La legge sul “consenso informato” limita l’autonomia delle scuole e censura l’educazione sessuale e affettiva in base a condizionamenti ideologici e confessionali. Affronta il tema la responsabile delle iniziative legali Uaar Adele Orioli sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
«Con l’approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri», dichiara il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara e così si legge direttamente sulla pagina del ministero da lui condotto.
E che a quanto pare considera l’intero corpo docenti, di cui pure sarebbe formalmente l’apice esecutivo, composto da non professionisti e soprattutto non seri. E già la dice lunga. Ma andiamo con ordine. La norma ideata dal ministro, e di cui si compiace con dubbio gusto espressivo, inserisce la possibilità del veto scritto dei genitori per qualsiasi progetto legato alla sessualità e all’affettività nelle scuole medie e superiori, escludendone totalmente la possibilità dalle scuole dell’infanzia e primarie.

In teoria una retriva difesa contro lo spauracchio del gender, ormai evocato come il babau sotto al letto, e che per ironia della sorte non solo non esiste, ma si rifà a concetti nati negli anni ‘70 del secolo scorso, focalizzati proprio su quella differenza (penalizzante, ma altra storia) tra maschi e femmine che piace tanto agli integralisti di casa nostra.
Di fatto una forma istituzionalizzata di censura ideologica, scientificamente analfabeta e politicamente regressiva, mirata a compiacere le lobby tradizionaliste a discapito dei diritti civili fondamentali e dell’autonomia individuale dei minori.
L’educazione sessuo-affettiva non deve, non dovrebbe, in uno Stato laico, soccombere a una becera propaganda ideologica che sacrifica sull’altare del dogma confessionale e del moralismo religioso uno strumento basilare non solo per la salute pubblica e per la prevenzione medica, ma soprattutto per la crescita consapevole degli individui e il pieno sviluppo dei diritti della persona umana in quanto tale.
A ciò si aggiunga che introducendo l’obbligo del consenso informato preventivo la scuola, in senso ampio, compie un gravissimo atto di abdicazione rispetto alla propria funzione civile e pedagogica, con lo Stato che pur di consegnare le chiavi dei programmi scolastici alla fantasiosa discrezionalità e alle superstizioni confessionali delle singole famiglie rinuncia a qualsivoglia straccio di tutela della propria autorevolezza scientifica.
Negare ai giovani cittadini il libero accesso a informazioni corrette sul funzionamento del proprio corpo, sulle metodologie di contraccezione e sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili significa condannarli all’ignoranza biologica e sociale, a quella esclusione ghettizzante che a parole si condanna, nei fatti si auspica e si alimenta.
Questa mossa, di anche ma non solo marketing oscurantista, espone la popolazione studentesca a rischi gravissimi ed evitabili, sia sul piano della salute fisica sia su quello dell’equilibrio psicologico. Come è ovvio che sia, le stesse linee guida ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità evidenziano che un’educazione alla sessualità scientifica e “olistica” è lo strumento più efficace per contrastare le violenze di genere, gli abusi sui minori e i comportamenti sessuali a rischio.
In un quadro nazionale dove, guarda caso, crescono senza sosta le infezioni sessualmente trasmesse in Italia, e a trainare l’aumento sono proprio i più giovani dove clamidia, gonorrea, sifilide e Hiv, dopo anni di relativa stabilità, stanno tornando a livelli che preoccupano la sanità pubblica, ci mancava l’ignoranza scolastica autorizzata e incentivata.
Il meccanismo del consenso preventivo perverte la natura stessa del patto di corresponsabilità educativa, mutandolo in un dispositivo di censura preventiva e di ricatto morale contro l’istituzione scolastica. Questa norma colpisce l’autonomia didattica garantita dalla Costituzione e calpesta la dignità professionale del corpo docente ben più a fondo delle pur sgradevoli parole del ministro.
Gli insegnanti, così come gli esperti esterni o gli operatori dei centri antiviolenza, non saranno più liberi di strutturare percorsi di crescita basati sulle reali necessità civili ed epidemiologiche degli studenti senza subire la scure del veto delle famiglie.
