L’Italia è ultima in Europa per occupazione nelle professioni scientifiche e tecnologiche. Ma come trasformare il progresso in uno strumento di benessere e giustizia sociale? Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 5/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Secondo un recente studio, l’Italia risulta essere l’ultimo Paese nell’Unione europea per quota di persone occupate nelle professioni scientifiche e ingegneristiche (Stem). Esse rappresentano solo il 5% di tutti gli occupati tra i 25 e i 64 anni. Al primo posto risulta la Svezia con oltre il 15%. Persino la Slovacchia ci supera piazzandosi al penultimo posto.
L’acronimo Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), già utilizzato in alcune iniziative negli anni precedenti, fu adottato e promosso nel 2001 dalla National Science Foundation (Nsf)fu adottato e promosso nel 2001 dalla National Science Foundation (Nsf) in sostituzione del precedente Smet. L’adozione avvenne durante il mandato della microbiologa statunitense Rita Colwell, allora direttrice della Nsf, e contribuì alla successiva diffusione dell’acronimo per indicare l’insieme delle discipline scientifico-tecnologiche.

Le discipline Stem costituiscono uno dei principali motori dell’innovazione scientifica e tecnologica e rappresentano quindi un fattore strategico per lo sviluppo economico e sociale di un Paese.
Oltre ai dati precedenti sull’occupazione, ve ne sono altri egualmente preoccupanti.
Nel 2023, i laureati in discipline Stem rappresentavano il 22,4% dei laureati italiani, contro una media Ue del 25,2%. Considerando invece il numero di laureati Stem in rapporto alla popolazione di età compresa tra 20 e 29 anni, l’Italia registrava 18,5 laureati Stem ogni 1.000 giovani, a fronte dei 23 per 1.000 della media Ue.
Queste basse percentuali fanno sì che esista un profondo divario tra la domanda di competenze nell’area tecnico-scientifica da parte delle aziende e la scarsissima offerta di giovani che posseggono tale preparazione.
Il mercato del lavoro sta subendo profondi e rapidi mutamenti a causa della continua innovazione tecnologica. A queste trasformazioni, tuttavia, non ha fatto seguito un parallelo incremento di giovani con preparazione di carattere tecnico-scientifico. Circa un’azienda su quattro (per la precisione il 23%) non è riuscita a trovare profili Stem nel momento in cui ne aveva necessità.
Un’indagine di qualche anno fa sulla formazione tecnico-scientifica, dal titolo RiGeneration Stem (realizzata dalla fondazione Deloitte, in collaborazione con Swg) aveva raccolto il punto di vista dei principali protagonisti del sistema di istruzione e formazione: studenti e giovani (occupati e non), docenti e anche parte del mondo imprenditoriale.
L’indagine si è inoltre proposta di valutare il livello di preparazione maturato dagli studenti grazie all’attuale sistema formativo e quale potrebbe essere il futuro del mondo dell’istruzione e di quello professionale.
Dalla ricerca è emerso che le persone intervistate sono ancora poco attratte dalle materie Stem e ben il 29% di esse confessa di «non sentirsi a proprio agio percependole troppo difficili per le proprie capacità».
È emerso inoltre che, nel momento in cui i ragazzi devono scegliere il loro percorso universitario, prevale «un contesto culturale che privilegia le materie umanistiche e, nei momenti cruciali delle scelte, i giovani sono influenzati più dalla famiglia che dall’orientamento scolasticoi giovani sono influenzati più dalla famiglia che dall’orientamento scolastico, poco efficace nell’illustrare le crescenti potenzialità occupazionali delle discipline Stem».
Per quanto riguarda la situazione delle nostre scuole, dalla ricerca emergono diversi aspetti interessanti: 1) la necessità di un maggiore bilanciamento tra teoria e pratica nella didattica; 2) la scarsità di tempo: il 34% dei docenti lamenta di avere a disposizione un numero insufficiente di ore dedicate allo sviluppo di competenze pratiche; 3) la richiesta di un maggiore coinvolgimento nell’insegnamento da parte degli studenti: solo uno studente non Stem su due si sente coinvolto dai propri docenti nelle materie tecnico-scientifiche; 4) la necessità di un aggiornamento delle dotazioni: due docenti su tre accusano la presenza di dotazioni arretrate nelle proprie scuole; 5) un maggiore bisogno di collaborazioni scuola-mondo del lavoro: al momento le partnership sono valutate insufficienti dal 64% degli studenti e dal 61% dei docenti; 6) la richiesta di un aumento dell’efficacia del sistema di orientamento: oltre la metà delle imprese intervistate (55%) dichiara di non prendere parte a servizi di orientamento.
Dalla ricerca RiGeneration Stem è emersa inoltre l’esigenza di puntare su un concetto chiave: contaminazione. Il nostro sistema scolastico deve favorire la pratica durante le ore di didattica e il rafforzamento di momenti di incontro con le aziende.
