No alla gita scolastica devozionale da sant’Agata

A Zafferana Etnea una scuola organizza una visita devozionale alla reliquia di sant’Agata. L’Uaar interviene: l’istituto revoca l’iniziativa, tra polemiche e reazioni. La vicenda è ricostruita da Daniele Passanante sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


A Zafferana Etnea in provincia di Catania la scuola pubblica diviene terreno di scontro clericale. È stato necessario l’intervento tempestivo dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti che, con una diffida al dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Federico De Roberto, ha ricordato che le gite scolastiche devozionali per venerare una reliquia sono vietate dalla legge.

Questa volta la sistematica violazione della laicità dello Stato all’interno delle istituzioni scolastiche è stata fermata, grazie alla segnalazione di un genitore al circolo Uaar di Catania. Il caso è emblematico: la dirigenza dell’istituto aveva organizzato per il 4 giugno 2026 una visita alla reliquia di sant’Agata, il cosiddetto sacro braccio, invitando i bambini a portare tulipani e fazzoletti bianchi per omaggiare le spoglie della santa.

Ai bambini era stato detto di colorare di verde degli stecchini per farne gambi dei fiori da offrire alla santa, senza nemmeno spiegare loro il perché. Nessuna spiegazione nemmeno ai genitori a cui è stata mandata una circolare sul registro elettronico. Il trionfo dell’indottrinamento silenzioso.

Quella che è stata presentata come una scelta culturale era in realtà un palese atto di culto, un’iniziativa illegittima che avrebbe costretto, di fatto, gli alunni a palesare il proprio orientamento religioso, violando oltretutto il diritto alla privacy e alla libertà di coscienza.

Grazie all’azione immediata e decisa del circolo Uaar di Catania, la scuola ha revocato la circolare in autotutela, ammettendo implicitamente di aver calpestato i principi costituzionali. Nonostante le sentenze definitive chiariscano che gli atti di culto in orario scolastico sono vietati, molte scuole continuano infatti a operare come se esistesse ancora una religione di Stato, trasformando le ore di lezione in momenti di indottrinamento devozionale.

Le basi legali per vietare gli atti di culto nelle scuole pubbliche italiane si fondano innanzitutto sul supremo principio costituzionale di laicità dello Stato, delle scuole e delle istituzioni. Questo principio garantisce che lo spazio pubblico sia un ambiente educativo pienamente inclusivo, privo di discriminazioni e rispettoso dell’uguaglianza di tutti, indipendentemente dalle convinzioni religiose o filosofiche.

La giurisprudenza ha consolidato questo divieto attraverso atti normativi e sentenze: quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017 rappresenta un punto di riferimento definitivo, stabilendo che gli atti di culto e i riti religiosi, in quanto appartenenti alla sfera individuale, non possono svolgersi durante l’orario scolastico.

Anche i tribunali amministrativi regionali, come quello dell’Emilia-Romagna, hanno ribadito l’illegittimità delle pratiche devozionali nelle scuole durante le ore di lezione. Infine per la tutela della privacy autorizzare riti religiosi, anche se facoltativi, costringe di fatto gli studenti e le famiglie a palesare la propria appartenenza confessionale, violando il diritto alla riservatezza.

La diffida legale con obbligo di revoca è quindi lo strumento principale utilizzato per contrastare queste violazioni. Una volta ricevuta la diffida, l’istituzione scolastica ha il dovere giuridico di procedere all’annullamento dell’atto in autotutela. Questo significa che la scuola è costretta a revocare immediatamente l’iniziativa illegittima per ripristinare la legalità ed evitare ulteriori contenziosi.

Poiché gli atti di culto in orario scolastico sono palesemente illegittimi e costituiscono un evidente abuso, la revoca in autotutela è di fatto un’ammissione di colpa da parte della dirigenza, che riconosce di aver violato il supremo principio costituzionale di laicità e le disposizioni vigenti a tutela degli alunni.

Tuttavia, un gesto semplice come far rispettare la legge, in Italia ha un costo altissimo per chi non si piega al conformismo cattolico. La vicenda di Zafferana mette in luce le ritorsioni brutali che una normale famiglia atea deve subire.

