Quest’anno la giuria del Premio Brian alla Mostra del Cinema di Venezia ha scelto di conferire il riconoscimento al film “Makikiraan Po (Let Us Through, Dear Ancestors)” di Lav Diaz. L’opera è una forte e coraggiosa denuncia del colonialismo cattolico nelle Filippine, ambientata nel XVII secolo. Proprio per la premiazione, lo scorso 10 settembre, il presidente della giuria Paolo Ferrarini e la responsabile Uaar del premio Irene Tartaglia hanno incontrato Diaz assieme a parte del cast e della produzione per la consegna del riconoscimento. È stata l’occasione per una interessante intervista a Diaz, di cui vi proponiamo anche il video integrale (in inglese con sottotitoli in italiano).
La produzione artistica di Diaz esplora anche la cultura malay, che abbraccia Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia: «facciamo tutti parte di un discorso globale, nel nostro caso è la colonizzazione», spiega. «Le fratture imposte dalla colonizzazione sono rimaste con noi. Il trauma è rimasto con noi. E dobbiamo esaminarlo, per affrontarlo, in modo da capire perché succedono queste cose».
La colonizzazione è andata a braccetto con l’imposizione religiosa. Il regista rievoca la storia di alcune tribù filippine convertite: «erano estremamente pacifiche e rispettose della natura», «ma quando è arrivato l’islam ha cambiato tutta la situazione, ha imposto leggi che nemmeno capivano: la chiamano legge della sharia. Lo stesso, quando è arrivato il cattolicesimo». Un lascito che ha cambiato profondamente l’identità: «Accettiamo la mentalità dell’uomo forte, l’autoritarismo, accettiamo il fascismo, tutte queste situazioni molto violente. Risale tutto a queste fratture imposte che non potevamo affrontare. Per questo abbiamo bisogno di parlarne ora, il nostro semplice cinema parla di questo. Dobbiamo tornare indietro ed esaminare il passato in modo da poter andare avanti. Almeno possiamo correggere la rotta».
Le antiche pratiche, anche quelle animistiche, possono essere per Diaz «ancora una forma di resistenza». Lo stesso titolo del film, “Makikiran po”, in lingua tagalog è una forma di riverenza per gli spiriti degli alberi e delle foreste quando si passa nei pressi. Tuttora usata dal popolo, come altre espressioni «senza sapere che che sono frasi molti primordiali, antiche». Secondo il regista recuperare il passato consapevolmente «è una chiamata a combattere, a reagire», «una forma di resistenza»: «reclamare ciò che hanno tolto con la forza dalla nostra identità».
Ma riflettere criticamente su grandi temi come la religione spesso è un privilegio quando si vive in condizioni di disagio e povertà. Nel suo Paese, denuncia Diaz, «il 70% dei filippini sono trattati come animali»: «Si riduce tutto alla sopravvivenza, la razionalità è perduta. Non pensano più». Pure qui ha giocato un ruolo la colonizzazione: «è così fin dai tempi del feudalesimo, con i frati», una logica che si è estesa «alle dinastie politiche, alle vecchie famiglie ricche di oligarchi, anche nelle grandi aziende». «Ogni aspetto di oppressione nel Paese può essere fatto risalire a quel periodo in cui sono approdati alle nostre coste e hanno imposto questa cosa chiamata fede», conclude il regista.
Diaz auspica che il film possa favorire un dibattito nelle Filippine: «se crea un po’ di scompiglio, allora sarà servito al suo scopo». «Non si tratta nemmeno di essere anti-Chiesa o anti-cristianesimo», ci tiene a precisare: «È solo questo: parliamo del passato, esaminiamo il passato, confrontiamoci con il passato. La semplice idea di capire la nostra identità come nazione, come popolo, come cultura, è importante». E qui cita un romanzo che ha avuto un ruolo importantissimo per la presa di coscienza dell’indipendentismo filippino: Noli me tangere di José Rizal, scritto a fine Ottocento. «Questo libro denuncia tutte le atrocità degli spagnoli. Ha creato la rivoluzione filippina. In due anni, l’impero spagnolo è crollato, grazie a questo romanzo», spiega. Non a caso l’opera affronta le angherie e l’oscurantismo di cui fu complice il clero spagnolo nelle Filippine. E non è difficile scorgere anche nel film “Makikiraan po” questa denuncia viscerale del popolo filippino contro l’oppressione religiosa imposta dalla colonizzazione.
La redazione

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