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	<title>Rivista Nessun Dogma &#8211; A ragion veduta</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
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		<title>Per chi suona la campana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 09:00:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Il rumore delle campane delle chiese è a volte prolungato, assordante e invasivo. Nonostante l’impatto sulla quiete e sulla salute gode però di ampie tutele. Affronta il tema Adele Orioli sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Nonostante il celebre romanzo di Hemingway, a sua volta in citazione di un verso di John Donne, e l’indubbio riferimento all’usanza di far suonare la campana quando muore qualcuno, spesso nell’iconografia clericale...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/10/per-chi-suona-la-campana/" title="Read Per chi suona la campana">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il rumore delle campane delle chiese è a volte prolungato, assordante e invasivo. Nonostante l’impatto sulla quiete e sulla salute gode però di ampie tutele. Affronta il tema Adele Orioli sul numero 2/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Nonostante il celebre romanzo di Hemingway, a sua volta in citazione di un verso di John Donne, e l’indubbio riferimento all’usanza di far suonare la campana quando muore qualcuno, spesso nell’iconografia clericale il din don dan è all’opposto associato alla festa, alla gioia, alle allegre mattine della domenica al Mulino Bianco, che a quanto pare non annovera mai né insonni né turni notturni nelle proprie schiere. E anzi dello scampanio selvaggio se ne arriva a difendere persino la funzionalità pubblica nel rintocco delle ore.</p>
<p>Che in effetti, prima dell’avvento dell’orologio nemmeno da polso, ma financo da tasca, aveva effettivamente una grandissima utilità civica. All’incirca fino a un secolo fa, grosso modo. In ogni caso oggi, non fosse altro per i cellulari ai quali viviamo incollati, siamo certi che tutti i fortunelli il cui campanile decide di segnare anche i quarti d’ora, <span class="pullquote">dei 15 tocchi di seguito ne farebbero volentieri a meno</span>.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77283" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/05/per-chi-suona-la-campana-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Se non altro il rumore delle ore è sottoposto ai normali limiti di decibel di qualsivoglia altra attività. Certo, soprattutto nei piccoli centri intraprendere una battaglia sonora contro i parroci non è il massimo, ma se non altro quando di segnale orario si tratta le tutele ci sono e senza discriminazioni.</p>
<p>Perché il discorso si fa ben più complesso quando invece si parla di scampanii liturgici, quelli cioè che segnalano l’inizio, la fine o anche la semplice sussistenza di un evento liturgico. Spesso prolungati, spesso assordanti nella gioia quanto nel dolore, verrebbe da dire, spesso in ore che anche l’attuale mondo del lavoro non considera esattamente con favore. Per esempio l’Angelus delle sette di mattina, festivi compresi, un classico. Del disagio.</p>
<p>Ecco, per questo tipo di frastuono invece sorgono problemi maggiori. Perché per costante giurisprudenza questi specifici rintocchi sono direttamente espressione di libertà religiosa, e quindi non limitabile (o meglio, limitabile solo per contrarietà al buon costume, ex articolo 19 della Costituzione).</p>
<p>Questo non vuol dire che non ci sia proprio nulla da fare se tormentati a ogni ora del giorno e magari anche della notte da rintocchi tutt’altro che bucolici e festaioli per chi li subisce. Lo sanno anche i vescovi, che spesso nei loro decreti impongono il silenzio quanto meno in determinate fasce orarie e altrettanto spesso raccomandano una certa prudenza nell’entusiasmo scampanante.</p>
<p>Lo sappiamo bene anche noi all’Uaar che spesso patrociniamo contenziosi, costosissimi purtroppo per le perizie tecniche necessarie anche solo per poter cominciare; e in sordina, se mi si passa l’espressione, abbiamo anche ottenuto qualche risultato di sostanza.</p>
<p>Infatti, che sia espressione di libertà religiosa o meno, l’esercizio di un diritto va sempre preso in considerazione e bilanciato con pari se non più forti diritti altrui. E fra questi c’è sicuramente il diritto alla salute e a non subire quello che si chiama danno biologico per le emissioni sonore incontrollate e incontrollabili. Indubbiamente è comunque un gradino in più da affrontare nel caso le emissioni siano oltremodo rumorose; nessuna tutela invece se lo scampanio è, se non illegittimo, quanto meno inopportuno non per le modalità in sé e per sé ma per il significato.</p>
<p><span class="pullquote">Il pensiero corre subito a Sanremo</span>, dove il vescovo Antonio Suetta ha avuto la bella pensata di far suonare le campane ogni sera alle 20 per tutti i «bambini non nati», perché è stata interrotta la gravidanza. Giusto per continuare a sputare sopra al fatto che l’esercizio di un diritto riconosciuto, seppur nella non ottimale forma, non dovrebbe venire mai stigmatizzato impunemente solo perché, se è un prete a parlare, sarebbe una legittima e libera «critica teologico-morale» e non una violenza privata. Ci permettiamo di dissentire.</p>
<p>D’altronde tutta questa tolleranza (nello stretto senso di sopportazione con fastidio) l’italica stirpe non sembrerebbe poi avere nei confronti dell’esercizio sì, di libertà religiosa, ma non di segno cattolico.</p>
<p>A Forlì ad esempio tal Luca Bartolini, assessore responsabile alla sicurezza del Comune, ha chiesto l’intervento delle autorità «per tutelare quiete pubblica e convivenza civile», contro quello che ha definito «inquietante e inaccettabile»: il fatto cioè che da una radio di una singola casa privata, in orario preserale, cioè al tramonto di febbraio, in pieno ramadan, venisse diffuso (o banalmente ascoltato ad alto volume?) il canto del muezzin. E il tutto senza che ci sia nemmeno una moschea nei paraggi, chiosano orgoglioso assessore e parecchi cittadini. Libertà religiosa a due velocità, anzi, a due volumi.</p>
<p>Sia chiaro, se d’un bel tacer non fu mai scritto, nemmeno di una emissione sonora disturbante, religiosa o meno che sia, si può parlar bene. Sarebbe bello se si ponesse maggiore attenzione, e senza distinzioni tra attività, all’inquinamento acustico prima che alla chiamata alla messa o alla preghiera del mattino o del pranzo o del pomeriggio o della sera. Insomma, evviva se non il silenzio quantomeno il basso volume. Per tutti però, din don dan, Nam-myoho-renge-kyo o inshallah che siano.</p>
<p><strong>Adele Orioli</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.uaar.it/laicita/campane/">uaar.it/laicita/campane</a></li>
</ul>
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<hr />
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		<title>Il rumore molesto del confessionalismo sul n. 2/2026 della rivista Nessun Dogma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 13:20:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Ecco il nuovo numero del bimestrale dell&#8217;Uaar Nessun Dogma &#8211; Agire laico per un mondo più umano. Con interviste, rubriche, recensioni per conoscere l&#8217;impegno di uomini e donne, dell’Uaar e non solo. Con uno sguardo laico umanista su temi come diritti, etica, filosofia, politica, scienza. Sessanta pagine dedicate a chi vuole cambiare il mondo per renderlo più laico, più umano, più assennato. Con gli approfondimenti e le storie che non trovate altrove. La copertina del numero 2/2026 di Paolo Ferrarini...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/04/il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-nessun-dogma/" title="Read Il rumore molesto del confessionalismo sul n. 2/2026 della rivista Nessun Dogma">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco il nuovo numero del bimestrale dell&#8217;Uaar <a href="https://rivista.nessundogma.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://rivista.nessundogma.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1583911345263000&amp;usg=AFQjCNFa9Qp08cg3F0iKPgvt2_g-g61Arg"><em>Nessun Dogma &#8211; Agire laico per un mondo più umano</em></a>. Con interviste, rubriche, recensioni per conoscere l&#8217;impegno di uomini e donne, dell’Uaar e non solo. Con uno sguardo laico umanista su temi come diritti, etica, filosofia, politica, scienza. Sessanta pagine dedicate a chi vuole cambiare il mondo per renderlo più laico, più umano, più assennato. Con gli approfondimenti e le storie che non trovate altrove.</p>
<p>La copertina del numero 2/2026 di Paolo Ferrarini sintetizza con ironia la questione delle invadenze sonore della Chiesa cattolica. Alcuni articoli di questa uscita trattano il tema e le sue ricadute sulla laicità. La responsabile iniziative legali Uaar Adele Orioli si concentra sul rumore molesto delle campane, blindato dal Concordato. Mentre Valentino Salvatore commenta la recente condanna a una parrocchia di Palermo per il disturbo arrecato dal suo oratorio.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77261" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-768x403.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-650x341.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Il-rumore-molesto-del-confessionalismo-sul-n-2-2026-della-rivista-Nessun-Dogma-1024x537.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>In questa uscita abbiamo affrontato anche altre tematiche. Il giornalista Federico Tulli offre un&#8217;inchiesta sulle condizioni di lavoro dei dipendenti del Vaticano. Federica Marzioni dalla Spagna ci aggiorna sull&#8217;accordo tra governo e vescovi locali per i risarcimenti alle vittime di abusi commessi da preti. Ospitiamo la traduzione di un articolo da <em>The Conversation</em> di Imad Khillo, docente di diritto pubblico a Grenoble, sull&#8217;<em>apartheid</em> di genere imposta alle donne in Afghanistan dal regime talebano. L&#8217;addetto stampa dell&#8217;Uaar Daniele Passanante intervista l&#8217;attivista laico iraniano Taher Djafarizad, da anni esule in Italia, sulle prospettive di un Iran libero e democratico. L&#8217;insegnante e attivista Pamela Deiana riflette sul calo delle scelte a favore dell&#8217;insegnamento della religione cattolica a scuola. Ciro D&#8217;Ardia ripercorre la tragica storia del movimento religioso Heaven&#8217;s Gate. E la divulgatrice scientifica Maria Antonietta Auditore ci parla dei pericoli delle derive settarie anche in campo medico. Dal canto suo il divulgatore e chimico Silvano Fuso mette in guardia dal relativismo culturale che arriva a giustificare per tradizione pratiche atroci come le mutilazioni genitali femminili. La critica cinematografica Micaela Grosso esamina da un punto di vista laico il film <em>Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery</em> di Rian Johnson.</p>
<p>Su <em>Nessun Dogma</em> diamo spazio anche alle attività e alle iniziative dell&#8217;associazione. In questo numero presentiamo il resoconto dell&#8217;assegnazione del premio di laurea dell&#8217;Uaar edizione 2025 presso la sede nazionale di Roma. La responsabile circolo Irene Tartaglia stavolta ci racconta cosa fa il circolo Uaar di Modena. Infine presentiamo anche l&#8217;ultimo libro pubblicato dal progetto editoriale Nessun Dogma &#8211; Libri per menti libere: un&#8217;antologia di articoli del blog associativo dal titolo A ragion veduta. Vent&#8217;anni di mondo osservato dall&#8217;Uaar a cura di Roberto Grendene e Valentino Salvatore e con prefazione del direttore della rivista Raffaele Carcano, di cui riportiamo anche un articolo tratto da questo testo sull&#8217;etica senza dio.</p>
<p>Non mancano le rubriche ricorrenti del bimestrale. L’<em>Osservatorio laico</em> dedicato a leggi e sentenze in Italia e all’estero, positive o negative. <em>Impegnarsi a ragion veduta</em> a firma del segretario Roberto Grendene per ricordare ciò che l’Uaar ha fatto e sta facendo in concreto. La carrellata delle attività dell&#8217;associazione <a href="https://www.uaar.it/uaar/territorio/">sul territorio</a> a cura della responsabile circoli Irene Tartaglia. Il “giro del mondo” per rilanciare iniziative di altre associazioni laico-umaniste, del responsabile relazioni internazionali Giorgio Maone. La rassegna di studi accademici su religione e non credenza che ci presenta Leila Vismara. Le proposte di lettura per segnalare tre libri recenti che ci sono sembrati interessanti. La sezione <em>Arte e ragione</em> in cui Mosè Viero rilegge con sensibilità laica un’opera d’arte per ogni uscita. Infine il riflettore di <em>Agire laico</em> per un mondo più umano, su piccoli e grandi fatti che ci raccontano l’impegno per la laicità e i diritti nel mondo.</p>
<p>Vi proponiamo intanto il redazionale di questa uscita, intitolato <em>Rumore</em>.</p>
<p><em>Una delle caratteristiche totalitarie della religione è l’ambizione di invadere ogni senso dell’essere umano. L’udito non fa eccezione. In ogni epoca, in ogni luogo, abitare vicino a un tempio è una delle scelte peggiori per chi ha bisogno di riposare. Ma ci può essere di peggio: trovarsi a metà strada tra due templi in concorrenza. La parola “baccano” deriva, non a caso, dal nome di una divinità.</em></p>
<p><em>Il problema, anche in questo caso, viene amplificato da un’altra attitudine, parimenti estesa: la pretesa di avere condizioni privilegiate rispetto ai comuni mortali. Chi richiama il muezzin il cui richiamo viola la normativa sull’inquinamento acustico? Perché mai la libertà di diffondere la voce di Dio (o, per essere più precisi, dei suoi sedicenti rappresentanti terreni) dovrebbe prevalere su quella di chi trasmette death metal? Anni fa, in Norvegia fu estesa a tutte le religioni la deroga al superamento del limite sonoro previsto dalla legge. Un gruppo di atei chiese e ottenne analoga prerogativa. Per esercitarla, organizzarono un evento nel corso del quale urlarono dai tetti «Dio non esiste». E la finirono lì.</em></p>
