ambiente, quando in realtà la cultura cattolica, quella pedagogia della colpa e della redenzione a orologeria, ha fornito agli assassini e ai loro complici silenti un humus almeno altrettanto fertile quanto le svastiche esibite. Non si tratta di volontà polemica, né di risarcimenti ideologici a posteriori: semplicemente, pare che il Circeo sia stato anche – se non soprattutto – il prodotto di una società che ha trasformato la fede in un involucro rigido, asfissiante, e che ha fatto della repressione la regola d’oro delle relazioni tra i sessi e del rapporto con il potere.</p>
<p>Sfogliando le memorie, le testimonianze e certi romanzi incuneati nella narrativa italiana più recente, si scopre che in quegli anni la scuola privata cattolica era, a tutti gli effetti, il palcoscenico privilegiato della doppia morale. Bastava attraversare i corridoi di quei licei d’élite per respirare un’atmosfera sospesa tra l’altare e il manganello, tra la preghiera della mattina e le gesta da piccolo satrapo in classe e fuori.</p>
<p>Chi scrive, per deformazione professionale, tende e vedere nei dettagli minimi (un crocifisso appeso storto, un prete che chiude in fretta la porta) i segnali di una lunga consuetudine alla negazione, alla minimizzazione, all’assoluzione preventiva dei “figli di papà”. Non è certo una scoperta di oggi che nelle scuole confessionalmente orientate la colpa venisse usata come leva, e la redenzione elargita secondo logiche più di ceto che di vera spiritualità.</p>
<p>Tutta questa materia viva, fetida ma reale, è stata ripresa e riplasmata da Edoardo Albinati, col suo libro <em><i>La scuola cattolica</i></em>, vincitore dello Strega, capace come pochi altri di scavare dove la cronaca si ferma. Il libro, e anche il film di Stefano Mordini che ne è derivato, sono prove tangibili – almeno per chi si concede il dubbio – che il mostro del Circeo non nacque dall’ideologia fascista e basta, ma anche, pesantemente, dalla pedagogia della preghiera imposta con la cinghia, dal dogma trasfigurato in privilegio, dall’anarchia morale travestita da ordine. A ben vedere, la narrazione della violenza e della complicità è tutta lì: vige una regola non scritta per cui, se sei abbastanza “interno” al gruppo, se reciti bene le Ave Maria, tutto ti sarà perdonato – o quanto meno, ti sarà evitato l’ingombro della punizione.</p>
<p>Mi sovviene un dettaglio, non trascurabile: in tutte le rievocazioni mediatiche del Circeo, si fatica a trovare una parola concreta su quella zona grigia, spesso addirittura dorata, dove la Chiesa, la scuola, la borghesia convergono nella produzione seriale di omertà e rimozione. Pare che parlare di complicità della cultura cattolica sia questione scivolosa, su cui preferire il “si dice”, il sottinteso, la prudenza da sagrestia. Eppure, per chi ha avuto a che fare (direttamente o per racconti di terza mano) con la realtà delle scuole private religiose degli anni settanta, la cosa è lampante: la reputazione salvava più di qualsiasi catechismo, e <span class="pullquote">la preghiera era spesso solo il fiore sopra un letamaio di codici non detti</span>.</p>
<p>Non a caso, come sottolinea lo stesso Albinati in pagine taglienti, l’educazione sentimentale e sessuale era completamente delegata al silenzio, alla colpa, all’inibizione e, quando non bastava, al ricatto o alla minaccia da parte di chi comandava.</p>
<p>Del resto, mi viene quasi da sorridere – amaramente, s’intende – ogni volta che, nelle battaglie contemporanee su chi debba educare i giovani all’affettività, alla sessualità, alla diversità, si propone di lasciare il testimone in mano ai soliti professionisti del dogma. Un Paese che ancora oggi, cinquant’anni dopo, fatica ad ammettere che la pornografia della violenza non nasce a caso, ma germina dove il male viene “benedetto” e nascosto, forse non ha ancora capito nulla del proprio passato. La scuola cattolica, in questo senso, rappresentava il laboratorio perfetto per la produzione di una mascolinità tossica, imbullonata dall’autorità che assolve prima ancora di giudicare, e di una femminilità ridotta al silenzio e al sacrificio in nome di una morale distorta.</p>
<p>Non si tratta, mai, di assolvere la matrice fascista di Izzo, Ghira e Guido, né di diluire responsabilità individuali nell’etere di una cultura comune. Si tratta, semmai, di recuperare l’elemento mancante: il riconoscimento pubblico che anche il cattolicesimo diffuso, quando declinato in chiave autoritaria, sessuofoba, e alleato della borghesia più ipocrita, produce le stesse distorsioni della peggiore ideologia politica. È antistorico far finta che non sia così. Eppure, cinquant’anni dopo, si preferisce restare nell’ambiguità, bastano accenni vaghi e parabole su una scuola che non c’è più, come se i modelli di allora – e di ora, permettete – non avessero la stessa lingua biforcuta.</p>
<p>Forse è anche per questo che ogni anniversario del Circeo lascia un sapore amaro, quasi rimosso, a chi si ostina a osservare la società con attenzione: la memoria non è solo esercizio civico, è anche – e forse soprattutto – un atto di coraggio verso la verità. In questa verità scomoda c’è la consapevolezza che il mostro, spesso, non viene da lontano, ma dalla stanza accanto, dai banchi della scuola, dalla messa della domenica, dal salotto pulito dove si nasconde il disordine delle coscienze. Raccontare oggi il Circeo soltanto come un crimine fascista è operazione di comodo, e anche un po’ codarda; starebbe bene, invece, aggiungere all’elenco delle responsabilità anche quella pedagogia della colpa che, purtroppo, ci riguarda ancora tutti, e che – piaccia o meno – continua a produrre danni e omertà, di generazione in generazione.</p>
<p>E allora, cinquant’anni dopo, davanti al ricordo del Circeo che per alcuni è solo un vecchio fatto di cronaca, si impone il vero esercizio laico della memoria: togliere il velo, strappare la tonaca della retorica e dire, una volta per tutte, che il male sa travestirsi, che la complicità non ha colore unico, e che la vera redenzione passa per il coraggio di nominare ogni radice, anche quella più scomoda, senza più alcun alibi spirituale o socio-culturale. Ma, in fondo, forse è chiedere troppo a un Paese che ha fatto dell’oblio la sua specialità.</p>
