In vista delle elezioni politiche del 29 novembre, il movimento laicista spagnolo ha inviato ai partiti un documento con diciassette proposte. Le più scomode, per l’intero arco parlamentare, chiedono di abolire la tutela penale dei sentimenti religiosi e di riconoscere a bambine e bambini il diritto di non vedersi attribuire una fede prima di poterla scegliere.
L’idea che regge il documento è una solaL’idea che regge il documento è una sola: la legge deve proteggere le persone e non le dottrine, e da questo principio discendono due richieste. La prima è che il Codice penale smetta di fare da guardia al sacro. La seconda è che nessuna persona venga affiliata a una religione prima della maggiore età, né costretta, da minorenne, a confessare i propri pensieri a un’autorità religiosa.

Sono i punti più spinosi del testo che Europa Laica ha presentato il 14 ottobre a partiti, coalizioni e raggruppamenti elettorali, con la richiesta di inserirli nei programmi e di tradurli in iniziative parlamentari fin dall’avvio della legislatura.
Le altre misure percorrono un terreno già battuto, quello dei concordati, dei finanziamenti e del patrimonio ecclesiastico. Su questi due fronti, invece, il laicismo spagnolo sposta il dibattito dai privilegi economici delle confessioni al terreno, ben più scomodo per la politica, dei diritti civili.
Il calendario, in questa storia, non è un dettaglio. Il 5 ottobre il premier socialista Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes e chiamato il Paese alle urne meno di un anno prima della scadenza naturale, prevista per l’estate del 2027. In Spagna questo potere spetta al presidente del governo e il suo esercizio ha un prezzo preciso: con lo scioglimento decadono tutti i progetti di legge in corso.
Tra i testi decaduti c’è proprio la riforma che avrebbe eliminato il delitto di escarnio, l’offesa ai sentimenti religiosi prevista dall’articolo 525 del Codice penale. Già ferma in Commissione Giustizia, senza aver mai ottenuto un parere, ora la questione passa alla prossima legislatura, e il reato, intanto, resta al suo posto.
Negli ultimi anni il 525 è stato invocato in diversi procedimenti contro figure dell’arte, dell’attivismo e della vita pubblica, quasi sempre conclusi con un’assoluzione. Le condanne sono state poche, è vero, ma i processi lunghi e polemici: anni di udienze, spese legali e titoli di giornale. È bastato per insegnare a molte e molti che con la religione, in Spagna, conviene ancora andarci piano.
Per il movimento laicista, del resto, quella riforma era già un compromesso al ribasso: abrogare il solo 525, si legge nel testo, sarebbe necessario ma insufficiente. La proposta va oltre e chiede di eliminare anche l’articolo 524, che punisce la profanazione di un luogo di culto come offesa ai sentimenti religiosi.
Danneggiamenti e disordini pubblici sono già reati comuni, una fattispecie a parte riserva a un edificio sacro, e alla sensibilità di chi lo frequenta, una protezione che nessun altro spazio riceve. Una biblioteca, una sede di partito o una scuola, per la legge, non meritano ad oggi altrettanta suscettibilità.
Diverso è il destino degli articoli 522 e 523, che tutelano il culto da costrizioni e turbative. Non andrebbero cancellati ma riscritti con la finalità di proteggere l’esercizio di qualunque convinzione, religiosa o meno.
In pratica, la legge porrebbe sullo stesso piano chi impedisce a una persona di assistere a una messa e chi ostacola un’assemblea atea o un rito civile: un unico reato, a tutela di ogni convinzione.
Il filo che lega queste modifiche è chiaroIl filo che lega queste modifiche è chiaro: il diritto penale custodisce la libertà di chi vive in una società, non il prestigio di una dottrina. Il bene giuridico protetto smette di essere il sentimento religioso e diventa la libertà di coscienza, appartenente a ogni individuo e non privilegio delle sole persone credenti.
Il capitolo dedicato all’infanzia varca una soglia che la politica ha sempre evitato. La proposta 11 chiede che nessuna persona venga iscritta a una religione prima della maggiore età, ed elenca con sobrietà i riti attraverso cui l’appartenenza viene impressa: battesimo, brit milà (il rito ebraico della circoncisione), presentazione, consacrazione. Non c’è gerarchia, e nessuna confessione viene messa all’indice.
Sotto accusa c’è un gesto che molte fedi condividono: decidere chi sarà qualcuno prima che quel qualcuno possa decidere chi vuole essere. La proposta 12, legata alla precedente, va oltre il registro e scende nell’intimità.
Garantisce a bambine, bambini e adolescenti il diritto di sottrarsi alla confessione auricolare, alla direzione spirituale e a ogni rito che chieda loro di svelare pensieri e condotte a un’autorità religiosa.
È qui che il testo mette il piede dove la politica di solito non osa: nel confessionale. Nella penombra di una cabina di legno, un adulto rivestito di un’autorità che nessuno ha mai potuto verificare chiede a una bambina o a un bambino di elencare le proprie colpe.
Altrove, una scena così avrebbe un nome preciso, violazione, ma qui ne porta un altro, più solenne: sacramento. Le due proposte si muovono su un crinale sottile, tra la libertà educativa genitoriale e quella di chi viene educato.