<p><em>Le religioni hanno invece l’atteggiamento opposto. E il loro rumore di fondo nelle nostre società invade ogni ambito: dall’istruzione al lavoro, dalla famiglia alla camera da letto, fino agli stessi corpi. Il muro di separazione tra Stato e Chiesa dovrebbe essere più difficile da abbattere di quello del suono. Non è così, ed è per questa ragione che è nata questa rivista. Siamo consapevoli di rappresentare un’altra campana. Ma molto, molto più rispettosa.</em></p>
<p><em>Leila, Massimo, Micaela, Paolo, Raffaele, Valentino</em></p>
<p><strong><br />
La redazione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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			</item>
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		<title>L’ora di religione finisce col Circeo</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/05/03/lora-di-religione-finisce-col-circeo/</link>
					<comments>https://blog.uaar.it/2026/05/03/lora-di-religione-finisce-col-circeo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 09:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[A cinquant’anni dal massacro del Circeo si sottovaluta il ruolo della cultura cattolica tra repressione, omertà e doppia morale. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Cinquant’anni fa, la notte del Circeo spalancava una voragine nella coscienza collettiva italiana, un abisso in cui sembrava che tutto il peggio, e anche il meglio nascosto, del “Bel Paese” trovasse cittadinanza. Oggi viene facile rievocare quel massacro...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/05/03/lora-di-religione-finisce-col-circeo/" title="Read L’ora di religione finisce col Circeo">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cinquant’anni dal massacro del Circeo si sottovaluta il ruolo della cultura cattolica tra repressione, omertà e doppia morale. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Cinquant’anni fa, la notte del Circeo spalancava una voragine nella coscienza collettiva italiana, un abisso in cui sembrava che tutto il peggio, e anche il meglio nascosto, del “Bel Paese” trovasse cittadinanza. Oggi viene facile rievocare quel massacro come il paradigma del male assoluto, il simbolo in carne, sangue e cemento di ogni deriva sociale e politica degli anni settanta.</p>
<p>A ben vedere, però, ciò che ancora oggi lascia turbati è la lente distorta con cui questa storia viene tuttora raccontata. Si fa un gran parlare, sicuramente non a torto, della matrice fascista dei tre carnefici – Izzo, Ghira, Guido – come se bastasse accostare a quei cognomi il marchio di un’ideologia per acquietare la nostra fame rituale di chiarezza morale. Pare, a chi osserva da vicino, che la memoria collettiva italiana funzioni per compartimenti stagni: <span class="pullquote">una volta etichettato il mostro, lo si può seppellire</span>, con buona pace del Paese e della sua fame di autoassoluzione.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77254" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Lora-di-religione-finisce-col-Circeo-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Eppure, non è forse degno di nota il silenzio che accompagna la seconda radice di quella storia?</p>
<p>È interessante vedere come sui giornali, nelle commemorazioni, nei dibattiti televisivi, la parola “cattolicesimo” sia finita ai margini, relegata a semplice sfondo d’ambiente, quando in realtà la cultura cattolica, quella pedagogia della colpa e della redenzione a orologeria, ha fornito agli assassini e ai loro complici silenti un humus almeno altrettanto fertile quanto le svastiche esibite. Non si tratta di volontà polemica, né di risarcimenti ideologici a posteriori: semplicemente, pare che il Circeo sia stato anche – se non soprattutto – il prodotto di una società che ha trasformato la fede in un involucro rigido, asfissiante, e che ha fatto della repressione la regola d’oro delle relazioni tra i sessi e del rapporto con il potere.</p>
<p>Sfogliando le memorie, le testimonianze e certi romanzi incuneati nella narrativa italiana più recente, si scopre che in quegli anni la scuola privata cattolica era, a tutti gli effetti, il palcoscenico privilegiato della doppia morale. Bastava attraversare i corridoi di quei licei d’élite per respirare un’atmosfera sospesa tra l’altare e il manganello, tra la preghiera della mattina e le gesta da piccolo satrapo in classe e fuori.</p>
<p>Chi scrive, per deformazione professionale, tende e vedere nei dettagli minimi (un crocifisso appeso storto, un prete che chiude in fretta la porta) i segnali di una lunga consuetudine alla negazione, alla minimizzazione, all’assoluzione preventiva dei “figli di papà”. Non è certo una scoperta di oggi che nelle scuole confessionalmente orientate la colpa venisse usata come leva, e la redenzione elargita secondo logiche più di ceto che di vera spiritualità.</p>
<p>Tutta questa materia viva, fetida ma reale, è stata ripresa e riplasmata da Edoardo Albinati, col suo libro <em><i>La scuola cattolica</i></em>, vincitore dello Strega, capace come pochi altri di scavare dove la cronaca si ferma. Il libro, e anche il film di Stefano Mordini che ne è derivato, sono prove tangibili – almeno per chi si concede il dubbio – che il mostro del Circeo non nacque dall’ideologia fascista e basta, ma anche, pesantemente, dalla pedagogia della preghiera imposta con la cinghia, dal dogma trasfigurato in privilegio, dall’anarchia morale travestita da ordine. A ben vedere, la narrazione della violenza e della complicità è tutta lì: vige una regola non scritta per cui, se sei abbastanza “interno” al gruppo, se reciti bene le Ave Maria, tutto ti sarà perdonato – o quanto meno, ti sarà evitato l’ingombro della punizione.</p>
<p>Mi sovviene un dettaglio, non trascurabile: in tutte le rievocazioni mediatiche del Circeo, si fatica a trovare una parola concreta su quella zona grigia, spesso addirittura dorata, dove la Chiesa, la scuola, la borghesia convergono nella produzione seriale di omertà e rimozione. Pare che parlare di complicità della cultura cattolica sia questione scivolosa, su cui preferire il “si dice”, il sottinteso, la prudenza da sagrestia. Eppure, per chi ha avuto a che fare (direttamente o per racconti di terza mano) con la realtà delle scuole private religiose degli anni settanta, la cosa è lampante: la reputazione salvava più di qualsiasi catechismo, e <span class="pullquote">la preghiera era spesso solo il fiore sopra un letamaio di codici non detti</span>.</p>
<p>Non a caso, come sottolinea lo stesso Albinati in pagine taglienti, l’educazione sentimentale e sessuale era completamente delegata al silenzio, alla colpa, all’inibizione e, quando non bastava, al ricatto o alla minaccia da parte di chi comandava.</p>
<p>Del resto, mi viene quasi da sorridere – amaramente, s’intende – ogni volta che, nelle battaglie contemporanee su chi debba educare i giovani all’affettività, alla sessualità, alla diversità, si propone di lasciare il testimone in mano ai soliti professionisti del dogma. Un Paese che ancora oggi, cinquant’anni dopo, fatica ad ammettere che la pornografia della violenza non nasce a caso, ma germina dove il male viene “benedetto” e nascosto, forse non ha ancora capito nulla del proprio passato. La scuola cattolica, in questo senso, rappresentava il laboratorio perfetto per la produzione di una mascolinità tossica, imbullonata dall’autorità che assolve prima ancora di giudicare, e di una femminilità ridotta al silenzio e al sacrificio in nome di una morale distorta.</p>
<p>Non si tratta, mai, di assolvere la matrice fascista di Izzo, Ghira e Guido, né di diluire responsabilità individuali nell’etere di una cultura comune. Si tratta, semmai, di recuperare l’elemento mancante: il riconoscimento pubblico che anche il cattolicesimo diffuso, quando declinato in chiave autoritaria, sessuofoba, e alleato della borghesia più ipocrita, produce le stesse distorsioni della peggiore ideologia politica. È antistorico far finta che non sia così. Eppure, cinquant’anni dopo, si preferisce restare nell’ambiguità, bastano accenni vaghi e parabole su una scuola che non c’è più, come se i modelli di allora – e di ora, permettete – non avessero la stessa lingua biforcuta.</p>
<p>Forse è anche per questo che ogni anniversario del Circeo lascia un sapore amaro, quasi rimosso, a chi si ostina a osservare la società con attenzione: la memoria non è solo esercizio civico, è anche – e forse soprattutto – un atto di coraggio verso la verità. In questa verità scomoda c’è la consapevolezza che il mostro, spesso, non viene da lontano, ma dalla stanza accanto, dai banchi della scuola, dalla messa della domenica, dal salotto pulito dove si nasconde il disordine delle coscienze. Raccontare oggi il Circeo soltanto come un crimine fascista è operazione di comodo, e anche un po’ codarda; starebbe bene, invece, aggiungere all’elenco delle responsabilità anche quella pedagogia della colpa che, purtroppo, ci riguarda ancora tutti, e che – piaccia o meno – continua a produrre danni e omertà, di generazione in generazione.</p>
<p>E allora, cinquant’anni dopo, davanti al ricordo del Circeo che per alcuni è solo un vecchio fatto di cronaca, si impone il vero esercizio laico della memoria: togliere il velo, strappare la tonaca della retorica e dire, una volta per tutte, che il male sa travestirsi, che la complicità non ha colore unico, e che la vera redenzione passa per il coraggio di nominare ogni radice, anche quella più scomoda, senza più alcun alibi spirituale o socio-culturale. Ma, in fondo, forse è chiedere troppo a un Paese che ha fatto dell’oblio la sua specialità.</p>
<p><strong>Micaela Grosso</strong></p>
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		<title>Non è Francesco</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/04/26/non-e-francesco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 09:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[La reintroduzione della festa nazionale di san Francesco il 4 ottobre: una delle più eclatanti clericalate bipartisan del nostro Parlamento. Una riflessione di Lodovico Zanetti sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. A pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre ci si azzecca. E chi, meglio di Andreotti, può servirci a capire la santificazione, pardon l’introduzione di una nuova festività legata alla religione, da farsi il 4 ottobre...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/26/non-e-francesco/" title="Read Non è Francesco">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La reintroduzione della festa nazionale di san Francesco il 4 ottobre: una delle più eclatanti clericalate bipartisan del nostro Parlamento. Una riflessione di Lodovico Zanetti sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>A pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre ci si azzecca. E chi, meglio di Andreotti, può servirci a capire la santificazione, pardon l’introduzione di una nuova festività legata alla religione, da farsi il 4 ottobre per i patroni italici, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena?</p>
<p>Perché al netto della mancata reintroduzione del XX settembre, anniversario della presa di porta Pia, alla Dc manco passò per la testa di aggiungerci gli italici patroni alle già presenti festività religiose del nostro calendario: il primo gennaio, per Maria; il 6 gennaio, epifania; pasqua e lunedì dell’angelo; ferragosto, assunzione di Maria; 8 dicembre, immacolata concezione – dogma pronunciato nel 1854, sulla nascita senza peccato originale di Maria, che scommetterei la metà dei cattolici confonde con l’affermazione della verginità della Madonna; ognissanti, <span class="pullquote">e ovviamente il natale, in comodato d’uso dai pagani saturnalia e sol invictus</span>. Sorprendentemente, più di quelle laiche, tre soltanto: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.</p>
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<p>Davvero ci serviva un’altra festività religiosa? Sì, a qualcuno serviva, in realtà, per riaffermare che l’Italia è una nazione cattolica. Una reintroduzione subdola e tardiva della religione di Stato. Intesa, per altro, non come affermazione delle idee che i santi propugnavano, ma quasi a voler fissare un punto fermo. Che l’Italia è un Paese cattolico, dove non tutti sono uguali, ma ci sono persone più uguali degli altri. E quindi, crocifissi a scuola, nei tribunali, benedizioni a gogò, affermazioni di obbligo di adeguarsi, da parte degli immigrati, alle nostre tradizioni. Cosa che, in effetti, essendo quella cristiana religione importata, sembra un ossimoro lampante. Una bandierina, quindi, anzi una croce messa per indicare un controllo di territorio.</p>
<p>E non vorrei stigmatizzare coloro che l’hanno proposta, con la scusa dell’ottavo centenario della nascita del “poverello” d’Assisi, ma mi piace ricordare i fautori di questa legge. Pare che l’idea sia stata lanciata da un poeta mio concittadino, tal Davide Rondoni, di cui ricordo le esternazioni non proprio simpatiche sulla campagna degli ateobus. In un articolo pubblicato sulla prima pagina di <em>Avvenire</em> sosteneva che «la sedicente unione di atei razionalisti è stata ridicolizzata nella sua saccenteria dal semplice buon senso di gente normale», «perché basta, per così dire, essere uomini per capire la violenza stupida di quel messaggio», ignorando che quel messaggio, civilissimo, era di Richard Dawkins, uno tra i più grandi scienziati viventi.</p>
<p>La campagna dei bus è definita «una miseria», e del resto «la <em><i>Bibbia</i></em> insegna che non esistono gli atei: li chiama idolatri». Rondoni conclude che «proprio grandi regimi che hanno professato l’ateismo – come il comunismo e il nazismo – hanno provocato le più gravi violenze sull’uomo». Sorvoliamo sulla bocciatura del poeta in storia, visto che proprio ateo il nazismo non era, ma ci colpisce l’incapacità di capire le posizioni degli altri, per rifugiarsi in un rifiuto che è esattamente il contrario di quello a cui secondo la legge servirebbe questa festa: «al dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse» (sic), cosa che, evidentemente, non rientra nelle corde del poeta.</p>