<p><strong>Micaela Grosso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Non è Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 09:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[La reintroduzione della festa nazionale di san Francesco il 4 ottobre: una delle più eclatanti clericalate bipartisan del nostro Parlamento. Una riflessione di Lodovico Zanetti sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. A pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre ci si azzecca. E chi, meglio di Andreotti, può servirci a capire la santificazione, pardon l’introduzione di una nuova festività legata alla religione, da farsi il 4 ottobre...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/26/non-e-francesco/" title="Read Non è Francesco">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La reintroduzione della festa nazionale di san Francesco il 4 ottobre: una delle più eclatanti clericalate bipartisan del nostro Parlamento. Una riflessione di Lodovico Zanetti sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>A pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre ci si azzecca. E chi, meglio di Andreotti, può servirci a capire la santificazione, pardon l’introduzione di una nuova festività legata alla religione, da farsi il 4 ottobre per i patroni italici, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena?</p>
<p>Perché al netto della mancata reintroduzione del XX settembre, anniversario della presa di porta Pia, alla Dc manco passò per la testa di aggiungerci gli italici patroni alle già presenti festività religiose del nostro calendario: il primo gennaio, per Maria; il 6 gennaio, epifania; pasqua e lunedì dell’angelo; ferragosto, assunzione di Maria; 8 dicembre, immacolata concezione – dogma pronunciato nel 1854, sulla nascita senza peccato originale di Maria, che scommetterei la metà dei cattolici confonde con l’affermazione della verginità della Madonna; ognissanti, <span class="pullquote">e ovviamente il natale, in comodato d’uso dai pagani saturnalia e sol invictus</span>. Sorprendentemente, più di quelle laiche, tre soltanto: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.</p>
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<p>Davvero ci serviva un’altra festività religiosa? Sì, a qualcuno serviva, in realtà, per riaffermare che l’Italia è una nazione cattolica. Una reintroduzione subdola e tardiva della religione di Stato. Intesa, per altro, non come affermazione delle idee che i santi propugnavano, ma quasi a voler fissare un punto fermo. Che l’Italia è un Paese cattolico, dove non tutti sono uguali, ma ci sono persone più uguali degli altri. E quindi, crocifissi a scuola, nei tribunali, benedizioni a gogò, affermazioni di obbligo di adeguarsi, da parte degli immigrati, alle nostre tradizioni. Cosa che, in effetti, essendo quella cristiana religione importata, sembra un ossimoro lampante. Una bandierina, quindi, anzi una croce messa per indicare un controllo di territorio.</p>
<p>E non vorrei stigmatizzare coloro che l’hanno proposta, con la scusa dell’ottavo centenario della nascita del “poverello” d’Assisi, ma mi piace ricordare i fautori di questa legge. Pare che l’idea sia stata lanciata da un poeta mio concittadino, tal Davide Rondoni, di cui ricordo le esternazioni non proprio simpatiche sulla campagna degli ateobus. In un articolo pubblicato sulla prima pagina di <em>Avvenire</em> sosteneva che «la sedicente unione di atei razionalisti è stata ridicolizzata nella sua saccenteria dal semplice buon senso di gente normale», «perché basta, per così dire, essere uomini per capire la violenza stupida di quel messaggio», ignorando che quel messaggio, civilissimo, era di Richard Dawkins, uno tra i più grandi scienziati viventi.</p>
<p>La campagna dei bus è definita «una miseria», e del resto «la <em><i>Bibbia</i></em> insegna che non esistono gli atei: li chiama idolatri». Rondoni conclude che «proprio grandi regimi che hanno professato l’ateismo – come il comunismo e il nazismo – hanno provocato le più gravi violenze sull’uomo». Sorvoliamo sulla bocciatura del poeta in storia, visto che proprio ateo il nazismo non era, ma ci colpisce l’incapacità di capire le posizioni degli altri, per rifugiarsi in un rifiuto che è esattamente il contrario di quello a cui secondo la legge servirebbe questa festa: «al dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse» (sic), cosa che, evidentemente, non rientra nelle corde del poeta.</p>
<p>In una intervista apparsa su <em><i>Pagella Politica </i></em>un parlamentare di Forza Italia anonimo (probabilmente per paura del rogo, quantomeno metafisico), definisce la legge una boiata pazzesca, e in effetti ci tocca dargli ragione, e ne attribuisce la paternità a Maurizio Lupi, ultimo erede dei peones della Dc, che riesce a essere meno laico dei democristiani originali, ma a cui, data la passione del santo a parlare con i lupi, dialogo non praticato dagli elettori che non lo votano, riconosciamo le circostanze attenuanti, anche se la sua dichiarazione ricorda i quadri di Magritte «È un segno, un richiamo fortemente laico a ciò che ci unisce». Anche la relatrice del disegno di legge, Elisabetta Gardini (Fdi), ha evidenziato come la festa possa rappresentare un momento di unione «per credenti e non credenti». Che detto da lei, reduce da uno scisma che l’ha portata da Forza Italia a Fratelli d’Italia&#8230;</p>
<p>Brutta figura, per altro collettiva dei parlamentari nazionali in toto, che dimostrando un tasso di laicità paragonabile allo 0 kelvin (zero assoluto) approvano il provvedimento, a eccezione di due parlamentari di Azione che votano contro. Avevo sperato lo facessero sul solco tracciato dal vero Partito d’azione, per la laicità dello Stato, ma lo fanno solo perché questa festa, quando non cade di domenica, <span class="pullquote">costerà ai cittadini italiani circa 11 milioni di euro</span>, per maggiorazioni salariali ai lavoratori della sanità, delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco.</p>
<p>Vista la nota propensione del poverello d’Assisi a liberarsi dei beni terreni, a donare quanto in suo possesso, in onore di questo santo avremmo potuto recuperare qualcosa (magari anche per la scuola, o la sanità) dai sette miliardi che il nostro Stato regala o sconta alla chiesa cattolica. Ma ci sarebbe voluto un miracolo. E noi siamo atei.</p>
