Le dinamiche settarie non dipendono dai contenuti in sé ma dai meccanismi di controllo: paura, obbedienza e censura possono nascondersi dietro religioni, ideologie e comunità. Affronta il tema lo psicologo e divulgatore Armando De Vincentiis sul numero 3/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Quando si parla di sette, l’immagine che viene in mente è sempre la stessa. Un leader carismatico, una comune isolata, un gruppo di persone che ha reciso ogni legame con il mondo esterno. È un’immagine vera, ma parziale. E quella parzialità è esattamente il problema, perché i sistemi settari più pericolosi per la salute mentale non sono quelli che assomigliano a Jonestown. Sono quelli che non riconosciamo come tali.
La prima cosa da capire è che una setta non si definisce per quello in cui crede, ma per come funziona. Il contenuto ideologico è quasi secondario. Quello che conta è la struttura: un sistema chiuso che controlla le informazioni, penalizza il dubbio e premia la conformità. Questo meccanismo non ha bisogno di un dio da adorare. Ha bisogno di un gruppo, di un’identità condivisa e di qualcuno che gestisca l’accesso all’uno e all’altra.

I sistemi settari di matrice religiosa o ideologica lavorano sulla paura. Chi è fuori è pericoloso, corrotto, nemico. Uscire significa tradire, esporsi al pericolo, perdere la protezione. Spesso si aggiunge una componente messianica: il gruppo ha una missione, sta salvando il mondo, si sta elevando rispetto a una massa ignara. Chi appartiene è speciale. Chi se ne va smette di esserlo.
I sistemi settari di matrice commerciale o culturale usano invece una leva diversa e per certi versi più insidiosa: lo status. Non ti dicono che il mondo fuori è pericoloso. Ti dicono che fuori non sei nessuno. All’interno del gruppo invece puoi diventare qualcuno, hai accesso a conoscenze riservate, fai parte di una cerchia esclusiva. Certi network di vendita multilivello funzionano esattamente così. Alcune comunità di coaching anche. Il meccanismo non genera terrore: genera dipendenza dal riconoscimento. Ed è molto più difficile da riconoscere e da trattare.
C’è poi un terzo modello che spesso viene sottovalutato: le comunità organizzate intorno a teorie non verificate o apertamente false. Non tutte sviluppano dinamiche settarie, ma molte lo fanno nel tempo. Il segnale più chiaro è la gestione del dissenso interno. In una comunità sana il dubbio è benvenuto. In una comunità con dinamiche settarie chi solleva un dubbio viene marginalizzato, chi fa domande scomode viene trattato come un traditore o come qualcuno che non ha ancora capito abbastanza.
Ti dicono che non sei pronto, che stai cadendo nella trappola dei poteri forti, che devi studiare di più prima di permetterti di mettere in discussione. Basta una piccola insicurezza, un bisogno di appartenenza non soddisfatto altrove, e quel messaggio attecchisce. Il dubbio che stavi per esprimere diventa vergogna. La domanda che stavi per fare rimane sepolta.
A tutto questo si aggiunge una zona grigia che spesso passa inosservata. Non è fatta di sette vere e proprie, ma di gruppi che adottano gli stessi meccanismi pur presentandosi come realtà normali. Non ti chiedono di tagliare i ponti con il mondo, ma ti fanno capire che il mondo «non capisce». Non ti dicono che chi è fuori è un nemico, ma insinuano che chi non aderisce «non è al livello».
Non ti impongono un credo, ma ti spingono a ripetere certe idee fino a farle diventare l’unico modo accettabile di guardare le cose. Può succedere in certi ambienti professionali, in gruppi di attivismo, in comunità online, in sistemi molto chiusi, in cerchie che si definiscono “famiglia” ma che in realtà funzionano come piccoli sistemi di controllo. Non c’è un leader che comanda dall’alto, ma c’è un clima che scoraggia il dissenso e premia chi si adegua. È un terreno scivoloso, perché tutto sembra normale finché non ti accorgi che stai misurando il tuo valore con il metro del gruppo e non con il tuo.
