Il 16 luglio scorso il Dipartimento delle finanze ha pubblicato il resoconto dell’erogazione 2026 dell’8×1000 e i dati statistici che l’hanno determinata, ossia le scelte compiute dai contribuenti nel 2023 quando presentarono la dichiarazione per i redditi prodotti nel 2022. I commenti a caldo si sono soffermati sul calo delle firme e sulla tenuta della somma incassata per la Chiesa, sul trend positivo di preferenze e sul nuovo record di gettito per lo Stato. È opportuno approfondire l’analisi, decifrando i dataset messi a disposizione dal Mef ed esaminando il comportamento dei contribuenti regione per regione come avevamo fatto per la ripartizione 2025.
La crescita generale dei redditi prodotti nel 2022, dovuta alla ripresa post pandemia, ha determinato un ammontare complessivo di 8×1000 Irpef erogato nel 2026 di 1.604 milioni. La differenza positiva di 127 milioni rispetto al totale distribuito l’anno precedente è però fuorviante, perché influenzata dal meccanismo degli anticipi e dei conguagli riservato alla sola Chiesa cattolica. Quando una nuova confessione religiosa stipula un’intesa con lo Stato – è accaduto 12 volte in mezzo secolo – compare subito nella sezione 8×1000 nei modelli di dichiarazione, ma devono passare tre anni prima che possa incassare qualcosa. Ad esempio la Chiesa d’Inghilterra ha visto spuntare la sua casellina nel modello 730/2023, ma solo quest’anno ha ricevuto il primo mezzo milione di euro. La Chiesa cattolica no, quando fu istituito l’8×1000 iniziò immediatamente a riscuotere grazie all’anticipazione statale che viene poi conguagliata a tre anni di distanza, quando cioè i dati delle firme dell’anno di dichiarazione sono definitivi e pubblicati dal Mef. Al netto di questi conguagli, ragionando cioè per competenza, la differenza di 8×1000 erogato nel 2026 rispetto al 2025 risulta essere di 65 milioni (contro i 127 risultanti per cassa).
Di questi 65 milioni 5 sono andati alle dodici confessioni di minoranza, 10 alla Cei (che passa da 1.053 a 1.063 milioni) e ben 50 allo Stato che raggiunge il record assoluto di 426 milioni. Quest’ultimo ha infatti registrato un incremento di 417 mila preferenze mentre la Chiesa una diminuzione di 235 mila, diminuzione ancora più ragguardevole perché sono cresciuti i contribuenti (+311 mila) e le scelte espresse (+207 mila). Vale sempre la pena ricordare che senza la losca ripartizione dell’inespresso solamente 434 milioni sarebbero stati incassati dalla Cei, quelli derivanti dalle scelte dei contribuenti a suo favore; i restanti 629 milioni sono relativi a caselle lasciate in bianco e sarebbero rimasti alla fiscalità generale se il funzionamento dell’8×1000 fosse analogo al decisamente più trasparente e democratico 5×1000, che inoltre è soggetto per legge a un tetto massimo di fondi distribuibili. Detto in maniera più diretta: con solo il 27,04% di firme la Chiesa cattolica mette le mani sul 67,27% del bottino. Il trend di questa “appropriazione indebita” è in costante calo: l’anno scorso con il 27,95% di firme i vescovi incassavano il 69,51% dell’ammontare disponibile, cinque anni fa con 32,81% toccavano quota 78,50%.
L’ennesimo balzo in avanti dello Stato, scelto nel 2023 dal 26,80% di chi esprime una preferenza contro il 15,65% di cinque anni prima, è ragionevolmente dovuto a un mix di fattori: secolarizzazione, senso di laicità e presa di coscienza della possibilità di scegliere la specifica tipologia di intervento statale. In questo ultimo ambito confermano di essere trainanti “Edilizia scolastica” e “Calamità naturali”, che sono proprio le tipologie che offrono maggiori garanzie di un utilizzo laico dei fondi da parte della pubblica amministrazione. Da sole raccolgono il 70% di preferenze (+6 punti percentuali in un anno) mentre il 30% va alle altre tre casistiche: “Fame nel mondo”, “Assistenza ai rifugiati” e “Beni culturali”. Significativo anche l’aumento di chi non si limita a scegliere “Stato”, ma riempie anche la casellina della tipologia di intervento, che raggiunge il 71% (+5 punti). Questi due incrementi vanno nella direzione su cui l’Uaar ha fatto informazione, invitando chi decide di scegliere Stato a non lasciare mai in bianco la scelta della tipologia di intervento e documentando l’utilizzo laico dei fondi per l’edilizia scolastica e le calamità naturali. Se la scuola pubblica resta in testa pur passando dal 45% al 40%, notevole è invece il balzo in avanti per le calamità che passano dal 18 al 30%. A tal proposito può essere utile rileggere i risultati del sondaggio commissionato dall’Uaar in occasione delle ultime elezioni regionali per l’Emilia Romagna, da cui emergeva che una netta e politicamente trasversale maggioranza di quattro cittadini su cinque voleva che la scelta “Stato / Calamità Naturali” nell’8×1000 fosse promossa dalle istituzioni e che in particolare la propria Regione si adoperasse attivamente e coordinasse i Comuni danneggiati dalle purtroppo frequenti alluvioni per attingere a questi fondi. Si noti che nelle dichiarazioni 2023 non era ancora presente l’opzione “Recupero da tossicodipendenze e altre dipendenze patologiche”, fortemente voluta dal governo Meloni; la si intravede con nemmeno il 2% tra i dati provvisori della ripartizione 2027. Un’ulteriore tassello a supporto del fatto che chi sceglie “Stato” non gradisce destinazioni dal sapore clericale.
