Se si torna a dormire. Il declino del “woke” e il regresso dei diritti in America

Negli Stati Uniti di Trump assistiamo a un riflusso sui diritti civili, tra politiche discriminatorie della destra integralista e declino – con annessi eccessi – della cultura woke. Quali sono le prospettive per le battaglie laiche? Affronta il tema Paolo Ferrarini sul numero 3/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


Quest’anno, nel mese del pride di giugno, i clienti delle grandi catene e corporazioni internazionali si vedranno accolti da meno bandiere arcobaleno rispetto a quelle esposte negli anni precedenti per celebrare il movimento Lgbt+. Si comincia infatti a percepire un’inversione di rotta nell’enorme trend del marketing del pride, un fenomeno originariamente mutuato dagli Stati Uniti, dove business e politica sono da sempre un connubio indissolubile, facendo anche storcere il naso ad alcuni attivisti queer allergici alla mercificazione delle lotte per l’uguaglianza.

I grandi marchi americani, che in ultima analisi rispondono soltanto all’ideologia del profitto, sono da tempo esposti a furiosi boicottaggisono da tempo esposti a furiosi boicottaggi da parte di clienti conservatori e soprattutto ai ricatti di un governo populista che li tiene in scacco con la minaccia di controlli o provvedimenti legali.

Anche il clima sociale, in reazione alla costante propaganda omo-lesbo e soprattutto transfobica che avvelena il dibattito pubblico, non è incoraggiante: un recente sondaggio Gallup ha evidenziato un calo importante nel sostegno popolare al matrimonio egalitario, nell’accettazione morale dell’omosessualità e della transizione di genere. Un dato che non riflette esclusivamente l’opinione degli elettori repubblicani.

Negli Stati Uniti, insomma, sui diritti si viaggia convintamente in retromarcia. Uno dei più impattanti e simbolici provvedimenti dell’attuale amministrazione è stato, nei primi mesi del 2025, il brusco taglio del programma Dei (Diversity, Equity and Inclusion) da parte del dipartimento dell’Efficienza Governativa (Doge).

Posseduto dal farneticante spirito semplificatore di un qualsiasi leghista nostrano, con la differenza di aver optato per una motosega anziché per una ruspa, Elon Musk, durante il suo breve ma devastante mandato ha chiuso gli uffici e licenziato i dipendenti del programma, anche quelli soltanto sospettati di essere “corrotti” dalle attività Dei.

Una significativa battuta d’arresto nell’impegno delle amministrazioni precedenti per l’uguaglianza e l’inclusione, grazie alla promozione del giusto trattamento e della partecipazione alla cosa pubblica di gruppi storicamente sottorappresentati o marginalizzati.

Più recentemente, sul fronte dei diritti neri, la Corte Suprema ha abrogato il Voting Rights Bill del ‘64, che garantiva rappresentanza alle comunità nere. Nascondendosi dietro l’argomento che quella legge era nata come una disposizione temporanea, non più rilevante in un contesto in cui non si può più pensare che i cittadini neri votino deterministicamente tutti allo stesso modo, la Corte ha dato il via libera ai governatori degli Stati conservatori del profondo sud a ridisegnare i distretti elettorali, smembrando le zone a maggioranza nera e democratica in modo da diluirle nei distretti repubblicani bianchi circostanti. In questo modo, presumibilmente, ci saranno meno neri e democratici eletti alle mid-term di novembre, e quindi maggiori chance di sopravvivenza politica per l’attuale presidente.

Il Partito Democratico, che non si è ancora ripreso dalla batosta delle ultime presidenziali, è galvanizzato dalla magnitudine e dalla rapidità di tutti questi sviluppi, ma sui diritti umani si ritrova oggi a balbettaresui diritti umani si ritrova oggi a balbettare, consapevole che il linguaggio e le istanze che ha sposato durante le precedenti campagne hanno avuto un ruolo determinante in quella clamorosa sconfitta. E in larga parte, si tratta del linguaggio e delle istanze woke.

Cosa è andato storto? Com’è possibile che un movimento ispirato in buona fede al progresso della società civile sia diventato tossico al punto da scatenare una reazione restauratrice così cinica e spietata da parte degli elettori americani?

Il termine “woke” ha avuto origine negli ambienti afro-americani, intorno agli anni ’40 del secolo scorso, come slang nero dell’inglese “awaken”, a indicare un “risveglio”, ossia una presa di coscienza sulle ingiustizie sociali, in particolare il razzismo. L’espressione «Stay woke» («Sta’ sveglio, tieni gli occhi aperti»), originariamente presa dal testo di una canzone di Lead Belly, era diventata lo slogan di storiche proteste e manifestazioni contro la discriminazione razziale.