Non appena la gita è stata annullata, si è scatenato un clima di ostracismo sociale: i genitori hanno creato gruppi WhatsApp paralleli per insultare la famiglia dissidente in un clima da Inquisizione 2.0; nel giorno originariamente previsto per visita la maggior parte dei genitori ha scelto di portare comunque i figli a vedere la reliquia e di conseguenza ci sono stati tentativi di isolare la bambina in classe come forma di vendetta; infine un silenzio gelido ha accolto la nonna della bambina fuori dai cancelli della scuola, quando le altre mamme hanno fatto finta di non conoscerla e non hanno risposto al suo saluto.

All’insegna della contraddizione, si venera una santa simbolo di purezza e si pratica poi il bullismo sociale contro una bambina di dieci anni. È l’eredità di una cultura che confonde la democrazia con la dittatura della maggioranza, dove il diritto delle minoranze è percepito come un affronto alla tradizione.

Era accaduto anche a Soile Lautsi, storica socia e attivista dell’Uaar scomparsa nel 2023, per aver avviato la sua celebre battaglia legale per la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola media frequentata dai figli ad Abano Terme in provincia di Padova. La coraggiosa battaglia di civiltà le era costata un pesante clima di ostilità, pressioni sociali e minacce mediatiche e private.

In questo scenario, il ruolo della stampa nazionale appare davvero desolante. Testate come La Verità, Il Giornale il Secolo d’Italia si sono scagliate contro l’Uaar parlando di crociata degli atei. E alimentando un vittimismo clericale del tutto scollato dalla realtà.

Un giornalismo che spesso bacia le tonache, servile nei confronti del Vaticano, capace di gridare allo scandalo per una visita culturale in una moschea (spesso organizzata proprio da docenti di religione cattolica e caldeggiata dai vescovi per fini ecumenici) ma prontissimo a normalizzare visite pastorali, preghiere e benedizioni illegittime nelle scuole pubbliche.

Questa è la stampa che tra l’altro ignora volutamente come l’Uaar contrasti ogni forma di confessionalismo, inclusi i privilegi concessi all’islam, battendosi esclusivamente per uno spazio pubblico neutro e inclusivo. L’azione dell’Uaar a Zafferana non è stata dunque un attacco alla fede, ma una difesa della res publica e della legalità, un argine contro quel clericalismo che vorrebbe trasformare la scuola pubblica in un’estensione della parrocchia.

L’intervento dell’Uaar, che ha più volte contestato anche forme di confessionalismo islamico nelle scuole e si batte per il diritto all’apostasia dall’islam, è stato richiesto, come in tanti altri casi, da famiglie italiane che non volevano subire atti di culto a scuola, quindi per far rispettare la legge.

L’Uaar si batterebbe allo stesso modo per la laicità delle nostre scuole se al posto del crocifisso fossero imposti simboli induisti o islamici. Lo sportello Sos Laicità è a disposizione dei genitori anche per segnalazioni di preghiere o attività devozionali in templi induisti o in moschee. Infine ⁠l’Uaar non vuole certo contrastare il cristianesimo, ma il clericalismo nei luoghi istituzionali e vuole difendere il rispetto della laicità nella scuola e nelle istituzioni dello Stato.

Daniele Passanante

 

Intervista a Federico Calzolari: «Volevamo solo il rispetto della legge, abbiamo ricevuto odio»

Federico Calzolari, 50 anni, educatore alimentare di origini toscane, vive a Zafferana Etnea dalla fine del 2023. È il genitore che, con il supporto dell’Uaar, ha sollevato il caso della visita della scuola di sua figlia alla reliquia di sant’Agata. Lo abbiamo intervistato per capire cosa significhi, oggi, essere una famiglia laica in una scuola pubblica italiana del Sud Italia.

Federico, come siete venuti a conoscenza della visita alla reliquia?

