L’altra sponda dell’altra sponda

Cosa può succedere quando le istanze politiche del movimento lgbt incontrano quelle dell’islam in nome dell’intersezionalità? Affronta il tema Valentino Salvatore sul numero 5/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


A Berlino da anni si tiene un imponente Pride: il Christopher Street Day, così chiamato per ricordare i moti di Stonewall. Ma quello del 25 luglio 2026 diventa luttuoso. Un furgoncino si lancia sulle persone assiepate alla festa serale del Tiergarten, un uomo scende e si accanisce con un machete prima di darsi alla fuga. Il bilancio è pesante: una donna morta e una trentina di feriti. Il terrorista sarà poi rintracciato e abbattuto il giorno dopo dalla polizia.

È Abdul Ballout, ventunenne di origini libanesi nato in Germania, noto alle autorità fin da giovanissimo per il passato problematico e il precoce avvicinamento al radicalismo. Viene da una famiglia sciita per lui troppo moderataViene da una famiglia sciita per lui troppo moderata: diventa sunnita, influenzato da predicatori salafiti.

Tenta di unirsi all’Isis come due suoi cugini morti da “martiri” combattendo un decennio prima – una zia è moglie di Omar Bakri Muhammad, ideologo jihadista siriano. Ballout arriva in Libano per raggiungere la Siria ma viene arrestato.

Rispedito in Germania e processato per terrorismo, viene rilasciato sebbene ritenuto pericoloso e deve frequentare un corso di “deradicalizzazione”. Fino alla tragedia, che obbliga anche il movimento Lgbt+ a una riflessione su islam e multiculturalismo – e collocazione politica.

Il giorno dopo dal palco della veglia per le vittime la cantante Nyya candidamente si dice scioccata dal suo primo pensiero nell’apprendere la notizia: «Spero che l’attentatore non sia kanake [1] ma un cristiano bianco».

L’episodio mostra bene il cortocircuito progressista. Dal canto suo il referente per la comunità Lgbt+ al senato del Land berlinese Alfonso Pantisano – nato da genitori italiani e fratello di Luigi, attuale leader del partito di sinistra Linke – presente al momento dell’assalto, ricorda altri attacchi omofobi islamisti ma stempera la prospettiva, citando posizioni ostili di chiesa cattolica e Bibbia: «dalle varie religioni il messaggio omofobo arriva puntuale».

In questi anni il movimento Lgbt+ in piazza è sempre più vociante e politicizzato contro la destra ostile ai diritti. Fino a schierarsi in senso deciso (e divisivo) su temi come causa palestinese, migranti, geopolitica, ambiente.

Ma viene accusato polemicamente di essere reticente di fronte all’elefante islamico nella stanza. La preoccupazione di non dare fiato alle trombe del populismo razzista è sensata e l’intento di unire le lotte contro le discriminazioni di categorie emarginate nel nome dell’intersezionalismo può avere una logica politica.

Ma le evidenti aporie di certi incastri rischiano di alienare chi ha posizioni divergenti. Già un paio d’anni fa Luiza Munteanu, creator, divulgatrice scientifica e attivista queer di sinistra, aveva espresso disagio perché i Pride le apparivano conformisti e poco inclusivi: troppo spazio a temi collaterali, ma censura su quelli pertinenti (come la critica al sessismo islamico). La sua analisi ragionata da militante era stata strumentalizzata dal leader leghista Matteo Salvini, da cui si era dissociata.

Una piccola parte del mondo queer manifesta inquietudineUna piccola parte del mondo queer manifesta inquietudine. Dopo i fatti di Berlino la Gay Street appena inaugurata a Palermo nel rione Vucciria ha chiesto al Comune di vietare l’accesso a chi porta il velo integrale.

Proposta «irricevibile» per il comitato del Pride locale. Un altro episodio espressione di queste divergenze, qualche giorno prima dell’attentato: il Consiglio nazionale di Arcigay ha espulso Antinoo, storica associazione napoletana che faceva da comitato territoriale.

Arcigay contesta il venir meno del rapporto fiduciario, ma il fulcro è la divergenza su Israele e linea politica. L’ex presidente di Antinoo Antonello Sannino era stato aspramente criticato per essersi recato nel 2025 a Tel Aviv per il Pride (poi sospeso per l’attacco di Israele all’Iran e le successive rappresaglie) e aver difeso la partecipazione ai cortei nostrani di realtà invise a settori di sinistra come Keshet, organizzazione Lgbt+ di ebrei italiani, e dell’associazione di gay nelle forze dell’ordine Polis Aperta.

