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	<title>Dal mondo &#8211; A ragion veduta</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
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		<title>Intesa clericale a Roma per una strada alla “Serva di Dio” simbolo degli integralisti anti-aborto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jul 2023 14:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scegliere di intitolare una piazza o una strada a una persona piuttosto che a un’altra non è un’operazione neutra: le targhe che costellano le nostre città ci raccontano infatti chi e cosa la politica vuole rendere visibile, portare a esempio, conservare nella memoria collettiva. Non a caso sono poche le donne cui sono intitolate strade e piazze nelle città italiane. Secondo i dati raccolti dal progetto Mapping Diversity, nei 21 capoluoghi di regione e province autonome del nostro Paese, ci...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2023/07/12/intesa-clericale-a-roma-per-una-strada-alla-serva-di-dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto/" title="Read Intesa clericale a Roma per una strada alla “Serva di Dio” simbolo degli integralisti anti-aborto">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Scegliere di intitolare una piazza o una strada a una persona piuttosto che a un’altra non è un’operazione neutra: le targhe che costellano le nostre città ci raccontano infatti chi e cosa la politica vuole rendere visibile, portare a esempio, conservare nella memoria collettiva. Non a caso sono poche le donne cui sono intitolate strade e piazze nelle città italiane.</p>
<p><a href="https://italy.mappingdiversity.eu/">Secondo i dati raccolti dal progetto Mapping Diversity</a>, nei 21 capoluoghi di regione e province autonome del nostro Paese, ci sono 24.572 strade intitolate a persone: <span class="pullquote">solo 1.626 di queste (appena il 6,6%) sono intitolate a donne</span>; se escludiamo le sante, scendono a 959.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-72534" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Intesa-clericale-a-Roma-per-una-strada-alla-Serva-di-Dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Intesa-clericale-a-Roma-per-una-strada-alla-Serva-di-Dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto.jpg 1238w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Intesa-clericale-a-Roma-per-una-strada-alla-Serva-di-Dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Intesa-clericale-a-Roma-per-una-strada-alla-Serva-di-Dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Intesa-clericale-a-Roma-per-una-strada-alla-Serva-di-Dio-simbolo-degli-integralisti-anti-aborto-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1238px) 100vw, 1238px" />
<p>A metà strada in questo computo si colloca Chiara Corbella, morta il 13 giugno 2012 e nel 2018 proclamata serva di Dio – prima tappa del processo di beatificazione e canonizzazione – cui l’8 giugno scorso l’Assemblea capitolina si è impegnata a intitolare una strada, una piazza o un giardino.</p>
<p>“La storia, la vita e le opere di Chiara Corbella hanno avuto un&#8217;ampia eco a livello nazionale e internazionale”, si legge nella mozione presentata dai consiglieri di Fratelli d’Italia e approvata con 19 voti favorevoli, un contrario e l’astensione dei consiglieri Biolghini, Cicculli, De Santis, Ferrara, Luparelli e Raggi, “a lei sono stati dedicati numerosi servizi giornalistici, pubblicazioni, incontri ed eventi di vario tipo; la sua vita è diventata un esempio per tantissime persone, in particolare tra le giovani generazioni, affermandosi come modello di speranza e amore per la vita e la famiglia; è opportuno che Roma Capitale renda omaggio, a distanza di oltre dieci anni dalla sua morte e in vista della celebrazione del prossimo Giubileo universale della Chiesa cattolica nel 2025, a una giovane donna e madre romana, la cui storia è conosciuta a livello internazionale”.</p>
<p>Ma chi è Chiara Corbella e come va letta questa iniziativa di Fratelli d’Italia?</p>
<p>Chiara Corbella è stata una giovane donna, molto devota, divenuta in seguito alla morte simbolo degli integralisti anti-aborto. Dopo due gravidanze portate a termine nonostante i feti presentassero gravissime malformazioni (entrambi i neonati sono morti poco dopo aver visto la luce), Chiara Corbella scopre di essere di nuovo incinta ma contestualmente si accorge anche di una lesione alla lingua.</p>
<p>Il 16 marzo 2011 si sottopone a un primo intervento chirurgico per asportare il tumore. Per la seconda parte dell’intervento e per iniziare le terapie decide di aspettare la nascita del figlio, che nel frattempo ha scoperto essere completamente sano. Francesco nasce il 30 maggio 2011. Corbella riprende le cure ma muore il 13 giugno 2012.</p>
<p>Nel 2018 si apre la sua causa di beatificazione e canonizzazione. Nessuna sorpresa, soprattutto se si pensa al caso – molto simile – di Gianna Beretta Molla, canonizzata nel 2004.</p>
<p>Se altri laici, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, si sono guadagnati il titolo nel lavoro, nel sociale, nella politica, Beretta Molla (unica donna, tra le molte elevate agli altari da Wojtyla, a non aver preso i voti) lo ha fatto anteponendo la vita che portava in grembo alla cura della propria (per poi morire di complicazioni al momento del parto).</p>
<p>Ecco, <span class="pullquote">la Chiesa fa beati e santi, la politica intitola strade e piazze</span>. Quando le due cose si sovrappongono perfettamente, delle due l’una: o la Chiesa ha cambiato rotta e con il titolo di “santo” indica chi ha dato laicamente lustro al Paese o la politica basa le proprie scelte su elementi che in uno Stato (in teoria) laico non dovrebbero essere rilevanti. Individuare la risposta giusta non è difficile.</p>
<p>Andando al traino della Chiesa e scegliendo di intitolare una strada a Chiara Corbella l’assemblea capitolina ci dice, neanche troppo implicitamente, che l’autodeterminazione è cosa buona e giusta, ma solo quando non turba l’idea di donna, di maternità, di società che ha in mente.</p>
<p>Ci dice, un po’ subdolamente ma neanche troppo, che una donna che scegliesse di fare ricorso all’aborto negli unici due casi ammessi dalla legge 194 oltre i 90 giorni (pericolo di vita della gestante e rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro) non farebbe male, ma se scegliesse altrimenti farebbe meglio.</p>
<p>Che questo sia l’orizzonte entro cui si muove l’estrema destra (in Italia e non solo) non è una notizia, per quanto inquietante questo orizzonte sia. Di più inquietante c’è solo che gli altri partiti non abbiano nemmeno tentato di porre un argine, non scorgendo (o facendo finta di non scorgere) nella strumentalizzazione politica di questa tragica storia nessun rilievo problematico.</p>
<p><b>Ingrid Colanicchia</b></p>
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		<title>Sì, bruciare il Corano è libertà di espressione</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 15:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[È bastato che un rifugiato iracheno a Stoccolma bruciasse una copia del Corano per riaccendere – ironia della semantica – il dibattito su blasfemia, hate speech e libertà di espressione. In pochi istanti la notizia è divenuta virale e ha suscitato non poca irritazione nel mondo islamico, dove il tema della libertà di espressione e della libertà religiosa sta particolarmente a cuore ai governanti locali, da sempre devoti come dei novelli Voltaire alla promozione del pluralismo. Del resto, figure come...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2023/07/07/si-bruciare-corano-liberta-espressione/" title="Read Sì, bruciare il Corano è libertà di espressione">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È bastato che un rifugiato iracheno a Stoccolma bruciasse una copia del Corano per <i>riaccendere</i> – ironia della semantica – il dibattito su blasfemia, <i>hate speech</i> e libertà di espressione. In pochi istanti la notizia è divenuta virale e ha suscitato non poca irritazione nel mondo islamico, dove il tema della libertà di espressione e della libertà religiosa sta particolarmente a cuore ai governanti locali, da sempre devoti come dei novelli Voltaire alla promozione del pluralismo.</p>
<p>Del resto, figure come quelle di Ali Khamenei, Mohammad bin Salman Al Saud e Recep Tayyip Erdogan non possono che suscitare ammirazione per il loro impegno a favore dei diritti umani: <span class="pullquote">a confronto con loro, Rosa Parks era una <i>free rider</i> qualsiasi</span>, o – per dirla col dialetto romano – una <i>passeggera scroccona</i>.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-72514" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/07/Si-bruciare-il-Corano-e-liberta-di-espressione.jpg" alt="" width="100%" />
<p>Tra i tre, è stato proprio il presidente turco – da poco rieletto – <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2023/06/29/rogo-del-corano-irruzione-di-manifestanti-nellambasciata-svedese-a-baghdad_2bf6b6fc-75d3-4f31-bf8b-0a0b31e14b9f.html">a farsi portavoce</a> dello sdegno del mondo islamico, facendo sfoggio delle sue doti diplomatiche: «Alla fine insegneremo agli arroganti occidentali che insultare i musulmani non è libertà di pensiero». C’è senz’altro da dire che Erdogan è abile nel definire la libertà di pensiero, nel senso etimologico del termine (de-finire = imporre dei confini, delimitare).</p>
<p>Non a caso, grazie al suo impegno la Turchia ha smesso di essere uno dei paesi più liberi del Vicino Oriente e si è portata su valori più in linea con quelli dei suoi vicini, scivolando fino <a href="https://archive.amistades.info/post/i-media-liberta-espressione-turchia-vecchio-e-nuovo-autoritarismo">al 149esimo posto</a> nella classifica dei paesi per libertà di stampa. Abbastanza ironicamente, tra l’altro, si può solo immaginare quale sarebbe stata la reazione delle <a href="https://blog.uaar.it/2021/03/06/una-laicita-minimalista-non-puo-durare-lungo/">intellighenzie laico-minimaliste</a> se un leader bianco e occidentale avesse usato le stesse parole di Erdogan, proponendo di “<i>insegnare</i>” qualcosa agli “<i>arroganti mediorientali</i>”.</p>
<p>Tralasciando le dichiarazioni e i sentimenti del <a href="https://www.ilpost.it/2021/04/09/erdogan-dittatore-draghi/">dittatore turco </a>e lasciando spazio al ragionamento, il gesto sarebbe grave se fosse stata data alle fiamme l’unica copia del Corano in circolazione, oppure (anche se in misura minore) se la copia in questione fosse stata la copia originale, anziché una qualsiasi di tre miliardi di copie fisiche attualmente presenti sulla terra.</p>
<p>Per mettere in prospettiva, è stato eliminato lo 0,00000003% delle copie fisiche del Corano, eliminazione in ogni modo resa del tutto inutile dall’emissione continua di nuove copie: il solo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_di_Re_Fahd_per_l%27edizione_del_Generoso_Corano">complesso del Re Fahd a Medina</a> ne stampa 10 milioni di copie ogni anno. L’onta della perdita di un patrimonio culturale che – nel bene e (soprattutto) nel male – ha influenzato la storia dell’umanità, quindi, è decisamente sventata.</p>
<p>Si fa fatica poi a comprendere in che misura il gesto sia un atto discriminatorio o addirittura “razzista”, come lo hanno definito in molti. Perché un gesto sia definibile come “razzista”, a rigor di logica (e, volendo, di etimologia) è necessario che ci sia una “razza” (o, se si preferisce, una “etnia”).</p>
<p>È risaputo che l’immaginazione non ha confini, ma ce ne vorrebbe davvero molta (opportunamente rafforzata dall’alcol) per pensare che il Corano sia una <i>razza, </i>o che lo sia l’islam<i>. </i>Le religioni non sono di certo né un’identità, né tantomeno una “razza”.</p>
<p>Sono piuttosto delle ideologie, e ciò che le distingue dai tratti identitari veri – come l’identità sessuale o il colore della pelle – è che hanno un impatto sulla vita degli altri. Se è libera espressione bruciare la bandiera rossa, la croce uncinata o le bandiere dei paesi sgraditi, non si capisce perché bruciare il Corano non possa esserlo.</p>
<p><span class="pullquote">Bruciare i testi sacri è senz’altro un gesto pesante</span>, offensivo e provocatorio, ma se la libera espressione non include anche il dileggio e l’offesa verso le ideologie si fa prima a sospendere qualsiasi dibattito politico e praticare il silenzio collettivo.</p>