Va sicuramente in questo senso il progetto di alternanza scuola-lavoro, introdotto nel 2015 dalla legge 107. Da tempo non si parla più di alternanza scuola-lavoro, ma si utilizza l’acronimo Pcto, che sta per “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. Secondo alcuni, tuttavia, le iniziative legislative non sono sufficienti.
Dall’indagine, infine, viene riconosciuta l’importanza delle cosiddette soft skill, ovvero quelle capacità di stampo cognitivo, relazionale e comunicativo, diverse dalle competenze tecniche specifiche. Tra queste emergono il pensiero critico, il problem solving e la proattività, ovvero la capacità di agire in anticipo di fronte a una certa problematica.
Questi ultimi aspetti meritano qualche approfondimento.
Il dibattito sulle discipline Stem solitamente riguarda infatti solo gli aspetti occupazionali ed economici, intrinsecamente legati alla necessità di innovazione e sviluppo tecnologico. Tutti aspetti sicuramente importantissimi ai quali una società moderna deve guardare.
Ma esiste una domanda più importante: una società ricca di competenze scientifiche è automaticamente una società migliore?una società ricca di competenze scientifiche è automaticamente una società migliore? Queste ultime sarebbero sufficienti a garantire un futuro di benessere, pace sociale e prosperità? La risposta dipende dal modello di società che vogliamo costruire.
Il problema non è stabilire se il progresso scientifico produca benefici: sappiamo che li produce. La questione è un’altra: chi decide come utilizzare il potere che la scienza e la tecnologia mettono a disposizione?
Il modello che i Paesi avanzati hanno seguito finora ha portato indubbiamente grandi benefici ai diretti interessati e, in parte, anche ai Paesi meno fortunati. Però ha anche generato grandi sfruttamenti (sia umani che ambientali) e un aumento di diseguaglianze sociali.
Se facciamo riferimento agli ultimi cento anni, le diseguaglianze tra i Paesi sono diminuite. Per gran parte del XX secolo il divario tra Paesi ricchi e poveri è stato enorme. Negli ultimi decenni, però, la rapida crescita economica di Paesi come Cina, India e altri Paesi asiatici ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà estrema.
Ad esempio, intorno al 1820 oltre l’80% della popolazione mondiale viveva in condizioni di estrema povertà. Oggi la quota è scesa a meno del 10%. La pandemia di Covid-19 ha tuttavia provocato un temporaneo aumento della povertà estrema, interrompendo per la prima volta in decenni la tendenza alla sua riduzione.
Quindi, guardando il mondo nel suo insieme, il reddito medio dei Paesi poveri si è avvicinato a quello dei Paesi ricchi.
Se però volgiamo lo sguardo all’interno dei Paesi, le diseguaglianze sono spesso aumentate. In molti Paesi sviluppati (come Stati Uniti, Regno Unito e in misura minore altri Paesi europei), dagli anni ottanta i redditi più alti sono cresciuti molto più rapidamente; la ricchezza si è concentrata nelle mani di una quota ridotta della popolazione; il costo di casa, istruzione e sanità è aumentato in molti contesti.
Anche in diversi Paesi emergenti la crescita economica è stata accompagnata da un aumento delle differenze di reddito. In generale, la diseguaglianza nella ricchezza è aumentata. La ricchezza (case, terreni, azioni, imprese, patrimoni finanziari) è distribuita in modo molto più diseguale del reddito.
Oggi il 10% più ricco della popolazione possiede circa il 75% della ricchezza mondiale e il 50% più povero possiede solo una piccola quota della ricchezza globale. Questa concentrazione è aumentata in molti Paesi negli ultimi decenni.
In sintesi, possiamo dire che la tendenza degli ultimi 100 anni è stata un forte miglioramento delle condizioni di vita medie a livello globale, accompagnato però da una crescente concentrazione di reddito e ricchezza all’interno di molti singoli Paesi, soprattutto negli ultimi 40-50 anni. Per non parlare poi dei problemi ambientali che un certo modello di sviluppo ha pesantemente provocato.
Questi dati mostrano che il progresso scientifico e tecnologico da solo non è in grado di garantire necessariamente un futuro migliore. Esso è uno strumento: i suoi effetti dipendono dall’uso che ne facciamo. Un uso ottimale deve essere guidato evidentemente da una politica razionale, lungimirante e interessata unicamente al bene pubblico e quindi, in definitiva, ispirata a solidi principi etici.
La formazione scientifica può fornire strumenti in tal senso? Penso che la risposta sia affermativa se per formazione scientifica intendiamo l’acquisizione di una mentalità scientifica. Se invece per formazione scientifica intendiamo solamente l’acquisizione di competenze disciplinari specifiche, allora penso che la risposta sia no.
Albert Einstein (1879-1955), a questo proposito, nel 1955 affermò: «Io non considero uomo di scienza colui che ha imparato a usare strumenti e adottare dei metodi di lavoro che sembrano, direttamente o indirettamente, “scientifici”, ma soltanto colui che abbia una mentalità scientifica realmente viva»1.