Una marcata intersezionalità rischia di estraniare chi non barra tutte le caselle, invece di favorire l’allargamento della platea. Negli anni scorsi ai Pride comparivano cartelli (goliardici o provocatori a seconda dei gusti) con messaggi del calibro di «Porti aperti come i nostri culi», contro i respingimenti dei migranti.

Ha fatto discutere il ruolo delle associazioni gay nell’ottenimento di permessi di soggiorno con l’escamotage di dichiararsi omosessuali, segnalato almeno dal 2019 da inchieste giornalistiche. Episodi controproducenti non a caso diventati tra i refrain di polemisti benpensanti per demonizzare immigrazione e “carnevalate” dei cortei.

Meno energia sembra profusa dal movimento per denunciare annose questioni come la sistematica negazione dei diritti Lgbt+ e femminili nei Paesi musulmani, il fatto che le persone omosessuali vengano oppresse e invisibilizzate (e uccise) sulla base di norme religiose, l’evidenza che sessismo, maschilismo e omofobia siano radicati e normalizzati nelle società islamiche – e pure nei ghetti identitari che ricreano le comunità migranti in occidente.

Il giornalista e attivista Simone Alliva ha infatti rivendicato l’importanza della laicità e dell’anticlericalismo nel movimento, non solo per arginare le pretese cristiane ma pure dell’islam.

La critica allo strabismo ideologico “woke” rischia però di attirare reazioni pavloviane da ambienti molto inquadrati in senso intersezionale, condite di delegittimanti (se non farneticanti e complottiste) accuse di razzismo, “sionismo” e connivenza con l’estrema destra (ultimamente va di moda appioppare Vannacci), nonché imbarazzanti giustificazionismi di violenza e terrorismo nobilitati a lotte di emancipazione.

Questo, complici le infuocate diatribe social, rischia di non giovare all’attivismo Lgbt+ e anzi di allontanare “alleati”. Ma al di là di buone intenzioni, utopie e teorizzazioni astratte, certi militanti politici e identità di genere finiscono per primi nel tritacarne della repressione quando gli islamisti prendono il potere: un caso di scuola è l’Iran.

Non si può negare che l’omofobia abbia pure radici islamisteNon si può negare che l’omofobia abbia pure radici islamiste. La rivista francese Têtu ha ripercorso i principali attentati contro luoghi e persone Lgbt+ dal 1990, individuandone 11 di cui 5 con movente jihadista.

Una triste contabilità con cui fare i conti, senza temere anatemi perché si osa criticare (anche) l’islam e senza neanche stigmatizzare intere comunità, come spiega Yuri Guaiana dell’associazione radicale Certi Diritti.

Con queste premesse non sorprende che una quota minoritaria ma in crescita di persone queer si stia orientando a destra. In diversi Paesi occidentali ormai i conservatori si mostrano aperti su diritti e posizioni istituzionali per gli omosessuali, condendo ciò con toni variamente identitari e populisti.

Tendenza che la studiosa statunitense di origine indiana e sikh Jasbir Puar aveva intravisto già una ventina d’anni fa, etichettandola “omonazionalismo” e inquadrandola nel ripiegamento occidentale post 11 settembre e nelle categorie del privilegio.

Anche la destra contemporanea ha avuto figure di spicco gay. Una sorta di pioniere è stato l’olandese Pim Fortuyn, che univa posizioni laiche e libertarie con l’ostilità a islam e immigrazione, ucciso da un estremista di sinistra nel 2002.

In Austria si è parlato dell’omosessualità dell’esponente di Fpö Jörg Haider dopo la morte nel 2008. In Germania Alice Weidel – attuale leader di Afd, partito di ultradestra in forte ascesa – ha una compagna svizzera, per giunta di origini srilankesi e con cui ha due figli adottivi. Ma Fpö e Afd si proclamano contro nozze gay e diritti Lgbt+ e per la famiglia “tradizionale”.