<p>In una intervista apparsa su <em><i>Pagella Politica </i></em>un parlamentare di Forza Italia anonimo (probabilmente per paura del rogo, quantomeno metafisico), definisce la legge una boiata pazzesca, e in effetti ci tocca dargli ragione, e ne attribuisce la paternità a Maurizio Lupi, ultimo erede dei peones della Dc, che riesce a essere meno laico dei democristiani originali, ma a cui, data la passione del santo a parlare con i lupi, dialogo non praticato dagli elettori che non lo votano, riconosciamo le circostanze attenuanti, anche se la sua dichiarazione ricorda i quadri di Magritte «È un segno, un richiamo fortemente laico a ciò che ci unisce». Anche la relatrice del disegno di legge, Elisabetta Gardini (Fdi), ha evidenziato come la festa possa rappresentare un momento di unione «per credenti e non credenti». Che detto da lei, reduce da uno scisma che l’ha portata da Forza Italia a Fratelli d’Italia&#8230;</p>
<p>Brutta figura, per altro collettiva dei parlamentari nazionali in toto, che dimostrando un tasso di laicità paragonabile allo 0 kelvin (zero assoluto) approvano il provvedimento, a eccezione di due parlamentari di Azione che votano contro. Avevo sperato lo facessero sul solco tracciato dal vero Partito d’azione, per la laicità dello Stato, ma lo fanno solo perché questa festa, quando non cade di domenica, <span class="pullquote">costerà ai cittadini italiani circa 11 milioni di euro</span>, per maggiorazioni salariali ai lavoratori della sanità, delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco.</p>
<p>Vista la nota propensione del poverello d’Assisi a liberarsi dei beni terreni, a donare quanto in suo possesso, in onore di questo santo avremmo potuto recuperare qualcosa (magari anche per la scuola, o la sanità) dai sette miliardi che il nostro Stato regala o sconta alla chiesa cattolica. Ma ci sarebbe voluto un miracolo. E noi siamo atei.</p>
<p><strong>Lodovico Zanetti</strong></p>
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		<title>Gli scienziati e la fede religiosa</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/04/19/gli-scienziati-e-la-fede-religiosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 09:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Secondo il sociologo Christopher P. Scheitle gli studenti religiosi lamentano pregiudizi in ambito scientifico, d’altronde gli scienziati credenti proclamano spesso con orgoglio la propria fede: la questione però è che metodo scientifico e fede ostentata sono difficilmente compatibili. Affronta il tema il divulgatore scientifico Silvano Fuso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Christopher P. Scheitle è un sociologo della West Virginia University (Usa). Nell’ottobre 2023 ha pubblicato un...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/19/gli-scienziati-e-la-fede-religiosa/" title="Read Gli scienziati e la fede religiosa">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Secondo il sociologo Christopher P. Scheitle gli studenti religiosi lamentano pregiudizi in ambito scientifico, d’altronde gli scienziati credenti proclamano spesso con orgoglio la propria fede: la questione però è che metodo scientifico e fede ostentata sono difficilmente compatibili. Affronta il tema il divulgatore scientifico Silvano Fuso sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Christopher P. Scheitle è un sociologo della West Virginia University (Usa). Nell’ottobre 2023 ha pubblicato un volume dal titolo <em><i>The Faithful Scientist. Experiences of Anti-Religious Bias in Scientific Training</i></em><sup>1</sup> (Lo scienziato credente. Esperienze di pregiudizi antireligiosi nella formazione scientifica). Nel testo, attraverso interviste e sondaggi che hanno coinvolto oltre 1.300 studenti universitari di biologia, chimica, fisica, psicologia e sociologia, Scheitle sostiene che chi si dedica alla scienza e ha una fede religiosa subisce, durante il proprio percorso formativo, forti pregiudizi da parte dei colleghi e, in generale, dell’ambiente scientifico, manifestamente antireligioso.</p>
<p>Come afferma lo stesso Scheitle: «La composizione relativamente non religiosa dei loro colleghi e docenti può creare difficoltà agli studenti universitari religiosi. Molti degli studenti religiosi con cui ho parlato hanno descritto una cultura che <span class="pullquote">dava per scontato che tutti in laboratorio o in classe fossero atei</span> e consentiva commenti apertamente ostili alla religione o alle persone religiose. Uno studente cristiano in biologia mi ha detto: ‘Sono rimasto davvero scioccato quando ho iniziato la scuola di specializzazione&#8230; dalla mancanza di rispetto dei miei compagni e dei professori. Sento ancora il bisogno di nascondere quella parte della mia vita&#8230; Non ho voglia di aprirmi’»<sup>2</sup>.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77173" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/gli-scenziati-e-la-fede-religiosa-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Scheitle, con i suoi sondaggi, conferma, affermando che circa i due terzi degli studenti che si sono identificati come molto religiosi o moderatamente religiosi concordavano con l’affermazione secondo la quale «le persone nella mia disciplina hanno un atteggiamento negativo nei confronti della religione».</p>
<p>Inoltre, aggiunge l’autore, circa il 40% di questi studenti concordava anche sulla necessità di «nascondere o camuffare» le proprie opinioni o identità nei confronti delle altre persone che frequentavano nell’ambiente di studio.</p>
<p>Scheitle si sofferma poi su alcuni aspetti pratici della vita dei ricercatori. Il lungo processo di formazione e i tempi lunghi necessari per riuscire a ottenere una posizione lavorativa stabile portano molti scienziati accademici a rimandare la nascita di figli e/o ad averne meno di quanti avrebbero desiderato. A ciò contribuisce inoltre la frequente mobilità cui deve andare incontro uno scienziato, che raramente può scegliere il luogo in cui vivere e lavorare.</p>
<p>L’autore fa notare che questi aspetti colpiscono soprattutto coloro che hanno una fede religiosa che li induce a desiderare maggiormente la costituzione di una famiglia e la messa al mondo di figli. L’indagine di Scheitle mostra infatti che il 23% degli studenti laureati in scienze che si identificano come molto religiosi ha già almeno un figlio. Questa percentuale scende al 12% tra i moderatamente religiosi, al 7% tra i leggermente religiosi e al 6% tra coloro che si dichiarano non religiosi. Gli studenti più religiosi hanno anche indicato un maggiore desiderio di avere ulteriori figli in futuro.</p>
<p>I sondaggi di Scheitle però hanno anche messo in evidenza che gli studenti religiosi attribuiscono meno importanza alla carriera rispetto ai loro coetanei non religiosi. Al contrario essi ritengono maggiormente importante la vita familiare. Questa importanza attribuita alla famiglia, a sua volta, è associata a una minore intenzione di raggiungere posizioni di rilievo nell’ambito della ricerca. A parità di altre condizioni, gli studenti che affermano che gli obiettivi familiari sono “molto importanti” per loro hanno il 12% di probabilità in meno di affermare di voler raggiungere tali posizioni, rispetto agli studenti che affermano invece che tali obiettivi familiari “non sono importanti”.</p>
<p>Non abbiamo motivo di dubitare dell’attendibilità dei sondaggi di Scheitle e ne prendiamo atto. Quelle che invece appaiono per lo meno opinabili sono alcune considerazioni espresse da Scheitle. Egli infatti afferma: «Tuttavia, come minimo, fare commenti denigratori o mostrare altre forme di ostilità nei confronti della religione di un individuo – come molti dei miei intervistati hanno affermato di aver sperimentato – potrebbe violare le leggi contro la discriminazione e le molestie. [&#8230;] Sostengo che la diversità religiosa potrebbe apportare anche altri benefici alla comunità scientifica. Data la crescente rilevanza delle problematiche lavoro-famiglia tra gli scienziati religiosi, questi individui potrebbero svolgere un ruolo importante nel modificare norme e politiche volte a migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata per tutti gli scienziati.</p>
<p>Allo stesso modo, anche gli scienziati religiosi potrebbero fungere da ambasciatori, o da “costruttori di ponti” come li chiama la sociologa Elaine Howard Ecklund, tra le comunità scientifiche e religiose.</p>
<p>Nel breve termine, i corsi di laurea in scienze potrebbero riflettere sul modo in cui affrontano e parlano della religione, tenendo presente che circa 1 studente su 5 è probabilmente religioso»<sup>3</sup>.</p>
<p><span class="pullquote">Va da sé che nessuno debba essere discriminato per le proprie idee</span>, religiose o no che siano: il rispetto reciproco è alla base di ogni convivenza civile. Ciò non toglie che le idee possano essere criticate: la libertà di pensiero e di parola e quella di critica sono anch’esse alla base di ogni società democratica. Ed è abbastanza naturale che in un ambiente scientifico, le idee religiose vengano viste in modo critico.</p>
<p>Francamente, non sembra essere prioritaria la necessità di creare ponti tra le comunità scientifiche e religiose. Quale sarebbe l’utilità di questi ponti? Le comunità scientifiche e il sapere da esse prodotto sono aperte e disponibili per chiunque voglia accedervi, religioso o no. Per contro non si capisce bene quale interesse potrebbero avere le comunità scientifiche a interagire con quelle religiose, i cui presupposti sono ben lontani da quelli scientifici. Se poi all’interno delle comunità religiose, come spesso accade, sono diffuse credenze palesemente antiscientifiche (pensiamo al creazionismo) il conflitto appare inevitabile.</p>
<p>Non si capisce poi per quale motivo i corsi di laurea in scienze dovrebbero riflettere sul modo in cui parlano di religione, visto che l’unico approccio corretto scientificamente è quello psicologico, antropologico ed evolutivo<sup>4</sup>.</p>
<p>Abbiamo già esaminato su questa rivista i rapporti tra scienza e fede e criticato la teoria dei magisteri non sovrapponibili di Stephen Jay Gould<sup>5</sup>. Scienza e fede religiosa, a meno di ardite acrobazie logiche, sono difficilmente compatibili<sup>6</sup>. Ciò non significa, naturalmente, che non esistano scienziati credenti: ci sono eccome! E, contrariamente agli studenti intervistati da Scheitle, spesso molti di loro proclamano orgogliosamente in pubblico la propria fede.</p>
<p>Tanto per fare due esempi piuttosto noti, ricordiamo il fisico Antonino Zichichi che non ha mai perso l’occasione di dichiarare il proprio cattolicesimo convinto, oppure un altro fisico, il pakistano Abdus Salam (1926-1996), premio Nobel nel 1979, che ha sempre manifestato la propria fede musulmana e che citò alcuni versi del <em><i>Corano </i></em>nel suo discorso per l’attribuzione del premio Nobel. Inoltre, almeno per quanto riguarda Zichichi, non penso si possa affermare che la sua fede religiosa lo abbia mai ostacolato nella sua carriera scientifica. Anzi, senza togliergli alcun merito, molte porte gli si sono aperte e molti appoggi politici gli sono stati offerti proprio grazie a questo.</p>
<p>Ricordiamo inoltre che nel 2000, anno santo per i cattolici, il Pontificio consiglio della cultura, insieme alla Pontificia accademia delle scienze, alla Pontificia accademia delle scienze sociali, alla Pontificia accademia per la vita e alla Specola vaticana, organizzò il Giubileo degli scienziati che si svolse a Roma dal 23 al 25 maggio.</p>
<p>Quello che non deve stupire, con buona pace di Scheitle, è che l’ambiente scientifico sia in media poco propenso e poco favorevole alle credenze religiose. E questo per la natura della scienza stessa. Ogniqualvolta le credenze metafisiche di uno scienziato hanno interferito con il suo lavoro, non ne è nato nulla di buono. La convivenza tra scienza e fede è possibile solo se si riescono a mantenere rigidamente separate ma questo, come abbiamo già discusso in precedenza<sup>7</sup>, non è sempre facile.</p>
<p>Che l’ambiente degli scienziati sia caratterizzato da una scarsa diffusione delle credenze religiose è confermato da diversi studi.</p>
<p>Un primo studio risale al 1914 e venne condotto dallo psicologo James H. Leuba<sup>8</sup>. Intervistando un campione casuale di 1.000 scienziati statunitensi, <span class="pullquote">Leuba trovò che il 58% si dichiarava ateo o agnostico</span>. In un sottocampione di 400 scienziati di maggior spicco, tale percentuale saliva al 70%. Lo stesso Leuba ripeté lo studio nel 1934<sup>9</sup> e trovò che le percentuali erano salite, rispettivamente, al 67 e all’85%.</p>
<p>In anni successivi uno studio dello stesso tipo è stato ripetuto da altri due ricercatori: Edward J. Larson e Larry Witham. Nel 1996<sup>10</sup> i due studiosi riscontrarono solo piccoli cambiamenti rispetto alla percentuale trovata da Leuba nel 1934. (I dati acquistano maggior significato se si tiene conto che il 93% della popolazione degli Stati Uniti professa una fede religiosa). Più recentemente, nel 1998<sup>11</sup>, gli stessi autori hanno compiuto un’ulteriore indagine limitata a un secondo campione, dello stesso tipo del sottocampione di Leuba, ovvero costituito da “grandi scienziati”.</p>
<p>Per individuare gli elementi di un simile campione, Larson e Witham hanno fatto riferimento ai membri della <em><i>National Academy of Sciences</i></em>. Mediamente, nel campione considerato, la percentuale degli scienziati che dichiarano di credere in Dio risulta essere del 7%. La percentuale varia a seconda del tipo di scienziati intervistati: i meno credenti risultano i biologi, seguiti da fisici e astronomi, mentre i più credenti risultano i matematici. Risultati simili si sono ottenuti relativamente alla credenza nell’immortalità dell’anima.</p>