<p><strong>Lodovico Zanetti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>Gli scienziati e la fede religiosa</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/04/19/gli-scienziati-e-la-fede-religiosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 09:00:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Secondo il sociologo Christopher P. Scheitle gli studenti religiosi lamentano pregiudizi in ambito scientifico, d’altronde gli scienziati credenti proclamano spesso con orgoglio la propria fede: la questione però è che metodo scientifico e fede ostentata sono difficilmente compatibili. Affronta il tema il divulgatore scientifico Silvano Fuso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Christopher P. Scheitle è un sociologo della West Virginia University (Usa). Nell’ottobre 2023 ha pubblicato un...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/19/gli-scienziati-e-la-fede-religiosa/" title="Read Gli scienziati e la fede religiosa">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Secondo il sociologo Christopher P. Scheitle gli studenti religiosi lamentano pregiudizi in ambito scientifico, d’altronde gli scienziati credenti proclamano spesso con orgoglio la propria fede: la questione però è che metodo scientifico e fede ostentata sono difficilmente compatibili. Affronta il tema il divulgatore scientifico Silvano Fuso sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Christopher P. Scheitle è un sociologo della West Virginia University (Usa). Nell’ottobre 2023 ha pubblicato un volume dal titolo <em><i>The Faithful Scientist. Experiences of Anti-Religious Bias in Scientific Training</i></em><sup>1</sup> (Lo scienziato credente. Esperienze di pregiudizi antireligiosi nella formazione scientifica). Nel testo, attraverso interviste e sondaggi che hanno coinvolto oltre 1.300 studenti universitari di biologia, chimica, fisica, psicologia e sociologia, Scheitle sostiene che chi si dedica alla scienza e ha una fede religiosa subisce, durante il proprio percorso formativo, forti pregiudizi da parte dei colleghi e, in generale, dell’ambiente scientifico, manifestamente antireligioso.</p>
<p>Come afferma lo stesso Scheitle: «La composizione relativamente non religiosa dei loro colleghi e docenti può creare difficoltà agli studenti universitari religiosi. Molti degli studenti religiosi con cui ho parlato hanno descritto una cultura che <span class="pullquote">dava per scontato che tutti in laboratorio o in classe fossero atei</span> e consentiva commenti apertamente ostili alla religione o alle persone religiose. Uno studente cristiano in biologia mi ha detto: ‘Sono rimasto davvero scioccato quando ho iniziato la scuola di specializzazione&#8230; dalla mancanza di rispetto dei miei compagni e dei professori. Sento ancora il bisogno di nascondere quella parte della mia vita&#8230; Non ho voglia di aprirmi’»<sup>2</sup>.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77173" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Scheitle, con i suoi sondaggi, conferma, affermando che circa i due terzi degli studenti che si sono identificati come molto religiosi o moderatamente religiosi concordavano con l’affermazione secondo la quale «le persone nella mia disciplina hanno un atteggiamento negativo nei confronti della religione».</p>
<p>Inoltre, aggiunge l’autore, circa il 40% di questi studenti concordava anche sulla necessità di «nascondere o camuffare» le proprie opinioni o identità nei confronti delle altre persone che frequentavano nell’ambiente di studio.</p>
<p>Scheitle si sofferma poi su alcuni aspetti pratici della vita dei ricercatori. Il lungo processo di formazione e i tempi lunghi necessari per riuscire a ottenere una posizione lavorativa stabile portano molti scienziati accademici a rimandare la nascita di figli e/o ad averne meno di quanti avrebbero desiderato. A ciò contribuisce inoltre la frequente mobilità cui deve andare incontro uno scienziato, che raramente può scegliere il luogo in cui vivere e lavorare.</p>
<p>L’autore fa notare che questi aspetti colpiscono soprattutto coloro che hanno una fede religiosa che li induce a desiderare maggiormente la costituzione di una famiglia e la messa al mondo di figli. L’indagine di Scheitle mostra infatti che il 23% degli studenti laureati in scienze che si identificano come molto religiosi ha già almeno un figlio. Questa percentuale scende al 12% tra i moderatamente religiosi, al 7% tra i leggermente religiosi e al 6% tra coloro che si dichiarano non religiosi. Gli studenti più religiosi hanno anche indicato un maggiore desiderio di avere ulteriori figli in futuro.</p>
<p>I sondaggi di Scheitle però hanno anche messo in evidenza che gli studenti religiosi attribuiscono meno importanza alla carriera rispetto ai loro coetanei non religiosi. Al contrario essi ritengono maggiormente importante la vita familiare. Questa importanza attribuita alla famiglia, a sua volta, è associata a una minore intenzione di raggiungere posizioni di rilievo nell’ambito della ricerca. A parità di altre condizioni, gli studenti che affermano che gli obiettivi familiari sono “molto importanti” per loro hanno il 12% di probabilità in meno di affermare di voler raggiungere tali posizioni, rispetto agli studenti che affermano invece che tali obiettivi familiari “non sono importanti”.</p>
<p>Non abbiamo motivo di dubitare dell’attendibilità dei sondaggi di Scheitle e ne prendiamo atto. Quelle che invece appaiono per lo meno opinabili sono alcune considerazioni espresse da Scheitle. Egli infatti afferma: «Tuttavia, come minimo, fare commenti denigratori o mostrare altre forme di ostilità nei confronti della religione di un individuo – come molti dei miei intervistati hanno affermato di aver sperimentato – potrebbe violare le leggi contro la discriminazione e le molestie. [&#8230;] Sostengo che la diversità religiosa potrebbe apportare anche altri benefici alla comunità scientifica. Data la crescente rilevanza delle problematiche lavoro-famiglia tra gli scienziati religiosi, questi individui potrebbero svolgere un ruolo importante nel modificare norme e politiche volte a migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata per tutti gli scienziati.</p>
<p>Allo stesso modo, anche gli scienziati religiosi potrebbero fungere da ambasciatori, o da “costruttori di ponti” come li chiama la sociologa Elaine Howard Ecklund, tra le comunità scientifiche e religiose.</p>
<p>Nel breve termine, i corsi di laurea in scienze potrebbero riflettere sul modo in cui affrontano e parlano della religione, tenendo presente che circa 1 studente su 5 è probabilmente religioso»<sup>3</sup>.</p>
<p><span class="pullquote">Va da sé che nessuno debba essere discriminato per le proprie idee</span>, religiose o no che siano: il rispetto reciproco è alla base di ogni convivenza civile. Ciò non toglie che le idee possano essere criticate: la libertà di pensiero e di parola e quella di critica sono anch’esse alla base di ogni società democratica. Ed è abbastanza naturale che in un ambiente scientifico, le idee religiose vengano viste in modo critico.</p>