In epoche più recenti, la semantica del termine si è ampliata, abbracciando ogni tipo di discriminazione e ingiustizia sociale, e la sua popolarità è rapidamente cresciuta sugli account Instagram e Twitter delle generazioni Millennial e Z, con hashtag come #staywoke, fino a entrare ufficialmente nell’Oxford English Dictionary nel 2017.

Cooptato presto dalla politica, alla ricerca del voto dei giovani, il movimento è diventato sempre di più sinonimo di cosa significhi essere progressisti e di sinistra in America.

E per un periodo è stato molto apprezzato, perché forniva, con le sue regole per un linguaggio inclusivo, dei comodi codici di comunicazione, una sorta di galateo su come scrivere un’e-mail, o su come interagire con le altre persone all’interno di una società multiculturale e secolarizzata. Insegnava, sulla carta, il rispetto, l’attenzione, la cura per diverso.

E per l’ambiente. Rappresentava insomma una visione di civiltà, un modello per una buona vita civile e una speranza per il futuro.

Come spesso accade nella storia, a rovinare tutto è la fallibilità umana. In particolare la tendenza nefasta a trasformare immediatamente una buona idea, o un insieme di idee, in ideologia e dogma. Nel momento in cui “woke” è diventato un vessillo di guerra per attivisti sfegatati da una parte e un’arma diffamatoria per i detrattori dall’altra, le tensioni tribalistiche nella società civile si sono semplicemente spostate da etero/gay, uomo/donna, bianco/non bianco a chi è d’accordo/chi non è d’accordo con la mia agenda politica, polarizzando ed esacerbando le opinioni anche in merito a diritti che fino a quel momento erano considerati acquisiti.

Una causa del rifiuto viscerale delle istanze woke, a livello comunicativo, è stata fin da subito la percezione che si trattasse di teorie pretenziose, opache, campate in aria, a uso e consumo di élite accademiche, cose che suonano incomprensibili o ridicole alle orecchie dei non iniziati.

In effetti, alcuni concetti esotici trapelati nel dibattito pubblico come quello di “pene femminile”, o l’uso del pronome “they”, o del termine “soggettività” al posto di “persone”, laddove possono avere perfettamente senso nel contesto di articoli specialistici alla facoltà di studi di genere, buttati crudi in pasto al popolo rivelano che il mondo reale è ben diverso da un campus universitarioil mondo reale è ben diverso da un campus universitario, più simile in effetti uno stadio dove le tifoserie non hanno né la pazienza né l’interesse di scendere nel dettaglio, apprezzare le sfumature concettuali, né tanto meno tenere due pensieri nella mente allo stesso tempo.

Per usare una metafora che piacerebbe ai memetisti dawkinsiani, una volta che questi concetti escono dalle università sono come virus patogeni che sfuggono da laboratori scientifici dove erano studiati in condizioni di sicurezza. E la loro pericolosità è amplificata dai media attraverso cui si diffondono: i social, che triturano e riducono all’osso ogni discorso per rimpacchettarlo in formato appetibile alla camera di risonanza a cui si appartiene.

I politici delle destre populiste hanno così avuto gioco facile nel creare argomenti fantoccio per sobillare masse di analfabeti funzionali contro mostri e fantasmi inesistenti. Dai gender studies, complessa disciplina di lunga tradizione accademica, si è giunti così alla caricatura complottista delle “teorie gender”, che purtroppo hanno enorme riscontro politico.

Ed enorme potenziale per fare danni sociali: si pensi all’Italia, dove con la nuova legge sulle limitazioni all’educazione sessuale nelle scuole voluta dal ministro Valditara, le prossime generazioni di scolari e studenti si vedranno esposte a rischi reali per la salute psicofisica, mentre vengono protette da pericoli surreali come il gender.

Nel frattempo, il dibattito sui diritti della comunità trans, in particolare sul ruolo degli atleti transgender nell’agonismo – dibattito di per sé legittimo, ma anche estremamente di nicchia, interessando probabilmente poche manciate di individui – è diventato uno dei più grandi cavalli di battaglia politica di Trump, che tuona dai suoi pulpiti come se da questo dipendesse il futuro del Paese, riducendo la questione all’assurdo slogan che se vince la sinistra «gli uomini competeranno nelle categorie femminili, ci sarà transgender per tutti, e i vostri figli torneranno da scuola con il sesso cambiato».

Affermazioni grottesche che tuttavia, anche se non prese alla lettera, intercettano l’angosciosa percezione che la sinistra, plasmata dall’agenda woke, sia impegnata in una radicale trasformazione della società che mette a rischio non soltanto i classici privilegi del maschio bianco, ma anche la concezione del mondo, la confortante normalità di dare certi nomi a certe cose, senza dover rimettere tutto in discussione.