<p>Anche studi più recenti hanno sostanzialmente confermato il fatto che chi si dedica professionalmente alla scienza tende ad avere minori credenze di tipo religioso<sup>12</sup>. Lo stesso Scheitle ammette che tra gli studenti da lui intervistati solo il 22% afferma di credere in Dio e solo il 20% si descrive come “molto” o “moderatamente” religioso. Percentuali, su ammissione dello stesso autore, molto inferiori a quelle riscontrate nel pubblico generale statunitense.</p>
<p>La scienza, per sua natura, deve ricercare spiegazioni naturalistiche della realtà, rifuggendo ogni congettura metafisica e trascendente. È abbastanza naturale quindi che chi opera professionalmente in tal modo, tenda a farlo anche al di fuori della propria attività professionale.</p>
<p>Gli scienziati credenti, al contrario, devono sforzarsi di attuare una sorta di dissonanza cognitiva per separare le proprie credenze intime dalla propria attività di ricerca. Ma questo è evidentemente difficile, come confermano le statistiche che abbiamo citato.</p>
<p>Ciò nonostante, da più parti si continua a sostenere la perfetta compatibilità tra scienza e fede, come dimostra anche la popolarità incontrata da certi libri dedicati all’argomento, come il recente <em><i>Dio. La scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione </i></em>dei francesi Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies<sup>13</sup>. Libro che non solo sostiene la compatibilità tra scienza e fede, ma pretende addirittura che la scienza possa condurre a dimostrare l’esistenza di Dio<sup>14</sup>.</p>
<p>Si tratta di tentativi maldestri e mal riusciti di conciliare cose incompatibili che mostrano solamente una scarsa conoscenza di cosa sia la scienza e di quali principi la animino e quanto sia potente il pregiudizio religioso.</p>
<p><strong>Silvano Fuso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ol>
<li>P. Scheitle,<em><i>The Faithful Scientist. Experiences of Anti-Religious Bias in Scientific Training</i></em>, New York University Press, New York 2023.</li>
<li>P. Scheitle, <em><i>The challenges of being a religious scientist, The Conversation</i></em>, 27 novembre 2023: go.uaar.it/jnrtmlg.</li>
<li>Ibid.</li>
<li>J.A. Thomson (con C. Aukofer), <em><i>Perché crediamo in Dio (o meglio, negli dèi)</i></em>, Nessun Dogma, Roma 2015; M. Shermer, <em><i>Homo credens. Perché il cervello ci fa coltivare e diffondere idee improbabili</i></em>, <em><i>Nessun Dogma</i></em>, 2015.</li>
<li>Fuso, <em><i>Magisteri non sovrapponibili?, Nessun Dogma </i></em>n. 3/2023.</li>
<li>Si veda anche: J.A. Coyne, <em><i>O scienza o religione. Perché la fede è incompatibile coi fatti, Nessun Dogma</i></em>, Roma 2016.</li>
<li>Fuso, <em><i>Magisteri non sovrapponibili?</i></em>, op. cit..</li>
<li>J.H. Leuba, <em><i>The Belief in God and Immortality: A Psychological, Anthropological and Statistical Study</i></em>, Sherman, French &amp; Co., Boston, 1916.</li>
<li>J.H. Leuba, <em><i>Harper’s Magazine </i></em>169, 291-300, 1934.</li>
<li>E.J. Larson &amp; L. Witham, <em><i>Scientists are still keeping the faith, Nature </i></em>386, 435-436, 1997.</li>
<li>E.J. Larson &amp; L. Witham, <em>Leading scientists still reject God, Nature</em> 394, 313, 1998.</li>
<li>V. Stenger, <em>God: The Failed Hypothesis: How Science Shows That God Does Not Exist</em>, Prometheus Books, Buffalo, New York 2008.</li>
<li>M.-Y. Bolloré, O. Bonnassies, <em>Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione,</em> Sonda, Milano 2024.</li>
<li>Si veda, a tale proposito, la seguente analisi: C. D’Ardia, <em>Dio, la scienza, le prove: un commento</em>, <em>Nessun Dogma</em> n. 3/2024.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>Sempre più libri per l’ora alternativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 09:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Per il terzo anno l’Uaar analizza i dati sui libri per l’attività alternativa: tra ritardi e disparità comunque crescono le scuole che li adottano. Con la campagna “Libri per chi ha diritto di averli” l’associazione sostiene il diritto all’alternativa nelle scuole. Affronta il tema Roberto Grendene sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Per il terzo anno l’Uaar ha elaborato i dati ministeriali e reso pubblici i risultati su...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/15/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa/" title="Read Sempre più libri per l’ora alternativa">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per il terzo anno l’Uaar analizza i dati sui libri per l’attività alternativa: tra ritardi e disparità comunque crescono le scuole che li adottano. Con la campagna “Libri per chi ha diritto di averli” l’associazione sostiene il diritto all’alternativa nelle scuole. Affronta il tema Roberto Grendene sul numero 6/2025 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Per il terzo anno l’Uaar ha elaborato i dati ministeriali e reso pubblici i risultati su un tema che impatta in maniera tanto evidente quanto sottaciuta la questione della pari dignità educativa nella scuola pubblica. Stiamo parlando del libro di testo per l’Attività alternativa (Aa), che per legge alla primaria beneficia della fornitura gratuita tramite cedola libraria rimborsata dal Comune.</p>
<p>Nella stragrande maggioranza dei casi capita che bambine e bambini dell’Aa restino senza libro o che tocchi ai genitori mettere mano al portafoglio, mentre ai compagni che frequentano l’insegnamento della religione cattolica (Irc) la cedola è sempre assicurata. Ma <span class="pullquote">le cose stanno cambiando, anche grazie all’Uaar</span> e alla sua campagna “Libri per chi ha diritto di averli”.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77163" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/sempre-piu-libri-per-lora-alternativa-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p><strong><b>Sempre più libri per l’ora alternativa</b></strong></p>
<p>La cattiva notizia è che c’è ancora tanto da fare. Quella buona è la crescita costante e consistente delle classi in cui il libro di alternativa è ufficialmente adottato dal collegio docenti. La prima volta che avevamo misurato questo indicatore di laicità, nel 2023/24, capitava solo nel 5,63% delle classi delle scuole primarie statali. L’anno successivo si è saliti al 9,66% e con la riapertura delle scuole a settembre 2025 si è raggiunta quota 13,05%, per 16.323 classi sul totale nazionale di 125.068 e con 268 istituti comprensivi che per la prima volta hanno deliberato l’adozione del libro per chi non si avvale dell’Irc.</p>
<p>I numeri estratti dal Portale unico dei dati della scuola confermano l’analisi qualitativa dello scorso anno. C’è un’Italia divisa in due, con il sud che mostra percentuali marginali fermandosi a un desolante 0% nelle province di Avellino, Barletta-Andria-Trani, Caltanissetta, Enna, Matera, Siracusa e Vibo Valentia. In maniera inaspettata si registrano picchi locali positivi: la provincia più laica è Asti (libro di Aa adottato nel 49,90% di classi), seguita da Genova (49,89%) e Teramo (47,06%). Al tempo stesso, province a queste confinanti riportano valori decisamente più bassi, come Torino (11,29%), La Spezia (0%) e Pescara (0%).</p>
<p>Risultano così confermate le ipotesi che avevamo formulato in passato, ossia che i confini amministrativi rappresentino un ostacolo alla circolazione delle già scarse informazioni sul tema, che tra il personale scolastico sia diffusa la convinzione che il Comune non rimborsi il libro di Aa e addirittura che si ritenga inopportuno fornire materiale didattico per rendere interessanti le lezioni alternative all’Irc.</p>
<p><strong><b>Libri per chi ha diritto di averli (per le scuole della svolta laica)</b></strong></p>
<p>La nuova edizione della campagna “Libri per chi ha diritto di averli” ha visto come potenziali destinatari i 268 istituti di cui abbiamo parlato poc’anzi. Come tangibile riconoscimento per la svolta che hanno compiuto nella direzione della pari dignità educativa, l’Uaar ha scritto ai 268 dirigenti scolastici offrendo di donare libri per il programma dell’Aa agli allievi delle classi seconde, terze e quinte.</p>
<p>Le nuove adozioni di libri e le conseguenti cedole rimborsate dal Comune riguardano infatti solo le classi prime e quarte, perché i testi scolastici alle “elementari” sono in due volumi, uno per il primo triennio e l’altro per il biennio finale. In questi giorni dalla sede nazionale Uaar stanno partendo i primi pacchi di “libri per chi ha diritto di averli” e l’esame delle richieste pervenute unitamente a qualche scomposta reazione vescovile permettono di raccontare alcune storie e inquadrare meglio gli ostacoli che abbiamo di fronte.</p>
<p><strong><b>Il ravvedimento operoso dell’Ic5</b></strong></p>
<p>Quella all’Istituto comprensivo 5 di Bologna è stata finora la donazione più generosa. <span class="pullquote">Nel marzo 2024 l’Uaar ha regalato 381 libri</span> a bambine e bambini dell’ora alternativa di tutte le classi delle primarie Federzoni, Grosso e Acri che fanno capo all’istituto. Fu particolarmente deludente constatare l’assenza dell’Ic5 negli elenchi ministeriali delle adozioni di libri per il programma dell’Aa del 2024/25.</p>
<p>Deliberare l’adozione per le nuove classi prime e quarte era infatti un impegno sottoscritto nella domanda presentata all’Uaar per ricevere la consistente donazione. In altre parole l’Uaar si impegnava a donare “libri per chi ha diritto di averli” a tutti gli allievi ma chiedeva alle scuole di pensare alle future classi tramite i canali istituzionali: delibera da parte del collegio docenti nel mese di maggio, richiesta al Comune della cedola e arrivo del libro di Aa in forma gratuita all’inizio delle lezioni a settembre. Chiedemmo il perché di questo impegno non rispettato.</p>
<p>La risposta fu che «il Collegio docenti ha voluto deliberare di fare una richiesta scritta al Comune di Bologna per garantire agli alunni e alle alunne che scelgono attività alternativa una cifra equivalente per l’acquisto dei libri di testo. Abbiamo inviato questa mozione, anziché fare l’adozione, perché volevamo conoscere la loro risposta. Il Comune ha risposto che esiste ed è a disposizione la cifra equivalente per chi adotta testi per l’attività alternativa. Intanto possiamo usufruire dei vostri testi dello scorso anno e soprattutto possiamo avere la certezza che per il prossimo anno scolastico potremo fare un’adozione alternativa».</p>
<p>Questa storia conferma che spesso il corpo docente stenta a credere che il Comune rimborsi davvero anche il libro per l’attività alternativa, quasi che sia un diritto-privilegio riservato all’istruzione religiosa cattolica.</p>
<p>C’è stato un lieto fine: negli elenchi di settembre 2025 l’Ic5 era stavolta presente e tutte le nuove classi prime e quarte hanno così beneficiato del libro di alternativa rimborsato dal Comune. Restavano senza libro bambini e bambine delle seconde e quarte, che frequentavano la prima e la terza l’anno scorso, quando il collegio docenti aveva perso tempo per la mozione di verifica.</p>
<p>È stata quindi una bella notizia ricevere una nuova richiesta dall’Ic5, che partecipando alla campagna “Libri per chi ha diritto di averli” ha chiesto sostegno per gli allievi rimasti senza testo di Aa. Sostegno che l’Uaar, a fronte di questo “ravvedimento operoso”, non ha mancato di offrire in modo che le lezioni di alternativa possano essere interessanti e coinvolgenti in tutte le classi delle tre primarie dell’Ic5.</p>
<p><strong><b>L’oasi di Monopoli nel deserto di Bari-Bat</b></strong></p>
<p>Il vescovo Giovanni Massaro della diocesi di Avezzano ha preso male la notizia e rilasciato dichiarazioni azzardate sulla campagna “Libri per chi ha diritto di averli”. Sul quotidiano pugliese-lucano <em><i>L’Edicola </i></em>il monsignore parla di “pura propaganda” e “superficialità”, dice di non cercare polemiche e contemporaneamente lancia insinuazioni sui libri donati dall’Uaar: «Non ne conosco il titolo, ma posso immaginarne i contenuti». Sarebbe costato poco verificare che si tratta di volumi di editori indipendenti e già scelti da migliaia di scuole in tutta Italia.</p>
<p>Nel preparare la replica che <em><i>L’Edicola</i></em> ha concesso alla nostra associazione è arrivata una scoperta interessante. Nella provincia di Barletta-Andria-Trani non vi sono classi in cui viene adottato il libro di alternativa e pochissime, solo 68, sono quelle della più popolosa provincia di Bari. Ma cercando di localizzare queste classi emerge che ben 51 si trovano a Monopoli, che appartengono a tutti e tre gli istituti comprensivi presenti nel Comune e che non c’è nemmeno bisogno del sostegno dell’Uaar visto che non è il primo anno in cui il libro di alternativa viene garantito in questi Ic.</p>
<p>Una sorta di oasi laica e civile che conferma un’altra supposizione: l’informazione che <span class="pullquote">la scelta a favore della pari dignità educativa “contagia” scuole limitrofe</span>, in particolare quelle dello stesso Comune, visto che presidi e docenti hanno occasione di confrontarsi tra loro, si interfacciano con lo stesso assessorato alla scuola e quindi scoprono e condividono le scelte educative migliori.</p>
<p><strong><b>(Insistendo) si può fare!</b></strong></p>
<p>Una delle domande pervenute all’Uaar lo scorso ottobre mostrava una singolarità: un istituto marchigiano chiedeva di ricevere più libri del previsto, anche per le classi prime e terze. Era il caso di andare a fondo, perché per tali classi i libri devono essere coperti dalla cedola libraria. La prima risposta dell’istituto è stata: «Ci è stato riferito che per i libri di alternativa non sono previste cedole. Il Collegio ha adottato l’uso dei libri per l’alternativa ma questi risultano a completo carico delle famiglie, quindi ci saranno famiglie che lo compreranno e altre che sicuramente non lo potranno fare. Non nascondiamo che è un problema».</p>