<p>Francamente, non sembra essere prioritaria la necessità di creare ponti tra le comunità scientifiche e religiose. Quale sarebbe l’utilità di questi ponti? Le comunità scientifiche e il sapere da esse prodotto sono aperte e disponibili per chiunque voglia accedervi, religioso o no. Per contro non si capisce bene quale interesse potrebbero avere le comunità scientifiche a interagire con quelle religiose, i cui presupposti sono ben lontani da quelli scientifici. Se poi all’interno delle comunità religiose, come spesso accade, sono diffuse credenze palesemente antiscientifiche (pensiamo al creazionismo) il conflitto appare inevitabile.</p>
<p>Non si capisce poi per quale motivo i corsi di laurea in scienze dovrebbero riflettere sul modo in cui parlano di religione, visto che l’unico approccio corretto scientificamente è quello psicologico, antropologico ed evolutivo<sup>4</sup>.</p>
<p>Abbiamo già esaminato su questa rivista i rapporti tra scienza e fede e criticato la teoria dei magisteri non sovrapponibili di Stephen Jay Gould<sup>5</sup>. Scienza e fede religiosa, a meno di ardite acrobazie logiche, sono difficilmente compatibili<sup>6</sup>. Ciò non significa, naturalmente, che non esistano scienziati credenti: ci sono eccome! E, contrariamente agli studenti intervistati da Scheitle, spesso molti di loro proclamano orgogliosamente in pubblico la propria fede.</p>
<p>Tanto per fare due esempi piuttosto noti, ricordiamo il fisico Antonino Zichichi che non ha mai perso l’occasione di dichiarare il proprio cattolicesimo convinto, oppure un altro fisico, il pakistano Abdus Salam (1926-1996), premio Nobel nel 1979, che ha sempre manifestato la propria fede musulmana e che citò alcuni versi del <em><i>Corano </i></em>nel suo discorso per l’attribuzione del premio Nobel. Inoltre, almeno per quanto riguarda Zichichi, non penso si possa affermare che la sua fede religiosa lo abbia mai ostacolato nella sua carriera scientifica. Anzi, senza togliergli alcun merito, molte porte gli si sono aperte e molti appoggi politici gli sono stati offerti proprio grazie a questo.</p>
<p>Ricordiamo inoltre che nel 2000, anno santo per i cattolici, il Pontificio consiglio della cultura, insieme alla Pontificia accademia delle scienze, alla Pontificia accademia delle scienze sociali, alla Pontificia accademia per la vita e alla Specola vaticana, organizzò il Giubileo degli scienziati che si svolse a Roma dal 23 al 25 maggio.</p>
<p>Quello che non deve stupire, con buona pace di Scheitle, è che l’ambiente scientifico sia in media poco propenso e poco favorevole alle credenze religiose. E questo per la natura della scienza stessa. Ogniqualvolta le credenze metafisiche di uno scienziato hanno interferito con il suo lavoro, non ne è nato nulla di buono. La convivenza tra scienza e fede è possibile solo se si riescono a mantenere rigidamente separate ma questo, come abbiamo già discusso in precedenza<sup>7</sup>, non è sempre facile.</p>
<p>Che l’ambiente degli scienziati sia caratterizzato da una scarsa diffusione delle credenze religiose è confermato da diversi studi.</p>
<p>Un primo studio risale al 1914 e venne condotto dallo psicologo James H. Leuba<sup>8</sup>. Intervistando un campione casuale di 1.000 scienziati statunitensi, <span class="pullquote">Leuba trovò che il 58% si dichiarava ateo o agnostico</span>. In un sottocampione di 400 scienziati di maggior spicco, tale percentuale saliva al 70%. Lo stesso Leuba ripeté lo studio nel 1934<sup>9</sup> e trovò che le percentuali erano salite, rispettivamente, al 67 e all’85%.</p>
<p>In anni successivi uno studio dello stesso tipo è stato ripetuto da altri due ricercatori: Edward J. Larson e Larry Witham. Nel 1996<sup>10</sup> i due studiosi riscontrarono solo piccoli cambiamenti rispetto alla percentuale trovata da Leuba nel 1934. (I dati acquistano maggior significato se si tiene conto che il 93% della popolazione degli Stati Uniti professa una fede religiosa). Più recentemente, nel 1998<sup>11</sup>, gli stessi autori hanno compiuto un’ulteriore indagine limitata a un secondo campione, dello stesso tipo del sottocampione di Leuba, ovvero costituito da “grandi scienziati”.</p>
<p>Per individuare gli elementi di un simile campione, Larson e Witham hanno fatto riferimento ai membri della <em><i>National Academy of Sciences</i></em>. Mediamente, nel campione considerato, la percentuale degli scienziati che dichiarano di credere in Dio risulta essere del 7%. La percentuale varia a seconda del tipo di scienziati intervistati: i meno credenti risultano i biologi, seguiti da fisici e astronomi, mentre i più credenti risultano i matematici. Risultati simili si sono ottenuti relativamente alla credenza nell’immortalità dell’anima.</p>
<p>Anche studi più recenti hanno sostanzialmente confermato il fatto che chi si dedica professionalmente alla scienza tende ad avere minori credenze di tipo religioso<sup>12</sup>. Lo stesso Scheitle ammette che tra gli studenti da lui intervistati solo il 22% afferma di credere in Dio e solo il 20% si descrive come “molto” o “moderatamente” religioso. Percentuali, su ammissione dello stesso autore, molto inferiori a quelle riscontrate nel pubblico generale statunitense.</p>
<p>La scienza, per sua natura, deve ricercare spiegazioni naturalistiche della realtà, rifuggendo ogni congettura metafisica e trascendente. È abbastanza naturale quindi che chi opera professionalmente in tal modo, tenda a farlo anche al di fuori della propria attività professionale.</p>
<p>Gli scienziati credenti, al contrario, devono sforzarsi di attuare una sorta di dissonanza cognitiva per separare le proprie credenze intime dalla propria attività di ricerca. Ma questo è evidentemente difficile, come confermano le statistiche che abbiamo citato.</p>
<p>Ciò nonostante, da più parti si continua a sostenere la perfetta compatibilità tra scienza e fede, come dimostra anche la popolarità incontrata da certi libri dedicati all’argomento, come il recente <em><i>Dio. La scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione </i></em>dei francesi Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies<sup>13</sup>. Libro che non solo sostiene la compatibilità tra scienza e fede, ma pretende addirittura che la scienza possa condurre a dimostrare l’esistenza di Dio<sup>14</sup>.</p>