E infatti, laddove i sondaggi mostrano un crollo della popolarità di Trump un po’ in tutti i settori, dall’economia alla politica estera e persino all’immigrazione e sicurezza, il consenso rimane stabile sotto un unico indicatore: la soppressione delle lotte contro il patriarcato che hanno dominato il dibattito culturale degli ultimi anni.

Consapevole di questo consenso, l’amministrazione rincara la dose, dando grande risalto mediatico alle iniziative di un altro fanatico al governo: Pete Hegseth, che ha machificato il ministero della difesa ribattezzandolo ministero della guerra.

Il messaggio, urlato nello stile invasato dei predicatori evangelici è sostanzialmente che «il Pentagono ce l’ha duro», e che non c’è spazio nell’esercito per grassoni ed effeminati. E purtroppo non si tratta solo di retorica di pessimo gusto che ammutoliti generali e comandanti dell’esercito devono subire tra un intervento militare e l’altro.

Oltre al già citato smantellamento del programma Dei, il governo ha emanato decreti che sembrano usciti direttamente dal mondo di George Orwell, come “Defending Women from Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government”, che impone una definizione binaria del sesso biologico e vieta il riconoscimento delle identità transgender a livello federale.

Ma a rimpiangere la “normalità” pre-woke non sono soltanto i red neck della Bible Belt: come abbiamo più volte documentato su questa rivista, anche le università e gli ambienti intellettuali più di avanguardia hanno subito gli eccessi della cultura woke, diventata nel tempo sinonimo di cancel culture, ossia la pratica di mettere il bavaglio e censurare in toto qualunque individuo abbia anche inavvertitamente fatto affermazioni in violazione dei codici del nuovo politicamente corretto.

Diversi professori hanno perso la cattedra per piccoli sgarri di questo tipo, e l’insegnamento stesso è stato distorto da strane priorità in contrasto con i principi di libertà accademica e onestà intellettuale. Per esempio, alcuni autori classici sono stati estromessi dal curriculum perché il loro pensiero non si allineerebbe con le moderne concezioni di razza o genere.

E ancora, l’autorità di esperti in alcune discipline è stata messa in discussione perché ci sarebbero esperienze su cui soltanto chi le vive di persona può essere davvero autorevole: un professore bianco con un dottorato in storia del movimento nero non avrebbe legittimamente voce in capitolo perché soltanto un nero, per quanto analfabeta, può capire di cosa si sta parlando.

Preso atto della situazione, i democratici stanno attualmente valutando – dividendosi nel farlo – se a questo punto la strategia migliore sia quella di dissociarsi dal movimento woke.

Il governatore californiano Gavin Newsom, uno dei leader più popolari e potenzialmente papabile candidato alle presidenziali, lo scorso dicembre ha fatto notizia affermando che se i democratici vogliono tornare a vincere devono essere «più culturalmente normali», giudicare di meno, e mettere da parte le discussioni sull’identità e sui pronomi da usare, per concentrarsi invece sull’economia e sull’immigrazione.

Nello specifico ha citato la questione degli interventi di riassegnazione del genere nelle carceri, la cui posizione del partito «non appare normale a molti cittadini».

Più recentemente, l’ex deputato Barney Frank, scomparso lo scorso 19 maggio, ha affermato che «la chiave per tornare alla democrazia liberale è liberarsi della percezione a cui abbiamo permesso di crescere che il Partito Democratico sia impegnato in una serie di drastiche ricostruzioni sociali che vanno oltre il politicamente accettabile».

Ma se davvero avvenisse questo abbandono del woke da parte della politica, la domanda sarebbe: «Che ne sarà delle battaglie per i diritti civili che in America, nel bene e nel male, sono diventate sinonimo di woke? Arriverà un woke 2.0? Il cosiddetto dark woke? Si aprirà un vuoto culturale? O si permetterà semplicemente che i diritti vengano sacrificati sull’altare della normalità?»

Ammesso che davvero non si spengano le luci e si posponga la sveglia del progresso, l’auspicio è che l’attuale febbre della democrazia statunitense, che contagia il resto del mondo, possa servire, una volta superata, a catalizzare un reset sociale, in modo che si possa tornare a parlare di diritti in modo più sobrio, universale, umano. Chissà, potrebbe essere un’opportunità per farsi avanti e riqualificare le battaglie civili nel quadro filosofico di un altro movimento culturale, uno che sia davvero razionale, inclusivo e antidogmatico come vuole essere quello ateo-umanista.

Paolo Ferrarini

 


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