<p>Una delle nostre preoccupazioni era esattamente che i libri di alternativa, anche se adottati dal collegio docenti, risultassero poi a completo carico delle famiglie. Ma era anche una questione su cui l’Uaar voleva fare luce per eliminare la stortura. Abbiamo quindi chiesto alla referente dell’istituto di approfondire con il Comune, verificando se il diniego era arrivato per via informale o con comunicazione scritta, e in quest’ultimo caso di inoltrarla per valutare azioni legali.</p>
<p>Azioni di cui non c’è stato bisogno, perché dopo qualche giorno ci è stato riferito: «Vi facciamo sapere che per prime e quarte abbiamo provveduto a stampare le cedole e verranno quindi forniti i libri ai bambini destinatari dell’Alternativa». Un altro lieto fine: 55 libri <em><i>Alternativamente </i></em>e<em><i> Intorno a noi </i></em>saranno donati dall’Uaar alle seconde, terze e quinte, mentre per le rimanenti classi saranno rimborsati per la prima volta con cedola libraria, rompendo il privilegio del rimborso solo dei volumi di religione cattolica. E un’ulteriore storia che dimostra che occorre impegnarsi sia nelle decisioni a favore della laicità che per rimuovere ostacoli che ne impediscono la concreta realizzazione.</p>
<p><strong>Roberto Grendene</strong></p>
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		<title>Anche nel clericalismo, le dimensioni non sono poi così importanti</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/04/12/anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Anche piccoli gruppi religiosi possono esercitare una forte influenza politica, specie quando le istituzioni sono vulnerabili al confessionalismo. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. «Piccolo è bello», si sentiva spesso dire qualche decennio fa, riferendosi a numerosi ambiti. Qualcuno lo sosteneva anche per le religioni. E ci fu pure chi colse l’occasione per dare una riverniciata alle sette. Nel 1989 la sociologa Eileen...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/12/anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti/" title="Read Anche nel clericalismo, le dimensioni non sono poi così importanti">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anche piccoli gruppi religiosi possono esercitare una forte influenza politica, specie quando le istituzioni sono vulnerabili al confessionalismo. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>«Piccolo è bello», si sentiva spesso dire qualche decennio fa, riferendosi a numerosi ambiti. Qualcuno lo sosteneva anche per le religioni. E ci fu pure chi colse l’occasione per dare una riverniciata alle sette. Nel 1989 la sociologa Eileen Barker foggiò infatti l’espressione «nuovi movimenti religiosi»: inizialmente non mancarono le critiche, ma il progressivo trionfo del politicamente corretto avrebbe portato fortuna all’espressione, perlomeno in ambito accademico. Resta il fatto che ci sono comunità di fede che non sono affatto nuove: da quando far partire la “novità”, per esempio, dei testimoni di Geova?</p>
<p><span class="pullquote">Nemmeno i vocabolari sono di grande aiuto</span>: secondo l’autorevole Treccani, la parola ‘setta’ ha due significati: «1. Associazione di persone che seguono e difendono una particolare dottrina filosofica, religiosa o politica; 2. (solo usi estens. e fig.) gruppo ristretto di persone che, in campo sociale, culturale, politico, economico, si attribuisce speciali diritti e privilegi dai quali è rigidamente escluso chiunque non faccia parte di quel gruppo». Definizioni esageratamente ampie, come è agevole constatare, e, nel secondo caso, sin troppo opinabili.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77144" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/Anche-nel-clericalismo-le-dimensioni-non-sono-poi-cosi-importanti-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Ma non è che altre si rivelino maggiormente utili. Ernst Troeltsch, un teologo e sociologo protestante, politicamente liberale, distinse un secolo fa tra la “Chiesa”, che sarebbe in armonia con la società circostante, la “setta”, che invece vi si oppone, e il “tipo-mistico”, un culto disinteressato a ciò che accade all’esterno. Ma anche questa classificazione, già controversa allora, oggi sembra praticamente inutile, visto che autoproclamarsi “in opposizione” ai tempi che corrono è uno sport praticato quasi universalmente.</p>
<p>La questione è talmente nebulosa che circolano i numeri più disparati sia sul numero delle sette, sia su quello dei loro aderenti – sempre che si voglia continuare a usare questo termine. Nessuno nega che la parola “setta” abbia un’accezione negativa, anzi, l’ha sempre avuta: era (anche) la parola che le religioni (soprattutto quella cristiana) usavano per definire gli eretici. E ancora oggi viene spesso usata per denigrare le minoranze. Ma non significa che debba essere cancellata.</p>
<p>In barba al politicamente corretto, penso che il termine possa essere ancora impiegato, e che rimanga utilissimo per identificare quei gruppi (non necessariamente religiosi) che si caratterizzano per un comportamento, per l’appunto, settario: quelli che sono guidati da un capo carismatico ritenuto infallibile, a cui i seguaci devono accordare obbedienza; in cui spicca l’assenza di democrazia interna, di libertà di critica, di trasparenza; in cui è moneta corrente equiparare chi abbandona il gruppo a un “traditore”, perché tutti coloro che non vi aderiscono devono essere invariabilmente demonizzati; in cui viene attuato un controllo capillare sui comportamenti di chi ne fa parte – e non è facilissimo farne parte, visto l’atteggiamento di chiusura verso l’esterno; in cui è comunque quasi impossibile accedere ai “cerchi magici” che vi detengono il potere.</p>
<p>È un significato di buon senso già ampiamente diffuso, e di negativo non ha nulla, di per sé: si limita soltanto a descrivere pratiche negative. Chi lo contesta, per coerenza dovrebbe considerare positivi i comportamenti settari. Da questo punto di vista, un gruppo può quindi essere o non essere settario indipendentemente dalla dimensione.</p>
<p>Caratteristica della setta, discendente dall’obbedienza, è dunque che le opinioni che il fedele è tenuto ad avere sono quelle pretese dal capo (“guru” rende ancora meglio l’idea). Le posizioni politiche diventano di conseguenza anch’esse un precetto, e possono persino variare nel tempo, in conformità alle decisioni prese dal leader: anche il cristianesimo pre-costantiniano non era granché interessato al potere politico – ma ci è voluto poco, veramente e tremendamente poco, perché cambiasse di punto in bianco dottrina. Il monolitismo tipico della comunità settaria fa sì che oggi, in competizioni elettorali democratiche a cui partecipano sempre meno cittadini, gruppi piccoli ma compatti possano riuscire a condizionare l’esito del voto.</p>
<p>E <span class="pullquote">lo possono fare anche <em><i>dall’interno </i></em>delle stesse religioni</span>. Pensiamo al caso di Comunione e Liberazione: un movimento appartenente alla chiesa cattolica, numericamente non eccezionale, che tuttavia riesce a condizionare la politica italiana persino più del presidente dei vescovi e dello stesso papa – al punto da essere riuscito a portare un suo adepto (Roberto Formigoni), e per ben diciotto anni, alla guida della regione italiana più grande. O pensiamo all’ancora più piccolo movimento dell’Opus Dei, che fornì numerosi quadri di governo al regime franchista, ma che anche in seguito ha spinto molti suoi seguaci a impegnarsi attivamente in politica.</p>
<p>Don Luigi Giussani, ora “servo di Dio”, e don Josemaría Escrivá de Balaguer, ora santo, hanno interpretato appieno il ruolo del fondatore-guru all’interno dei due movimenti, che possono quindi essere considerate “sette” nel senso fornito poco sopra. I neocatecumenali, pur avendo le stesse caratteristiche, e pur facendo propria l’ideologia estremista tipica di ogni setta, sono molto più disinteressati a un intervento diretto in politica – anche se nemmeno loro se ne stanno alla larga.</p>
<p>Il protestantesimo, così diverso dal cattolicesimo, per la sua costitutiva natura non centralista è un generatore automatico di nuove confessioni cristiane, e quindi anche di “sette” propriamente dette. Lo è soprattutto la sua corrente <em><i>evangelical</i></em>, quella fondamentalista, che è poi anche quella che sta resistendo molto meglio delle altre alla crescente secolarizzazione delle società occidentali (e non solo quelle).</p>
<p>Vi sono Chiese (intese come comunità cristiane) che dispongono di una sola chiesa (intesa come tempio) che è però sufficiente a proiettare il loro leader tra quelli più seguiti su scala nazionale: l’importante è disporre di media attraverso cui trasmettere la buona (per loro, e per i loro patrimoni) novella, e di un pubblico disposto a fare la sua parte. E si stanno espandendo sull’intero pianeta – con l’eccezione di quelle lande in cui l’integralismo islamico non è disposto a cedere terreno. Quasi tutte credono fermamente che, prima del giudizio universale, Cristo governerà il pianeta per mille anni. Immaginate come.</p>
<p>I mormoni, per citare una delle Chiese in fase di sviluppo, hanno creato già un loro Stato, lo Utah, la cui fondazione può essere fatta risalire a 176 anni fa – e, all’epoca, non era granché differente da una classica teocrazia. E come possiamo definire il Comune di Vidracco, provincia di Torino, guidato ormai da sedici anni da un sindaco che, con il nome “Elfo Frassino”, è anche esponente della comunità di Damanhur (a cavallo tra esoterismo e new age), che <a href="http://go.uaar.it/1d528po">guarda il caso vi ha sede</a>? Su ben più larga scala, la metropoli di Rio de Janeiro è stata guidata tra il 2017 e il 2020 da Marcelo Crivella, pastore della “Chiesa universale del regno di Dio”, che ovviamente ha attuato una politica ferocemente antilaica. Ora è senatore, e per un partito alleato con il presidente Lula.</p>
<p>La stessa convinzione che la dimensione del gruppo sia direttamente proporzionale all’attenzione che gli riserva la politica (di qualunque colore, purtroppo) trova larghissime smentite, come ben attestano i casi non solo di Cielle, ma anche quelli del Forteto (nel centrosinistra) e di San Patrignano (a destra) – e <span class="pullquote">non si capisce mai bene quanto incida la loro ispirazione religiosa</span>.</p>
<p>Non si deve nemmeno fare l’errore di pensare che sia un fenomeno soltanto italiano: abbiamo già raccontato di quanto siano stati forti i legami tra la Chiesa dell’unificazione del reverendo Moon (ferocemente anticomunista) e il <a href="http://go.uaar.it/66esqa1">Partito liberal-democratico giapponese</a>, e di come per decenni lo stesso abbia governato insieme al Komeito, un partito emanato dalla setta buddhista Soka Gakkai. In Corea del Sud, la presidente Park Geun-Hye ha subito un impeachment, nel 2017, perché il potere effettivo lo deteneva una sua assistente, la figlia del fondatore del gruppo “sciamano” Vita eterna.</p>
<p>Pensare che le sette siano politicamente inoffensive è davvero da ingenui, tanti possono essere gli esempi disponibili. Anche in prospettiva, viste le loro credenze. Se per ipotesi i rastafariani prendessero il potere in Giamaica, quanto diversa sarebbe la loro azione di governo da quella di Hailé Selassié, ultimo imperatore di Etiopia, che ritengono sia stato Gesù Cristo, disceso una seconda volta sulla Terra? Del resto, una comunità può anche nascere con fini esclusivamente religiosi, ma col passare del tempo l’inevitabile riflessione sullo Stato ideale finisce per innestare una sovrapposizione/identificazione tra l’organizzazione della comunità e l’organizzazione dello Stato reale. Di lì, il passo successivo è la progressiva perdita di distinzione tra le due sfere.</p>
<p>Un esempio recente divenuto realtà è quello che stiamo osservando con i nostri occhi da dieci anni, negli Stati Uniti. Un personaggio improbabile come Donald Trump, che già definirlo “politico” è esagerare con i complimenti, è diventato oggetto di quello che è stato definito da più parti come un culto. È riuscito a impossessarsi del bicentenario Partito repubblicano e, nonostante non sia esattamente un buon cristiano (anzi), ha saputo ottenere un sostegno entusiasta dalle Chiese <em><i>evangelical</i></em>, che lo appoggiano con percentuali bulgare.</p>
<p>Rappresentano soltanto un quarto della popolazione Usa ma, come già ricordato, quando vota poco più del 50% degli aventi diritto può però diventare determinante. Il legame si è fatto così stretto che un repubblicano che non sia anche un estremista cristiano appare ormai un pesce fuor d’acqua. E Trump, che è il tipico uomo di potere che considera la religione un instrumentum regni, ricambia a piene mani: la sua consigliera spirituale è Paula White, un’ancora più improbabile telepredicatrice, che è stata posta alla guida di un “ufficio della fede”. Grazie anche all’azione della Corte suprema, i cui membri sono stati nominati in maggioranza proprio da Trump, lo storico muro di separazione tra Stato e Chiese sta ormai crollando. E il Paese somiglia ogni giorno un poco di più a Gilead, la teocrazia descritta nel romanzo (e nella serie tv che ne è stata tratta) <em><i>Il racconto dell’ancella</i></em>.</p>
<p>Non solo l’impianto costituzionale Usa sta correndo seri rischi; non solo non sta benissimo nemmeno quello francese; non solo la separazione tra Stato e Chiesa si allontana anche altrove, ma ci tocca anche combattere per la separazione tra Stato e (chie)setta. Del resto, il crollo dell’appartenenza alle storiche confessioni cristiane non ha ridotto granché il loro potere, e sicuramente non nella stessa proporzione. Non ci resta che sperare che troppi e contemporanei assalti alla diligenza facciano sussultare la popolazione, anche quella credente. Lavorare per questo scopo potrebbe senz’altro giovare.</p>
<p><strong>Raffaele Carcano</strong></p>