<p>Chi vuole vedere del razzismo in un gesto che al più si può definire come provocatorio controbatte che la parte lesa sono i musulmani. L’esistenza di una “razza musulmana” è però altrettanto difficile da dimostrare, perché i musulmani appartengono alle etnie più disparate anche se, per semplificazione, si tende spesso a far coincidere erroneamente i termini “musulmano” e “arabo”.</p>
<p>Pur riconoscendo che nell’uso comune i due termini vengono usati come sinonimi, essere <i>musulmano</i> non implica essere <i>arabo</i>, né tantomeno essere <i>arabo</i> implica essere <i>musulmano</i>.</p>
<p>Esistono moltissimi arabi atei o agnostici, e tra questi c’è il rifugiato iracheno che ha dato alle fiamme il Corano. Di lui sappiamo poco, ma anche senza conoscere la sua biografia sappiamo bene la condizione terribile in cui versano atei e agnostici nei paesi soggiogati dall’islam politico.</p>
<p>In nome di Allah e del Corano, i regimi fondamentalisti opprimono, torturano e uccidono minoranze sessuali, religiose e politiche. Se c’è qualcuno che è minacciato, in questo momento, è proprio il rifugiato iracheno: la <a href="https://www.rainews.it/articoli/2022/10/aggressione-a-rushdie-ha-perso-un-occhio-e-luso-della-mano-rivelazione-dellagente-6ed20b74-dd14-45cb-9b0a-1ccfeb8128e2.html">vigliacca aggressione</a> ai danni di Salman Rushdie ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, quanto gli atei ex-musulmani siano una comunità da proteggere.</p>
<p>Troppo spesso, invece, la sedicente sinistra “laica” li tiene a debita distanza, col risultato che nel migliore dei casi <a href="https://www.newstatesman.com/encounter/2021/09/ayaan-hirsi-ali-if-you-disagree-with-the-left-youre-punished">finiscono per trovare asilo politico in una destra tutt’altro che laica</a>, nel peggiore finiscono accoltellati.</p>
<p>Ciò che è curioso è che, in un’epoca in cui si va con massima scrupolosità alla ricerca di tracce di discriminazione in molti capolavori letterari del passato, che non hanno avuto alcun impatto sulla politica, tra i pochi testi che si salvano ci siano quelli sacri – in nome dei quali, da millenni, vengono commesse le atrocità più disparate.</p>
<p>Chi crede nella libertà di espressione sa che la soluzione non sta certo nella cancellazione, e sa che ai roghi va sempre preferito il dibattito. Ma sa anche che libertà di espressione vuol dire anche (e soprattutto) libertà di essere controversi e provocatori.</p>
<p><b>Simone Morganti</b></p>
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		<title>La religione come strumento di propaganda politica. Il caso dell’Ungheria</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2023/01/15/la-religione-come-strumento-di-propaganda-politica-il-caso-dellungheria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2023 10:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Le politiche di Viktor Orbán in Ungheria somigliano a quelle di Putin in Russia, riadattate però in chiave cattolica e clericale: una deriva autoritaria condita con difesa della famiglia &#8220;tradizionale&#8221;, negazione dei diritti delle persone Lgbt+, incentivo al natalismo, promozione dell&#8217;identitarismo cristiano, politiche xenofobe. Affronta il tema Arianna Tersigni sul numero 6/2022 della rivista Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. L’Ungheria è storicamente uno stato cristiano: la tradizione cattolica risale agli inizi...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2023/01/15/la-religione-come-strumento-di-propaganda-politica-il-caso-dellungheria/" title="Read La religione come strumento di propaganda politica. Il caso dell’Ungheria">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em> Le politiche di Viktor Orbán in Ungheria somigliano a quelle di Putin in Russia, riadattate però in chiave cattolica e clericale: una deriva autoritaria condita con difesa della famiglia &#8220;tradizionale&#8221;, negazione dei diritti delle persone Lgbt+, incentivo al natalismo, promozione dell&#8217;identitarismo cristiano, politiche xenofobe. Affronta il tema Arianna Tersigni sul numero 6/2022 della rivista <a href="https://www.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista </em><em><a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>L’Ungheria è storicamente uno stato cristiano: la tradizione cattolica risale agli inizi del primo millennio, e sono sempre state presenti nel paese consistenti minoranze ortodosse; la Riforma contribuì, nel sedicesimo secolo, allo stabilizzarsi del luteranesimo e del riformismo. Anche la comunità ebraica, seppur non in larga misura, è stata sempre presente.</p>
<p>Se <span class="pullquote">fino al 1948 vigeva la libertà di culto</span> ed erano diffuse le istituzioni religiose, con l’instaurarsi del regime comunista i gruppi religiosi vennero pesantemente depotenziati e osteggiati nelle loro attività. L’istruzione venne completamente statalizzata, gli ordini religiosi banditi, le proprietà immobiliari delle comunità religiose in gran parte confiscate e molti personaggi di spicco furono arrestati, condannati e in alcuni casi addirittura torturati. Se non completamente dichiarate fuori legge, molte chiese passarono sotto il controllo di funzionari statali che avevano anche il potere di nominare vescovi e cardinali.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-71521" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-religione-come-strumento-di-propaganda-politica.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-religione-come-strumento-di-propaganda-politica.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-religione-come-strumento-di-propaganda-politica-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-religione-come-strumento-di-propaganda-politica-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-religione-come-strumento-di-propaganda-politica-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Soltanto negli anni ottanta il controllo statale sulla religione andò pian piano allentandosi, fino a quando, con il crollo del regime comunista, nel paese venne instaurata nuovamente una completa libertà religiosa e sancita l’indipendenza delle varie chiese con una relativa tutela costituzionale, culminata con l’<em>Act of Freedom of Conscience and Religion and the Churches</em> del 1990, documento regolante nel dettaglio la libertà di culto sia a livello individuale sia a livello collettivo.</p>
<p>Al giorno d’oggi, la costituzione ungherese tutela la neutralità dello stato e delle relative istituzioni in materia di religione. Tuttavia, pur essendo sancita la divisione tra stato e chiese, la costituzione stessa prevede che lo stato possa assumere un ruolo attivo nel fornire una cornice giuridica e istituzionale e un supporto economico alle chiese per assicurare il libero esercizio delle pratiche e delle attività religiose.</p>
<p>I culti religiosi “registrati” come tali sono esentati dal pagare varie imposte e tasse (ad esempio, i contributi che spettano al clero non sono tassati). I quattro “storici” gruppi religiosi (il cattolicesimo, che da solo raccoglie il 55% della popolazione ungherese, il riformismo, il luteranesimo e l’ebraismo) ricevono il 93% del sostegno economico statale destinato alle confessioni religiose, e possono inoltre ricevere notevoli agevolazioni fiscali.</p>
<p>Dal 1998 i cittadini hanno la possibilità di devolvere l’1% dell’imposta sul proprio reddito a un gruppo religioso a loro scelta; i fondi che i vari gruppi religiosi ricevono in questo modo posso essere da loro utilizzati liberamente, senza dover essere sottoposti ad alcun controllo statale.</p>
<p>Il governo può versare ulteriori finanziamenti pubblici a beneficio di enti religiosi per vari scopi, tra cui figurano il mantenimento del patrimonio artistico, il supporto all’istruzione religiosa, le ristrutturazioni di immobili adibiti al culto e l’assistenza al clero al servizio nei centri urbani più piccoli.</p>
<p>Il governo si sta inoltre impegnando per restituire ai vari gruppi religiosi le proprietà confiscate loro e statalizzate durante il regime comunista; quando la restituzione di queste proprietà immobiliari non risulta possibile, il governo può: o procedere a compensazioni di tipo economico per coprire il “danno” provocato dall’esproprio del bene, o trasformare il rimborso in una rendita finanziaria nei confronti dell’ente religioso in questione o delle attività da questo promosse.</p>
<p>Dal 1991 a oggi, circa 4.000 immobili sono stati oggetto di restituzione, soprattutto alla chiesa cattolica e a protestanti e luterani. Ma <span class="pullquote">il settore dove l’ingerenza della chiesa è maggiore è quello dell’istruzione</span>: le scuole e le università gestite da ordini religiosi forniscono svariati percorsi formativi che competono con quelli degli istituti di istruzione statali (uno studio ha rilevato che durante l’anno scolastico 2007/2008 il 17% degli studenti delle scuole secondarie frequentava scuole religiose).</p>
<p>Le organizzazioni religiose possono provvedere all’insegnamento della religione anche nelle scuole pubbliche se ciò viene richiesto dagli studenti o dai loro genitori e a supervisionare e controllare l’attività degli insegnanti di religione sono le istituzioni ecclesiastiche, che possono decidere liberamente il contenuto delle lezioni.</p>
<p>Gli insegnanti di religione sono stipendiati dall’ente di provenienza; tuttavia, lo stato finanzia di volta in volta questi specifici enti per supportarne l’attività di insegnamento. La richiesta dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche è estremamente alta e diffusa nelle zone rurali del paese, mentre nei centri urbani più grandi è decisamente limitata.</p>
<p>Nel 2010 il secondo governo di Orbán intavolò un dialogo con i quattro storici gruppi religiosi con lo scopo di mettere in atto una partnership strategica tra chiese e stato (i rapporti tra lo stato e la chiesa cattolica erano già regolati da tre trattati vaticani, datati 1990, 1994 e 1997). Tuttavia, e soprattutto con il crescente consenso per la destra, l’Ungheria è sempre più caratterizzata da sentimenti ed episodi di portata antisemita.</p>
<p>Nonostante l’Ungheria si dichiari impegnata a tutelare la libertà di credo religioso con un complesso assetto di norme ad hoc, istituzioni e autorità ebraiche hanno espresso serie preoccupazioni riguardo alla percezione di una sempre maggiore intolleranza verso la comunità ebraica nel dibattito pubblico, prendendo anche ad esempio eventi di portata antisemita; per esempio, nel 2010, furono danneggiati a Székesfehérvár i monumenti in memoria delle vittime dell’Olocausto e dei soldati che presero parte alla lotta di liberazione nazionale durante la seconda guerra mondiale e fino a oggi sono stati centinaia i casi di vandalismo all’interno dei cimiteri ebraici.</p>
<p>Dopo aver analizzato il quadro storico e istituzionale delle confessioni religiose in Ungheria, ci chiediamo come possa essere collocato il crescente appellarsi alla “cristianità” da parte di Viktor Orbán, attuale primo ministro del paese e leader del partito democristiano Fidesz.</p>
<p>La sociologa ungherese Éva Fodor, in una recente intervista rilasciata alla rivista <em>New Humanist</em>, ha affermato che «l’attuale democrazia cristiana in Ungheria non ha niente a che fare con la religione e la tradizione europea» ma che si tratta di una mera «manovra politica che consiste nel raccogliere consenso elettorale attraverso la creazione di una lotta simbolica tra gli ungheresi che vogliono proteggere le loro tradizioni e influenze esterne che vorrebbero distruggerle. Gli ungheresi sono cristiani in un senso culturale (&#8230;) nella storia ungherese ci sono state poche organizzazioni civili gestite dalla chiesa.</p>
<p>Ciò che Orbán ha fatto al giorno d’oggi è stato dare alle organizzazioni civili che hanno dimostrato lealtà nei suoi confronti più potere all’interno dello stato». Lo stesso <span class="pullquote">Orbán era in giovane età ateo e sostenitore del regime comunista</span>; fondò Fidesz (acronimo di Alleanza dei giovani democratici) nel 1988 e il partito ottenne i primi seggi nel parlamento ungherese a seguito delle elezioni del 1989. Fidesz si presentò in un primo momento come soggetto politico liberale; negli anni, tuttavia, il suo allineamento è nettamente cambiato.</p>
<p>A oggi, Fidesz è connotato da spiccati nazionalismo, conservatorismo, euroscetticismo e illiberalismo, tanto che nel 2019 è stato sospeso dall’appartenenza al Partito popolare europeo. Alle elezioni parlamentari di quest’anno, Fidesz ha conseguito una vittoria schiacciante rispetto agli altri partiti, ottenendo più del 50% dei voti e riconfermandosi come primo partito al governo.</p>