<p>Si tratta di tentativi maldestri e mal riusciti di conciliare cose incompatibili che mostrano solamente una scarsa conoscenza di cosa sia la scienza e di quali principi la animino e quanto sia potente il pregiudizio religioso.</p>
<p><strong>Silvano Fuso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ol>
<li>P. Scheitle,<em><i>The Faithful Scientist. Experiences of Anti-Religious Bias in Scientific Training</i></em>, New York University Press, New York 2023.</li>
<li>P. Scheitle, <em><i>The challenges of being a religious scientist, The Conversation</i></em>, 27 novembre 2023: go.uaar.it/jnrtmlg.</li>
<li>Ibid.</li>
<li>J.A. Thomson (con C. Aukofer), <em><i>Perché crediamo in Dio (o meglio, negli dèi)</i></em>, Nessun Dogma, Roma 2015; M. Shermer, <em><i>Homo credens. Perché il cervello ci fa coltivare e diffondere idee improbabili</i></em>, <em><i>Nessun Dogma</i></em>, 2015.</li>
<li>Fuso, <em><i>Magisteri non sovrapponibili?, Nessun Dogma </i></em>n. 3/2023.</li>
<li>Si veda anche: J.A. Coyne, <em><i>O scienza o religione. Perché la fede è incompatibile coi fatti, Nessun Dogma</i></em>, Roma 2016.</li>
<li>Fuso, <em><i>Magisteri non sovrapponibili?</i></em>, op. cit..</li>
<li>J.H. Leuba, <em><i>The Belief in God and Immortality: A Psychological, Anthropological and Statistical Study</i></em>, Sherman, French &amp; Co., Boston, 1916.</li>
<li>J.H. Leuba, <em><i>Harper’s Magazine </i></em>169, 291-300, 1934.</li>
<li>E.J. Larson &amp; L. Witham, <em><i>Scientists are still keeping the faith, Nature </i></em>386, 435-436, 1997.</li>
<li>E.J. Larson &amp; L. Witham, <em>Leading scientists still reject God, Nature</em> 394, 313, 1998.</li>
<li>V. Stenger, <em>God: The Failed Hypothesis: How Science Shows That God Does Not Exist</em>, Prometheus Books, Buffalo, New York 2008.</li>
<li>M.-Y. Bolloré, O. Bonnassies, <em>Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione,</em> Sonda, Milano 2024.</li>
<li>Si veda, a tale proposito, la seguente analisi: C. D’Ardia, <em>Dio, la scienza, le prove: un commento</em>, <em>Nessun Dogma</em> n. 3/2024.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>Sempre più libri per l’ora alternativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 09:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Per il terzo anno l’Uaar analizza i dati sui libri per l’attività alternativa: tra ritardi e disparità comunque crescono le scuole che li adottano. Con la campagna “Libri per chi ha diritto di averli” l’associazione sostiene il diritto all’alternativa nelle scuole. Affronta il tema Roberto Grendene sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Per il terzo anno l’Uaar ha elaborato i dati ministeriali e reso pubblici i risultati su...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/15/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa/" title="Read Sempre più libri per l’ora alternativa">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per il terzo anno l’Uaar analizza i dati sui libri per l’attività alternativa: tra ritardi e disparità comunque crescono le scuole che li adottano. Con la campagna “Libri per chi ha diritto di averli” l’associazione sostiene il diritto all’alternativa nelle scuole. Affronta il tema Roberto Grendene sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Per il terzo anno l’Uaar ha elaborato i dati ministeriali e reso pubblici i risultati su un tema che impatta in maniera tanto evidente quanto sottaciuta la questione della pari dignità educativa nella scuola pubblica. Stiamo parlando del libro di testo per l’Attività alternativa (Aa), che per legge alla primaria beneficia della fornitura gratuita tramite cedola libraria rimborsata dal Comune.</p>
<p>Nella stragrande maggioranza dei casi capita che bambine e bambini dell’Aa restino senza libro o che tocchi ai genitori mettere mano al portafoglio, mentre ai compagni che frequentano l’insegnamento della religione cattolica (Irc) la cedola è sempre assicurata. Ma <span class="pullquote">le cose stanno cambiando, anche grazie all’Uaar</span> e alla sua campagna “Libri per chi ha diritto di averli”.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77163" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p><strong><b>Sempre più libri per l’ora alternativa</b></strong></p>
<p>La cattiva notizia è che c’è ancora tanto da fare. Quella buona è la crescita costante e consistente delle classi in cui il libro di alternativa è ufficialmente adottato dal collegio docenti. La prima volta che avevamo misurato questo indicatore di laicità, nel 2023/24, capitava solo nel 5,63% delle classi delle scuole primarie statali. L’anno successivo si è saliti al 9,66% e con la riapertura delle scuole a settembre 2025 si è raggiunta quota 13,05%, per 16.323 classi sul totale nazionale di 125.068 e con 268 istituti comprensivi che per la prima volta hanno deliberato l’adozione del libro per chi non si avvale dell’Irc.</p>
<p>I numeri estratti dal Portale unico dei dati della scuola confermano l’analisi qualitativa dello scorso anno. C’è un’Italia divisa in due, con il sud che mostra percentuali marginali fermandosi a un desolante 0% nelle province di Avellino, Barletta-Andria-Trani, Caltanissetta, Enna, Matera, Siracusa e Vibo Valentia. In maniera inaspettata si registrano picchi locali positivi: la provincia più laica è Asti (libro di Aa adottato nel 49,90% di classi), seguita da Genova (49,89%) e Teramo (47,06%). Al tempo stesso, province a queste confinanti riportano valori decisamente più bassi, come Torino (11,29%), La Spezia (0%) e Pescara (0%).</p>
<p>Risultano così confermate le ipotesi che avevamo formulato in passato, ossia che i confini amministrativi rappresentino un ostacolo alla circolazione delle già scarse informazioni sul tema, che tra il personale scolastico sia diffusa la convinzione che il Comune non rimborsi il libro di Aa e addirittura che si ritenga inopportuno fornire materiale didattico per rendere interessanti le lezioni alternative all’Irc.</p>
<p><strong><b>Libri per chi ha diritto di averli (per le scuole della svolta laica)</b></strong></p>
<p>La nuova edizione della campagna “Libri per chi ha diritto di averli” ha visto come potenziali destinatari i 268 istituti di cui abbiamo parlato poc’anzi. Come tangibile riconoscimento per la svolta che hanno compiuto nella direzione della pari dignità educativa, l’Uaar ha scritto ai 268 dirigenti scolastici offrendo di donare libri per il programma dell’Aa agli allievi delle classi seconde, terze e quinte.</p>