Svolgere una professione scientifica, infatti, non significa necessariamente possedere una mentalità scientifica in ogni ambito della propria vita intellettuale.
In cosa consista la mentalità scientifica di cui stiamo parlando è stato ben chiarito dal fisico e genetista Edoardo Boncinelli (1941-2025) in una sua conferenza del 2013: «Esiste poi quella che io definisco la mentalità scientifica, una forma mentis basata su razionalità, spirito critico, disposizione all’ascolto dell’altro, abitudine a criticare e a essere criticati, disponibilità a cambiare idea, quest’ultima è fondamentale.
Gli scienziati, se lo sono, sono disponibili a cambiare idea, i non scienziati non cambiano mai idea, vanno avanti per anni, ma la cosa comica è che anche gli scienziati quando non parlano di scienza cadono nello stesso difetto, perché è troppo facile pensare di pensare giusto e continuare imperterriti a pensare quello che si pensava.
Questo è in sintesi lo schema che definisce la mentalità scientifica, ma è ovviamente anche il nocciolo dello spirito democratico: razionalità, ascoltare gli altri, disposizione a criticare e a essere criticati, soprattutto direi razionalità. Non è un caso che le nazioni di più vecchia e solida democrazia siano quelle che danno maggior valore alla scienza».
La vera scienza rappresenta un modo di guardare il mondo che ha implicazioni etiche, politiche e culturali. Non è quindi solamente un insieme di strumenti, strategie e risultati. La scienza è ricca di implicazioni valoriali. A cominciare da quei caratteri che il sociologo statunitense Robert K. Merton (1910-2003) indicò con l’acronimo Cudos: comunismo (communism), universalismo (universalism), disinteresse (disinterestedness), scetticismo organizzato (organized skepticism).
Il comunismo (inteso in senso epistemico e non politico) consiste nell’obbligo che ogni ricercatore ha di condividere le proprie conoscenze con l’intera comunità dei ricercatori. L’universalismo stabilisce che ogni nuovo contributo alla conoscenza scientifica debba essere giudicato di per sé, indipendentemente da chi lo propone.
Il disinteresse prevede che l’obiettivo principale del ricercatore sia l’avanzamento della conoscenza. Lo scetticismo organizzato, infine, prevede che prima di accettare qualsiasi nuova affermazione si debbano pretendere prove concrete a suo favore.
Alla base dell’impresa scientifica, nella prospettiva di Merton, vi è dunque anche un insieme di norme e valori che non sono puramente tecnici. Questo, tra l’altro, smentisce tutti coloro che vedono in essa un freddo esercizio di razionalità, privo di implicazioni valoriali.
Tuttavia, spesso capita di incontrare, anche ad altissimo livello, persone che svolgono una professione scientifica ignorando i principi di base del pensiero scientifico, compresi i valori etici che lo caratterizzano. In questi casi è improprio parlare di uomini di scienza nel senso in cui lo intendeva Einstein.
Si tratta, al più, di tecnici iperspecializzati: possiedono competenze scientifiche elevate, ma non incarnano pienamente quello spirito critico e quei valori che caratterizzano l’impresa scientifica.
Si potrebbero citare numerosi esempi di illustri personaggi che hanno messo le loro competenze e abilità al servizio della guerra o del mero interesse economico, o, in alternativa, ricercatori che hanno dato contributi geniali in certi campi, ma contemporaneamente hanno sostenuto tesi palesemente pseudoscientifiche (io stesso ne ho conosciuti personalmente diversi anche in importanti ruoli accademici). In entrambi i casi questi personaggi hanno dimostrato di non possedere una vera mentalità scientifica.
Naturalmente la mentalità scientifica non sostituisce l’etica, la politica o la filosofia. Può però contribuire a renderle più razionali, perché obbliga a confrontarsi con i fatti, a esplicitare le proprie ipotesi e a correggere le proprie convinzioni quando le evidenze le contraddicono.
Aumentare il numero dei laureati Stem, come viene auspicato da più parti, è certamente importante per la competitività del Paese. Ma sarebbe un errore considerare queste discipline soltanto come uno strumento funzionale al soddisfacimento delle esigenze del mercato del lavoro.
La loro funzione più profonda consiste nel formare cittadini capaci di ragionare criticamente, valutare le prove, distinguere i fatti dalle opinioni e affrontare problemi complessi con metodo. Cittadini di questo tipo sarebbero anche in grado di selezionare una migliore classe politica, con tutti i benefici che ne seguirebbero.
Una società può anche produrre eccellenti tecnici; se però non coltiva una diffusa mentalità scientifica, rischia di mettere un enorme potere nelle mani di persone prive degli strumenti culturali necessari per comprenderne le conseguenze e sprovviste di una solida cultura etica necessaria per orientare tale potere verso il bene comune.
Silvano Fuso
Approfondimenti
- A. Einstein, Messaggio agli scienziati italiani, in C.-N. Martin, L’ora H è suonata per il mondo, Feltrinelli, 1955.
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