<p>Da qualche anno a questa parte, le politiche di Orbán sembrano mirate a «proteggere la cultura cristiana ungherese», come da lui stesso sottolineato; oltre a ciò, egli ha instaurato un forte legame con il clero. Indagini statistiche mostrano chiaramente che l’affiliazione al cristianesimo è più forte e diffusa nelle aree rurali piuttosto che nelle città, ed è proprio in queste aree periferiche che risulta maggiormente ancorato il supporto nei confronti dell’attuale primo ministro.</p>
<p>Nel 2019 Orbán ha presentato il <em>Family Protection Action Plan</em>, un piano mirato a incentivare le gravidanze e combattere il declino demografico nel paese, costituito da sette punti che comprendono mutui agevolati per donne sposate e incinte, esenzione dalle tasse per le donne con almeno quattro figli e aiuti statali per quanto riguarda l’acquisto di alloggi e di macchine per le famiglie con più di due figli.</p>
<p>La chiesa ha fin da subito supportato questa politica di <em>welfare</em> che, invece che nei confronti dei singoli cittadini, è indirizzata soltanto ai nuclei familiari comprensivi di figli. Con questo progetto, Orbán si presenta come <em>leader</em> dedito a proteggere i «valori della famiglia tradizionale» contro chi, da occidente, a parer suo, vuole invece «distruggerli».</p>
<p>La difesa della “famiglia tradizionale” cela profonde e sistematiche discriminazioni e repressioni perpetrate ai danni della comunità Lgbt+ in Ungheria. Pur rimanendo l’omosessualità legale e la discriminazione in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere vietata nel paese, <span class="pullquote">il clima che si respira nella comunità è tutt’altro che sereno</span>. Le coppie omosessuali possono accedere alle unioni civili soltanto in modalità limitata e non hanno diritto alle adozioni (dichiarate addirittura incostituzionali nel 2020); dal 2020 inoltre, per decisione di Orbán, le persone <em>transgender</em> non hanno più la possibilità di cambiare il proprio genere giuridico.</p>
<p>Una legge che ha fatto poi ampiamente discutere è stata quella approvata nel 2021 dal parlamento ungherese e che vieta la diffusione di materiale informativo sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nelle scuole, e in generale nei confronti dei minori di 18 anni; giustificando tale decisione con l’affermazione che «ci sono contenuti che i bambini sotto una certa età possono fraintendere e che possono avere un effetto dannoso sul loro sviluppo»; la legge inoltre stila un registro, preparato dal governo, di soggetti che possono svolgere lezioni di educazione sessuale nelle scuole.</p>
<p>Un’altra battaglia nell’agenda del governo ungherese è quella dedita al recupero dei territori persi dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. Da anni Orbán sta mobilitando, in modo più o meno indiretto, le minoranze ungheresi presenti in Romania, Serbia, Ucraina e Slovacchia, costruendo una propaganda mirata a reclamare l’appartenenza all’Ungheria di alcune regioni di questi territori e finanziando organizzazioni locali. Dal 2010, le migliaia di ungheresi che vivono nei paesi sopracitati hanno il diritto di voto in Ungheria.</p>
<p>In questo modo, Orbán sta cercando di promuovere il nazionalismo ungherese e di far accrescere il supporto a Fidesz in Europa; e, in tale contesto, l’appello alla cristianità e ai valori religiosi sono strumenti funzionali al nazionalismo ungherese e alla “lotta” contro “l’ingerenza liberale occidentale”.</p>
<p>Le politiche di Orbán sembrano essere ispirate all’autoritarismo di Putin, ampiamente supportato dalla chiesa ortodossa russa: dalla difesa dei “valori della famiglia”, alla censura della propaganda Lgbt+, fino alle politiche per incentivare la natalità. Come ha affermato il ricercatore László Kürti, «Putin e Orbán hanno bisogno della religione per supportare le nazioni che stanno costruendo».</p>
<p>Tuttavia, e contro ogni previsione, i maggiori finanziamenti a Fidesz provengono da oltreoceano, da parte di organizzazioni, fondazioni e personaggi politici (tra cui figura Mike Pence, vicepresidente durante l’amministrazione Trump dal 2017 al 2021) dell’ala repubblicana e conservatrice statunitense, che guarda con favore alle politiche di incentivo alla natalità e anti-immigratorie in un paese che rimane pur sempre una democrazia.</p>
<p>Come ha sottolineato la politologa Anna Grzymala-Busse, in Ungheria «si tengono tuttora le elezioni, c’è sempre formalmente la libertà di stampa, ma è sostanzialmente controllata da un partito (Fidesz, ndr). Perciò per i conservatori statunitensi, è un’immagine ideale di cosa potrebbero diventare gli Stati Uniti».</p>
<p>Orbán non sta soltanto indebolendo la democrazia ungherese, ma sta anche costruendo un profondo culto della sua persona, fondato sulla falsa idea che l’Ungheria sia a oggi la custode della storica tradizione cristiana europea.</p>
<p><strong>Arianna Tersigni</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La scienza può minacciare il credo religioso?</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2023/01/01/la-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso/</link>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 10:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[In che misura la scienza empirica è una minaccia per il credo religioso? Esistono “altre forme di conoscenza”? Queste ed altre domande si pone il filosofo Stephen Law in un articolo dalla rivista Freethinker tradotto in italiano e pubblicato sul numero 6/2022 della rivista Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Cos’è la scienza? Con questa parola mi riferisco all’attività in cui siamo impegnati quando applichiamo il “metodo scientifico”: un equipaggiamento di tecniche che...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2023/01/01/la-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso/" title="Read La scienza può minacciare il credo religioso?">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In che misura la scienza empirica è una minaccia per il credo religioso? Esistono “altre forme di conoscenza”? Queste ed altre domande si pone il filosofo Stephen Law in un articolo dalla rivista Freethinker tradotto in italiano e pubblicato sul numero 6/2022 della rivista <a href="https://www.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>. Per leggere la rivista </em><em><a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
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<p>Cos’è la scienza? Con questa parola mi riferisco all’attività in cui siamo impegnati quando applichiamo il “metodo scientifico”: un equipaggiamento di tecniche che abbiamo sviluppato negli ultimi cento anni per cercare di capire come funziona l’universo. La pietra angolare della scienza è l’osservazione empirica: le teorie sono sviluppate e testate in base all’acquisizione di dati, alla conduzione di esperimenti, all’osservazione attraverso telescopi e microscopi, e così via.</p>
<p>La religione è tipicamente focalizzata sulla risposta a domande come: il motivo per cui l’universo esiste; <span class="pullquote">che cosa rende le cose moralmente giuste o sbagliate</span>; come dovremmo vivere; quale potrebbe essere il significato ultimo e lo scopo della nostra esistenza. Tipicamente, sottolinea anche l’importanza di ciò che potremmo chiamare “altri modi di conoscere”. In particolare, le religioni suggeriscono spesso che le sacre scritture, l’esperienza e la rivelazione religiose sono in grado di fornire risposte a tali domande.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-71441" style="font-size: 20.8px;" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2023/01/La-scienza-puo-minacciare-il-credo-religioso-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p>Si pensa spesso che scienza e religione siano in conflitto. Certamente, alcuni scienziati sono sprezzanti nei confronti delle affermazioni religiose, insistendo sul fatto che sono tutte false. Ad esempio, in <em>The God Delusion</em> (<em>L’illusione di Dio</em>, nella versione italiana – NdT), Richard Dawkins sostiene che la “scienza” mostra che probabilmente Dio non esiste.</p>
<p>D’altra parte, molte persone religiose, tra cui molti scienziati, sostengono che coloro che cercano di usare la scienza per minare le affermazioni religiose sono colpevoli di un malinteso. Insistono che critici come Dawkins non riescono ad apprezzare il fatto che, sebbene la scienza empirica basata sull’osservazione sia certamente un potente strumento per indagare l’universo fisico, non è nella posizione di giudicare su questioni che trascendono l’universo fisico, incluso il divino.</p>
<p>Il pensiero che scienza e religione riguardino domini completamente diversi, e che non sia corretto che l’una possa invadere il territorio dell’altra, è stato espresso dallo scienziato Stephen J. Gould, il quale sostiene che scienza e religione sono «magisteri non sovrapponibili». Gould scrive che la scienza «cerca di documentare il carattere fattuale del mondo naturale e di sviluppare teorie che coordinino e spieghino questi fatti.</p>
<p>La religione, d’altra parte, opera nel regno altrettanto importante, ma completamente diverso, degli scopi, dei significati e dei valori umani, soggetti che il dominio fattuale della scienza potrebbe illuminare, ma non potrà mai risolvere». (Gould 2002: 4 – vedi bibliografia)</p>
<p>Secondo Gould, se le anime esistano o meno è una questione che sta al di là della capacità della scienza di stabilirlo: «Ma so anche che le anime rappresentano un soggetto al di fuori del magistero della scienza. Il mio mondo non può provare o smentire una tale nozione, e il concetto di anime non può minacciare o influenzare il mio dominio». (Gould 2012: 575)</p>
<p>Tali “grandi domande”, riteneva Gould, sono l’attività propria della religione. Tuttavia, la religione non è nella posizione ideale per affrontare domande, ad esempio, sul modo in cui si è formata la Terra ed è apparsa la vita. Questa questione è la scienza a doverla risolvere. Quando la religione comincia a invadere il dominio della scienza, e viceversa, ne derivano problemi. Scienziati e teologi devono rimanere ciascuno nel proprio campo.</p>
<p>I difensori della religione spesso aggiungono che supporre che la scienza sia potenzialmente una minaccia per il credo religioso significa essere colpevoli di “scientismo”, di supporre cioè che la scienza empirica sia in grado di rispondere a ogni domanda significativa. Insistono sul fatto che scienziati come Richard Dawkins dovrebbero mostrare un po’ di umiltà e riconoscere che ci sono «più cose in cielo e in Terra di quante se ne sognano nella tua filosofia» e anche che ci sono altre “forme di conoscenza”.</p>
<p>Allora qual è la risposta? In che misura la scienza empirica è una minaccia per il credo religioso? <span class="pullquote">Ci sono “altre forme di conoscenza”?</span></p>
<p>La mia opinione è che la scienza empirica può rappresentare una minaccia molto significativa per il credo religioso. Ma prima di spiegare perché, consentitemi di riconoscere che sì, lo scientismo è quasi certamente falso.</p>
<p>Sono un filosofo, non uno scienziato, quindi ci si può aspettare che io voglia ritagliarmi un territorio intellettuale appositamente per filosofi: domande che richiedono una riflessione filosofica per rispondere, piuttosto che un’applicazione del metodo scientifico.</p>
<p>Mi sembra che molti, forse tutti, gli enigmi filosofici siano in fondo enigmi puramente concettuali. Per risolvere un enigma puramente concettuale, l’indagine empirica non è necessaria. Tutto ciò che serve è una riflessione sui concetti coinvolti – e questa è un’attività da tavolino. Non abbiamo bisogno di impegnarci nell’osservazione del mondo.</p>
<p>Ecco un semplice esempio di enigma concettuale (se non filosofico). A una festa di famiglia, tra i partecipanti intercorrono tutti i seguenti rapporti familiari: figlio, figlia, madre, padre, zia, zio, nipote, nipotina, cugini. L’enigma è: ci potrebbero essere solo quattro persone alla festa? A prima vista, può sembrare che ci debbano essere molte più persone, se si vogliono mantenere tutte queste relazioni tra di loro. Tuttavia, una riflessione puramente concettuale rivela che, in realtà, basta che siano presenti solo quattro persone (ad esempio un fratello con il figlio e la sorella con la figlia). Si noti che questo enigma viene risolto non impegnandosi nella scienza empirica, ma con la riflessione a tavolino. Quindi ci sono enigmi cui la scienza empirica non può rispondere ma altri metodi sì.</p>