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		<title>Lei non sa chi sono io!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 09:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Con l’ascesa dei populismi, la stronzaggine è stata scambiata per una dimostrazione di forza, determinazione e leadership. A farne le spese, diritti e laicità. Riflette sulla questione Paolo Ferrarini sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Una carezza a un bambino, un abito sobrio, un «buongiorno», un selfie, una valigetta portata personalmente a mano… Paradossalmente, queste azioni banali fino all’insignificanza diventano notizie da prima pagina quando sono compiute da un...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/04/05/lei-non-sa-chi-sono-io/" title="Read Lei non sa chi sono io!">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con l’ascesa dei populismi, la stronzaggine è stata scambiata per una dimostrazione di forza, determinazione e leadership. A farne le spese, diritti e laicità. Riflette sulla questione Paolo Ferrarini sul numero 1/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Una carezza a un bambino, un abito sobrio, un «buongiorno», un selfie, una valigetta portata personalmente a mano… Paradossalmente, queste azioni banali fino all’insignificanza diventano notizie da prima pagina quando sono compiute da un papa. Il precedente, come sappiamo, ci ha marciato alla grande. È un curioso fenomeno che i papi, almeno quelli di ultima generazione, riscuotano il massimo dell’idolatria non quando fanno il loro mestiere di occuparsi con altisonanza dell’aldilà, ma nei momenti in cui si atteggiano a persone comuni. Sarà un segnale che la gente ha più fame di umanismo che di trascendenza? Chissà.</p>
<p>L’aspetto più buffo e interessante, da un punto di vista psicologico, è quanto sia ridicolmente bassa l’asticella dell’eroismo perché un papa sia osannato come “un gigante”. Non è necessario, per esempio, che metta a rischio la propria vita per salvare qualcuno: <span class="pullquote">basta che si comporti come una persona qualunque dotata della minima decenza</span> per deliziare e lasciare a bocca aperta il suo pubblico.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77121" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/lei-non-sa-chi-sono-io.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/lei-non-sa-chi-sono-io.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/lei-non-sa-chi-sono-io-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/lei-non-sa-chi-sono-io-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/04/lei-non-sa-chi-sono-io-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Detto altrimenti, per essere un gigante è sufficiente che il papa non si comporti come uno stronzo patentato. Del resto, cosa dovrebbe fare quando un bambino si intromette durante una funzione, o una anziana signora rompe un protocollo in sua presenza? Umiliarli e cacciarli via arrogantemente davanti alle telecamere? E allora la domanda che nasce spontanea è, se il pubblico si sorprende e incensa il papa quando si comporta come una persona normale, ciò implica che di default <em><i>si aspetta</i></em> che il papa sia o si comporti come uno stronzo?</p>
<p>Beh, forse sì, se si pensa agli episodi in cui il papa precedente si è realmente comportato un po’ così, tipo quando ha schiaffeggiato una sua fan in piazza San Pietro, o ha minacciato di fare la faccia nera a chi ipoteticamente offendesse sua madre. In questi casi sono stati i suoi critici, anziché i suoi fedeli, a manifestare stupore. E se poi vivere in un umile appartamento anziché nell’opulenza di un palazzo reale è considerato un atto “rivoluzionario”, che fa guadagnare mille punti in popolarità, farsi prestare un aereo intero per un volo scroccato spudoratamente ai danni dei contribuenti di un altro Stato di punti non ne fa perdere nemmeno uno.</p>
<p>Questo doppio standard non si applica in realtà soltanto ai personaggi in odore di santità, e neppure soltanto a re e regine, bensì ovunque ci sia una reale o percepita gerarchia di potere. Si tollera che una persona che si riconosce <em><i>legittimamente</i></em> più in alto di noi faccia pesare la propria superiorità, nella logica del «lei non sa chi sono io». Ci si sorprende anzi quando la persona di potere non lo fa – e la persona di potere furba sa benissimo di proiettare ancora più potere evitando di assumere atteggiamenti arroganti. Un esempio dalle mie esperienze di soggiorno in Asia: il complimento più frequente e (dal loro punto di vista) più bello che mi sento fare dagli indonesiani è quello di essere “umile”.</p>
<p>Come se, in continuità con una vecchia mentalità coloniale, si aspettassero da un visitatore straniero (percepito come “superiore”) arroganza e prevaricazione. E tutto questo per gesti banalissimi, come lasciare passare davanti chi è più basso di me nel <em><i>moshpit</i></em> di un concerto, evitando così di bloccargli completamente la visuale. Il minimo sindacale dell’umana decenza.</p>
<p>Il problema sorge quando la persona non è riconosciuta come legittimamente più in alto di noi.</p>
<p>Secondo Aaron James, professore di filosofia americano che ha dedicato un libro intero all’argomento: <em><i>Stronzi. Un saggio filosofico</i></em>, stronzo è colui che, a parità di status sociale e al netto di circostanze speciali, si sente intrinsecamente in diritto, per privilegio e senso di superiorità, di ignorare le regole d’ingaggio sociale a cui tutti aderiscono, o addirittura le leggi che non ritiene si applichino a lui.</p>
<p>Salta la fila, bullizza, interrompe quando sta parlando qualcun altro, guida e parcheggia in modo sconsiderato, fa commenti sgradevoli e fuori luogo sulle persone. Il suo senso di <em><i>entitlement</i></em> è così forte da immunizzarlo da qualsiasi critica, a cui risponde con volgarità, uscendo a testa alta, vittorioso, da qualsiasi situazione.</p>
<p><em><i>“Entitlement”</i></em> è una di quelle parole, come “accountability”, la cui assenza nel vocabolario italiano sottende la difficoltà a diagnosticare e quindi a intervenire su alcuni mali della nostra società. In questo caso, si tratta della irrazionale, individualistica convinzione di meritare qualcosa, che quel qualcosa ci sia dovuto e sia nostro diritto pretenderlo, anche a costo di sottrarlo illecitamente agli altri.</p>
<p><span class="pullquote">Il senso di <em><i>entitlement</i></em> non è innato, ma determinato culturalmente</span>, e ha tante diverse radici. Genera <em><i>entitlement</i></em> crescere in una famiglia ricca, o in una famiglia aristocratica, avere il giusto colore della pelle, un lavoro prestigioso, una laurea costosa, essere dotati di un pene fra le gambe e/o di un Suv (volendo essere maliziosi, non “e/o” ma solo “o”). Anche credere di avere un dio dalla propria parte, o una comunità di credenti alle spalle che valida certi pregiudizi, è una delle basi più potenti per sentirsi in diritto di atteggiarsi con stronzaggine nei confronti di categorie come gay, donne, atei.</p>
<p>Ma attenzione, anche da liberi pensatori è necessario porsi qualche domanda su come siamo o vogliamo essere percepiti. Richard Dawkins, tanto ammirato nel mondo per la sua eloquenza e abilità di scrittura, è altrettanto disprezzato per la sua famigerata stronzaggine, percezione che emerge dal suo sentirsi <em><i>entitled</i></em> (per superiorità accademica) a non rispettare le regole di ingaggio che qualcuno pretende nel momento in cui si approccia il tema della religione (deferenza, considerazione, senso del tabù).</p>
<p>La stronzaggine non è necessariamente un argomento faceto come si può pensare, perché la capacità stessa di riconoscere uno stronzo, capacità che non si può dare universalmente per scontata, richiede una sensibilità condivisa la quale, anche se non ce ne rendiamo conto, in quest’epoca e nella nostra cultura è radicata nella gloriosa tradizione del liberalismo.</p>
<p>Prendendo le mosse dal grande classico <em><i>Una teoria della giustizia</i></em> di John Rawls, che definisce il liberalismo come «la dottrina morale, psicologica, sociale e politica che emerge dalla comprensione che hanno i membri delle democrazie liberali mature di se stessi e della loro società come un equo sistema di cooperazione», Alexandre Lefebvre, professore di politica e filosofia all’università di Sydney e autore di <em><i>Liberalism as a Way of Life</i></em>, propone un ideale di carattere e condotta comprensibile a tutti che possa servire da definizione di chi siamo e cosa vogliamo essere: quello di «Non essere uno stronzo».</p>
<p>L’interiorizzazione di questo semplice ideale permette di stabilizzare, senza bisogno di un leviatano, una società plurale in cui non si può imporre a tutti un’unica concezione del mondo, ideologica o religiosa. In una società in cui tutti risaputamente pensano che comportarsi da stronzi tradisca l’immagine che hanno di sé come agenti morali, si può contare sul fatto che un altro membro della comunità sia incline a fare la cosa giusta, motivandoci così a fare lo stesso.</p>
<p>Naturalmente, all’interno delle società liberali coesistono ideologie che possono allontanare da questo ideale. Il capitalismo, per esempio, è l’humus perfetto per il fiorire della stronzaggine, promuovendo mantra come: «Io guadagno tanto perché lavoro tanto. Trovati un lavoro anche tu!» Un argomento che muove meschinamente da una posizione di <em><i>entitlement</i></em>, perché evita di considerare coloro che, pur spaccandosi la schiena altrettanto o molto di più di chi fa i milioni, tornano a casa con un pugno di monete.</p>
<p>Non si può impunemente ignorare che il successo dipende in larghissima misura dalle condizioni di privilegio da cui si parte nella vita, condizioni che spesso nessuna quantità di sudore e olio di gomito potrà cambiare. Gli americani trovano talmente ripugnante l’idea del parassitaggio (<em><i>freeloading</i></em>, associato fortemente al socialismo) che preferiscono rovinarsi finanziariamente con un perverso sistema di assicurazioni private piuttosto che permettere a un ipotetico non contribuente di farla franca usando i servizi sanitari gratuitamente, oppure indebitarsi per decenni per mandare all’università un figlio piuttosto che far studiare a fondo perduto i perditempo buoni a nulla che scelgono le discipline umanistiche.</p>
<p>All’epoca della pubblicazione di <em><i>Stronzi</i></em> (2013), a detta di Aaron James <span class="pullquote">l’esempio più avanzato di stronzo-capitalismo nelle società occidentali era l’Italia</span>, che aveva perfezionato il sistema sotto la sapiente conduzione di Silvio Berlusconi. Da allora, le cose sono gravemente peggiorate, perché, con l’ascesa dei populismi di destra, la stronzaggine ha cominciato a non essere più riconosciuta come tale, ma scambiata per una dimostrazione di forza, di determinazione, di leadership: a quel punto, i fondamenti della democrazia liberale a cui sono ancorati tutti i valori con cui siamo cresciuti hanno cominciato a vacillare pericolosamente.</p>
<p>Nel 2017, il famoso <em><i>comedian</i></em> americano Bill Maher ha dedicato una puntata del suo show Real Time a questo tema.</p>
<p>«I repubblicani devono imparare la differenza tra l’essere conservatori e l’essere degli stronzi. Molte delle loro politiche non portano avanti un’agenda conservatrice o libertaria, ma sono semplicemente mosse da stronzi. Abrogare una legge che vietava l’uso del piombo nei proiettili da caccia per evitare di avvelenare le aquile che si nutrono delle carcasse non è una decisione volta a creare posti di lavoro, a risparmiare sul budget, a migliorare la qualità della vita dei cittadini.</p>
<p>È una mossa da stronzi. Lo stesso dicasi per la reintroduzione di un pesticida noto per danneggiare le funzioni cognitive dei bambini. Per non parlare della cancellazione dei buoni pasto per gli scolari. (Piccoli parassiti, fate come in Cina e guadagnatevi da mangiare cucendo le cravatte di Trump!) E ancora, la reintroduzione dell’amianto, e la cancellazione di un accordo con i produttori di automobili per una maggiore efficienza dei motori. I repubblicani sanno che le auto inquinano, ma se ne fregano, perché la funzione di un’auto è quella di far incazzare i liberali».</p>
<p>Bill Maher cattura con efficacia quella che sembra essere diventata la direttiva primaria delle destre populiste: guardare qualsiasi problema e chiedersi, «Che cosa farebbe uno stronzo in questo caso?» In effetti, il desiderio di vendicarsi, di prevaricare, di far dispetto ai nemici ideologici o somministrare violenza vera e propria a categorie di persone che il nostro comune sistema di valori ci aveva portato a identificare come bisognose di protezione, è diventato per alcuni un impulso così dominante da superare persino la legittima aspirazione a migliorare le loro vite.</p>
<p>Si pensi alla volontà politica che ha prodotto la Brexit, che sembra ispirata alla barzelletta ebraica dell’uomo che odia il proprio vicino di casa a tal punto che quando Dio gli offre di realizzare qualunque sua volontà, con il cavillo che il suo vicino riceverà il doppio di quanto ha richiesto per sé, l’uomo chiede a Dio di cavargli un occhio.</p>
<p>L’incubo distopico che stiamo vivendo da quando le chiavi del potere mondiale sono state riconsegnate a un mostro fuori controllo sta mettendo in crisi e profondamente in ansia tutti coloro, atei e agnostici inclusi, che hanno bisogno della democrazia liberale come dell’ossigeno per esistere. Essere vittima di stronzaggine significa innanzitutto essere cancellati nelle nostre identità più profonde, vederci negato il diritto alla parità e all’equità, come individui e come cittadini.</p>
<p>La reazione istintiva che spesso abbiamo in queste circostanze è quella di bestemmiare, di dire parolacce: un meccanismo psicologico volto a reclutare altre persone a confermare che meritiamo di essere trattati meglio, o semplicemente ricordare a noi stessi che se non reclamiamo noi il nostro diritto a esistere e a essere visti, nessuno lo farà al nostro posto. Non esitiamo quindi, razionalisticamente parlando, a chiamare stronzo uno stronzo, quando ne vediamo uno!</p>
<p><strong>Paolo Ferrarini</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li>Aaron James: <em>Stronzi. Un saggio filosofico</em>, Rizzoli, 2013</li>