Uno degli errori più comuni è pensare che queste dinamiche colpiscano solo persone fragili o poco istruite. Non è così. Il fattore di rischio principale non è l’intelligenza: è il bisogno di appartenenza in un momento di transizione o di perdita. Un lutto, una separazione, un cambiamento di lavoro, un periodo di isolamento. Momenti in cui chiunque è più disponibile ad accettare una struttura che offra senso, comunità e identità.
Chi entra in un sistema settario raramente lo fa perché ingannato in modo grossolano. Lo fa perché trova qualcosa che cercava: una risposta, un gruppo, un ruolo. Il problema emerge dopo, quando quella risposta diventa l’unica ammessa, quel gruppo diventa una prigione e quel ruolo dipende dalla rinuncia a sé stessi.
Uscire da un sistema settario, qualunque sia la sua natura, ha costi psicologici reali. Chi esce da una setta religiosa spesso sperimenta un lutto vero e proprio: perde una comunità, un sistema di significato, talvolta una famiglia. Chi esce da un network commerciale con dinamiche settarie si ritrova spesso con debiti, relazioni compromesse e un senso di vergogna profondo per aver creduto a qualcosa che ora riconosce come manipolazione.
Chi si allontana da una comunità pseudoscientifica chiusa deve ricostruire da zero la capacità di fidarsi del proprio giudizio. E chi lascia quei gruppi della zona grigia si accorge che, pur non avendo mai firmato nulla, ha comunque ceduto pezzi della propria autonomia per sentirsi parte di qualcosa. In tutti i casi si tratta di persone che hanno interiorizzato per mesi o anni un sistema in cui il proprio valore dipendeva dall’approvazione del gruppo. Ricostruire un’identità autonoma, capace di stare nell’incertezza senza cercare rifugio in un’appartenenza totalizzante, è un lavoro lungo.
La prevenzione passa dal riconoscimento. Le domande da fare non riguardano cosa crede un gruppo, ma come gestisce chi dubita, chi vuole andarsene, chi porta informazioni dall’esterno. Un gruppo sano regge il confronto. Un sistema settario lo teme. E quella paura del confronto, quella necessità di tenere i membri dentro attraverso la paura o attraverso la promessa di uno status irraggiungibile altrove, è il segnale più chiaro che qualcosa non va. Indipendentemente da quale sia l’ornamento del gruppo: una croce, un logo aziendale, una mappa piatta della Terra o l’affermazione di essere «solo un ambiente affiatato».
A molti sarà capitato di vivere certe realtà senza accorgersene ma provando una sorta di disagio interiore difficilmente decifrabile. Un vuoto inspiegabile, un’ansia non collegabile a qualcosa eppure, dal profondo della propria coscienza, qualche segnale emergeva. Solo che lo hanno probabilmente censurato per dare spazio all’aspetto emozionante di quel sistema che li ha accolti.
Ma chi legge questo ora, magari, avrà compreso e decifrato che quell’inconscio messaggio era l’indizio che il proprio cervello stava ricevendo segnali non lineari, bensì ambigui e che cercava di adattarsi a una realtà che non era compatibile con il proprio sistema di valori e di credenze.
Armando De Vincentiis
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“Potresti essere in una setta e non saperlo”
Impossibile: l’UAAR aborre i testi sacri, la loro lettura o il loro commento, ed i capi carismatici.
Ringrazio Armando per il pertinente articolo.
Aggiungo che l’intolleranza e il settarismo sono sempre il risultato dell’ignoranza e della sottomissione incondizionata agli automatismi i più primitivi, elevati sovente al rango di etica, dei valori eterni inalienabili –o Verità assoluta- mai rimessi in discussione.
Quando un gruppo di persone crede in certe assurdità viene definito setta….Quando milioni di persone credono tenacemente a delle assurdità mitologiche, viene definito religione…. Ma, in sostanza cos’é che differenzia fondamentalmente una setta da una religione cattolica, ebraica o musulmana oltre che la quantità di persone poiché l’una e l’atra ha, da sempre, un solo obbiettivo : strumentalizzare gente insufficentemente colta, ma anche affetta da certi squilibri o patologie cerebrali (e su questo sarebbe interessante sapere cosa rivela attualmente la neurofenomenologia !) per sfruttarla e….vogliamoci tutti bene….