<p>Naturalmente questo enigma sui membri della famiglia non è un enigma filosofico. Tuttavia, a mio parere, la maggior parte degli enigmi filosofici sono di natura similmente concettuale e saranno risolti, se sono risolvibili, con metodi concettuali, non con la scienza empirica. Prendiamo ad esempio il problema “mente-corpo”. A molti di noi, filosofi e no, sembra che esista una sorta di ostacolo al credere che la mente sia qualcosa di fisico: un ostacolo rivelato dalla riflessione concettuale.</p>
<p>Per ‘dolore’, si potrebbe supporre, intendo questo (ora concentro la mia attenzione sulla mia esperienza di dolore soggettivo interiore), e posso riconoscere, <em>semplicemente riflettendo su ciò che intendo per ‘dolore’,</em> che esso potrebbe non rivelarsi come qualcosa di fisico. Ma forse quest’ostacolo è illusorio.</p>
<p>Forse, proprio come sembrava che esistesse un ostacolo concettuale al fatto che ci fossero solo quattro persone presenti alla festa, così potrebbe sembrare che ci sia un ostacolo concettuale al fatto che la mente sia qualcosa di fisico. Forse, impegnandoci in una riflessione concettuale, possiamo mostrare che anche quest’ostacolo è illusorio.</p>
<p>In tal caso, l’enigma filosofico di come la mente possa essere “fisica” avrà una soluzione non scientifica ma concettuale, anche se sapere esattamente come l’attività fisica nel cervello dia origine alla coscienza rimarrà una domanda cui è la scienza a dover fornire risposta.</p>
<p>Altri controesempi allo scientismo includono le questioni morali. Come ha sottolineato David Hume, le questioni morali riguardano ciò che dovremmo o non dovremmo fare, mentre l’osservazione diretta del mondo rivela solo ciò che è o non è, e sembra che non possiamo mai giustificare una conclusione in merito al “dovere” facendo appello solo a ciò che è (questo è il famoso “divario essere/dover-essere”). Ma allora la scienza empirica da sola non può rispondere alle questioni morali.</p>
<p>Un altro controesempio allo scientismo è fornito dalla domanda: «Perché esiste qualcosa?». Questa domanda sembra sensata. Tuttavia, poiché la spiegazione scientifica implica necessariamente di invocare qualche causa o legge che gli scienziati hanno scoperto e che spiega perché le cose stanno così, sembra che ci debba sempre essere qualche causa o legge che resta inspiegata.</p>
<p>Ad esempio, alcuni scienziati hanno tentato di spiegare il Big Bang attraverso il tunneling quantistico, che può spiegare la comparsa di particelle subatomiche dal vuoto (vedi Carroll 1988), ma questa spiegazione presuppone solo l’esistenza del tunneling quantistico e le leggi che lo governano. In questo caso, <span class="pullquote">la scienza non ha ancora spiegato perché c’è qualcosa piuttosto che niente</span>. Infatti, come potrebbe? Qualsiasi cosa la scienza proponga per spiegare perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla è inevitabilmente solo un altro “qualcosa”.</p>
<p>In breve, lo scientismo, inteso come l’affermazione che la scienza empirica può rispondere a ogni domanda sensata, è falso. Questo significa che Dio e le affermazioni religiose sono <em>off-limits</em> per la scienza? Affatto. Sebbene alcune cose possano effettivamente essere <em>off-limits</em> per la scienza empirica, non ne consegue che dio o le affermazioni religiose lo siano.</p>
<p>L’assunto che più spesso sembra guidare il pensiero che tali affermazioni siano <em>off-limits</em> è che riguardano il soprannaturale o l’inosservabile e che la scienza empirica è necessariamente limitata al regno naturale o osservabile. Questa ipotesi è falsa.</p>
<p>In primo luogo, la scienza può confermare o confutare in modo abbastanza definitivo le affermazioni sull’inosservabile. Il lontano passato di questo pianeta è necessariamente inosservabile. Le particelle subatomiche sono necessariamente inosservabili. Gli oggetti molto distanti sono necessariamente inosservabili. Ciò non significa che la scienza non possa stabilire in modo abbastanza definitivo la loro esistenza o non esistenza.</p>
<p>Questo perché, mentre ciò che è postulato può essere non osservabile, le ipotesi sulle entità non osservabili possono comunque avere conseguenze osservabili. Possiamo confermare sperimentalmente l’esistenza di elettroni o del bosone di Higgs, per esempio. E possiamo stabilire oltre ogni ragionevole dubbio fatti sul lontano passato di questo pianeta, come la precedente esistenza dei dinosauri.</p>
<p>Allo stesso modo, quindi, le affermazioni su Dio, e più in generale sul soprannaturale, possono essere confermate o confutate in modo abbastanza definitivo dalla scienza nella misura in cui tali affermazioni hanno conseguenze osservabili empiricamente. E molte di queste affermazioni le hanno.</p>
<p>Prendiamo l’affermazione religiosa che Dio risponde alla preghiera di domanda. Dio può non essere osservabile, ma i malati di cuore lo sono, e sono stati condotti parecchi studi accurati, in doppio cieco, da molti milioni di dollari, sugli effetti della preghiera di domanda sui malati di cuore. Questi studi hanno dimostrato, in modo abbastanza definitivo, che tale preghiera non funziona: non offre alcun beneficio per i malati di cuore.</p>
<p>Oppure prendi l’affermazione religiosa che l’universo fu creato da Dio meno di seimila anni fa. Tale affermazione religiosa è stata confutata scientificamente in modo definitivo. Possiamo non essere in grado di osservare la Terra com’era molte migliaia o addirittura milioni di anni fa, ma ciò che possiamo osservare stabilisce oltre ogni ragionevole dubbio che la Terra ha molto più di seimila anni.</p>
<p>Che dire dell’affermazione che Dio esiste? Sicuramente almeno quest’affermazione è <em>off-limits</em> per la scienza?</p>
<p>Ancora una volta no, se l’affermazione ha conseguenze osservabili empiricamente. Considera l’ipotesi che esista un dio onnipotente, onnisciente e sommamente malevolo. Quasi nessuno crede in un dio del genere, e per una buona ragione: una tale divinità avrebbe sicuramente creato un mondo molto più cattivo di questo.</p>
<p><span class="pullquote">Sì, c’è dolore, sofferenza e orrore morale nel mondo</span>, ma c’è anche una grande quantità di bene – troppo bene perché questa sia plausibilmente la creazione di una divinità così malvagia. Se fosse la creazione di un dio malvagio, il mondo sembrerebbe molto più simile a un paesaggio infernale di quanto non sia in realtà.</p>
<p>Ma se possiamo ragionevolmente escludere una divinità così malvagia sulla base dell’osservazione, perché non possiamo ragionevolmente escludere, sulla stessa base, un dio buono? Sì, il mondo contiene molto bene. Ma contiene anche terribile dolore, sofferenza e orrore morale: troppo perché sia plausibile la sua creazione a opera di una divinità estremamente potente e benevola.</p>
<p>In breve, il soprannaturale e il divino non sono necessariamente <em>off-limits</em> per l’indagine empirica o per la scienza. In effetti, la chiesa cattolica è d’accordo: il suo Dicastero per le cause dei santi utilizza esperti medici per indagare sui supposti miracoli. Molti teisti ritengono anche che le scoperte scientifiche sulla regolazione fine dell’universo forniscano un supporto importante per credere in Dio.</p>
<p>È solo quando la scienza viene percepita come una minaccia per il credo religioso e altre credenze soprannaturali, che viene tirato un velo e ci viene detto che ciò che si nasconde dietro il velo è vietato alla scienza.</p>
<p>È possibile proteggere le affermazioni su Dio dalla falsificazione riducendo ciò che intendiamo per ‘Dio’. Un Dio onnipotente e infinitamente malvagio sembrerebbe qualcosa che possiamo facilmente falsificare guardando fuori dalla finestra per cinque minuti: troppo amore, risate, gelati e arcobaleni. Lo stesso vale per un Dio che sia onnipotente e infinitamente buono.</p>
<p>Ma se per ‘Dio’ intendiamo molto meno: un essere onnipotente, ma né buono né cattivo, per esempio. La distribuzione di bene e male nel mondo non è una minaccia per la credenza in un Dio del genere.</p>
<p>Tuttavia, rimangono molte altre potenziali minacce per la credenza in Dio. Ad esempio, se si suppone che Dio sia ancora una persona con convinzioni e desideri in base ai quali agisce, allora come può avere senso suggerire che un tale essere potrebbe esistere fuori dal tempo come creatore del nostro universo spazio-temporale?</p>
<p>Convinzioni e desideri sono stati psicologici e come tali hanno una durata, che richiede tempo. Una persona “non temporale” sembra avere tanto senso quanto una montagna “non spaziale”.</p>
<p>Tuttavia, come sottolinea il filosofo Antony Flew, puoi sempre difendere ulteriormente la credenza in Dio riducendolo ancora di più, in modo che la parola ‘Dio’ diventi un simbolo per&#8230; beh, nemmeno un “oggetto”, ma una specie di “roba cosmica”: qualcosa di ineffabile e oltre la comprensione umana.</p>
<p>Ora, è certamente difficile confutare l’affermazione che esista un’ineffabile roba cosmica. Tuttavia, coloro che restringono il proprio concetto di Dio per affrontare tali minacce al loro credo spesso lo fanno in modo incoerente. Quando un critico lo prende di mira, alcuni difensori insistono sul fatto che il critico ha mancato l’obiettivo – che ciò che è stato confutato non è ciò in cui crede effettivamente la persona religiosa.</p>
<p>Tuttavia, altre volte queste stesse persone religiose possono insistere sul fatto che il loro Dio non è poi così ineffabile e incomprensibile, dopo tutto. Potrebbero suggerire per esempio che, nonostante tutto, è possibile riconoscere che Dio merita la nostra lode e gratitudine. Adottano un metodo “adesso lo vedi, adesso no”, saltellando in modo elusivo avanti e indietro tra posizioni incoerenti per mantenere la propria credenza.</p>
<p>La risposta che «questo è al di là della capacità di decisione della scienza» è diventata un mantra in alcuni circoli religiosi, una formula verbale ripetuta all’infinito al punto da poter facilmente ipnotizzare e far addormentare chiunque sia stato momentaneamente spinto al dubbio da critici come Dawkins. Ma, come abbiamo visto, la verità è che molte affermazioni religiose e soprannaturali non sono <em>off-limits</em> per la scienza. Il credo religioso può riguardare l’aldilà, ma ciò non lo rende immune alla confutazione scientifica.</p>
<p><strong>Stephen Law</strong></p>
<p>Traduzione a cura di Leila Vismara</p>
<p>Per gentile concessione del <em>Freethinker</em>. Articolo originariamente pubblicato in inglese alla pagina <a href="http://go.uaar.it/rxpp8s9">go.uaar.it/rxpp8s9</a>.</p>
<p>#scienza #religione #falsificabilità #magisteri</p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li>Carroll, William E. (1988), <em>Big Bang Cosmology, Quantum Tunneling from Nothing, and Creation, Laval théologique et philosophique</em>, vol. 44, n° 1, pp. 59-75.</li>
<li>Flew, Antony (1971), T<em>heology and Falsification</em>, in Mitchell, B. (ed.), <em>The Philosophy of Religion</em>, Oxford University Press.</li>
<li>Gould, Stephen J. (2002),<em> Rocks of Ages</em>, London: Vintage.</li>
<li>Gould, Stephen J. (2012), <em>Nonoverlapping Magisteria</em>, in Pojman, L. e Rae, M. (eds.), <em>Philosophy of Religion: An Anthology, Wadsworth</em>, pp. 568-577.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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		<title>La politica sulla pelle delle persone</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2022/12/25/la-politica-sulla-pelle-delle-persone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2022 10:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[In Malesia l&#8217;identitarismo islamico e l&#8217;omofobia istituzionalizzata pesano sempre di più sulle vite delle persone lgbt. Paolo Ferrarini raccoglie, per il numero 6/2022 della rivista Nessun Dogma, la triste testimonianza di un raid anti-gay della polizia, avvenuto la notte dello scorso Halloween a Kuala Lumpur. Per leggere la rivista associati all&#8217;Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Mentre l’Italia è alle prese con l’emergenza nazionale dei rave party, in Malesia la politica ha qualcosa da dire anche sulle feste private...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/12/25/la-politica-sulla-pelle-delle-persone/" title="Read La politica sulla pelle delle persone">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In Malesia l&#8217;identitarismo islamico e l&#8217;omofobia istituzionalizzata pesano sempre di più sulle vite delle persone lgbt. Paolo Ferrarini raccoglie, per il numero 6/2022 della rivista <a href="https://www.nessundogma.it/">Nessun Dogma</a>, la triste testimonianza di un raid anti-gay della polizia, avvenuto la notte dello scorso Halloween a Kuala Lumpur. Per leggere la rivista </em><em><a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all&#8217;Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Mentre l’Italia è alle prese con l’emergenza nazionale dei rave party, in Malesia la politica ha qualcosa da dire anche sulle feste private autorizzate. La notte del 29 ottobre ricevo un messaggio drammatico da Irfan, un giovane amico di Kuala Lumpur che si è recato al club Rexkl per festeggiare Halloween con una serata di musica e spettacolo:</p>
