Università, ordini professionali, Regioni e Servizio sanitario continuano a legittimare pratiche pseudoscientifiche, alimentando la falsa percezione che siano equivalenti alla medicina. Affronta il tema la dottoressa Rossana Garavaglia sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Che cosa si intende qui per sdoganamento istituzionale? Esso è rappresentato da atti amministrativi aventi come oggetto pratiche, sedicenti mediche, prive di validazione scientifica, che acquisiscono legittimità sanitaria formale, non perché abbiano superato un vaglio critico scientifico, ma perché istituzioni quali università, ordini professionali, aziende sanitarie, agenzia delle entrate, regioni, eccetera, le trattano come se lo avessero fatto.
Il discorso si concentrerà sull’omeopatia come esempio classico di validazione istituzionale formale, ma non mancano esempi che chiamano in causa altre disciplinenon mancano esempi che chiamano in causa altre discipline che prendono la scorciatoia amministrativa, ben più facile da percorrere rispetto alla winding road rappresentata dalle procedure del metodo scientifico.

Racconteremo, quindi, degli equivoci che nascono dal confondere due piani separati: da un lato l’amministrativo e dall’altro quello della realtà scientifica.
C’è un vocabolo che ha aperto la porta degli equivoci: “medicinale”. I prodotti omeopatici hanno ottenuto lo status giuridico di “medicinale omeopatico” in Europa, ma dentro una categoria separata rispetto ai “medicinali”; categoria costruita allo scopo di garantire la non tossicità dei prodotti attraverso la standardizzazione della produzione, il grado di diluizione che ne garantisce la sicurezza (alcuni prodotti omeopatici sono sostanze tossiche come metalli o materiale infetto), i controlli a campione e, di conseguenza, permettere la libera circolazione sul mercato europeo.
Tale regolamentazione regolatoria non aveva certo lo scopo di certificarne l’efficacia e la sicurezza clinica e sociale: infatti, la medesima direttiva europea, a fronte di una via di commercializzazione semplificata senza prove precliniche e cliniche di sicurezza ed efficacia, ha imposto l’etichettatura che riporti la dicitura «senza indicazione approvata».
In altre parole, il produttore deve documentare qualità, origine dei materiali, metodo di preparazione, stabilità e omogeneità dei lotti, ma non deve dimostrare alcuna efficacia clinica per poter commercializzare un prodotto che si chiamerà “medicinale omeopatico”. L’Italia, così come gli altri Paesi europei, ha recepito questo impianto con il decreto legislativo 219/2006.
L’aver concesso l’uso della dicitura “medicinale omeopatico” ha condotto a un secondo paradossale equivoco in Italia: la detraibilità fiscale concessa ai medicinali.
Abbiamo, quindi, una categorizzazione nata per regolare il mercato che si trasforma in una spesa sanitaria fiscalmente agevolata.
La conseguenza di questi due sdoganamenti amministrativi ricade sui cittadini. Il cittadino legge “medicinale omeopatico”, in farmacia gli si chiede la tessera sanitaria per lo scontrino detraibile, è un prodotto prescrivibile solo da un medico, dispensabile solo in farmacia (anche senza ricetta medica), e conclude, legittimamente, che qualcuno ne abbia verificato l’efficacia con gli stessi criteri dei farmaci con indicazione approvata perché frutto di sperimentazioni cliniche e precliniche. Siamo davanti a un messaggio implicito falso pur se istituzionalmente avallato a più livelli.
Un’altra conseguenza è che i sostenitori dell’omeopatia e alcune organizzazioni di categoria dei produttori si spingono ad affermare pubblicamente che i “medicinali omeopatici” sono farmaci a tutti gli effetti. L’affermazione è palesemente non corretta da un punto di vista medicoL’affermazione è palesemente non corretta da un punto di vista medico, ma è concessa dall’impianto regolatorio.
Quello regolatorio è solo un tassello di un quadro più ampio: la progressiva normalizzazione delle pseudoscienze sanitarie avviene anche attraverso altri canali istituzionali. Parliamo di università che istituiscono master, ordini dei medici che patrocinano convegni e istituiscono corsi con rilascio di crediti Ecm, aziende ospedaliere che firmano collaborazioni, farmacie che vendono “medicinali” privi di prove di efficacia, Regioni che inseriscono queste pratiche nei propri servizi sanitari.
