Dio va in streaming e lo pagate voi

Negli Stati Uniti alcune comunità religiose trasformano lo streaming nel pulpito del XXI secolo, diffondendo la fede attraverso le serie televisive. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 3/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


C’è stato un momento, all’inizio degli anni dieci del duemila, in cui qualcuno in una chiesa del Texas ha avuto un’intuizione che è valsa più di qualunque, “banale”, piano editoriale concepito in quegli stessi anni dalle grandi case di produzione hollywoodiane.

L’intuizione ricorda molto della storia di Maometto e la montagna: se le persone non vengono più da noi, dobbiamo andare noi da lorodobbiamo andare noi da loro. E dove vanno le persone, la sera, quando abbassano la guardia e smettono di fare domande? Corrono davanti a uno schermo. Bene, ci vediamo lì.

The Chosen è la realizzazione più compiuta di quell’intuizione. Dallas Jenkins, americanissimo regista cristiano evangelico, ha lanciato infatti nel 2019 (dopo la presentazione di un pilot nel 2017) una serie sulla vita di Gesù nata da un crowdfunding senza precedenti, poi sostenuta da una rete nonprofit cristiana.

Non stiamo parlando del Gesù di cartapesta delle immaginette devozionali, ma di un Gesù che sorride, che ricorda i nomi, che parla con il ritmo e la misura della serialità televisiva di qualità. Ben lungi dall’essere una produzione parrocchiale, il risultato è un oggetto culturale riconoscibile e accettabile che si “lascia guardare”. Più di 16.000 donatori hanno finanziato la prima stagione per undici milioni di dollari, attraverso un meccanismo chiamato “pay it forward” (“guardala gratis”, poi dona perché altri possano fare lo stesso).

Come si può leggere alla pagina di Wikipedia, «a maggio 2025, The Chosen aveva incassato oltre 120 milioni di dollari statunitensi nelle sue uscite cinematografiche». Se ci si chiede chi siano i “mecenati”, la risposta è questa: dietro i singoli donatori ci sono organizzazioni cristiane strutturate come la National Christian Foundation, la quale ha collaborato alla costruzione del polo produttivo da venti milioni di dollari a Midlothian in Texas, mentre la raccolta fondi corrente viene gestita da Come and See, un ente non profit fondato nel 2022 appositamente per consentire – ta-da! – detrazioni fiscali sui contributi alla serie.

Un polo produttivo da venti milioni di dollari, un’infrastruttura della fede che si è saputa trasformare, quietamente e senza che nessuno lo annunciasse, in infrastruttura dell’intrattenimento.

Fino a qui, la strategia non fa una piega. Ma rilanciamo: la mossa più intelligente del progetto non è stata raccogliere i soldi, bensì decidere come spenderli. Jenkins e il suo team non si sono mai rivolti alle piattaforme per chiedere finanziamenti, ma come primo passaggio hanno mirato dapprima a costruirsi un pubblico che, solo dopo, hanno portato in dote.

Per anni la serie è circolata solo attraverso la propria app e aveva già accumulato oltre trecento milioni di visualizzazioni prima di approdare sulle grandi piattaforme: quando Netflix e Amazon Prime hanno deciso di acquisirla per la distribuzione, non hanno scommesso su un progetto rischioso, ma hanno soltanto deciso di cogliere frutti già maturi, monetizzando un pubblico ormai fidelizzato e ben pagante. The Chosen è approdato così su Netflix Italia e su Amazon Prime Video con tutta la legittimità che la distribuzione mainstream conferisce, senza che nessuno sentisse il bisogno di aggiungere un’etichetta, un avvertimento.

Il Corriere della Sera ne ha scritto ad aprile 2025 con tono ammiratoIl Corriere della Sera ne ha scritto ad aprile 2025 con tono ammirato; Vatican News con tono entusiasta. In tutto ciò, a quanto pare, nessuno si è mai chiesto preliminarmente se una serie finanziata da comunità evangeliche americane con l’esplicito scopo di rafforzare la fede cristiana (cosa che Jenkins ha ripetuto in decine di interviste, senza mai abbassare la voce) rappresenti una forma di comunicazione religiosa che lo spettatore ha il diritto di conoscere prima di premere play.

Eppure, mi pareva di ricordare che viviamo in un’epoca in cui la trasparenza nei media è diventata un’ossessione collettiva: ci si chiede sempre chi finanzi un giornale, chi possieda un’emittente, se un algoritmo stia orientando i consumi culturali verso un’agenda precisa. Su tutto questo esistono norme, dibattiti, commissioni parlamentari, sproloqui sui social. Poi, però, quando una serie prodotta con fondi cristiani, da cristiani, per rafforzare la fede cristiana arriva sul catalogo italiano delle principali piattaforme senza un singolo disclaimer, nessuno si chiede nulla.