<p>Le nuove adozioni di libri e le conseguenti cedole rimborsate dal Comune riguardano infatti solo le classi prime e quarte, perché i testi scolastici alle “elementari” sono in due volumi, uno per il primo triennio e l’altro per il biennio finale. In questi giorni dalla sede nazionale Uaar stanno partendo i primi pacchi di “libri per chi ha diritto di averli” e l’esame delle richieste pervenute unitamente a qualche scomposta reazione vescovile permettono di raccontare alcune storie e inquadrare meglio gli ostacoli che abbiamo di fronte.</p>
<p><strong><b>Il ravvedimento operoso dell’Ic5</b></strong></p>
<p>Quella all’Istituto comprensivo 5 di Bologna è stata finora la donazione più generosa. <span class="pullquote">Nel marzo 2024 l’Uaar ha regalato 381 libri</span> a bambine e bambini dell’ora alternativa di tutte le classi delle primarie Federzoni, Grosso e Acri che fanno capo all’istituto. Fu particolarmente deludente constatare l’assenza dell’Ic5 negli elenchi ministeriali delle adozioni di libri per il programma dell’Aa del 2024/25.</p>
<p>Deliberare l’adozione per le nuove classi prime e quarte era infatti un impegno sottoscritto nella domanda presentata all’Uaar per ricevere la consistente donazione. In altre parole l’Uaar si impegnava a donare “libri per chi ha diritto di averli” a tutti gli allievi ma chiedeva alle scuole di pensare alle future classi tramite i canali istituzionali: delibera da parte del collegio docenti nel mese di maggio, richiesta al Comune della cedola e arrivo del libro di Aa in forma gratuita all’inizio delle lezioni a settembre. Chiedemmo il perché di questo impegno non rispettato.</p>
<p>La risposta fu che «il Collegio docenti ha voluto deliberare di fare una richiesta scritta al Comune di Bologna per garantire agli alunni e alle alunne che scelgono attività alternativa una cifra equivalente per l’acquisto dei libri di testo. Abbiamo inviato questa mozione, anziché fare l’adozione, perché volevamo conoscere la loro risposta. Il Comune ha risposto che esiste ed è a disposizione la cifra equivalente per chi adotta testi per l’attività alternativa. Intanto possiamo usufruire dei vostri testi dello scorso anno e soprattutto possiamo avere la certezza che per il prossimo anno scolastico potremo fare un’adozione alternativa».</p>
<p>Questa storia conferma che spesso il corpo docente stenta a credere che il Comune rimborsi davvero anche il libro per l’attività alternativa, quasi che sia un diritto-privilegio riservato all’istruzione religiosa cattolica.</p>
<p>C’è stato un lieto fine: negli elenchi di settembre 2025 l’Ic5 era stavolta presente e tutte le nuove classi prime e quarte hanno così beneficiato del libro di alternativa rimborsato dal Comune. Restavano senza libro bambini e bambine delle seconde e quarte, che frequentavano la prima e la terza l’anno scorso, quando il collegio docenti aveva perso tempo per la mozione di verifica.</p>
<p>È stata quindi una bella notizia ricevere una nuova richiesta dall’Ic5, che partecipando alla campagna “Libri per chi ha diritto di averli” ha chiesto sostegno per gli allievi rimasti senza testo di Aa. Sostegno che l’Uaar, a fronte di questo “ravvedimento operoso”, non ha mancato di offrire in modo che le lezioni di alternativa possano essere interessanti e coinvolgenti in tutte le classi delle tre primarie dell’Ic5.</p>
<p><strong><b>L’oasi di Monopoli nel deserto di Bari-Bat</b></strong></p>
<p>Il vescovo Giovanni Massaro della diocesi di Avezzano ha preso male la notizia e rilasciato dichiarazioni azzardate sulla campagna “Libri per chi ha diritto di averli”. Sul quotidiano pugliese-lucano <em><i>L’Edicola </i></em>il monsignore parla di “pura propaganda” e “superficialità”, dice di non cercare polemiche e contemporaneamente lancia insinuazioni sui libri donati dall’Uaar: «Non ne conosco il titolo, ma posso immaginarne i contenuti». Sarebbe costato poco verificare che si tratta di volumi di editori indipendenti e già scelti da migliaia di scuole in tutta Italia.</p>
<p>Nel preparare la replica che <em><i>L’Edicola</i></em> ha concesso alla nostra associazione è arrivata una scoperta interessante. Nella provincia di Barletta-Andria-Trani non vi sono classi in cui viene adottato il libro di alternativa e pochissime, solo 68, sono quelle della più popolosa provincia di Bari. Ma cercando di localizzare queste classi emerge che ben 51 si trovano a Monopoli, che appartengono a tutti e tre gli istituti comprensivi presenti nel Comune e che non c’è nemmeno bisogno del sostegno dell’Uaar visto che non è il primo anno in cui il libro di alternativa viene garantito in questi Ic.</p>
<p>Una sorta di oasi laica e civile che conferma un’altra supposizione: l’informazione che <span class="pullquote">la scelta a favore della pari dignità educativa “contagia” scuole limitrofe</span>, in particolare quelle dello stesso Comune, visto che presidi e docenti hanno occasione di confrontarsi tra loro, si interfacciano con lo stesso assessorato alla scuola e quindi scoprono e condividono le scelte educative migliori.</p>
<p><strong><b>(Insistendo) si può fare!</b></strong></p>
<p>Una delle domande pervenute all’Uaar lo scorso ottobre mostrava una singolarità: un istituto marchigiano chiedeva di ricevere più libri del previsto, anche per le classi prime e terze. Era il caso di andare a fondo, perché per tali classi i libri devono essere coperti dalla cedola libraria. La prima risposta dell’istituto è stata: «Ci è stato riferito che per i libri di alternativa non sono previste cedole. Il Collegio ha adottato l’uso dei libri per l’alternativa ma questi risultano a completo carico delle famiglie, quindi ci saranno famiglie che lo compreranno e altre che sicuramente non lo potranno fare. Non nascondiamo che è un problema».</p>
<p>Una delle nostre preoccupazioni era esattamente che i libri di alternativa, anche se adottati dal collegio docenti, risultassero poi a completo carico delle famiglie. Ma era anche una questione su cui l’Uaar voleva fare luce per eliminare la stortura. Abbiamo quindi chiesto alla referente dell’istituto di approfondire con il Comune, verificando se il diniego era arrivato per via informale o con comunicazione scritta, e in quest’ultimo caso di inoltrarla per valutare azioni legali.</p>