La Toscana è esempio di longevità dell’istituzionalizzazione normalizzante: da circa trent’anni la Regione include nel proprio Servizio sanitario regionale prestazioni di omeopatia e medicina tradizionale cinese, con personale dedicato e risorse pubbliche stanziate stabilmente.
Trent’anni sono un segnale potente che colpisce i cittadini: se lo offre il Ssr, deve funzionare. Ma la disponibilità istituzionale non è una prova di efficacia, è solo disponibilità politica e illusione di competenza alimentata da chi dovrebbe fare da filtro, non da megafono.
Un problema economico, certo, ma non ci si ferma qui perché ogni euro destinato a queste pratiche è un euro sottratto a screening, prevenzione, diagnosi precoce, cura e tempo di cura. Nel 2025, mentre si continuava a spendere su prodotti omeopatici, sono stati respinti emendamenti che chiedevano sei milioni di euro annui per tre anni per estendere il programma di screening mammografico alle fasce 45-49 e 70-74 anni, nonostante le istituzioni europee raccomandino da tempo quella stessa estensione come obiettivo di sanità pubblica.
Quello cognitivo è un altro danno, magari meno immediato da cogliere e comprendere nelle sue declinazioni, ma non certo meno grave nelle conseguenze personali e sociali.
Quando una pratica viene formalizzata come professione sanitaria, regolamentata e offerta nei percorsi universitari, ammessa nei corsi di aggiornamento degli ordini professionali, ecco che, agli occhi di chi è malato, diventa indistinguibile dalla medicina che il Comitato nazionale per la bioetica definisce scientifica.
Grazie a questo percorso “semplificato” offerto da molte istituzioni, la credibilità è regalata e non si guadagna più con l’aderenza alla realtà: è un sistema che si autoalimenta in un circolo vizioso di cui si è perso il bandolo e le persone malate scompaiono nella autoreferenzialità dei professionisti che fanno a gara per mostrarsi “aperti di mente”.
È un sistema istituzionale che tollera perché «tanto non fanno male» e ci si scorda che il male è già nella commistione e nella vicinanza.
Quella vicinanza forzata dalle istituzioni che porta un omeopata a tenere un corso presso un Ordine dei medici (Omceo) provinciale: si afferma che uno studio messicano sulla depressione di confronto tra fluoxetina e prodotto omeopatico in doppio cieco abbia riportato risultati a favore del prodotto omeopatico.
Vero, tutto vero, ma l’omeopata si è dimenticato di dire che lo studio, pubblicato nel 2015, è stato ritrattato all’inizio del 2020.
I medici iscritti al corso devono quindi fare una scelta tra coerenza scientifica e fiducia nel proprio ordine di appartenenza e in un collega che afferma di saperla lunga e di avere molta esperienza diretta: ha visto con i suoi occhi i risultati. Nel 2026 siamo all’evidenza costruita sulla propria esperienza.
La medesima dimenticanza colpisce Regione Toscana che, su precisa richiesta di fornire letteratura a supporto della scelta di inserire servizi di omeopatia a spese dei contribuenti toscani, cita, sia nel 2020 e ancora nel 2025, quel medesimo studio come se fosse una delle prove di efficacia del prodotto omeopatico sulla depressione.
Quanto è grave che durante un corso di aggiornamento di un Omceo non vi sia la verifica del materiale discusso che dovrebbe essere il meglio a disposizione per l’aggiornamento di professionisti che si prendono cura della salute delle persone?
Quanto è grave che Regione Toscana citi lavori ritrattati a sostegno di una pratica inserita nel Ssr toscano da 30 anni?
Quando un caso esplode mediaticamente, come accaduto di recente a Catania con una collaborazione tra una naturopata e un’azienda ospedaliero-universitaria, la reazione istituzionale sembra decisa e ferma.