Basta che una ridotta minoranza di genitori esprima il proprio rifiuto per paralizzare un intero progetto didattico deliberato dagli organi collegiali: l’unica, residuale speranza è che avvenga anche in senso contrario, viste le numerose incursioni delle realtà antiscelta nei nostri edifici scolastici (come avviene ad esempio per i progetti denominati Teen Star).
Ma in ogni caso resta il fatto che gli studenti i cui genitori decideranno di non firmare il modulo di autorizzazione verranno formalmente esonerati dalle lezioni e fisicamente allontanati dal gruppo classe, per essere isolati e ricollocati in altre aule.
Si tratta di una dinamica discriminatoria e regressiva, che ricalca seppur in senso contrario i medesimi meccanismi di esclusione e stigma sociale che la scuola italiana ha già vissuto a causa dell’insegnamento dell’Irc e della pessima gestione delle attività alternative.
Questa forma di ghettizzazione normativa ferisce l’inclusione e priva in modo mirato proprio quei ragazzi e quelle ragazze che provengono dai contesti familiari più chiusi dell’unica opportunità di emancipazione culturale e di informazione laica. La scuola non ha il compito di confermare i pregiudizi religiosi o i tabù morali dei genitori; il suo dovere costituzionale primario è fornire strumenti conoscitivi universali e oggettivi, agendo a tutela esclusiva del supremo interesse del minore.
Perché il silenzio che assorda nelle parole di Valditara che ben riassume l’esprit de loi di questa controriforma, sta soprattutto qui. Il gender, i professionisti, il diritto dei genitori a educare. Ma non una parola, chissà come mai, su quello che è l’unico e vero diritto, interesse preminente, sul quale gli altri devono convergere e bilanciarsi: quello del minore. Minore che deve essere considerato come un soggetto giuridico autonomo, titolare di diritti civili propri, e mai come una proprietà privata o un’estensione ideologica della famiglia di origine.
Minore che ha diritto a un’informazione scientifica che possa essere utile anche nell’esprimere quella personalità, quello sviluppo e quelle aspirazioni che convenzioni internazionali, leggi e la nostra stessa Costituzione, così spesso a sproposito citata, considerano come attributi inalienabili e incoercibili. Persino da mamma e papà, con buona pace delle caucasiche eterocis famiglie nei boschi.
È ovvio al contrario che, dietro le formule retoriche utilizzate dal ministro riguardo alla “tutela dei bambini” e al babau che sprizza glitter, si cela un evidente favore politico concesso alle lobby integraliste cattoliche e ai movimenti clericali che da anni conducono una crociata contro i diritti civili e l’autodeterminazione sessuale e riproduttiva in generale, delle donne e della comunità Lgbt+ nello specifico.
Escludere l’educazione all’affettività dalle scuole dell’infanzia e primarie, e sottoporre a un ricatto burocratico quella nei cicli successivi, risponde al preciso disegno politico di silenziare istituzionalmente qualsiasi dibattito democratico e scientifico sulla pluralità dei modelli familiari e sull’identità di genere. In ogni caso la normativa sul consenso informato è proprio quello che appare: un atto di aperta ostilità nei confronti di una società aperta, pluralista, scientifica e laica.
Da un lato degrada l’istituzione scolastica statale a mera camera di compensazione dei confessionalismi privati e dei fanatismi familiari, dall’altro calpesta senza riserve il diritto costituzionale allo studio di quei minori che finge di voler tutelare e il loro sacrosanto, è il caso di dire, diritto a ricevere un’informazione scientificamente neutrale, laica e aggiornata.
Aperta a tutti, come recita l’articolo 34 della Costituzione, con la piena libertà di insegnamento di arte e scienza, come ricorda il precedente articolo 33. Anche perché è un attimo passare dalle api sul fiore e dalle graziose cicogne in modalità Amazon ai cavoli: e quelli sono e restano nostri.
Adele Orioli
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