<p>Azioni di cui non c’è stato bisogno, perché dopo qualche giorno ci è stato riferito: «Vi facciamo sapere che per prime e quarte abbiamo provveduto a stampare le cedole e verranno quindi forniti i libri ai bambini destinatari dell’Alternativa». Un altro lieto fine: 55 libri <em><i>Alternativamente </i></em>e<em><i> Intorno a noi </i></em>saranno donati dall’Uaar alle seconde, terze e quinte, mentre per le rimanenti classi saranno rimborsati per la prima volta con cedola libraria, rompendo il privilegio del rimborso solo dei volumi di religione cattolica. E un’ulteriore storia che dimostra che occorre impegnarsi sia nelle decisioni a favore della laicità che per rimuovere ostacoli che ne impediscono la concreta realizzazione.</p>
<p><strong>Roberto Grendene</strong></p>
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		<title>Anche nel clericalismo, le dimensioni non sono poi così importanti</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/04/12/anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Anche piccoli gruppi religiosi possono esercitare una forte influenza politica, specie quando le istituzioni sono vulnerabili al confessionalismo. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. «Piccolo è bello», si sentiva spesso dire qualche decennio fa, riferendosi a numerosi ambiti. Qualcuno lo sosteneva anche per le religioni. E ci fu pure chi colse l’occasione per dare una riverniciata alle sette. Nel 1989 la sociologa Eileen...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/12/anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti/" title="Read Anche nel clericalismo, le dimensioni non sono poi così importanti">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anche piccoli gruppi religiosi possono esercitare una forte influenza politica, specie quando le istituzioni sono vulnerabili al confessionalismo. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>«Piccolo è bello», si sentiva spesso dire qualche decennio fa, riferendosi a numerosi ambiti. Qualcuno lo sosteneva anche per le religioni. E ci fu pure chi colse l’occasione per dare una riverniciata alle sette. Nel 1989 la sociologa Eileen Barker foggiò infatti l’espressione «nuovi movimenti religiosi»: inizialmente non mancarono le critiche, ma il progressivo trionfo del politicamente corretto avrebbe portato fortuna all’espressione, perlomeno in ambito accademico. Resta il fatto che ci sono comunità di fede che non sono affatto nuove: da quando far partire la “novità”, per esempio, dei testimoni di Geova?</p>
<p><span class="pullquote">Nemmeno i vocabolari sono di grande aiuto</span>: secondo l’autorevole Treccani, la parola ‘setta’ ha due significati: «1. Associazione di persone che seguono e difendono una particolare dottrina filosofica, religiosa o politica; 2. (solo usi estens. e fig.) gruppo ristretto di persone che, in campo sociale, culturale, politico, economico, si attribuisce speciali diritti e privilegi dai quali è rigidamente escluso chiunque non faccia parte di quel gruppo». Definizioni esageratamente ampie, come è agevole constatare, e, nel secondo caso, sin troppo opinabili.</p>
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<p>Ma non è che altre si rivelino maggiormente utili. Ernst Troeltsch, un teologo e sociologo protestante, politicamente liberale, distinse un secolo fa tra la “Chiesa”, che sarebbe in armonia con la società circostante, la “setta”, che invece vi si oppone, e il “tipo-mistico”, un culto disinteressato a ciò che accade all’esterno. Ma anche questa classificazione, già controversa allora, oggi sembra praticamente inutile, visto che autoproclamarsi “in opposizione” ai tempi che corrono è uno sport praticato quasi universalmente.</p>
<p>La questione è talmente nebulosa che circolano i numeri più disparati sia sul numero delle sette, sia su quello dei loro aderenti – sempre che si voglia continuare a usare questo termine. Nessuno nega che la parola “setta” abbia un’accezione negativa, anzi, l’ha sempre avuta: era (anche) la parola che le religioni (soprattutto quella cristiana) usavano per definire gli eretici. E ancora oggi viene spesso usata per denigrare le minoranze. Ma non significa che debba essere cancellata.</p>
<p>In barba al politicamente corretto, penso che il termine possa essere ancora impiegato, e che rimanga utilissimo per identificare quei gruppi (non necessariamente religiosi) che si caratterizzano per un comportamento, per l’appunto, settario: quelli che sono guidati da un capo carismatico ritenuto infallibile, a cui i seguaci devono accordare obbedienza; in cui spicca l’assenza di democrazia interna, di libertà di critica, di trasparenza; in cui è moneta corrente equiparare chi abbandona il gruppo a un “traditore”, perché tutti coloro che non vi aderiscono devono essere invariabilmente demonizzati; in cui viene attuato un controllo capillare sui comportamenti di chi ne fa parte – e non è facilissimo farne parte, visto l’atteggiamento di chiusura verso l’esterno; in cui è comunque quasi impossibile accedere ai “cerchi magici” che vi detengono il potere.</p>
<p>È un significato di buon senso già ampiamente diffuso, e di negativo non ha nulla, di per sé: si limita soltanto a descrivere pratiche negative. Chi lo contesta, per coerenza dovrebbe considerare positivi i comportamenti settari. Da questo punto di vista, un gruppo può quindi essere o non essere settario indipendentemente dalla dimensione.</p>
<p>Caratteristica della setta, discendente dall’obbedienza, è dunque che le opinioni che il fedele è tenuto ad avere sono quelle pretese dal capo (“guru” rende ancora meglio l’idea). Le posizioni politiche diventano di conseguenza anch’esse un precetto, e possono persino variare nel tempo, in conformità alle decisioni prese dal leader: anche il cristianesimo pre-costantiniano non era granché interessato al potere politico – ma ci è voluto poco, veramente e tremendamente poco, perché cambiasse di punto in bianco dottrina. Il monolitismo tipico della comunità settaria fa sì che oggi, in competizioni elettorali democratiche a cui partecipano sempre meno cittadini, gruppi piccoli ma compatti possano riuscire a condizionare l’esito del voto.</p>
<p>E <span class="pullquote">lo possono fare anche <em><i>dall’interno </i></em>delle stesse religioni</span>. Pensiamo al caso di Comunione e Liberazione: un movimento appartenente alla chiesa cattolica, numericamente non eccezionale, che tuttavia riesce a condizionare la politica italiana persino più del presidente dei vescovi e dello stesso papa – al punto da essere riuscito a portare un suo adepto (Roberto Formigoni), e per ben diciotto anni, alla guida della regione italiana più grande. O pensiamo all’ancora più piccolo movimento dell’Opus Dei, che fornì numerosi quadri di governo al regime franchista, ma che anche in seguito ha spinto molti suoi seguaci a impegnarsi attivamente in politica.</p>