Il contenuto è quello che è – ben fatto, emotivamente efficace, teologicamente organico – e alla spettatrice resta la libertà di scoprire, se mai le venisse la curiosità di cercare, che il progetto si è sviluppato dentro un ecosistema produttivo e culturale che rivendica apertamente una finalità di “nutrimento” spirituale. Come dicevamo, questa non è un’informazione nascosta, ma è semplicemente un’informazione che nessuno ha ritenuto necessario mettere in evidenza.

A voler ben vedere, The Chosen ha però un elemento di correttezza residua: è una serie su Gesù. Chi la comincia sa, almeno in linea di massima, in quale sentiero, su che terreno si sta avventurando.

Un caso simile davvero interessante – e forse più rivelatore del meccanismo – è Seeking Persephone, romance storico in costume tratto da un romanzo dell’americana Sarah M. Eden, prodotto grazie a una campagna Kickstarter che ha raccolto 234.227 dollari, superando l’obiettivo del 17%.

Più che nascere in un generico mercato del romance storico, il progetto sembra essersi nutrito di un circuito culturale mormone chiaramente riconoscibile, all’interno del quale narrativa “pulita” e rispettabilità confessionale e promozione reciproca funzionano da anni come una piccola ma efficiente filiera identitaria. Eden è credente praticante e in un’intervista a Mormon Artist ha definito con chiarezza la propria missione (che suona, chiaramente, già sentita): scrivere per «diffondere la speranza del Vangelo».

Il Deseret News, giornale ufficiale della Chiesa mormone, le ha dedicato un profilo nel 2025. Si potrebbe dire che il quadro sia limpido, per chi sa dove guardare. La serie però, invita proprio a distogliere lo sguardo da quel punto: si presenta come un Regency romance (sottogenere del romanzo rosa): vi si trovano un duca freddo e distante, una donna che lo sposa per salvare la famiglia, un amore che li trasforma entrambi.

La confezione è quella di Bridgerton: corsetti, candele, il languore morbido del genere storico-sentimentale. Ciò che differisce, però, dalla serie televisiva statunitense è strutturale, non estetico: non c’è traccia di desiderio fisiconon c’è traccia di desiderio fisico che non venga immediatamente ricondotto alla logica del matrimonio; non c’è corpo femminile che esista “per sé”.

L’intera architettura emotiva della storia è costruita su una teologia della castità che non viene mai nominata come tale ma che è sottesa a ogni scena, a ogni bacio rinviato, a ogni conversazione che si ritrae, con cura millimetrica, da qualunque cosa assomigli all’appetito.

Chi si è avvicinato alla serie aspettandosi qualcosa nello spirito di Outlander – un altro romance storico, con una protagonista dotata di un corpo molto presente e un desiderio ben riconoscibile – ha riportato una delusione vaga, difficile da spiegare, ma che aveva una forma precisa: era la sagoma di tutto ciò che era stato sistematicamente tolto, con una coerenza che non è pudore ma dottrina.

Il period drama funziona come veicolo ideologico proprio per le sue caratteristiche costitutive. Il genere è ambientato in epoche in cui i margini di vita delle donne erano esplicitamente più stretti, in cui le gerarchie erano più visibili e i ruoli più rigidi.

Una narrazione come quella di Seeking Persephone, che incorpora una visione confessionale della femminilità e del matrimonio in un contesto Regency non sta aggiungendo un’ideologia a un contenitore neutro: sta volutamente amplificando le tendenze già presenti nel contenitore, provando a infondergli il calore del romanticismo storico e la patente culturale di una produzione distribuita su piattaforma. Lo spettatore, la spettatrice che trova la serie insoddisfacente senza riuscire a dire perché, quindi, sta facendo un’esperienza precisa: quella di un’ideologia che non si annuncia.

A questo punto vale, probabilmente, la pena fermarsi a fare i conti con una scomodità: tutto quello che è stato descritto fino a qui è legale, trasparente nel senso tecnico del termine, e in larga misura esercizio legittimo di agency culturale da parte di comunità che credono in quello che fanno. La qual cosa lascia in bocca un sapore che non è del tutto amaro, ma quasi.

Il mondo a cui si rivolge questa rivista – laico, critico e convinto che la religione organizzata abbia già troppo spazio nella vita pubblica – non è particolarmente bravo a fare quello che queste comunità fanno. Non è certamente così bravo da raccogliere undici milioni di dollari per produrre una serie televisiva perché ritiene che quella serie porti i propri valori in case in cui quei valori non sono presenti. Non è bravo a fare rete, a giocare lungo, a trasformare la coesione in cultura.

Ahimè, dunque, va ammesso; le comunità che hanno costruito The Chosen e Seeking Persephone hanno fatto una cosa che il mondo laico, con tutte le sue risorse e tutta la sua intelligenza critica, raramente riesce a fare con analoga disciplina: hanno individuato uno spazio, hanno messo insieme i soldi, e hanno vinto. Beninteso: non si tratta di un’assoluzione; si tratta di un’amara constatazione che fa abbastanza fastidio da meritare di essere scritta.

Micaela Grosso

 

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