Lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV rispecchia quello tra nazionalismo cristiano Usa e clericalismo nostrano, entrambi ostili a diritti individuali e laicità. Affronta il tema Raffele Carcano sul numero 3/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
A leggere i giornali, parrebbe un Celebrity Deathmatch. In realtà è soltanto un dissenso molto più esplicito del solito, e quasi sicuramente temporaneo. Nessuno dei due (anzi, dei tre) ha interesse a una contrapposizione frontale. Ma è vero che non c’era mai stato uno scontro di tali proporzioni tra Stati Uniti e Vaticano.
Ed è altrettanto vero che non c’era mai stato nemmeno tra Trump e Meloni. Ma tutti e tre hanno buoni motivi per andare d’accordo, anziché litigare. Il vaso di coccio siamo semmai noiIl vaso di coccio siamo semmai noi. Sia che litighino, sia che se la intendano. È curioso che sia accaduto col primo papa statunitense. I toni contro Bergoglio, con cui Trump ha avuto a che fare per più di quattro anni (considerando anche il primo mandato), non erano mai stati aspri.

Venne pure in Vaticano per i suoi funerali. Quando iniziò il conclave, provocatorio come adora essere, il presidente Usa diffuse un’immagine di sé stesso, realizzata grazie all’intelligenza artificiale, seduto sul trono di Pietro in abito talare e mitra. Poi fu eletto Prevost, Trump si congratulò e per quasi un annetto tutto sonnecchiò, o quasi.
Perlomeno da parte del papa: fin troppo impegnato a rattoppare in silenzio una chiesa cattolica che il passaggio del ciclone Francesco aveva seriamente danneggiato, ha lasciato quasi sempre la parola ai vescovi d’oltreoceano. Non lo si è sentito granché nemmeno nei giorni caldi in cui la polizia paramilitare dell’Ice imperversava per le strade di Minneapolis prendendosela non soltanto con gli immigrati, ma anche con la popolazione locale.
L’inquilino della Casa bianca, come sappiamo benissimo, si impone invece di scatenare almeno un terremoto al giorno, volendo a tutti i costi apparire un Godzilla fuori controllo – per puro piacere personale, evidentemente: non ci sono altre spiegazioni plausibili.
A un certo punto, però, gli appelli papali (mooolto generici) per la fine delle ostilità in Libano e in Iran hanno cominciato a infastidire Trump – un uomo che brucia dal desiderio di vedersi assegnato il Nobel per la pace, ma che agisce nella direzione diametralmente opposta. E così, nella prima domenica dopo Pasqua, il presidente ha definito il pontefice americano «debole sul crimine e terribile per la politica estera».
Rincarando velocemente la dose, con la bulimia che gli è tipica, ha anche accusato Leone XIV di essere favorevole al possesso di armi nucleari da parte dell’Iran, di essere un liberal, di fare il gioco della sinistra radicale, e persino di averlo tradito perché, in fondo, se è papa è merito suo.
Non contento, ha diffuso un’altra immagine creata digitalmente, in cui questa volta operava un miracolo nelle vesti di un profeta simil-Gesù. Già che c’era è andato anche sul concreto, iniziando a tagliuzzare qualche contributo statale ad alcune organizzazioni assistenziali cattoliche.
E il papa gli ha risposto. Direttamente. Senza giri di parole. Come quelle persone che, quando il troppo è troppo, sbottano. Ai giornalisti ha dichiarato: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare apertamente il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di dover fare. Non siamo politici, non vogliamo occuparci di politica estera, come la chiama lui, con lo stesso modo di vedere con cui può concepirla lui».
Aggiungendo a sua volta carne al fuoco, ha biasimato, senza fare nomi, chi pratica «l’idolatria di se stessi e del denaro» e chi «ostenta il potere», definendo «inaccettabile» la dichiarazione di Trump di poter distruggere «l’intera civiltà» iraniana, e ricordando che Dio «non ascolta le preghiere di chi fa la guerra». Negando infine, per quanto ovvio, di essere favorevole ad armamenti nucleari iraniani.