Nel 2025 l’assessore alla sanità di Regione Toscana, sui social, ringraziò il ministro Schillaci per aver rifiutato di inserire nel Nitag (Gruppo consultivo nazionale sulle vaccinazioni) due professionisti che avevano espresso posizioni pregiudizialmente, secondo le parole del ministro e dell’assessore toscano, contrarie ai vaccini e portatori di un pensiero non scientificamente fondato.
L’assessore si è dimenticato di dire che entrambi i professionisti erano esperti in omeopatia: che coerenza vi è nelle parole dell’assessore quando lui stesso ha scritto editoriali che magnificano le scelte dell’integrazione toscana con l’omeopatia che propone un suo vaccino per rinforzare le difese immunitarie?
L’episodio della naturopatia presso il policlinico di Catania non è, quindi, un’anomalia: è solo il sintomo di una malattia che ha infiltrato le istituzioni, da anni, nel silenzio.
A rendere insidiose queste pratiche è la narrazione che, sempre, accompagna ogni visita, ogni procedura e ogni prescrizione. L’esistenza stessa delle alternative dipende dal loro essere in opposizione polemica alla medicina etichettata negativamente: ufficiale, tradizionale, occidentale, allopatica.
Essa è personificata e accusata di essere ideologica, miope, mossa dalla paura di perdere potere, pericolosa («la chemio uccide»). Le alternative non si danno un’esistenza fondata su realtà verificabile, ma, come detto, un’esistenza la cui unica sostanza è l’essere contro, raccontato attraverso semeiotiche parallele non sostanziate scientificamente.
I “terreni” omeopatici contrapposti ai profili psicologici delle persone, i “blocchi” osteopatici, i meridiani energetici, l’idea stessa che l’acqua abbia memoria sono spiegazioni prescientifiche cioè costruite per essere immuni a qualsiasi verifica empirica.
Non descrivono una realtà fisiologica, ma alimentano un racconto vitalista autoreferenziale, in cui l’Amore (con la A maiuscola) vincerà comunque, e la società, semplicemente, «non è ancora pronta» ad accogliere la verità. Le persone malate a queste narrazioni sono esposte, a loro viene detto che la medicina non li cura come persone, che la medicina è chimica e la chimica uccide.
A queste narrazioni sono esposti anche i medici durante i corsi di aggiornamento del proprio ordine professionale.
Nel caso dell’omeopatia, il confronto con altri Paesi europei mostra che la strada della non ambiguità è possibile. La Francia, nel 2021, dopo una revisione sistematica della letteratura, ha smesso di rimborsare i prodotti omeopatici giudicandoli inutili per efficacia non dimostrata. La Spagna, nel 2026, ha pubblicato un rapporto tecnico che conclude esplicitamente: non esiste evidenza scientifica a sostegno dell’omeopatia come terapia efficace e gli effetti osservati sono comparabili al placebo.
Non si tratta di proibire nulla, né di impedire a chi lo desidera di rivolgersi a un naturopata o di acquistare un prodotto omeopatico.
Si tratta di non concedere l’avallo delle istituzioni, avallo che regala credibilità agli occhi dei cittadini e dei medici stessi.
Sul sito di Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici) è reperibile la seguente critica alla incoerenza istituzionale: «Basti considerare che l’Ordine dei medici ammette la pratica di terapie di non provata efficacia, come l’omeopatia. Con che autorità poi possiamo contrastare il mercato dei farmaci di non provata efficacia o confutare le pericolose affermazioni degli antivaccinisti? Il controargomento che sento spesso afferma più o meno così: “Sì, all’ordine sappiamo che si tratta di terapie di non provata efficacia, ma proprio per questo è preferibile che siano medici a prescriverle e quindi controllarne gli effetti piuttosto che praticoni senza laurea”. Che è un po’ come affermare che “Sì, rubare nei supermercati è da condannare, ma meglio che lo facciano persone per bene, piuttosto che ladri di professione”. Per essere visti come fonte affidabile di informazione dovremmo ridurre al minimo le nostre ambiguità fattuali».
Non vi è null’altro da aggiungere se non che le tossine cognitive allontanano le persone dalla medicina e dai medici.
Rossana Garavaglia
Approfondimenti
- Cicap, Prodotti omeopatici: sono medicinali! Sono medicinali?