<li>Alexandre Lefebvre: <em>Liberalism as a Way of Life</em>, Princeton University Press, 2024</li>
<li>John Rawls: <em>Una teoria della giustizia</em>, Feltrinelli, 1982</li>
<li>Real Time with Bill Maher: <em>New Rule: What Would a Dick Do?</em> (<a href="http://go.uaar.it/hbufweu">go.uaar.it/hbufweu</a>)</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>Corsi prematrimoniali laici, un successo inaspettato</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 09:00:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo diverse città anche il Comune di Torino introduce corsi prematrimoniali laici, segno di un cambiamento sociale diffuso. Affronta il tema Daniele Passanante sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Le istituzioni si attivano per proporre corsi prematrimoniali laici rivolti alle coppie che scelgono il rito civile o le unioni di fatto. Lo hanno già fatto recentemente con successo i Comuni di Milano e Firenze e presto anche Torino farà partire...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/03/29/corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato/" title="Read Corsi prematrimoniali laici, un successo inaspettato">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dopo diverse città anche il Comune di Torino introduce corsi prematrimoniali laici, segno di un cambiamento sociale diffuso. Affronta il tema Daniele Passanante sul numero 1/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Le istituzioni si attivano per proporre corsi prematrimoniali laici rivolti alle coppie che scelgono il rito civile o le unioni di fatto. Lo hanno già fatto recentemente con successo i Comuni di Milano e Firenze e presto anche Torino farà partire percorsi di formazione per i futuri sposi. Fino a qualche tempo fa non c’erano alternative e gli unici corsi per affrontare il matrimonio erano quelli proposti dalle parrocchie.</p>
<p>Obbligatori per chi sceglie il rito religioso, sono da sempre tenuti da sacerdoti che, salvo eccezioni, non si sono mai sposati. Mentre i corsi parrocchiali si svolgono sulla base del principio biblico, secondo cui la moglie deve essere sottomessa al marito, affrontando tematiche come la vita di coppia, il significato del matrimonio cristiano, l’irrevocabilità del sacro vincolo, l’obbligo di fedeltà e la sessualità orientata alla procreazione, <span class="pullquote">i corsi laici, tenuti da esperti, propongono un percorso paritario tra i coniugi</span>, che affronta il tema giuridico del matrimonio e gli aspetti psicologici di una relazione di coppia.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-77096" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Corsi-prematrimoniali-laici-un-successo-inaspettato-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>A Milano i corsi prematrimoniali laici hanno avuto un risultato molto positivo in termini di partecipazione. Lanciati lo scorso febbraio, dopo una prima sessione primaverile, sono stati riproposti nel mese di ottobre. Il progetto è in collaborazione con l’Ordine degli avvocati di Milano. È offerto un corso di preparazione gratuito per le coppie residenti nel territorio comunale che intendano unirsi in matrimonio in sede civile o costituire un’unione ai sensi della legge numero 76 del 2016. I prossimi due cicli di incontri sono previsti a marzo e ottobre 2026 e si svolgeranno nella sala Brigida di palazzo Marino, sede centrale del Comune di Milano in piazza della Scala.</p>
<p>Ma i corsi prematrimoniali laici non sono una assoluta novità. I primi, realizzati nel 2014 a Genova a cura dell’Uaar con il patrocinio del Comune, erano rivolti a un massimo di dieci coppie. Anche altri Comuni come Genova, Napoli e Brescia li hanno istituiti in passato. Ora, ispirati dalla recente esperienza milanese, saranno introdotti anche a Torino in seguito alla mozione che lo scorso 17 novembre 2025 ha presentato in Consiglio comunale la giovane vicepresidente Ludovica Cioria (Pd).</p>
<p>La mozione, approvata con 23 voti favorevoli e 4 astenuti, è partita dall’analisi dei numeri che evidenziano una crescita significativa dei matrimoni con rito civile. Secondo i dati Istat infatti, nel 2023 sono stati celebrati in Italia 184 mila e 207 matrimoni, di cui il 58,9% con rito civile a cui si aggiungono poco più di tremila unioni civili. In Piemonte su un totale di 12 mila e 754 matrimoni, il 72,8%, pari a 9.280, sono stati celebrati in Comune. A Torino nell’ultimo anno alla data del 30 novembre 2025 sono stati 1.146 i matrimoni e 78 le unioni civili. A livello della diocesi di Torino, i matrimoni religiosi sono passati da oltre 5.000 nel 2002 a circa 1.500 nel 2023 e la tendenza vede un calo sempre più marcato. A livello nazionale, i matrimoni religiosi sono diminuiti dell’8,2% nel 2023 rispetto all’anno precedente, con una flessione costante della quota di matrimoni celebrati con rito religioso rispetto a quelli con rito civile, che sono ormai la maggioranza.</p>
<p>I corsi prematrimoniali offrono quindi alle coppie strumenti utili per affrontare consapevolmente la vita coniugale, trattando temi come la comunicazione, la gestione dei conflitti, l’educazione di eventuali figli e gli aspetti legali ed economici del matrimonio. La proposta di Torino va incontro alla necessità di garantire a tutti i cittadini l’accesso a percorsi formativi che rispondano alle esigenze e ai valori delle coppie, indipendentemente dalla fede o dall’orientamento sessuale.</p>
<p>L’obiettivo è quello di contribuire a promuovere una cultura di rispetto e inclusione, valorizzando la diversità delle scelte personali. L’attivazione di incontri con commercialisti e avvocati esperti di diritto di famiglia, psicologi, ginecologi, andrologi, sessuologi, potrebbe aiutare le neocoppie a comprendere meglio i diritti e i doveri derivanti da un’unione civile: per esempio la gestione del patrimonio e i regimi economici, le responsabilità genitoriali e i diritti dei figli, le modalità per risolvere eventuali controversie.</p>
<p>Dal 2022 il Consiglio del Comune di Torino ha approvato l’adesione all’iniziativa del “Network family in Italia”, rete dei Comuni amici delle famiglie, proprio per sottolineare il valore e l’importanza socioculturale delle famiglie e di quanto vadano sostenute direttamente, indirettamente e anche preventivamente.</p>
<p>«Lo strumento dei corsi prematrimoniali – conclude la mozione – è sicuramente un mezzo per far conoscere le criticità che possono mettere a rischio la solidità e la durata delle famiglie, come pure per condividere buone pratiche che possano aiutare ad affrontare la quotidianità di una coppia che è a tutti gli effetti famiglia».</p>
<p><span class="pullquote">Sull’argomento abbiamo intervistato Ludovica Cioria</span>, classe 1989, dottoressa in Scienze del governo, formatrice ed esperta in comunicazione pubblica, politica e istituzionale. Dal 2021 è vicepresidente del Consiglio comunale di Torino.</p>
<p><strong><b>Quanto è difficile oggi in politica introdurre il tema della laicità, quindi affrontare questioni legate alla laicità?</b></strong></p>
<p>Sicuramente attraversiamo una fase dove la laicità è più che mai per me un bisogno valoriale, esattamente come tutti gli altri valori che vogliamo affermare attraverso il lavoro nelle istituzioni. È difficile perché la laicità ancora oggi è vista come la negazione di qualcun altro, quando in realtà significa stare al di sopra di alcune differenze e abbracciare una visione collettiva, che però sia basata sulle istituzioni e non meramente identitaria e quindi sulle scelte di vita comune che noi facciamo. È difficile, ma non impossibile e quindi secondo me va fatta.</p>
<p><strong><b>Quali sono le reazioni che altre forze politiche hanno rispetto a queste tematiche?</b></strong></p>
<p>Il crinale di reazione più spontanea è quello tra conservatori e progressisti. Sono proprio i conservatori che patiscono maggiormente questo tipo di ragionamenti e non uso questo termine a caso. Loro proprio soffrono, come se affermare la necessità di avere spazi comuni laici diminuisse i loro spazi. E non è assolutamente così. Abbiamo scontato sicuramente un pregiudizio da parte di alcune forze di destra, però quello che ho notato non è più così palese, cioè la critica che si vuole muovere a determinate iniziative non viene mai definita come una critica alla laicità, ma viene sempre definita come una critica organizzativa, contenutistica.</p>
<p>Forse perché ci si è in fondo resi conto anche negli ambienti conservatori che una guerra di bandiera non fa bene neanche a loro. Quindi stanno un po’ cambiando alcune strategie nell’opporsi a determinate iniziative. Però lo fanno. Ed è successo anche nel caso dei corsi prematrimoniali laici. Con la presenza in Consiglio del collega Silvio Viale abbiamo su questi temi una voce molto critica e avanguardistica rispetto ad alcune battaglie. Io sono atea e mi sento parte di una categoria, perché sono atea per scelta consapevole e ragionata e questo non fa sì che io non riesca a capire altre scelte. Quello di cui abbiamo bisogno è non cadere nella trappola della faziosità, perché ci disegnano in un certo modo, ma continuare a tessere questo spazio comune che è quello della laicità dove anche persone che hanno fatto altre scelte si ritroveranno.</p>
<p><strong><b>In che cosa consistono questi corsi, a chi sono rivolti e da chi saranno tenuti?</b></strong></p>
<p>Abbiamo pensato di rivolgerci alle persone che scelgono di sposarsi presso il Comune di Torino. Qualsiasi tipo di coppia, di qualsiasi tipo di provenienza. Quello che conta per noi è che abbiano scelto la città di Torino. <span class="pullquote">I corsi, aperti, liberi e gratuiti sono uno strumento civico</span>, incardinato nel lavoro dell’assessorato e degli uffici che fanno capo all’anagrafe e allo stato civile. Si svolgono inizialmente in collaborazione con gli ordini professionali degli avvocati e delle avvocate, degli psicologi e delle psicologhe.</p>
<p>Abbiamo infatti pensato che fosse importante, al fine di porre basi solide per qualsiasi vita di coppia, tenere saldi due elementi, da un lato quello più squisitamente giuridico: e quindi qual è il significato dell’unione per il nostro Stato, e quali sono non solo i diritti e i doveri che sorgono in seguito a questa decisione. E quindi come lo Stato vede lo spazio comune della coppia, ma anche quali sono le questioni collegate e quindi i servizi che la città di Torino offre rispettivamente alle coppie, e infine le questioni di natura economica rispetto a una unione, le questioni relative alla cittadinanza e ai servizi per i cittadini e le cittadine nel momento in cui diventano una famiglia.</p>
<p>Poi una parte più squisitamente psicologica e quindi di natura relazionale, legata al modo in cui le persone che fanno parte di una coppia devono relazionarsi tra di loro: una comunicazione verbale e non verbale rispettosa, la capacità di riconoscere le crisi come elementi evolutivi e non solo come elementi distruttivi, la capacità di governare i conflitti che ci sono all’interno delle relazioni interpersonali.</p>
<p><strong><b>È previsto un percorso specifico per le coppie Lgbt+?</b></strong></p>
<p>In questo momento noi abbiamo strutturato il perimetro di lavoro attraverso l’atto approvato in Consiglio comunale e in questo 2026 saranno sperimentate le prime lezioni e quindi le prime due o più edizioni di questo corso nella sua versione minima. Questo vuol dire che i contenuti previsti saranno fruibili per tutte le tipologie di coppie che si sposeranno nel Comune di Torino e saranno pensati per questo. Infatti nel percorso di ingaggio degli Ordini professionali, che si occuperanno poi di erogare la parte formativa, abbiamo chiarito fin da subito che il corso sarebbe stato rivolto a tutti e tutte. Le cose da organizzare saranno poi collegate alle questioni più pratiche come possono essere quelle della lingua e quindi prevedere ipotetiche traduzioni sia in lingue straniere che in lingua dei segni e con l’eventuale presenza di mediatori e interpreti.</p>
<p><strong><b>Che numeri ci sono?</b></strong></p>
<p>Abbiamo numeri gestibilissimi considerato che sarà un’adesione volontaria. Siamo nell’ordine di un migliaio tra unioni civili e matrimoni. Sicuramente l’ordine di grandezza ci chiede almeno due di queste soluzioni in due diversi periodi dell’anno, in modo da abbracciare le due grandi stagioni matrimoniali: la primavera e dopo l’estate.</p>
<p><strong><b>A partire da quando saranno attivi?</b></strong></p>
<p>La partenza sarà questa primavera. La cosa che mi fa piacere è che sia a Milano che a Firenze l’iniziativa dei corsi prematrimoniali è partita da due assessore donne, giovani trentenni. Il bello è che questo ci dà anche una prospettiva generazionale, sicuramente una prospettiva di genere, nel senso che il fatto di eleggere giovani donne porta una ventata di novità nelle prospettive di alcuni assessorati. La differenza tra il nostro corso e il loro è che a Torino saremo i primi a inserire l’elemento psicologico relazionale all’interno del corso.</p>
<p>Quest’anno pilota ci restituirà una serie di dati rispetto a come è la partecipazione, quali sono i bisogni, quali le cose da modificare, perché magari si valuterà che c’è una grande richiesta di una versione on line. Inizialmente abbiamo bisogno di partire con versioni in presenza, perché riteniamo che sia molto bello anche il fatto di vedersi fisicamente in questo percorso comune e oltretutto uno dei soggetti coinvolti è il Centro relazioni e famiglie, centro accreditato alla città di Torino dove tutte le figure che sono connesse all’aspetto relazionale-familiare (quello legato alla coppia e quello legato ai minori) lavorano in sinergia per offrire servizi alle famiglie.</p>
<p><strong><b>Daniele Passanante</b></strong></p>