Tutto è iniziato il 31 maggio con una circolare del preside pubblicata quasi in sordina sul registro elettronico. Due giorni dopo, la rappresentante di classe scrive sul gruppo WhatsApp: «Cari genitori, domani andremo a fare omaggio alle reliquie di sant’Agata», chiedendo se i bambini che non fanno religione volessero partecipare o restare a scuola.

Qual è stata la tua reazione iniziale?

Ho subito fatto notare che, se fosse stato un atto legato all’ora di religione, mia figlia sarebbe rimasta a scuola come sempre. Ma leggendo la circolare ho scoperto invece che era un evento per tutta la scuola: alle 9 la primaria, alle 11,30 la secondaria. Gli alunni dovevano portare un tulipano bianco di carta per un momento di preghiera. Avevano persino fatto colorare dei bastoncini di verde in classe il giorno prima, senza spiegare nulla ai bambini. Infatti quei legni colorati sarebbero stati i gambi dei fiori.

Hai provato a interloquire con gli altri genitori prima di rivolgerti all’Uaar?

Sì, ho scritto sul gruppo che quella cosa violava la legge. La rappresentante rispondeva che, essendoci la possibilità di restare a scuola, la libertà era garantita. Ma io ho replicato che non siamo nel Medioevo e che certi riti in orario scolastico sono semplicemente vietati. Quando ho annunciato che mi sarei rivolto all’Uaar per un parere legale, la reazione è stata di chiusura totale.

Poi è arrivata la diffida e la scuola ha annullato tutto. Cosa è successo dopo?

La revoca del preside è stata un’ammissione di colpa: citava la Costituzione e la sentenza del Consiglio di Stato del 2017. Sapevano benissimo di essere fuori legge. La sera stessa, però, abbiamo scoperto che gli altri genitori avevano creato un gruppo segreto per infamarci. Avevano pianificato di non mandare i figli a scuola il giorno dopo per lasciare mia figlia sola, una vera ritorsione contro la bambina.

Come state vivendo a Zafferana dopo questa vicenda?

C’è un ostracismo pesante. In paese non ci salutano più. Persino mia madre, che è venuta a prendere la bambina a scuola, è stata ignorata dalle altre mamme che conosceva da tempo. Sui social sono stato insultato anche da religiosi. La loro linea è che li abbiamo privati della libertà, ma è l’opposto: loro sono liberi di venerare chi vogliono, ma non possono usare la scuola pubblica per farlo.

La scuola ha istituito l’ora alternativa?

Per la verità no. E la maestra di religione ha avuto comportamenti gravissimi. Poiché la scuola non ha istituito l’ora alternativa, mia figlia viene spostata in un’altra classe a non fare niente. Spesso la maestra di religione “si dimentica” di chiamarla per la mensa, dicendole poi che è tardi e che se non pranza è colpa dei genitori che hanno fatto scelte sbagliate. Mia figlia mi ha detto: «Ma io ho fame!».

Cosa pensi della narrazione che la stampa di destra ha fatto di questa storia?

Cavalcano l’idea che noi siamo atei cattivi, ma la verità è che non sopportano che io sia un cittadino italiano che chiede il rispetto delle leggi. Avrebbero preferito che io fossi stato musulmano. Cercano sempre di buttarla sul confronto con l’islam: “E allora le moschee?”. Io rispondo che la legge vale per tutti.

Secondo te l’Italia è un Paese laico?

Assolutamente no. Anche in Toscana, terra comunista da dove vengo io, c’è sempre questa accettazione del “male necessario” per non inimicarsi l’elettorato. I politici decidono in base ai voti e la Chiesa conta ancora sul numero dei battezzati per dire «siamo la maggioranza». Molti non sanno nemmeno che non esiste più una religione di Stato dal 1984. Una signora, dopo che gliel’ho spiegato, è andata a documentarsi ed è rimasta sorpresa.

Nonostante le minacce e il clima ostile, rifaresti tutto?

Sì, assolutamente. Anche se in questo territorio c’è un legame stretto tra certe tradizioni e il potere, io ci ho messo la faccia. Ne vado fiero perché sto lottando per un principio che garantisce la libertà di tutti, anche di chi oggi ci attacca.

 


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