- Haute Autorité de Santé, Assessment of homeopathic medicines
- Ministerio de Sanidad
- Fnomceo, Alla ricerca del vero, tra pregiudizi, credenze, falsi
ricordi…
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“si afferma che uno studio messicano sulla depressione di confronto tra fluoxetina e prodotto omeopatico in doppio cieco abbia riportato risultati a favore del prodotto omeopatico.
Vero, tutto vero, ma l’omeopata si è dimenticato di dire che lo studio, pubblicato nel 2015, è stato ritrattato all’inizio del 2020.”
Sarebbe utile una citazione più precisa, anche solo titolo, rivista (con relativi numeri e pagine), magari anche gli autori, se non sono troppi.
E’ scontato che l’omeopatia non ha nessun potere sulle malattie ordinarie, ben conosciute : non esistono dubbi ! Ma è altrettanto noto che circa che circa il 50% delle consultazioni in occidente sono motivate dalla cosiddetta « patologia funzionale », nota come la sindrome di Munchausen, psicosomatica, senza dimenticare l’ipocondriaca ! Ossia allergie multiple, stanchezza cronica, fibromialgia, mal di schiena, dolori vari, insonnia, condizioni di stress, ecc…
Non posso fare altro che ripetere che In questi casi particolari, gli omeopati (indipendentemente dal discutibilissimo preteso effetto dei « medicinali » che utilizzano ma che, nel migliore dei casi, non va oltre un effetto placebo !) accordano una certa importanza all’ascolto e danno un vero significato alle parole del paziente, sono tra i pochi a rimanere fedeli alla prospettiva in cui il paziente viene considerato non un cliente ma una persona. Ed è proprio per questo che certi disturbi puramente illusori possono essere alleviati o eliminati grazie alle qualità empatiche e psicologiche di certi omeopati… Quindi potremmo affermare che l’omeopatia, anche se irrazionale, NON serve a niente ?
Inoltre, nella medicina ufficiale, o allopatica, l’utilizzo di medicinali placebo esiste -sia pure discretamente- con una certa incidenza rispetto a medicine attive, tutt’altro che trascurabili
Mi risulta che i farmaci omeopatici costino parecchio, quindi ho qualche dubbio che il medico omeopata non veda il paziente come cliente, ma come una persona. Anche i ciarlatani e truffatori fanno credere alla “persona” di occuparsi di lei, cercando di conquistarsi la sua fiducia.
Purtroppo è vero che certi medici sono troppo burocratici e meccanicisti, con difficoltà ad ascoltare, magari perchè sono oberati di pazienti visto i continui tagli alla sanità e la scarsità dei medici, ma non mi sembra che il problema si debba risolvere affidandosi a degli imbonitori.
…..Che i farmaci omeopatici costino “parecchio”….dipende dal costo reale del farmaco ! Non sono di certo paragonabili a quelli allopatici dell’industria farmaceutica…
Pochi sanno che un malato di cancro può portare dai 120.000 ai 160.000€ (anche oltre 500.000€ in alcuni casi) ai venditori di farmaci e cure specifiche !
Sorprende anche notare che in Francia (ma non solo) il bilancio sanitario riguarda più del 95% delle cure, ma che, molto stranamente, solo dal 3 al 4% è destinato alla prevenzione !
Ma anche : a parte pochi casi molto specifici, la polifarmacia incontrollata è molto spesso dannosa, anche decisamente rischiosa, per non dire letale !
Da notare che milioni di persone vivono dalla malattia o malessere degli altri : medici generalisti e specialisti, la struttura ospedaliera pubblica e privata, senza ovviamente dimenticare la parte del leone, che non fa altro che aumentare esponenzialmente… quella dell’industria farmaceutica !
Certi “di cattiva fede” potrebbero affermare che in questo sistema, nessuno (o quasi) ha interesse a che la gente rimanga in buona salute …
E potrei continuare a criticare, ma anche denunciare certi comportamenti del BIG PHARMA che ignorano l’etimologia o significato dell’Etica… Solo il profitto degli azionisti conta ! Cercate l’errore
Circa il 90 % dei farmaci non supera in genere i trial clinici, in campo oncologico circa il 95 %, questo significa che solo un farmaco oncologico su 20 supera i test. Ma questi sono i farmaci che sono giunti al livello di essere testati: in realtà vi sono tante linee di sviluppo che non arrivano neanche a questo stadio perchè falliscono prima.