<p>«Sono nascosto dietro un distributore automatico. Stanno facendo un raid nel locale. È pieno di agenti, c’è sia la polizia nazionale che quella religiosa. Stanno identificando tutti, separando i musulmani e arrestandone alcuni. <span class="pullquote">Se mi trovano ho paura che arrestino anche me</span> e mi rovinino la vita».</p>
<p>La serata, pensata come uno dei pochi spazi di intrattenimento lgbt+ friendly della città, è organizzata da un collettivo di drag queen, ed è proprio su di loro che i circa quaranta poliziotti presenti all’operazione si concentrano, finendo per arrestarne venti, dopo aver verificato segni di “travestitismo”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-71416" style="font-size: 20.8px;" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/La-politica-sulla-pelle-delle-persone.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/La-politica-sulla-pelle-delle-persone.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/La-politica-sulla-pelle-delle-persone-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/La-politica-sulla-pelle-delle-persone-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/La-politica-sulla-pelle-delle-persone-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />Carmen Rose, una delle artiste coinvolte nella retata, racconta a Nessun Dogma: «Settimane di lavoro per preparare lo spettacolo, soldi spesi nell’organizzazione&#8230; tutto all’aria. Eravamo perfettamente in regola con i permessi per il nostro evento, ma lo stesso ci hanno preso di mira. È stato traumatizzante. Persone innocenti portate via su un furgoncino nero come terroristi, e per cosa? Perché eravamo vestiti da Halloween? Quale donna porta un trucco come il nostro, e si veste di palloncini colorati? In centrale ci hanno umiliato facendoci rispondere per iscritto ad assurde domande di natura privata, tipo: ‘Qual è il motivo che ti porta a indossare questo tipo di indumenti?’, ‘Hai mai compiuto atti contro natura?’, ‘Hai mai preso ormoni?’, ‘Sei eterosessuale, vero?’. Per fortuna si sono subito mossi i nostri attivisti alleati che ci hanno procurato avvocati e pagato la cauzione per il rilascio immediato».</p>
<p>Pur essendo la retata più significativa ai danni della comunità lgbt+, non è certo la prima, e non è una coincidenza che sia avvenuta nelle settimane immediatamente precedenti alle elezioni politiche di metà novembre. La Malesia ha una lunga storia di cruda politicizzazione dell’omosessualità, sfruttata ai fini di alimentare l’identitarismo islamico ed eliminare avversari diffamandoli con scandali montati ad arte.</p>
<p>La vittima più illustre è Anwar Ibrahim, politico di opposizione che – unico nella storia del paese – ha scontato anni di carcere per avere infranto la famigerata legge coloniale 377A contro la sodomia.</p>
<p>Curiosamente, dal febbraio 2021, i tribunali religiosi non possono più perseguire direttamente i cittadini musulmani omosessuali, grazie a una sentenza che sulla base di un principio di non sovrapponibilità delle giurisdizioni considera la materia già coperta dalla (sostanzialmente inapplicata) legge federale. Per questo le accuse ufficiali fatte alle drag queen di Halloween riguardavano il “cross-dressing” e la “pubblica indecenza”, anziché la sodomia.</p>
<p>La Malesia rimane purtroppo un caso studio di come l’identitarismo e l’omofobia religiosa abbiano effetti deleteri sia sulla vita reale delle persone che sulle aspirazioni democratiche di un paese. Sarebbe un peccato dover dire lo stesso dell’Italia.</p>
<p><strong>Paolo Ferrarini </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
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			</item>
		<item>
		<title>L’Uaar dona 4.000 euro all’Uganda Humanist Schools Trust</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2022/12/20/luaar-dona-4-000-euro-alluganda-humanist-schools-trust/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:24:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://blog.uaar.it/?p=71372</guid>

					<description><![CDATA[Per il 2022 l’Uaar ha deciso di donare 4000 euro all’Uganda Humanist Schools Trust, una fondazione che supporta le scuole laico-umaniste ugandesi e che ha destinato questi fondi alla ristrutturazione dell’ostello femminile annesso all’istituto Isaac Newton. In occasione della Giornata Internazionale della Solidarietà, il gestore del fondo Steve Hurd ha voluto ringraziarci scrivendo un articolo in cui racconta la storia di questa struttura, tradotto a seguire. Verso la fine della sua vita, Lily van Haelen affidò ai suoi figli il...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/12/20/luaar-dona-4-000-euro-alluganda-humanist-schools-trust/" title="Read L’Uaar dona 4.000 euro all’Uganda Humanist Schools Trust">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Per il 2022 l’</i><a href="https://www.uaar.it/uaar/campagne/solidarieta/"><i>Uaar ha deciso di donare</i></a><i> 4000 euro all’</i><a href="https://ugandahumanistschoolstrust.org/"><i>Uganda Humanist Schools Trust</i></a><i>, una fondazione che supporta le scuole laico-umaniste ugandesi e che ha destinato questi fondi alla ristrutturazione dell’ostello femminile annesso all’istituto Isaac Newton. In occasione della Giornata Internazionale della Solidarietà, il gestore del fondo Steve Hurd ha voluto ringraziarci scrivendo </i><a href="https://ugandahumanistschoolstrust.org/2022/12/a-life-changing-legacy/"><i>un articolo in cui racconta la storia di questa struttura</i></a><i>, tradotto a seguire.</i><i><br />
</i><i><br />
</i>Verso la fine della sua vita, Lily van Haelen affidò ai suoi figli il compito di cercare in Africa un progetto umanista degno di ricevere un lascito dal suo testamento. I familiari lavorarono duramente per trovarlo: contattarono e respinsero diversi orfanotrofi e scuole in Sud Africa, preoccupati che i soldi della madre potessero finire in tasche private. Infine arrivarono all’Uganda Humanist Schools Trust. Fui invitato a casa del figlio, Laurence Paltiel, a Bedfordshire.</p>
<p>Dopo molte domande inquisitorie, Laurence si mostrò interessato ad esplorare la possibilità di sostenere un progetto alla Isaac Newton Humanist High School. La scuola soddisfaceva perfettamente le esigenze della famiglia. <span class="pullquote">La sua missione era fornire un&#8217;educazione inclusiva basata sulla ragione</span>, la compassione e la tolleranza ai bambini della povera comunità rurale del villaggio di Kateera, nel distretto di Masaka. La scuola era un&#8217;organizzazione registrata senza scopo di lucro, aveva conti bancari vincolati e pubblicava bilanci trasparenti e revisionati. Inoltre, aveva un progetto urgente che coincideva con i desideri della famiglia.</p>
<p><i><img class="alignnone size-full wp-image-71382" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust.jpg 1593w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust-1536x804.jpg 1536w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/12/LUaar-dona-4000-euro-allUganda-Humanist-Schools-Trust-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1593px) 100vw, 1593px" /></i></p>
<p>Era il 2010, quando l&#8217;epidemia di HIV/AIDS infuriava. Le persone in età lavorativa stavano morendo e lasciavano figli orfani di uno o di entrambi i genitori. Molti ragazzi diventavano vittime di lavoro forzato. Le ragazze erano prede di abusi sessuali. Peter Kisirinya, direttore della scuola, identificò un&#8217;urgente necessità di costruire un ostello che fornisse un luogo sicuro alle giovani orfane o provenienti da famiglie indigenti, permettendo loro di vivere e imparare in sicurezza in una comunità scolastica protettiva.</p>
<p>Non appena la famiglia di Lily van Haelen ebbe appreso della situazione, ci chiese di pianificare e stimare i costi. Feci un altro viaggio a Bedfordshire per mostrare loro i piani. Un membro più giovane della famiglia volò in Uganda per visitare la scuola, incontrare Peter Kisirinya e vedere il sito scelto per la costruzione dell&#8217;ostello. Completamente rassicurati, diedero il loro via libera.</p>
<p>Peter chiese a un amico architetto di redigere il progetto. Tuttavia, non c&#8217;erano quasi costruttori nella zona con esperienza nella costruzione di edifici di queste dimensioni e risultò impossibile ottenere preventivi competitivi. Peter andò da un unico costruttore locale, raggiunse un accordo con lui e gli affidò il lavoro. I lavori iniziarono a febbraio 2011 e furono terminati entro la fine dell&#8217;anno.</p>
<p>Il costo finale fu di 24.000 sterline. Questo fu il 15% in più del budget, ma l&#8217;edificio era più grande delle previsioni iniziali: 8 camere familiari, ognuna con 9 ragazze, una stanza per l’assistente, lavanderia, 2 docce, servizi igienici e una stanza per stirare.</p>
<p>All&#8217;inaugurazione ufficiale del 2012 la struttura fu chiamata &#8220;Ostello Lily van Haelen&#8221;. Negli 11 anni dalla costruzione, l&#8217;ostello ha trasformato la vita di molte ragazze. Sono state sottratte alle avversità della vita nelle case rurali, che comporta lunghe camminate per recarsi a scuola. Hanno trovato un luogo sicuro dove dormire, sono state ben nutrite, hanno avuto accesso alle cure mediche e ai servizi per lo studio e il tempo libero nelle sere e nei fine settimana.</p>
<p>Il tempo ha dimostrato che queste ragazze provenienti da contesti di povertà estrema, una volta dotate degli strumenti adeguati, possono superare i loro coetanei più benestanti, che frequentano la scuola come studenti diurni. L&#8217;ostello è stato un enorme successo, sia sociale che educativo, ed è stato un omaggio duraturo e adeguato alla vita della benefattrice Lily van Haelen.<br />
La scuola e le ragazze sono enormemente grate per il lascito che ha reso possibile tutto ciò. Se sei interessato a disporre un lascito personale per migliorare allo stesso modo la vita di tante persone, puoi trovare informazioni qui: <a href="https://ugandahumanistschoolstrust.org/donate/making-a-bequest/">https://ugandahumanistschoolstrust.org/donate/making-a-bequest/</a>.</p>
<p><b>La ristrutturazione dell’ostello con l’aiuto dell’Uaar<br />
</b><br />
Per consentire all&#8217;Ostello Lily van Haelen di continuare a servire le future generazioni di ragazze di Kateera, è ormai necessario ristrutturarlo. Dopo 11 anni di utilizzo continuo, l&#8217;ostello inizia a mostrare segni di degrado. Sono apparsi buchi nei pavimenti in cemento e danni alle pareti, alle finestre e alle porte, che vanno riparati. Inoltre la scuola vorrebbe installare i soffitti in ogni camera familiare per impedire alle zanzare di trasmettere patogeni, come la malaria, tra le ragazze delle diverse stanze.</p>
<p>L&#8217;intero edificio ha bisogno di essere riverniciato, utilizzando vernice anti-zanzara sulle superfici interne. Siamo lieti di annunciare che i nostri amici italiani dell&#8217;<a href="https://uaar.it">Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti</a> sono venuti in aiuto delle ragazze di Kateera. Hanno risposto all&#8217;appello UHST 2022 con fondi sufficienti a coprire la ristrutturazione dell&#8217;ostello. I fondi sono stati trasferiti alla scuola e i lavori inizieranno immediatamente in modo che possano essere terminati a febbraio, quando le ragazze torneranno a scuola e saranno felicissime di trovare un ostello trasformato. Apprezzeranno questo generoso sostegno dall&#8217;Uaar, che prolungherà la vita del lascito originale per molti anni a venire.</p>