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		<title>God(s) Save the King?</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2026/03/22/gods-save-the-king/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 10:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Regno Unito oggi è un Paese in bilico tra secolarizzazione, confessionalismo anglicano e identitarismi religiosi (come quello islamico): non mancano tensioni su libertà d’espressione e ruolo politico della religione. Affronta il tema Valentino Salvatore sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. «Dio salvi il re» (o «la regina») recita l’inno patriottico che da qualche secolo risuona nel Regno Unito, suggello del legame tra corona e religione cristiana, organico...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2026/03/22/gods-save-the-king/" title="Read God(s) Save the King?">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Regno Unito oggi è un Paese in bilico tra secolarizzazione, confessionalismo anglicano e identitarismi religiosi (come quello islamico): non mancano tensioni su libertà d’espressione e ruolo politico della religione. Affronta il tema Valentino Salvatore sul numero 1/2026 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>«Dio salvi il re» (o «la regina») recita l’inno patriottico che da qualche secolo risuona nel Regno Unito, suggello del legame tra corona e religione cristiana, organico almeno dal 1534. Ovvero quando lo spregiudicato re Enrico VIII divorzia dalla chiesa cattolica per divorziare dalla consorte Caterina d’Aragona, proclamandosi capo della Chiesa locale che sarà nota come anglicana.</p>
<p>Ancora oggi, nonostante la diffusa secolarizzazione del Paese dove ormai circa metà della popolazione non appartiene ad alcuna confessione e <span class="pullquote">la fede anglicana è ai minimi storici</span>, questa Chiesa ha a capo il regnante, è religione di Stato e mantiene un’influenza spropositata. Un peculiare confessionalismo che foggia la legislazione con durature discriminazioni verso i non anglicani, in particolare miscredenti e cattolici. Non a caso le due principali categorie mal tollerate nella sua <em><i>Lettera sulla tolleranza </i></em>da John Locke, uno dei padri del liberalismo.<img class="alignnone size-full wp-image-77021" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Gods-Save-the-King.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Gods-Save-the-King.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Gods-Save-the-King-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Gods-Save-the-King-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2026/03/Gods-Save-the-King-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>I cattolici, con sprezzo “papisti”, sono banditi dai ruoli pubblici perché ritenuti agenti stranieri – diversi giustiziati come Tommaso Moro, filosofo ed ex cancelliere di Enrico VIII, condannato dal re e canonizzato da Pio XI. Con non credenti, blasfemi ed eretici si applicano spietate leggi anti-blasfemia: l’ultimo condannato a morte è Thomas Aikenhead, studente scozzese ventenne impiccato nel 1697.</p>
<p>L’ultimo messo in galera nel 1921 è John William Gott, attivista socialista e razionalista, per conferenze e pamphlet in cui critica aspramente la religione. Illuminismo e scienza fanno riemergere dall’ombra i non credenti, e mentre in Francia irrompe una <em><i>laïcité</i></em> combattiva verso clericalismo e religione, in Gran Bretagna matura il concetto più posato e civico di <em><i>secularism</i></em>, coniato dallo scrittore agnostico George Holyoake nel 1851.</p>
<p>In quegli anni Charles Darwin, figura dalla sensibilità umanista, con l’evoluzionismo erode la centralità della religione. Il politico liberale Charles Bradlaugh è il primo non credente dichiarato eletto alla Camera dei Comuni, ramo del parlamento inglese. E il primo a sfidare – prima con decadenze dal seggio e l’arresto, infine vincendo – l’obbligo del giuramento religioso. Fonda nel 1866 la National Secular Society, tutt’oggi tra le principali associazioni laico-umaniste britanniche.</p>
<p>Nei decenni successivi si valuta l’abolizione dell’anacronistico reato di blasfemia, ma la svolta arriva negli anni duemila con la campagna delle organizzazioni laiche come British Humanist Association (oggi Humanists Uk), National Secular Society e altre associazioni per i diritti, che smuove la politica. La riforma laica viene approvata nel 2008 per Inghilterra e Galles grazie a un intergruppo di parlamentari umanisti, in un Paese dove i politici hanno il coraggio di dirsi non credenti e contarsi senza ostentare il senso di inferiorità fantozziano verso la religione tipico di quelli italiani. In Scozia la blasfemia non è reato dal 2020, mentre nell’Irlanda del Nord lo è ancora.</p>
<p>Ma l’abolizione del reato di blasfemia intacca solo in parte il confessionalismo britannico. La presenza di corpose e rumorose minoranze etniche, in particolare musulmane, spinge le istituzioni a garantire loro privilegi. Si pensi al proliferare di <em><i>faith school</i></em> (con controversie sull’indottrinamento), di moschee e predicatori integralisti, ai tribunali religiosi che gestiscono questioni familiari in base alla sharia – con violazioni dei diritti civili per categorie come donne, minori, laici e non credenti. Il tutto nel nome di quel liberalismo che per espiare le proprie colpe razziste e coloniali finisce per alimentare un identitarismo religioso di ritorno non di rado ostile all’occidente. L’establishment britannico – dalla corona in giù, passando per i conservatori – allarga il confessionalismo anglicano ormai stantio nel multiconfessionalismo.</p>
<p>Dal canto suo anche una certa sinistra cavalca il multiculturalismo confessionale per difendere le minoranze dal razzismo, tacendo sulla loro deriva settaria e sulle contraddizioni rispetto a lotte progressiste su temi laici e lgbt+. Proprio nel 2025 diversi laburisti defezionano per fondare Your Party, formazione socialista animata anche dall’ex leader del partito laburista Jeremy Corbyn e dalla giovanissima Zarah Sultana, musulmana di origine pakistana che si esprime però a favore dei diritti delle persone trans, in contrasto con altri correligionari del nuovo partito.</p>
<p>I conservatori rimangono abbastanza laici (specie quando si contesta l’islam) ma monta una destra apertamente identitaria e cristianista ostile alle minoranze di origine straniera, che esalta la religione “autoctona” come baluardo delle libertà e di coesione nazionalista, dimenticandone la natura totalitaria e oppressiva dispiegatasi nei secoli prima che venisse temperata da liberalismo e laicità.</p>
<p>Questi umori, simili a quelli del nazionalismo cristiano in voga negli Usa a trazione trumpiana, trovano sfogo nella manifestazione “Unite the Kingdom” a Londra nell’ottobre del 2025<sup>1</sup>. <span class="pullquote">Tra i promotori c’è Tommy Robinson, controverso militante di estrema destra</span> con trascorsi da hooligan, noto per battaglie contro immigrati, moschee e politicamente corretto, che guadagna consensi anche a causa dell’omertà istituzionale verso le problematiche concrete legate all’integrazione. Ora si proclama cristiano dopo l’intensa lettura della Bibbia durante la sua ultima detenzione.</p>
<p>In questo clima non sorprende che si tema il rientro dalla finestra delle disposizioni anti-blasfemia con il pretesto della lotta al razzismo. Un caso detonante è quello di Hamit Coskun, cittadino turco ateo di origine curda e armena che chiede asilo nel Regno Unito: dà fuoco al <em><i>Corano</i></em> davanti al consolato turco a Londra come gesto di protesta nei confronti del regime islamico di Erdogan. Durante l’azione viene raggiunto da un musulmano residente in zona, Moussa Kadri, che lo minaccia di morte e aggredisce con un coltello. Secondo il procuratore, in maniera surreale, il fatto che Coskun venga attaccato dimostrerebbe che rappresenta un pericolo. Il tribunale nel giugno del 2025 multa Coskun per turbativa dell’ordine pubblico con aggravante religiosa<sup>2</sup>.</p>
<p>Solo in settembre l’assalitore viene condannato, ma la pena è molto lieve e il giudice tesse le lodi dell’imputato<sup>3</sup>: prima dei fatti ha sempre mostrato un «carattere esemplare», è molto rispettato per l’attività di volontariato, buon marito e padre di famiglia. Una doppietta di pronunciamenti che minimizza le reazioni contro i “blasfemi”: si colpevolizza la vittima e si blandisce l’aggressore.</p>
<p>Fortunatamente a ottobre Coskun, sostenuto in aula dalla National Secular Society, è assolto in appello. La Southwark Crown Court riconosce che la libertà di espressione «deve includere il diritto di esprimere opinioni che offendono, scioccano o disturbano» e che «non esiste il reato di blasfemia nel nostro ordinamento». Il tribunale sottolinea che bruciare il <em><i>Corano</i></em> può essere offensivo per molti musulmani ma il diritto penale «non è un meccanismo che cerca di evitare che le persone siano turbate»<sup>4</sup>.</p>
<p>Nel mentre però il governo laburista di Keir Starmer costituisce un gruppo di lavoro per la definizione istituzionale di islamofobia. L’esecutivo rassicura, ma da più parti si teme che sarà brandita per limitare la libertà di critica. Di fronte alle perplessità anche da parte laica si abbandona il controverso termine “islamofobia”, rimpiazzato da quello di «ostilità anti-musulmana», che «incoraggia atti criminali» ed è «la stereotipizzazione e la razzializzazione pregiudiziale dei musulmani» al fine di «suscitare odio».</p>
<p>Le associazioni umaniste sono ancora dubbiose. Stephen Evans, direttore della National Secular Society, infatti plaude sì al cambio di terminologia, ma rileva<sup>5</sup> che «la bozza usa ancora un linguaggio vago per i concetti di “stereotipizzazione” e “razzializzazione”, esponendola a un uso improprio per soffocare le critiche legittime all’islam, inclusi il dibattito sui diritti delle donne, la libertà di espressione e il ruolo della religione nella vita pubblica». D’altronde il comportamento descritto ricadrebbe già nelle norme penali e nell’Equality Act, la legge generale contro le discriminazioni approvata nel 2010.</p>
<p>La Camera dei lord, il senato con sede nel palazzo di Westminster a Londra, è un istituzionale pezzo da museo nobiliare e clericale. Composto attualmente da 822 membri, di cui 667 nominati a vita, vede 26 seggi riservati ai cosiddetti “lords spiritual”, i soli vescovi della chiesa anglicana religione di Stato, che finito il mandato vengono spesso spostati negli scranni dei “lords temporal” dove continuano a esercitare influenza. Un residuo confessionalista di cui le associazioni laico-umaniste chiedono il superamento, vista la palese incongruenza in uno Stato laico e moderno.</p>
<p><span class="pullquote">Un piccolo segnale di cambiamento arriva dalla piccola isola di Man</span><sup>6</sup>. Il consiglio legislativo del parlamento isolano (Tynwald) è composto da 11 membri, di cui 8 elettivi e 3 permanenti: tra questi ultimi c’è Tricia Hillas, l’attuale vescova della diocesi anglicana di Sodor e Man, che detiene lo scranno ereditario come esponente della confessione. Nel 2023 il deputato mannese Lawrie Hooper propone una riforma costituzionale per togliere al vescovo la facoltà di votare nell’assemblea.</p>
<p>L’iniziativa è approvata all’unanimità, emendata in modo che la vescova tenga il suo posto fino alla fine del mandato o a cinque anni dalla controfirma reale del provvedimento. Anche qui non è mancata l’ingerenza clericale della religiosa per tentare di bloccare e annacquare la riforma e allungare i tempi di decadenza. Già nel 2018 e nel 2023 ci sono stati tentativi per abolire il seggio del vescovo, non andati a buon fine. Questa riforma è comunque un precedente che guarda a Westminster.</p>
<p>Dall’Irlanda del Nord, dove ormai circa un quarto della popolazione non appartiene ad alcuna religione, arriva un pronunciamento storico. La Corte suprema del Regno Unito infatti riconosce nel novembre del 2025 che l’educazione religiosa nelle scuole locali non rispetta la legge<sup>7</sup>. Nel Paese infatti quella che viene denominata <em><i>Religious Education</i></em> (Re) è obbligatoria nelle scuole finanziate dal pubblico, ma non rientra nel programma curricolare nazionale, i genitori possono ritirare i figli e c’è discrezione in base a zona e natura religiosa della scuola.</p>
<p>La famiglia coinvolta nel contenzioso, non religiosa, fa ricorso per l’indottrinamento e gli atti di culto nella scuola statale frequentata dalla bambina tra i quattro e i sette anni. Nel 2019 il padre protesta, la scuola risponde che quell’insegnamento, genericamente cristiano, è «fondato sulla Bibbia». La Corte evidenzia che il programma non è svolto in «maniera obiettiva, critica e pluralista», sebbene metta le mani avanti sostenendo che la sentenza «non riguarda la laicità del sistema educativo» e «nessuno suggerisce che Re non debba essere offerta nelle scuole dell’Irlanda del Nord». Parlare di “laicità” (magari la tanto vituperata “francese”) rimane un tabù.</p>
<p>Ma comunque la sentenza riconferma quanto stabilito dall’Alta corte di Belfast nel 2022 e segna un punto a favore per le famiglie non credenti. Infatti i giudici per sostenere le proprie argomentazioni fanno riferimento anche al caso Lautsi, il ricorso dell’Uaar alla Corte europea dei diritti umani contro l’imposizione del crocifisso in classe. Pure la corte inglese riconosce che le convinzioni non religiose dei genitori sono protette ai sensi dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo con la stessa dignità di quelle religiose, e che il diritto all’istruzione deve rispettare anche il diritto di non credere.</p>
<p>Da questo mosaico di episodi emblematici emerge oggi un Regno Unito in bilico: tra secolarizzazione di massa, elitari paludamenti regali e clericali e l’emergere di agguerrite minoranze identitarie.</p>
<p><strong>Valentino Salvatore</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ol>
<li>go.uaar.it/la77643</li>
<li>go.uaar.it/4kdptgw</li>
<li>go.uaar.it/oeo1rpo</li>
<li>go.uaar.it/h2ewd82</li>
<li>go.uaar.it/aoo6ye5</li>
<li>go.uaar.it/pqm8b3s</li>
<li>go.uaar.it/y59yzl1</li>
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