Recenti sondaggi in diversi Paesi rilevano non tanto uno slittamento omonazionalista, come vorrebbe un certo trionfalismo destrorso, quanto una polarizzazione che svuota il centro. Si avverte anche dentro la comunità: una fetta di gay tende a destra in chiave securitaria, avendo già status e diritti di coppia, mentre tra lesbiche e trans che subiscono discriminazioni è preferita la sinistra femminista.

In Francia secondo un’analisi Ifop il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella (di cui si vociferava l’omosessualità, da lui smentita) conquisterebbe il 27% dei voti gay alle presidenziali.

Superando pure la formazione di sinistra La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, che da sola concentra un quarto dell’elettorato Lgbt+ ma con circa metà dei consensi rispetto a Rn. La formazione lepenista è passata in una dozzina d’anni dall’opposizione al “mariage pour tous” a fianco di vescovi e reazionari, alla proposta di declassarlo a unione civile, fino all’accettazione dello status quo.

In Germania è stato strombazzato un sondaggio del sito d’incontri Romeo senza valore statistico che dà all’Afd il 27% delle preferenze Lgbt+. Questo roboante risultato va però sfrondato con le ricerche: secondo una rilevazione di Ard-Deutschlandtrend del 2025 quasi il 70% preferiva verdi e Linke, con l’Afd sotto il 3%.

Nel Regno Unito non risultano ormai partiti istituzionali contrari al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Secondo un sondaggio per More in Common Reform Uk del pro-Brexit Nigel Farage ha il consenso del 25% di uomini gay e bisex (e indicativamente minimo tra le donne queer: il 12%); seguono verdi (19%), laburisti (18%), conservatori (15%).

La maggioranza delle persone Lgbt+ rimane di sinistra anche perché i conservatori sono in genere più clericali e bigotti. In Spagna i progressisti mantengono il 60% dei voti Lgbt+ e l’ultradestra di Vox meno del 10%. Per l’Italia una ricerca accademica con dati del 2024 conta ben 7 elettori Lgbt+ su 10 di sinistra (e una proporzione simile di atei e agnostici), il 17,4% di centrosinistra e pochi punti al centrodestra.

Nel centrodestra italiano sembrava si stesse muovendo qualcosa. Francesca Pascale, già compagna di Silvio Berlusconi e lesbica dichiarata, ha lanciato all’inizio del 2026 il movimento politico “Gay conservatori liberali” per dialogare col governo Meloni.

Qualche anno fa Pascale sostenne il ddl Zan contro l’omotransfobia, affossato dalla sua destra ora al governo, e rivendicò lo sbattezzo contro le ingerenze vaticane. L’esperimento di Pascale è dato per naufragato, tra polemiche sull’esclusione della tutela a persone trans e non binarie dalla proposta anti-omofobia e faide politiche interne – dove pesa pure la freddezza di Forza Italia capeggiata dal clericale Antonio Tajani.

Curiosamente la prima unione civile tra sindaci è quella di Alessandro Basso e Loris Bazzo. Cattolici praticanti e per i valori della famiglia, uno a Pordenone con Fratelli d’Italia e l’altro leghista a Carlino (Ud). Questi partiti si erano battuti dieci anni fa contro l’approvazione delle unioni civili, ma la coppia ora si proclama prova vivente dell’accettazione delle persone gay a destra.

Si può sorridere per la dissonanza cognitiva della faccenda, ma forse è il segno di un approccio meno arcigno della destra mainstream sui gay, se confrontato coi passati sproloqui di Giorgia Meloni “donna, madre e cristiana”. E infatti abolizione delle unioni civili e lotta senza quartiere al “gender” sono ora rivendicati da Futuro Nazionale, partito più clericale in ascesa di Roberto Vannacci.

Per quanto possa apparire propagandistico, quando certa destra smette di accanirsi contro le persone Lgbt+ attira limitati ma rilevanti consensi dell’elettorato queer. Specie se islamismo, fallimenti del multiculturalismo e integrazione mal gestita, che creano disagi soprattutto nelle periferie, vengono a sinistra minimizzati come “percezione” razzista.

Ma molti tra omosessuali, atei e apostati dall’islam forse vorrebbero semplicemente non ritrovarsi a vivere in quartieri che somigliano a quelli di Paesi dove la loro stessa identità è odiata e perseguitata.

Valentino Salvatore

 

Approfondimenti

  1. In origine spregiativo e poi rivendicato dalle minoranze, il termine è usato in Germania per definire le persone di origine balcanica, araba o turca.

 


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