<p><i>Steve Hurd &#8211; Traduzione di Giorgio Maone</i></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/jcySbvIHnOA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Qatar2022, l’importanza di spegnere la Tv</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2022/11/20/qatar2022-spegnere-la-tv/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[rgrendene]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 14:47:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[Nella mente di chi l’aveva concepito nel 2010, Qatar2022 doveva essere un’occasione per “costruire ponti” e promuovere l’uguaglianza. Gli idealismi si sono però subito scontrati con la realtà. Una realtà fatta di discriminazione sistemica e sfruttamento selvaggio dei lavoratori, morti in migliaia negli ultimi anni. Una realtà che magnati e politici occidentali, assetati di denaro, hanno ignorato. La kermesse che inizia oggi è una sfilata del peggiore islamismo wahabita. Ne saranno senz’altro contenti i Fratelli Musulmani, che il Qatar finanzia...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/11/20/qatar2022-spegnere-la-tv/" title="Read Qatar2022, l’importanza di spegnere la Tv">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella mente di chi l’aveva concepito nel 2010, Qatar2022 doveva essere un’occasione per “costruire ponti” e promuovere l’uguaglianza. Gli idealismi si sono però subito scontrati con la realtà. Una realtà fatta di discriminazione sistemica e sfruttamento selvaggio dei lavoratori, morti in migliaia negli ultimi anni. Una realtà che magnati e politici occidentali, assetati di denaro, hanno ignorato.</p>
<p><span class="pullquote">La kermesse che inizia oggi è una sfilata del peggiore islamismo wahabita</span>. Ne saranno senz’altro contenti i Fratelli Musulmani, che il Qatar finanzia da anni, mentre troppi in Occidente passano il tempo a cianciare parole come “dialogo” e “cooperazione” e a sbavare dietro ai proventi degli affari con il Qatar. Se i divieti di questo mondiale le avesse scritte il califfo dell’ISIS al-Baghdadi, non farebbe alcuna differenza: niente prodotti derivati dal maiale, niente alcol, niente “vestiti poco modesti” come gonne, pantaloncini e magliette a maniche corte, niente oggetti “offensivi verso la religione” (e quindi niente croci o simboli di religioni diverse dall’Islam), niente strette di mano alle donne, niente abbracci, niente baci in pubblico, niente riviste pornografiche, niente sex-toys.</p>
<p>“Tutti sono i benvenuti”, ebbe a dire il primo ministro Al Thani lo scorso marzo. Il Qatar ha fatto di queste parole uno slogan. E tali sono rimaste. Di certo non saranno benvenuti gli omosessuali, che il regime qatariota rinchiude, tortura e in alcuni casi uccide. Non lo saranno gli atei, gli agnostici i cristiani o gli ebrei, perché professare l’ateismo o le religioni diverse dall’Islam è un reato punito con il carcere. Il Qatar accoglie chiunque, a patto che rinunci alla sua identità e si nasconda. Un mondiale che, di fatto, accetta ed include solo i musulmani osservanti. Chi negli ultimi anni ha proposto la via del “dialogo”, del “rispetto” e della “cooperazione” forse ignorava con chi si avesse a che fare. O, più probabilmente, fingeva di non saperlo.</p>
<img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-71171" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/qatar-spegni-tv.png" alt="qatar2022, invito a spegnere la Tv" width="1200" height="628" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/qatar-spegni-tv.png 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/qatar-spegni-tv-768x402.png 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/qatar-spegni-tv-650x340.png 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/qatar-spegni-tv-1024x536.png 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />
<p><span class="pullquote"><!-- Il Qatar accoglie chiunque, a patto che rinunci alla sua identità e si nasconda--></span>Una delle accuse più spesso rivolte dalla Destra all’Islam è quella della “<a href="https://blog.uaar.it/2020/12/23/vocabolario-sintetico-del-politicamente-corretto/">mancanza di reciprocità</a>”. Di certo, è difficile calare giudizi su miliardi di fedeli senza sfociare nella generalizzazione. Ma nel caso dell’Islam politico, la mancanza di reciprocità è un fatto. Quando si tratta di fare accordi con i regimi islamisti, il rispetto è sempre unilaterale. Per “non offendere” si stendono veli (pietosi) <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2016/01/26/foto/statue_nude_coperte_per_non_offendere_rouhani-132049380/1/">su statue e opere d’arte</a> oppure <a href="https://blog.uaar.it/2016/01/16/il-velo-del-rispetto/">ci si intabarra</a> dalla testa ai piedi. E se l’Occidente, per sforzo di cooperazione, è disposto a censurare i suoi valori laico-umanisti e la sua storia, dall’altro lato c’è il menefreghismo più totale. Perché quei regimi continuano a macellare atei, apostati ed omosessuali come se non ci fosse un domani. Lo stesso è avvenuto per i mondiali in Qatar: con la scusa della distensione e del “rispetto”, si è lasciato fare. Tra i risultati, vi è la lista di divieti elencati poco sopra, tutti punibili con frustate e carcere.</p>
<p>E’ difficile restare inermi di fronte a questo osceno teatrino. Chi ha a cuore i diritti umani farebbe bene a prendere il telecomando e cambiare canale. Oppure spegnere la Tv e leggere un buon libro (magari, perché no, scelto dal catalogo <a href="https://www.nessundogma.it/libri/">Nessun Dogma</a>). Il messaggio, comunque, deve essere chiaro: non ci può essere spazio, nel ventunesimo secolo, per chi calpesta i diritti umani in nome di assurdi precetti religiosi. E se c’è qualcuno (in questo caso la FIFA) che di spazio invece ne offre, di certo il mondo civile <em>non starà a guardare</em>.</p>
<p><strong>Simone Morganti</strong></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fblog.uaar.it%2F2022%2F11%2F20%2Fqatar2022-spegnere-la-tv%2F&amp;linkname=Qatar2022%2C%20l%E2%80%99importanza%20di%20spegnere%20la%20Tv" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fblog.uaar.it%2F2022%2F11%2F20%2Fqatar2022-spegnere-la-tv%2F&amp;linkname=Qatar2022%2C%20l%E2%80%99importanza%20di%20spegnere%20la%20Tv" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_mastodon" href="https://www.addtoany.com/add_to/mastodon?linkurl=https%3A%2F%2Fblog.uaar.it%2F2022%2F11%2F20%2Fqatar2022-spegnere-la-tv%2F&amp;linkname=Qatar2022%2C%20l%E2%80%99importanza%20di%20spegnere%20la%20Tv" title="Mastodon" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fblog.uaar.it%2F2022%2F11%2F20%2Fqatar2022-spegnere-la-tv%2F&amp;linkname=Qatar2022%2C%20l%E2%80%99importanza%20di%20spegnere%20la%20Tv" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fblog.uaar.it%2F2022%2F11%2F20%2Fqatar2022-spegnere-la-tv%2F&#038;title=Qatar2022%2C%20l%E2%80%99importanza%20di%20spegnere%20la%20Tv" data-a2a-url="https://blog.uaar.it/2022/11/20/qatar2022-spegnere-la-tv/" data-a2a-title="Qatar2022, l’importanza di spegnere la Tv"></a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Così il Qatar inganna l’Occidente (e calpesta i diritti umani)</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2022/11/16/cosi-il-qatar-inganna-loccidente-e-calpesta-i-diritti-umani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 16:45:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[Pochi paesi riescono ad essere efficienti come il Qatar nel calpestare i diritti umani. Batterlo, poi, è (quasi) impossibile. Tra omofobia di stato, misoginia e persecuzioni religiose, ogni anno il piccolo emirato del Golfo Persico occupa le ultime posizioni delle classifiche sulle libertà civili. Emirato piccolo, appunto, ma dalle risorse economiche immense. Ed è grazie a queste risorse che il Qatar finanzia da tempo una campagna mediatica straordinariamente efficace a livello globale. All’immaginario di molti è stato proposto così un...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/11/16/cosi-il-qatar-inganna-loccidente-e-calpesta-i-diritti-umani/" title="Read Così il Qatar inganna l’Occidente (e calpesta i diritti umani)">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pochi paesi riescono ad essere efficienti come il Qatar nel <a href="https://blog.uaar.it/2022/10/15/qatar-mondiali-amorali/">calpestare i diritti umani</a>. Batterlo, poi, è (quasi) impossibile. Tra <a href="http://www.micromega.net/ombra-omofobia-sui-mondiali-in-qatar/">omofobia di stato</a><a href="http://www.micromega.net/ombra-omofobia-sui-mondiali-in-qatar/">,</a> misoginia e persecuzioni religiose, ogni anno il piccolo emirato del Golfo Persico occupa le ultime posizioni delle classifiche sulle libertà civili. Emirato piccolo, appunto, ma dalle risorse economiche immense.</p>
<p>Ed è grazie a queste risorse che il Qatar finanzia da tempo una campagna mediatica straordinariamente efficace a livello globale. All’immaginario di molti è stato proposto così un altro Qatar, edulcorato dei suoi tratti più brutali e repressivi. <span class="pullquote">E la sinistra <i>woke </i>ci è cascata con tutti e due i piedi</span>.</p>
<p>Sin dall&#8217;inizio, la campagna di <i>marketing </i>si è dimostrata difficile, perché di lati oscuri da edulcorare ce n’erano troppi. Normale amministrazione, in un paese che adotta la <i>sharia</i><i> </i>come codice legislativo.</p>
<img class="alignnone size-full wp-image-71106" style="font-size: 20.8px;" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Cosi-il-Qatar-inganna-lOccidente-e-calpesta-i-diritti-umani.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Cosi-il-Qatar-inganna-lOccidente-e-calpesta-i-diritti-umani.jpg 1440w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Cosi-il-Qatar-inganna-lOccidente-e-calpesta-i-diritti-umani-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Cosi-il-Qatar-inganna-lOccidente-e-calpesta-i-diritti-umani-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Cosi-il-Qatar-inganna-lOccidente-e-calpesta-i-diritti-umani-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1440px) 100vw, 1440px" />
<p>Alcuni analisti hanno però provato a salvarsi in corner definendo quella qatariota una «<em>sharia light»</em>. Definizione che ha fatto alzare non poche sopracciglia: <i>light </i>possono essere le bibite gasate<i>, </i>le patatine, i formaggini o altre golosità da <i>happy hour. </i>Un codice teocratico non è certo un prodotto da aperitivo (e tra l’altro, se quella adottata in Qatar è una <em>sharia</em> <i>light</i>, chissà fino a dove si spinge la versione non dietetica).</p>
<p>Non c’è un ambito in Qatar in cui le libertà individuali non siano calpestate, a partire da quelli più banali. Il codice penale punisce ad esempio i bevitori (musulmani) di alcool, come hanno avuto modo di imparare a loro spese diciotto turisti nel solo 2018. Punite anche donne adultere e “fornicatori” di ambo i sessi, mentre l’omosessualità femminile non è punita.</p>
<p>Ma le autorità locali si rifanno alla grande sugli omosessuali maschi: l’aperitivo, per restare in tema cibo, prevede 100 frustate. La portata principale offre invece una scelta a discrezione delle autorità <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2022/10/25/qatar-world-cup-lgbt-arrest-human-rights/">tra la reclusione</a> da uno a sette anni o, <a href="https://www.pinknews.co.uk/2022/09/20/qatar-gay-football-death-penalty/">in alcuni casi, la pena di morte</a>.</p>
<p>C’è ben poco di <em>light</em> anche nel trattamento riservato a blasfemi ed apostati. Chi è ritenuto colpevole di offese verso i simboli dell’islam (e sono in tanti: gli islamisti non brillano certo per autoironia) viene spedito in carcere per sette anni. Una sorte ancora peggiore spetta a chi fa «proselitismo di altre religioni diverse dall’islam», perché questo reato – riconosciuto in tutti i paesi dove l’islam politico è al potere – viene punito con la morte.</p>
<p>La situazione dei diritti umani lascia ben poco spazio di manovra. Eppure, i <i>media </i>nazionali sono riusciti a portare avanti una campagna comunicativa di successo. La strategia seguita si basa su omissioni e silenzi, con l’attenzione deviata quasi solamente alla politica estera. Se questa operazione di marketing ha avuto successo, gran parte del merito va ad <i>Al Jazeera</i>. O, con maggior precisione, alla sua versione internazionale.</p>
<p>L’emittente, finanziata dal regime qatariota, è difatti divisa in una versione in lingua araba, <i>Al Jazeera Arabic</i>, ed una in lingua inglese fondata nel 2006, <i>Al Jazeera English </i>(poi divenuta <i>Al Jazeera International</i>). Le differenze tra le due non si limitano alla lingua, ma riguardano soprattutto i contenuti e lo stile comunicativo.</p>
<p>Il conflitto israelo-palestinese, ad esempio, è stato un tema che <i>Al Jazeera English </i>ha ampiamente sfruttato per intercettare e guadagnarsi le simpatie della sinistra <i>woke</i>. Tra le emittenti mainstream, <i>Al Jazeer</i>a è forse quella che più di tutte ha mantenuto una posizione dura e intransigente verso Israele, tenendo però allo stesso tempo bene in mente quale fosse il suo target<i>.</i></p>