È a questo punto che entra in gioco il terzo protagonista, Giorgia Meloni, che si è trovata nella scomoda situazione di dover commentare la querelle col Vaticano. La premier italiana era reduce dalla sconfitta nel referendum sulla giustizia, subita anche perché una parte degli elettori l’ha voluta punire per la sua eccessiva sudditanza nei confronti del presidente Usa. Meloni, come spesso le accade, ha scelto la strada del silenzioMeloni, come spesso le accade, ha scelto la strada del silenzio.
Ma la visibilità planetaria del contrasto tra il papa e l’imperatore (ops) e l’immediata pressione da parte dell’opposizione (scesa ovviamente subito in campo dalla parte del papa) l’hanno costretta a prendere posizione. Dopo parecchie ore, ha infine dichiarato «inaccettabili» le parole di Trump, perché per un papa «è giusto e normale invocare la pace e condannare ogni forma di guerra». Com’è già capitato ad altri, Trump ha preso malissimo il “tradimento” di Meloni, dichiarando di essere «scioccato da lei. È molto diversa da ciò che pensavo».
Per quanto si circondi di persone scadenti, qualcuno doveva però avvertirlo che l’Italia del dopoguerra è sempre stato un Paese a sovranità limitata, e limitata da due differenti superpotenze: gli Stati Uniti e il Vaticano. Benché non risulti che abbiano mai bisticciato pubblicamente tra loro, è tuttavia evidente che, messo alle strette, un politico italiano sceglierà sempre il Vaticano.
Al punto che Meloni ha voluto aggiungere che non si sentirebbe a suo agio «in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici». Una volta tanto è stata coerente: lei in effetti fa e ha sempre fatto esattamente il contrario. E non soltanto lei, va riconosciuto. Al massimo, quando non è d’accordo col Vaticano, il politico italiano standard glissa, tace. Lascia parlare solo santa madre Chiesa. Che sembra dunque detenere la verità assoluta, visto che nessuno la critica.
L’innato clericalismo delle nostre istituzioni è risultato evidente nel momento in cui le autorità israeliane hanno negato la celebrazione della messa al cardinale Pizzaballa e il porporato ha, diciamo così, enfatizzato la discriminazione subita (che era reale, ma si estendeva alle funzioni religiose di musulmani ed ebrei).
Ed ecco che il nostro governo si è improvvisamente ricordato dell’importanza della libertà religiosa (sottinteso: soltanto quella dei cristiani come Giorgia) criticando l’amministrazione Netanyahu. Ancor più ridicolo è quanto accaduto nel villaggio libanese di Debel, dove alcuni militari israeliani avevano distrutto una statua di Gesù: il contingente italiano ne ha prontamente donata un’altra. Alle decine di migliaia di persone uccise a Gaza, ai morti in Libano, bambini compresi, la premura riservata è stata infinitamente inferiore.
Difficilmente Trump deporterà il papa negli Usa, come ha fatto con Maduro. Né prospetterà per la Santa sede una novella Avignone in Arkansas. Perché anche per lui la contrapposizione con il papa può rappresentare un problema politico, visto che alle presidenziali del 2024 lo aveva votato il 55% dei cattolici (e il 62% di quelli bianchi).
Trump è considerato poco e per nulla religiosoTrump è considerato poco e per nulla religioso da sette elettori su dieci (ebbene sì, riesce a rovinare anche l’immagine degli atei, nonostante li attacchi spesso e volentieri) e le sue posizioni sull’accoglienza non sono esattamente le stesse dell’episcopato. Ma l’importante è andare d’amore e d’accordo nel cercare di negare il diritto all’aborto e nel lottare contro la presunta ideologia “gender”.
E dire che Trump ama circondarsi di estremisti scalmanati, pure ridicoli – come il ministro della guerra Pete Hegseth, che ha citato un finto versetto biblico recitato in Pulp Fiction. O come la sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White, un tempo più nota come consorte del tastierista del gruppo musicale dei Journey, che pretende di parlare in lingue sconosciute e con gli angeli, oltre ovviamente a effettuare guarigioni.