L’obiezione è prevedibile e suona sempre uguale: così si limiterebbe il diritto di crescere figlie e figli secondo le proprie convinzioni. In realtà quel diritto resta intatto; viene meno la facoltà di sottoscrivere e rendere ufficiale, in nome di chi non può ancora scegliere, un’appartenenza che spetterebbe a lei o a lui soltanto.
E forse è proprio questa la domanda che la politica preferisce non porsi: a chi appartiene, davvero, la coscienza di una bambina o di un bambino?
A sostegno delle richieste ci sono dati che il testo riporta con chiarezza. Nel barometro di settembre del CIS, il Centro de Investigaciones Sociológicas, il 17,1% delle persone intervistate si dichiara atea e il 15,9% cattolica praticante. Dall’inizio della serie, nel maggio 2019, il sorpasso non era mai avvenuto.
Allora il rapporto era di 23,2 a 11 a favore della pratica cattolica. Altre rilevazioni confermano la tendenza. Per la Fundación Pluralismo y Convivencia, il 42% della popolazione non si riconosce in alcuna religione e appena il 17% pratica con regolarità. Il 62%, inoltre, respinge i vantaggi fiscali riservati agli enti religiosi.
Il rapporto Laicidad en cifras 2026 della Fundación Ferrer i Guàrdia misura il cammino di mezzo secolo: le persone non religiose erano l’8,5% nel 1980 e oggi sono il 39,3%le persone non religiose erano l’8,5% nel 1980 e oggi sono il 39,3%, mentre nei Paesi Baschi superano la metà (50,5%). Nello stesso tempo l’altare ha perso il monopolio sulle nozze: nel 1994 i matrimoni religiosi erano il 77,3% del totale, nel 2024 appena il 16,4%.
In Spagna si dice el dato mata al relato, il dato vince sul racconto. E qui l’argomento si sostiene quasi da solo. Le norme presuppongono ancora una maggioranza cattolica che non esiste più. Diventa così arduo giustificare la tutela penale dei suoi sentimenti, come l’iscrizione di bambine e bambini a una fede fin dalla nascita.
Quando le istituzioni continuano a trattare da maggioranza chi non lo è più, lo scarto tra società e leggi smette di essere una questione di forma e diventa un problema di qualità democratica. Sullo sfondo c’è la Costituzione del 1978, e una frase che porta in sé la propria contraddizione.
Il terzo comma dell’articolo 16 si apre con una promessa di neutralità: nessuna confessione avrà carattere statale. Subito dopo, però, impone ai poteri pubblici di tenere conto delle credenze religiose della società spagnola e di cooperare con la Chiesa cattolica e le altre confessioni.
Su quell’inciso si è retto per decenni l’intero edificio dei privilegi. Il movimento laicista propone di leggerlo alla luce dell’articolo 9, che al secondo comma obbliga i poteri pubblici a rimuovere gli ostacoli alla parità reale.
Da qui la richiesta di riformare l’articolo 16 e l’articolo 27, quello sull’istruzione. La società di cui si doveva tenere conto non è più la stessa e a cambiare, ormai, dovrebbe essere la Costituzione. Le restanti misure percorrono strade più battute. In primo luogo, la denuncia degli accordi del 1976 e del 1979 con la Santa Sede e di quelli del 1992 con le confessioni minoritarie.
Poi il superamento del notorio arraigo, il notorio radicamento che la Legge di libertà religiosa del 1980 pone come chiave d’accesso a un regime di favore. Al posto di quella legge ne nascerebbe una nuova, organica, sulla libertà di coscienza.
La accompagnerebbe un Regolamento di laicità su atti istituzionali, presenza di cariche pubbliche a cerimonie religiose e cessione di suolo pubblico. Sul piano economico, il testo chiede di abolire l’esenzione dall’IBI, l’imposta sugli immobili, e l’assegnazione alla Chiesa cattolica di una quota dell’IRPF, l’imposta sul reddito.
Completano l’elenco altre quattro richieste. La prima è annullare le immatricolazioni con cui la Chiesa ha registrato a proprio nome beni immobili, e rendere pubblico l’elenco completo dal 1946. La seconda è che la riparazione per le vittime di abusi la paghino le istituzioni responsabili e non il bilancio pubblico, con una revisione dei termini di prescrizione. La terza è sopprimere le cappellanie finanziate con denaro pubblico. L’ultima guarda oltre i confini e rilancia una Carta Europea per la laicità.
Il voto arriva in un clima incerto. Sánchez ha rivendicato i risultati economici, ammesso errori e chiesto una maggioranza progressista più ampia, in vista di una campagna che si aprirà ufficialmente il 13 novembre. Ai partiti si chiede di dichiarare, prima del 29 novembre, quali misure ciascuno si impegna a portare in aula e le risposte saranno rese pubbliche.
Sul Codice penale qualcuno forse si pronuncerà, perché la riforma del 525 aveva già varcato le porte del Parlamento. Su battesimi e confessione in età minore è più probabile il silenzio. La Spagna che crede di meno potrebbe diventare quella che conta di più e chi oggi tace e non vuol trovare le parole per parlarle rischia di accorgersene davanti alle urne.
Federica Marzioni
Fonti: Europa Laica, comunicato del 14 ottobre 2026 e documento Propuestas Generales 29N 2026 (laicismo.org); CIS, barometro di settembre 2026; Fundación Pluralismo y Convivencia; Fundación Ferrer i Guàrdia, Laicidad en cifras 2026; La Moncloa; Telemadrid; elDiario.es.