PS : Anche se la religione cattolica romana è oggi relativamente indebolita, anche se si vendono o si distruggono chiese, in Europa, per non poterle mantenere, papa Bergoglio, « il papa buono » si ostinava a dire che i protestanti sono una “setta”, che non sono veri cristiani e che la verità, l’unica, grande V, passa sempre per le labbra pontificali. Sic
Io personalmente non faccio distinzione tra religioni e ideologie.che sono semplicemente religioni “camuffate”.
Quindi vale in generale l’aforisma dell’indimenticabile Roberto Gervaso :
“Le ideologie derivano dalle idee allo stesso modo in cui la merda deriva del cibo che
l’ha prodotta !”
Insomma anche se le idee prospettate inizialmentre possono essere valide,il “degrado” che immancabilmene deriva dal processo “ideologico” le riduce a letame.
Basta guardare ai guasti prodotti dal “woke” col suo “politicamente corretto” sfociato in integralismo.
I fatti di Berlino fanno ricordare come in nome dell’ “Intersezionalita” le manifestazioni spesso tuonano contemporaneamente contro “Islamofobia” e “omofobia”,tralasciando la feroce omofobia insita nella cultura islamica
<>.
Personalmente invece credo che grandi masse vengano manovrate facendo appello agli istinti piu’ bassi,fornendogli non tanto una risposta ma semplicemente un bersaglio su cui sfogare le loro frustrazioni nella totale impunita.
Basta guardare ai guasti prodotti dai sedicenti “No TAV”,e ai loro “influencer” dei
cosiddetti “centri sociali”,dietro i quali e’ facile immaginare quali sponsor,in gran parte stranieri,si celano.
Il sistema ha cancellato la prima riga : “Chi entra in un sistema settario raramente lo fa perché ingannato in modo grossolano”,affermazione che ritengo inesatta in molti casi.
Effettivamente è successo anche a me di essere in una setta e non essermene accorto: fu tra gli 8 e i 10 anni di età: mi trovai a frequentare vere e proprie sessioni di lavaggio del cervello dove mi venivano inculcate lezioni da imparare a pappagallo, poi passarono a praticare bizzarri riti in cui si ungeva la fronte dei futuri adepti con un olio dalle proprietà portentose ma segrete… il culmine fu quando ci diedero un pezzetto di cialda del torrone dicendo che era corpo e sangue di Gesù…
Se ci sono cascato è stato per colpa degli adulti… a 16 anni sapevo già di essere ateo… non ci voleva molto!
@Diocleziano
Sii sincero : davvero durante le lezioni di dottrina nutrivi gia profondi sentimenti critici,o piuttosto anche tu,come tutti o quasi,hai avuto allora le tue piccole “crisi mistiche”,e i dubbi ti sono venuti solo in seguito,grazie anche a cio’ che hai avuto occasione di leggre,o di sentire da persone a te vicine ?
Esattamente come e’ successo a me ?
La mia fiducia nel paranormale,per esempio,si incrino’ per la prima volta grazie a Piero Angela,il primo a manifestare apertamente scetticismo attraverso media importanti.
E notare che il paranormale e’osteggiato perfino dalla Chiesa ( vedi l’affare “Reiki”),ma ancor oggi i media hanno interesse a mostrare la massima fiducia in esso,semplicemente perche’ tale atteggiamento ha maggiore presa sul pubblico,specialmente quello nostrano,condizionato da secoli di incitamento alla “Fede” assoluta.
Per cui anziche cercare di risolvere i misteri reali che si presentano si tende ad
ingigantirli rendendoli insolubili.
L'”Affare DC9 di Ustica” ne e’ un esempio da manuale,si presterebbe ad una tesi di laurea in psicologia,incentrata sulla credulita e manipolazione delle masse.