Sono personaggi che i cattolici vedono storto, ma non al punto di togliere il voto a Trump per questo motivo. Qualcuno sarebbe però capace di farlo, se proseguisse ad attaccare il papa (americano, per giunta). Qualcuno, non tanti: guardando i sondaggi, tra il papa e Trump, i cattolici a stelle e strisce scelgono il primo, ma non di molto: 42% contro il 31%, con un 27% di incerti.
Per trovare un gruppo “religioso” massicciamente pro-papa e anti-Trump bisogna oggi volgere lo sguardo… agli atei e agli agnostici: 80% pro-papa, 10% pro-Trump. Eh, sì: il presidente Usa è riuscito a far diventare pro-papa persino tanti mangiapreti. Facciamocene una ragione: tutti i tradizionali schemi sono saltati. Le opinioni politiche degli umani la fanno oggi da padrone persino sulle loro convinzioni in materia religiosa.
Del resto, preghiere a parte, anch’io troverei ineccepibili le parole del papa – se solo non provenissero da un papa. Sostenere che il Vaticano non fa politica è risibile, trattandosi di uno Stato. A maggior ragione quando parla di «sana democrazia» sotto attacco, lui che è a capo di uno Stato che viola costitutivamente ogni principio democratico: una monarchia assoluta che concentra tutti i poteri nelle mani del pontefice – cioè lui stesso.
Dire che Dio «non ascolta le preghiere di chi fa la guerra» è incoerente con millenni di cappellani militari e di papi che, sì, di guerre ne hanno indette e giustificate davvero tante. Tra l’altro, ancora oggi il Vaticano ha un esercito, per quanto pittoresco: il corpo delle guardie svizzere (che non ha compiti di polizia: quelli competono alla gendarmeria). E chi è che in Vaticano detiene il potere militare? Nessuna sorpresa: sempre lui, Leone XIV.
Fa ovviamente sogghignare che il vice di Trump, J.D. Vance, pretenda di riprendere il papa per gli errori che starebbe commettendo sulla dottrina. Cresciuto come fondamentalista protestante, poi ateo per una dozzina d’anni, si è convertito al cattolicesimo in sintomatica coincidenza con l’entrata in politica: gli atei non possono far carriera nelle istituzioni, nella Nation under God.
Ancor più significativamente, ha dichiarato di aver scelto il cattolicesimo studiando sant’Agostino – ovvero, dopo san Tommaso, il più importante teologo nella tradizione cattolica. Non c’è da sorprendersi, perché sant’Agostino è l’opzione ideale per ogni intransigente cristiano di estrema destra: è stato infatti l’ideatore di parecchie dottrine illiberali, dall’obbligo di conversione al cattolicesimo al divieto di apostasia, dalla persecuzione degli eretici alla guerra giusta.
Come potrebbe non piacere a Vance? Quando afferma che «Dio era al fianco degli americani che liberavano la Francia dai nazisti», facendo involontariamente suo il motto riportato sulla fibbia degli stessi soldati tedeschi, il vicepresidente è decisamente agostiniano.
Paradossalmente lo è meno il papa, che pure appartiene (quando si dice l’ironia) proprio all’ordine di sant’Agostino. Curioso che un agostiniano faccia finta di non sapere che sant’Agostino ha formulato la dottrina della guerra giusta (madre di tutte le guerre sante), giustificandola pressoché in ogni circostanza che possa rivelarsi utile a «combattere il male» (e cosa sia il male lo stabiliscono i capi della Chiesa). La considerò applicabile persino alle campagne belliche dell’antica Roma, pensa un po’.
Ma l’agostiniano Prevost non si rifà più a sant’Agostino, ma al Catechismo wojtyliano, che ha limitato l’ammissibilità dei conflitti bellici: tuttora giustificati, naturalmente, purché però rispettino certe condizioni, la più importante delle quali è la legittima difesa.
Va ricordato che due pontefici non certo sospettabili di appartenere alla sinistra radicale, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, si contrapposero a tre guerre Usa più o meno negli stessi termini usati da Leone XVI: quella del Golfo, l’invasione dell’Afghanistan e l’invasione dell’Iraq.
Va altresì ricordato che il papa polacco fu invece assai più sfumato in occasione dei conflitti nei Balcani: le “ragioni” degli Stati a maggioranza cattolica, in particolare della Croazia, ricevettero sempre da lui un’attenzione particolare. Agostinianamente.