<p>Don Luigi Giussani, ora “servo di Dio”, e don Josemaría Escrivá de Balaguer, ora santo, hanno interpretato appieno il ruolo del fondatore-guru all’interno dei due movimenti, che possono quindi essere considerate “sette” nel senso fornito poco sopra. I neocatecumenali, pur avendo le stesse caratteristiche, e pur facendo propria l’ideologia estremista tipica di ogni setta, sono molto più disinteressati a un intervento diretto in politica – anche se nemmeno loro se ne stanno alla larga.</p>
<p>Il protestantesimo, così diverso dal cattolicesimo, per la sua costitutiva natura non centralista è un generatore automatico di nuove confessioni cristiane, e quindi anche di “sette” propriamente dette. Lo è soprattutto la sua corrente <em><i>evangelical</i></em>, quella fondamentalista, che è poi anche quella che sta resistendo molto meglio delle altre alla crescente secolarizzazione delle società occidentali (e non solo quelle).</p>
<p>Vi sono Chiese (intese come comunità cristiane) che dispongono di una sola chiesa (intesa come tempio) che è però sufficiente a proiettare il loro leader tra quelli più seguiti su scala nazionale: l’importante è disporre di media attraverso cui trasmettere la buona (per loro, e per i loro patrimoni) novella, e di un pubblico disposto a fare la sua parte. E si stanno espandendo sull’intero pianeta – con l’eccezione di quelle lande in cui l’integralismo islamico non è disposto a cedere terreno. Quasi tutte credono fermamente che, prima del giudizio universale, Cristo governerà il pianeta per mille anni. Immaginate come.</p>
<p>I mormoni, per citare una delle Chiese in fase di sviluppo, hanno creato già un loro Stato, lo Utah, la cui fondazione può essere fatta risalire a 176 anni fa – e, all’epoca, non era granché differente da una classica teocrazia. E come possiamo definire il Comune di Vidracco, provincia di Torino, guidato ormai da sedici anni da un sindaco che, con il nome “Elfo Frassino”, è anche esponente della comunità di Damanhur (a cavallo tra esoterismo e new age), che <a href="http://go.uaar.it/1d528po">guarda il caso vi ha sede</a>? Su ben più larga scala, la metropoli di Rio de Janeiro è stata guidata tra il 2017 e il 2020 da Marcelo Crivella, pastore della “Chiesa universale del regno di Dio”, che ovviamente ha attuato una politica ferocemente antilaica. Ora è senatore, e per un partito alleato con il presidente Lula.</p>
<p>La stessa convinzione che la dimensione del gruppo sia direttamente proporzionale all’attenzione che gli riserva la politica (di qualunque colore, purtroppo) trova larghissime smentite, come ben attestano i casi non solo di Cielle, ma anche quelli del Forteto (nel centrosinistra) e di San Patrignano (a destra) – e <span class="pullquote">non si capisce mai bene quanto incida la loro ispirazione religiosa</span>.</p>
<p>Non si deve nemmeno fare l’errore di pensare che sia un fenomeno soltanto italiano: abbiamo già raccontato di quanto siano stati forti i legami tra la Chiesa dell’unificazione del reverendo Moon (ferocemente anticomunista) e il <a href="http://go.uaar.it/66esqa1">Partito liberal-democratico giapponese</a>, e di come per decenni lo stesso abbia governato insieme al Komeito, un partito emanato dalla setta buddhista Soka Gakkai. In Corea del Sud, la presidente Park Geun-Hye ha subito un impeachment, nel 2017, perché il potere effettivo lo deteneva una sua assistente, la figlia del fondatore del gruppo “sciamano” Vita eterna.</p>
<p>Pensare che le sette siano politicamente inoffensive è davvero da ingenui, tanti possono essere gli esempi disponibili. Anche in prospettiva, viste le loro credenze. Se per ipotesi i rastafariani prendessero il potere in Giamaica, quanto diversa sarebbe la loro azione di governo da quella di Hailé Selassié, ultimo imperatore di Etiopia, che ritengono sia stato Gesù Cristo, disceso una seconda volta sulla Terra? Del resto, una comunità può anche nascere con fini esclusivamente religiosi, ma col passare del tempo l’inevitabile riflessione sullo Stato ideale finisce per innestare una sovrapposizione/identificazione tra l’organizzazione della comunità e l’organizzazione dello Stato reale. Di lì, il passo successivo è la progressiva perdita di distinzione tra le due sfere.</p>
<p>Un esempio recente divenuto realtà è quello che stiamo osservando con i nostri occhi da dieci anni, negli Stati Uniti. Un personaggio improbabile come Donald Trump, che già definirlo “politico” è esagerare con i complimenti, è diventato oggetto di quello che è stato definito da più parti come un culto. È riuscito a impossessarsi del bicentenario Partito repubblicano e, nonostante non sia esattamente un buon cristiano (anzi), ha saputo ottenere un sostegno entusiasta dalle Chiese <em><i>evangelical</i></em>, che lo appoggiano con percentuali bulgare.</p>
<p>Rappresentano soltanto un quarto della popolazione Usa ma, come già ricordato, quando vota poco più del 50% degli aventi diritto può però diventare determinante. Il legame si è fatto così stretto che un repubblicano che non sia anche un estremista cristiano appare ormai un pesce fuor d’acqua. E Trump, che è il tipico uomo di potere che considera la religione un instrumentum regni, ricambia a piene mani: la sua consigliera spirituale è Paula White, un’ancora più improbabile telepredicatrice, che è stata posta alla guida di un “ufficio della fede”. Grazie anche all’azione della Corte suprema, i cui membri sono stati nominati in maggioranza proprio da Trump, lo storico muro di separazione tra Stato e Chiese sta ormai crollando. E il Paese somiglia ogni giorno un poco di più a Gilead, la teocrazia descritta nel romanzo (e nella serie tv che ne è stata tratta) <em><i>Il racconto dell’ancella</i></em>.</p>
<p>Non solo l’impianto costituzionale Usa sta correndo seri rischi; non solo non sta benissimo nemmeno quello francese; non solo la separazione tra Stato e Chiesa si allontana anche altrove, ma ci tocca anche combattere per la separazione tra Stato e (chie)setta. Del resto, il crollo dell’appartenenza alle storiche confessioni cristiane non ha ridotto granché il loro potere, e sicuramente non nella stessa proporzione. Non ci resta che sperare che troppi e contemporanei assalti alla diligenza facciano sussultare la popolazione, anche quella credente. Lavorare per questo scopo potrebbe senz’altro giovare.</p>
<p><strong>Raffaele Carcano</strong></p>
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