Questo significa che il costo di un farmaco che ha superato tutti i test clinici non deve remunerare solo il suo sviluppo, ma deve ripagare anche tutti i tentativi falliti con altri farmaci, altrimenti l’azienda non può sostenersi. Quindi inevitabilmente i margini di guadagno devono essere elevati altrimenti un’azienda fallirebbe se ha puntato tutto su uno o pochi farmaci nel caso questi non arrivino alla fine del percorso. La ricerca purtroppo è costosa ed implica frequenti fallimenti e sarebbe molto più lenta se non girassero tanti soldi (l’abbiamo visto bene durante il covid quando nel giro di un anno siamo riusciti ad ottenere dei vaccini grazie al fatto che erano stati messi a disposizione molti soldi).
Questo è vero anche in altri campi di ricerca rischiosi. Per esempio Musk può fare le sue ricerche spaziali perchè anche nel caso che perda un razzo ha i soldi per costruirne uno nuovo, cosa che non potrebbe fare se i suoi guadagni fossero contenuti e rimarrebbe bloccato dopo un fallimento.
Personalmente mi scandalizza di più il giro di affari sugli integratori, questi si dove l’efficacia è scarsa o nulla e non richiedono costi così elevati per la preparazione.
L’industria farmaceutica è un enorme business. Per avere un’idea, basti ricordare che le vendite mondiali di farmaci psicotropi superano i $ 900 miliardi l’anno, la metà negli Stati Uniti e un quarto in Europa. Inoltre, il margine di profitto, che è vicino al 17%, è tra i più grandi in tutti i settori. I laboratori (USA) spendono almeno tanto nella pubblicità quanto nella ricerca ($ 70 miliardi l’anno) e fin troppo spesso finanziano studi clinici aberranti, condotti male e per cattive ragioni – evitando le piste che potrebbero semplicemente insegnarci qualcosa per preferire i loro esperimenti commerciali destinati, essenzialmente, ad alimentare il loro marketing e non a stimolare la scoperta e l’innovazione….
Un secondo modo più sicuro di espandere la quota di mercato contemporaneamente al numero di utenti è quello di trovare nuovi bersagli per i farmaci già in circolazione: la ricerca verrà commissionata per prescrivere queste compresse per bambini o per distogliere l’indicazione diagnostica iniziale in modo che possa essere applicata ad altri disturbi. A questo punto, non è più la scienza a guidare la ricerca: ma il genio pubblicitario e la comunicazione. Il risultato è prevedibile : vendite colossali e un risultao scientifico nullo. I dati vengono tenuti segreti e i risultati negativi vengono regolarmente ignorati, mentre la più minuscola scoperta viene immediatamente salutata e acclamata. Arriva inoltre puntualmente che i ricercatori siano corrotti e le pubblicazioni scientifiche scritte da persone scelte ad hoc al servizio, non della salute, ma dei laboratori farmaceutici…
Da diverse fonti affidabili ! risulta che il modo in cui è fissato il prezzo dei farmaci, vaccini compresi, non ha alcuna relazione con il loro costo di produzione reale riflette la posizione di monopolio di cui gode l’industria farmaceutica e la sua capacità di convincere i politici. Nei suoi aspetti più oscuri, l’industria farmaceutica e la sua “com” sono presentate come un gioco da pazzi progettato per fuorviare e ingannare, piuttosto che per informare razionalmente i medici e il pubblico. E, ancora una volta, l’argomento secondo cui i farmaci sono costosi perché la ricerca nuova e promettente deve essere finanziata è una pura cortina fumogena….
NB : Nell’Unione Europea (Bruxelles) partecipano circa 30.000 lobbisti, 25.000 dei quali lavorano per l’industria di qualsiasi tipo ma anche, e soprattutto per l’Industria Farmaceutica mondiale ! Il resto, 5000 –diciamo- per il benessere umano e abusi di qualsiasi tipo….