Hanno quindi ragione entrambi e torto entrambi, Vance e Prevost. Vance non può non sapere cosa dice la dottrina ufficiale cattolica (che tra l’altro impone che i fedeli siano «sottomessi» alle gerarchie ecclesiastiche) e che Agostino desiderava che la politica fosse al servizio della Chiesa, non viceversa. Prevost non può negare oltre un millennio e mezzo di cattolicesimo reale. La Chiesa è cambiata? Sì. Per le spinte esterne che ha ricevuto, non certo di propria iniziativa.
Il papa fa il papa, e dichiararsi contro le guerre significa paradossalmente appoggiare il programma elettorale isolazionista di Trump, non la sua azione di governo una volta che è tornato al potere. La missione di Prevost è riportare la calma nella Chiesa, e giudicando dall’esterno pare che lo stia facendo in modo eccellente.
Dichiarando di non essere un politico sa di essere ben poco plausibile, ma facendolo conferma di essere un astuto politico. Ha tutto il diritto di criticare il presidente Usa. Ma anche il presidente Usa ha tutto il diritto di criticare il papa. La sacralità della figura del papa può essere importante per i cattolici, ma non può essere accettata in una moderna società laica fondata sulla libertà e sull’uguaglianza giuridica. Non si può negare ai leader politici di commentare quelli religiosi, se non si fa altrettanto a parti inverse. Se lo si fa in una direzione, può essere fatto anche nell’altra. Altrimenti o è clericalismo, o è liberticidio.
E invece ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Trump non è un campione della laicità. La sua agenda politica è improntata al peggior nazionalismo cristiano ed è zeppa di Bibbie e di momenti di preghiera – per i quali ha sempre riscosso l’approvazione dei vescovi e della maggioranza dei fedeli cattolici.
La sua visione della politica religiosa è, per usare definizioni antiche inopinatamente tornate utili, cesaropapista, regalista, giurisdizionalista – in poche parole, la religione sottomessa a una monarchia ritenuta di origine divina, concetto che trova peraltro ampio sostegno nella Bibbia. Il presidente non è certo il primo e non sarà certo l’ultimo a presentarsi come unto del Signore. Lui si ritiene il nuovo Re Sole che usa la fede come un instrumentum regni.
Sbaglia chi pensa che Trump sia un idiota. Non è altro che un essere umano che pensa soltanto a ciò che gli interessa – e non è certo l’unico. Se Trump ha come orizzonte valoriale il proprio portafoglio, il clericale Netanyahu (come anche Meloni) ha il suo nel potere politico. Anche il papa, Hamas e i teocrati iraniani agiscono in prima battuta facendo riferimento al proprio potere religioso. I diritti individuali non interessano a nessuno di loro. La sorte degli iraniani e delle iraniane che manifestavano contro il regime sembra essere stata dimenticata da tutti, a parte noi e qualche credente che ragiona con la propria testa.
Pensando esclusivamente a se stessi, però, Netanyahu e Trump (a parere di chi scrive, due autentici criminali) sono riusciti nella non facile impresa di rafforzare la repubblica islamica iraniana, facendo sembrare moderati gli ayatollah e i capi di Hamas (a parere di chi scrive, altri autentici criminali).
Nel mondo, l’opinione nei confronti degli Stati Uniti e di Israele è ai minimi storici, e l’antisemitismo è schizzato verso l’alto quanto il prezzo del petrolio. Nel frattempo, in Italia, l’intero arco parlamentare sembra aver disconosciuto il principio di laicità, come la recente introduzione della festività di san Francesco aveva già abbondantemente fatto comprendere.
È una situazione davvero anomala e demoralizzante. Si potrebbe affermare, citando Gramsci, che «il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Continuiamo a pensare che per costruire un futuro migliore sia necessario battersi per i diritti e i doveri di tutti, abbattendo privilegi e discriminazioni. Prima o poi, un’umanità che non immagina vie di uscita potrebbe finalmente comprendere che invece ne esiste già una, e ce l’ha pure a portata di mano.
Raffaele Carcano
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