<p>E così, quando il 27 settembre scorso uno dei principali presentatori di <i>Al Jazeera Arabic</i>, Yusuf al-Qaradawi, passò a miglior vita (anche se non è dato sapere quante vergini lo abbiano accolto) <i>Al Jazeera International </i>si limitò a presentarlo come un famoso studioso dell’islam e un «fiero sostenitore della causa palestinese».</p>
<p><span class="pullquote">Peccato che il presentatore fosse anche membro di spicco della Fratellanza Musulmana</span>, sulla cui natura fondamentalista l’emittente fu ovviamente ben felice di tacere. Nel suo programma tv <i>Sharia and Daily Life </i>(trasmesso solo sulla versione <i>Arabic</i>) al-Qaradawi esprimeva idee identiche a quelle dell’Isis, e tra i tanti suggerimenti <i>islamicamente corretti </i>vi era quello di <a href="https://mesbar.org/yusuf-al-qaradawi-false-moderate-and-true-radical/">frustare o gettare dai tetti gli omosessuali</a>. Dettagli, del resto: un po’ come il fatto che quel famoso pittore austriaco con i baffetti e dall’accento buffo, tra un dipinto e l’altro, si dilettava in pulizie etniche.</p>
<p>Gli attacchi ad Israele da parte di <i>Al Jazeera </i>sono stati e rimangono numerosissimi. Molto spesso nel mirino delle critiche è finita la tendenza dello stato ebraico a fare <i>pinkwashing</i>. Il fatto che Israele presenti la situazione dei diritti lgbt migliore del Medio Oriente (non che i vicini si siano scapicollati per fare di meglio) non sarebbe quindi un fattore di merito. Anzi: si tratterebbe solo di una operazione di facciata messa in atto per far passare in sordina le violazioni dei diritti umani.</p>
<p>L’idea che Israele faccia <i>pinkwashing </i>è molto popolare e non è certo stata <i>Al Jazeera </i>a metterla in circolo. Ma di certo, il fatto che proviene così spesso proprio da <i>quell</i>’emittente un po’ di perplessità la solleva. Su <i>Al Jazeera Arabic </i>le questioni lgbt trovano pochissimo spazio, e forse è anche un bene, perché quello spazio è occupato da fanatici islamisti che invocano repressione e torture. Su <i>Al Jazeera International</i>, invece, si perde il conto dei contenuti a tema arcobaleno, tra reportage sulla “caccia alle streghe antigay&#8221; in Africa, articoli sull’omofobia negli Stati Uniti e molto altro ancora.</p>
<p>L’apice viene però raggiunto nel mese di giugno, in cui l’emittente si accoda alle celebrazioni del <i>pride month </i>pubblicando raffiche di <a href="https://twitter.com/ajplus/status/1134575529653362688?s=20">tweet pieni di arcobaleni ed unicorni</a>. Parole come <i>gender visibilit</i>y, <i>achievement</i><i> </i>ed <i>equality</i><i> </i>attirano subito l’attenzione dell’attivista medio. Del resto, già la bio è ben studiata: <em>Al Jazeera International</em> si presenta come «un notiziario digitale unico, che promuove diritti umani e uguaglianza, spinge le autorità a rispondere del proprio operato, ed amplifica le voci dei deboli».</p>
<p>Nell’era dei social, è molto facile attirare l’attenzione sulla superficie. L’utente medio che naviga su Twitter e si imbatte in <i>Al</i><i> </i><i>Jazeera</i><i> </i><i>International</i><i> </i>avrà l’impressione di trovarsi davanti ad una delle tante pagine della galassia <i>liberal </i>che promuovono i diritti civili, anche se con delle tinte terzomondiste più accentuate. Basta però sbirciare dietro le quinte per cogliere una realtà che è molto più complessa. Se <i>Al Jazeera </i>avesse davvero così a cuore i diritti umani, interverrebbe anche e soprattutto quando vengono calpestati in casa sua. E forse cercherebbe finanziamenti altrove.</p>
<p>Tramite <em>Al Jazeera International</em>, il Qatar segue una strategia doppiogiochista ben precisa: fare da megafono agli islamisti in patria e prodigarsi nel <em>pinkwashing</em> all’estero. L’Occidente, ingolosito dagli idrocarburi, sinora si è sempre voltato dall’altra parte. Ma di certo questo atteggiamento avrà un costo, sia in termini di diritti violati in Qatar, sia in termini di perdita di credibilità.</p>
<p><strong>Simone Morganti</strong></p>
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		<title>Make India Hindu Again</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2022/11/13/make-india-hindu-again/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2022 10:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Nessun Dogma]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel 2014 i nazionalisti induisti hanno preso il potere in India con Narendra Modi. L’impatto, in un paese già colpito da profonde spaccature sociali, è pesantissimo. Sono in crisi il principio di laicità e il modello di convivenza tra culture diverse, assediati dal revanchismo confessionalista indù. Valentino Salvatore ripercorre la storia di questi conflitti religiosi sul numero 5/22 di Nessun Dogma. Per leggere tutti i numeri della rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale. Un paese esotico, povero...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/11/13/make-india-hindu-again/" title="Read Make India Hindu Again">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nel 2014 i nazionalisti induisti hanno preso il potere in India con Narendra Modi. L’impatto, in un paese già colpito da profonde spaccature sociali, è pesantissimo. Sono in crisi il principio di laicità e il modello di convivenza tra culture diverse, assediati dal revanchismo confessionalista indù. Valentino Salvatore ripercorre la storia di questi conflitti religiosi sul numero 5/22 di <a href="https://rivista.nessundogma.it/">Nessun Dogma.</a></em></p>
<p><em>Per leggere tutti i numeri della rivista <a href="https://www.uaar.it/adesione">associati all’Uaar</a>, <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">abbonati</a> oppure acquistala <a href="https://www.uaar.it/shop/catalogo/rivista-nessun-dogma/">in formato digitale</a>.</em></p>
<hr />
<p>Un paese esotico, povero ma festoso, caotico e colorato florilegio di culture, culla di spiritualità non contaminata. Questa è l’immagine che tanti occidentali, sedotti da un benevolo orientalismo hippy, hanno ancora dell’India. Ma c’è anche altro: una nazione tecnologica che aspira al ruolo di superpotenza, con un’economia rampante (e inquinante) e il nucleare, solcata da profonde spaccature sociali. E che vive, in questi decenni, una sterzata identitaria.</p>
<p>Con la sua storia plurimillenaria, l’India è ricca di religioni e filosofie. Sono antiche pure scuole di pensiero atee, come la <em>cārvāka</em>. Ma <span class="pullquote">oggi sull’immaginario collettivo pesano le dominazioni straniere</span>. Le incursioni musulmane portano ai sultanati (come quello di Delhi nel XIII secolo). Poi l’impero islamico <em>moghul</em>, instaurato dal conquistatore turco-mongolo Babur, tra il XVI e il XVIII secolo occupa gran parte del subcontinente. Un dominio a fasi alterne, con sovrani che si accaniscono contro templi e fedeli indù (anche sikh) e altri che regnano all’insegna della tolleranza.</p>
<p><img class="size-full wp-image-71065 alignnone" style="font-size: 20.8px;" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Make-India-Hindu-Again-1.jpg" alt="" width="100%" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Make-India-Hindu-Again-1.jpg 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Make-India-Hindu-Again-1-768x402.jpg 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Make-India-Hindu-Again-1-650x340.jpg 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/11/Make-India-Hindu-Again-1-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />L’odiato imperatore Aurangzēb, bellicoso e fanatico, porta la <em>sharia</em> a livelli talebani e perseguita induisti. In quest’epoca sorgono anche fastosi monumenti come il Taj Mahal. Tra lotte intestine e reconquista degli induisti <em>marāthā</em> si insinua la corona britannica, che nell’ottocento impone il dominio coloniale. Gli inglesi giocano sulle divisioni religiose per consolidare l’impero, non senza intoppi. Ad esempio nel 1857 le truppe indigene (<em>sepoy</em>) si ammutinano per le cartucce lubrificate con grasso di maiale o bue, cosa che offende musulmani e indù.</p>
<p>Il movimento animato da figure come Gandhi porta alla liberazione nel 1947. Gli indipendentisti sono però divisi tra non violenti e fautori della rivolta armata, ma anche tra induisti e musulmani. La concordia anti-inglese si sfalda con la <em>partition</em> tra un Pakistan musulmano (unito al Bangladesh) a trazione islamista e un’India a maggioranza indù ma a costituzione laica. Milioni di induisti e musulmani migrano nei paesi di “elezione”, tra violenze e massacri. Gandhi viene ucciso da Nathuram Godse, estremista che lo accusa di aver ceduto alle minoranze. Tra India e Pakistan scoppiano guerre: subito per il Kashmir, a maggioranza islamica ma governato da un <em>maharaja</em> indù; ma anche quando il Bangladesh nel 1971 lotta per l’indipendenza dal Pakistan.</p>
<p>Nei primi decenni della “più grande democrazia del mondo” è egemone il partito del congresso nazionale indiano, erede della linea gandhiana: il primo ministro Jawaharlal Nehru, agnostico e umanista, dà uno slancio moderno. Ma dal vaso di pandora dell’indipendentismo escono pure i movimenti del revanscismo nazional-induista. Il più rilevante è la Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), alla lettera “organizzazione nazionale di volontari”: fondata nel 1925 da Keshav Baliram Hedgewar, si caratterizza per militarismo, simpatie fasciste, esaltazione patriottica e confessionale.</p>
<p>I raduni sono un misto tra esercitazioni paramilitari e cerimonie religiose. Emblema è la bandiera color zafferano stendardo di Shiva e dell’impero <em>marāthā</em>. Il sogno è l’<em>Hindu Rashtra</em>, la nazione (culturalmente pura) indù. Nel nome <em>dell’hindutva,</em> traducibile come “induità”, ideologia identitaria nazionalista enunciata da Vinayak Damodar Savarkar. Sebbene ateo, concepisce un radicale confessionalismo etnico. L’assassino di Gandhi è un militante dell’Hindu Mahasabha, partito nazionalista di Savarkar, e prima era un affiliato Rss.</p>
<p>Nonostante le messe al bando, l’idra <em>hindutva</em> cresce. Oggi <span class="pullquote">la Rss è la più grande associazione di volontariato dell’India</span> con 6 milioni di soci. In teoria non fa politica, ma alimenta il brodo di coltura dell’estrema destra da cui emerge il Bharatiya Janata Party (Bjp), “partito popolare indiano” oggi al potere. Molti militanti e politici vengono da questi ambienti: pure Narendra Modi, attuale premier, da giovane è affiliato Rss e poi aderisce al Bjp.</p>
<p>Il partito del congresso declina tra i compromessi delle fazioni anche religiose e l’egemonia della dinastia Gandhi. Nessun legame col <em>mahatma</em>: il capostipite Feroze Ghandy cambia grafia al cognome in suo onore e sposa Indira, figlia di Nehru. Pure lei diventa primo ministro, assume poteri emergenziali, reprime proteste sikh fino al feroce sgombero del tempio d’oro ad Amritsar nel 1984. Viene uccisa dalle guardie del corpo sikh per vendetta. Rosicchia posizioni proprio il Bjp, ma non abbastanza: con Atal Bihari Vajpayee guida alcune coalizioni tra fine anni novanta e primi duemila.</p>
<p>La tinta laica del Partito del congresso sbiadisce. Famoso è il caso di Shah Bano, musulmana ripudiata dal marito con il “triplo <em>talaq</em>” (pronunciando tre volte la parola “divorzio”). La donna perde così il mantenimento, ma la spunta in corte suprema nel 1985. Il governo di Rajiv Gandhi (figlio di Indira) smorza però la portata della sentenza per non scontentare i musulmani intransigenti. L’incostituzionalità del triplo <em>talaq</em> è confermata nel 2017: Modi passa da difensore delle donne contro l’integralismo.</p>
<p>Lascito amaro delle secolari divisioni confessionali è la disputa dei luoghi sacri: gli integralisti indù sono alla carica da decenni per riavere spazi che ritengono usurpati dai musulmani. Ora hanno una sponda nel governo. I rapporti si avvelenano per casi come quello della moschea Babri nella città di Ayodhya, costruita dal <em>moghul</em> Babur sul luogo di “nascita” del dio Rama. Una folla di estremisti indù nel 1992 la distrugge, scoppiano scontri con migliaia di morti. Nel 2019 la spuntano gli induisti: possono ricostruire il tempio, inaugurato da Modi.</p>
<p>La scalata di Narendra Modi è segnata nel 2001 dall’incarico di primo ministro dello stato del Gujarat, che guida per 13 anni. Ottiene consensi per la spiritualità austera, il decisionismo, i risultati economici, il sostegno all’induismo militante. Nel 2002 l’attentato a Godhra contro un treno di pellegrini indù di ritorno da Ayodhya causa una cinquantina di morti. Si sospetta una vendetta islamista per la dissacrazione della moschea Babri.</p>
<p>La rabbia induista esplode, nei disordini muoiono almeno mille persone, soprattutto musulmani. Sospetti di complicità lambiscono la polizia e anche Modi, che ne esce pulito. Nel 2007 per la strage sul <em>Samjhauta Express</em> che porta fedeli musulmani è sospettato Swami Aseemanand, santone già affiliato Rss e coinvolto negli attacchi ai cristiani del Gujarat nel 1998. Prima reo confesso, è scagionato nel 2019.</p>
<p><span class="pullquote">Nel 2014 Narendra Modi è eletto primo ministro dell’India</span>: è il salto di qualità del Bjp, che conquista da solo la maggioranza dei seggi. Ha le mani libere per promuovere l’identitarismo indù a scapito della laicità, in un paese di circa 1,4 miliardi di persone dove l’80% si professa induista, il 13% musulmano e a ruota ci sono tanti altri culti (tra cui 3% cristiani e 2% sikh). La saffronization (“zafferanizzazione”, dal colore dei movimenti hindutva) investe ogni settore. Con la “scienza” vedica – piegata alla teologia induista – viene sdoganata la pseudoscienza, persino in campo medico. L’indottrinamento a scuola riscrive la storia in salsa hindutva.</p>
<p>Si millanta che l’antica cultura indiana abbia anticipato scoperte, tecnologie e invenzioni moderne. Tanti sono convinti, ad esempio, che i vimana citati nei Veda siano oggetti volanti di migliaia di anni fa. La studiosa Meera Nanda ribattezza l’andazzo «modernismo reazionario»: i nazionalisti indù si appropriano di scienza e tecnologia ma rigettano gli ideali di modernità che sono alla base. Ne risente pure la libertà di stampa: l’India crolla al 150esimo posto della classifica di Reporter senza frontiere.</p>
<p>Diversi media propalano propaganda e fake news contro le minoranze. Tra le teorie del complotto con protagonisti musulmani spicca il “love jihad”: si plagerebbero ragazze di altre confessioni per convertirle, sposarle, fare figli. Questa e altre narrazioni presentano l’islam come una minaccia all’integrità nazionale ed etnica. I musulmani (e in misura minore cristiani e sikh) sono demonizzati, sono oggetto di discriminazioni e violenze. Diversi stati vietano commercio e macellazione di bovini, sacri agli induisti, e decine di persone sono linciate da autoproclamati vigilantes che sorvegliano le vacche.</p>
<p>Le leggi contro le conversioni “forzate” di fatto scoraggiano l’apostasia dall’induismo. Infatti molti appartenenti a caste inferiori, come i <em>dalit</em> (“intoccabili”), o a tribù aborigene <em>adivasi</em> si convertono a cristianesimo o islam. Strette dal sapore anti-islamico anche sull’immigrazione: una norma del 2019 ammette domande di cittadinanza da chi è arrivato da paesi vicini, citando cristiani, buddhisti, indù, parsi, sikh e giainisti ma non i musulmani. Gli “illegali” nel solo stato dell’Assam, confinante col Bangladesh, sono quasi 2 milioni: in gran parte musulmani, rischiano arresti ed espulsioni per cavilli burocratici e difficoltà nel trovare documenti. Viene abolito lo statuto speciale del Kashmir, gesto che indispettisce pure il Pakistan.</p>
<p>Modi trionfa alle elezioni del 2019. Batte Rahul Gandhi, ultimo rampollo della dinastia del congresso figlio di Rajiv e Sonia, l’italiana che oggi guida il partito. L’emergenza covid – complici i coccolati raduni di pellegrini indù – non intacca il consenso per il Bjp: tiene in diversi stati alle consultazioni del 2022. Compreso l’Uttar Pradesh, con 204 milioni di abitanti, governato dal <em>guru</em> estremista Yogi Adityanath.</p>
<p>Croniche le tensioni confessionali, anche recentissime. In un’accesa arena televisiva con musulmani la giovane e ormai ex portavoce del Bjp Nupur Sharma cita la tenera età di Aisha, sposa di Maometto. L’uscita scatena proteste dei musulmani locali e reazioni diplomatiche di parecchi paesi islamici. Persino il partito la scarica per le incaute dichiarazioni.</p>
<p>Sharma dice di aver reagito alle offese dei musulmani verso le divinità, durante un dibattito su un presunto <em>shivalinga</em> (simbolo fallico del dio Shiva) dentro la moschea Gyanvapi a Varanasi. Luogo di culto islamico che sorge sulle rovine di un tempio induista distrutto nel 1669 dal famigerato imperatore <em>moghul</em> Aurangzēb. Per gli induisti c’è l’artefatto sacro, per i musulmani è solo una fontana per abluzioni. Un caso non ancora chiuso, non l’unico, di terreno sacro contestato.</p>
<p>Da buoni italiani chiudiamo con una metafora culinaria. A differenza del <em>melting pot</em>, dove tutti gli ingredienti si mischiano, il modello multiculturale indiano è spesso descritto come un <em>thali</em>, tipico piatto completo suddiviso in ciotoline che permette di gustare sapori diversi. Oggi però a New Delhi sembra esserci uno chef che guasta tutto con una montagna di zafferano: soluzione indigesta per laicità, diritti e progresso sociale.</p>
<p><strong>Valentino Salvatore</strong></p>
<p><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li>Amartya Sen, <em>L’altra India. La tradizione razionalista e scettica alle radici della cultura indiana</em>, Mondadori, 2006</li>
<li>Meera Nanda, <em>The God Market. How Globalization Is Making India More Hindu</em>, Monthly Review Press, 2011</li>
<li>Martha Nussbaum, <em>Lo scontro dentro le civiltà. Democrazia, radicalismo religioso e futuro dell’India</em>, Il Mulino, 2009</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Qatar. Mondiali amorali tra relativismo culturale e diritti negati.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rgrendene]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2022 13:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[“Prima viene il mangiare, e poi viene la morale”. Così recitava uno dei personaggi di Brecht ne L’Opera da Tre Soldi, ed è quasi impossibile dargli torto: a pancia piena si ragiona effettivamente meglio e si devia l’attenzione su questioni etiche e morali. Quasi impossibile, appunto. A sbugiardare almeno in parte Brecht interviene infatti l’atteggiamento dell’Occidente, che quando si tratta di fare affari con le teocrazie islamiste dimentica la morale e passa ad ingozzarsi senza soluzione di continuità. Gli idrocarburi...  <a class="excerpt-read-more" href="https://blog.uaar.it/2022/10/15/qatar-mondiali-amorali/" title="Read Qatar. Mondiali amorali tra relativismo culturale e diritti negati.">Leggi tutto &#187;</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Prima viene il mangiare, e poi viene la morale”. Così recitava uno dei personaggi di Brecht ne <em>L’Opera da Tre Soldi</em>, ed è quasi impossibile dargli torto: a pancia piena si ragiona effettivamente meglio e si devia l’attenzione su questioni etiche e morali. <em>Quasi</em> impossibile, appunto. A sbugiardare almeno in parte Brecht interviene infatti l’atteggiamento dell’Occidente, che quando si tratta di fare affari con le teocrazie islamiste dimentica la morale e passa ad ingozzarsi senza soluzione di continuità. Gli idrocarburi del golfo scaldano gli animi e inebriano le coscienze, con buona pace dei diritti umani, subito sacrificati sull’altare dell’<em>appeasement</em>, della<em> realpolitik</em> e del <em>businessmaking</em>. Poteva essere altrimenti per i mondiali del Qatar?</p>
<p><span class="pullquote"><!-- Gli idrocarburi scaldano gli animi e inebriano le coscienze, con buona pace dei diritti umani --></span>Il piccolo stato del golfo persico, arido, dal clima inospitale e grande poco più della metà del Lazio, rimase insignificante sino alla scoperta di enormi giacimenti di greggio negli anni ‘40. Poi fu il turno del gas naturale, presente in quantità tali da rendere l’emirato uno dei maggiori produttori del pianeta. Petrolio e gas sono stati il carburante di una crescita economica alla quale, tuttavia, non ha fatto seguito alcun avanzamento nei diritti umani. Forse è stata la natura rapidissima, se non vertiginosa, della crescita economica a determinare una tale sproporzione tra ricchezza e sviluppo umano. O, più probabilmente, l’islamismo wahabita ha soffocato sul nascere qualsiasi tentativo di avanzamento nel campo dei diritti umani. Il boom economico è stato reso possibile in larga parte dall’impiego di lavoratori stagionali provenienti dal corno d’Africa, sottoposti a condizioni di sfruttamento che già in un report dell’UNHCR del 2008 venivano definite “schiavistiche” (slave-like). In 14 anni la situazione <a href="https://mg.co.za/sport/2022-03-08-the-human-cost-of-the-qatar-world-cup/">non è cambiata di una virgola</a> se non che al menefreghismo mostrato dai governi occidentali si è aggiunto quello della FIFA, che, dato il suo sforzo nel contrastare al suo interno il sessismo e l’omotransfobia, non poteva certo lasciarsi sfuggire l’occasione di far svolgere la kermesse sportiva più vista al mondo in Qatar, noto per essere un faro dei diritti civili e della parità di genere.</p>
<div id="attachment_70924" style="width: 1210px" class="wp-caption alignnone"><img aria-describedby="caption-attachment-70924" loading="lazy" class="wp-image-70924 size-full" src="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/10/qatar.png" alt="Qatar 2022 ottiene certificazione di sostenibilità internazionale" width="1200" height="628" srcset="https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/10/qatar.png 1200w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/10/qatar-768x402.png 768w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/10/qatar-650x340.png 650w, https://blog.uaar.it/wp-content/uploads/2022/10/qatar-1024x536.png 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><p id="caption-attachment-70924" class="wp-caption-text">Fonte: www.qatar2022.qa</p></div>
<p><span class="pullquote"><!-- L’emirato presenta un codice legislativo tra i più omofobi del pianeta --></span>L’emirato presenta infatti un codice legislativo tra i più omofobi del pianeta: l’omosessualità è punibile infatti con la reclusione fino a 7 anni, e in alcuni casi addirittura con la morte. Per qualche motivo, il fatto ha divertito molto il presidente della FIFA Sepp Blatter, il quale in un’intervista nel 2010 suggerì ridacchiando che le persone LGBTQ+ si “astenessero da ogni attività sessuale”. Forse sarebbe stato più logico (e più opportuno?) chiedere alle istituzioni del Qatar di “astenersi da ogni pregiudizio religioso”, ma Blatter ha preferito invece la via del multiculturalismo e del dialogo (sicuramente la migliore, con interlocutori così recettivi) dichiarando che il calcio non deve avere “confini”, e sottolineando l’importanza di essere “aperti a tutte le culture”. Viene però da chiedersi fino a che punto vada estesa quest’apertura. Essere ben disposti verso un regime teocratico che opprime sistematicamente la metà femminile della popolazione, rinchiude oppositori politici e perseguita le minoranze sessuali e religiose, più che apertura mentale, è totale noncuranza dei principi etici. Troppo spesso, inoltre, in ambienti “progressisti”, la presenza di un qualsiasi <em>background culturale</em> viene addotta come scusante per le tradizioni più brutali.</p>
<p>L’equivoco nasce dal fatto che nel termine <em>cultura</em> si vuole vedere una connotazione positiva innata: nulla di più falso, e se ne fa dedurre con pessima approssimazione che tutte le culture sono uguali. Questa interpretazione apre pericolosamente la strada al <em>relativismo culturale</em>, in apparenza uno strumento di emancipazione, nella realtà un’arma a doppio taglio che finisce per blindare il dibattito e soffocarlo sotto una pioggia di accuse di razzismo, <em>suprematismo</em>, o <em>islamofobia</em>. I fautori dell’<em>innatismo culturale</em> ignorano però (o forse fingono di ignorare) che le culture non sono dei blocchi granitici inamovibili ed immodificabili, anzi: molto spesso è necessario armarsi di scalpello e scalfirle. Sino a meno decenni fa di quanti siamo disposti ad ammettere, il delitto d’onore era parte della tradizione culturale italiana. Poi è intervenuto il femminismo della seconda ondata, che con una buona dose di picconate più che di scalpellate ha disintegrato una tradizione per nulla edificante. Le culture cambiano. Addurre la <em>cultura</em> come giustificazione per i peggiori usi e costumi è quanto di più reazionario possa esserci, e il mondo progressista farebbe bene a rifletterci.</p>
<p><strong>Simone Morganti</strong></p>
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