Una notizia che merita attenzione, e che finora non sembra averne avuta, è l’andamento delle scelte per Stato e Chiesa a livello territoriale. Accanto alle statistiche nazionali il Mef fornisce infatti anche i dataset con il dettaglio regionale delle scelte per anno di erogazione. Costruendo le percentuali delle preferenze sul totale di firme espresse per l’erogazione 2026 e misurando le differenze rispetto a quelle dell’erogazione 2025 otteniamo una colonna interamente rossa per le variazioni della Chiesa e interamente blu per quelle dello Stato (tabella 1). Non c’è regione, o provincia autonoma per il Trentino Alto Adige, che faccia eccezione. E se la stessa analisi svolta per l’erogazione 2025 mostrava 13 regioni in cui i punti percentuali persi dalla Cei restavano inferiori all’unità, stavolta la perdita minima è già di 1,30 punti (Molise), quella massima di 3,02 (Valle d’Aosta) e con ben 15 regioni in cui i punti persi sono almeno due (l’anno scorso in questa situazione c’era solo la provincia autonoma di Bolzano). La tabella 1 mostra in tutta la Penisola un travaso di firme praticamente uniforme dalla Chiesa allo Stato, con valori che si aggirano al dato nazionale di -2,24 punti di variazione per la prima e +2,17 per il secondo. Non ci sono informazioni che descrivono la qualità di questo flusso e sarebbe azzardato e un po’ semplicistico ipotizzare un significativo numero di ripensamenti da parte di chi sceglieva la Cei e ora sceglie lo Stato. Considerato che la secolarizzazione avanza soprattutto nelle nuove generazioni può invece ragionevolmente avere un peso il ricambio generazionale dei contribuenti, senza escludere una maggiore presa di coscienza da parte di chi non compilava la sezione 8×1000 del 730 pensando ingenuamente che in questo modo nulla sarebbe finito alle confessioni religiose.
Tabella 1

Nel losco meccanismo di ripartizione dell’8×1000 a cui si è accennato in precedenza non conta solo la quantità di firme che si riescono a ottenere, magari con campagne pubblicitarie milionarie come quelle commissionate ogni anno dai vescovi. Contano allo stesso modo se non di più i risultati dei concorrenti, perché se guadagnano preferenze conquistano terreno anche nella prateria più redditizia, quella corrispondente alle scelte inespresse. Tralasciando le dodici confessioni di minoranza, che complessivamente restano sotto al 6% dell’erogato, diventa utile esaminare la tabella 2 dove sono messi a confronto diretto i concorrenti più competitivi.
Tabella 2

L’ordine stavolta è in base al rapporto tra le firme ottenute dallo Stato e dalla Chiesa in ciascuna regione, perché è proprio il posizionamento in relazione all’altro competitor il fattore decisivo per raggiungere un gettito sostanzioso. Rispetto alla tabella 1, che è invece ordinata in base alla percentuale assoluta di firme per la Cei calcolata sul totale di firme espresse, la classifica delle regioni che possiamo genericamente definire più laiche vede sempre in testa l’Emilia Romagna e la Toscana. Terza è invece la Valle d’Aosta, perché pur con una percentuale di firme per la Chiesa superiore a quelle della Liguria registra un maggior numero di firme per lo Stato, e questo erode la capacità di appropriazione vescovile. Stessa cosa dicasi per Bolzano rispetto al Friuli Venezia Giulia e per altre piccole variazioni di classifica; in fondo alla quale si trovano Puglia, Sicilia e Calabria, a testimoniare un clericalismo decisamente più diffuso man mano che ci si sposta verso Sud.
I dati forniti dal Mef non includono la spesa in pubblicità e gli spazi informativi occupati da parte degli enti che possono beneficiare dell’8×1000. È come se ci trovassimo di fronte a una competizione elettorale con un tasso di astensione del 60%, dove il partito favorito occupa i mezzi di comunicazione e investe imponenti somme in pubblicità, mentre il suo diretto concorrente sceglie di non fare nemmeno campagna elettorale. Cosa può andare storto? Eppure, nonostante nessun politico compia il proprio dovere invitando la cittadinanza a scegliere lo stesso Stato di cui dovrebbe essere rappresentante e tocchi all’Uaar fare informazione, anche i dati provvisori delle scelte relative alle ripartizioni 2027 e 2028 mostrano ulteriori arretramenti per la Chiesa e progressi per lo Stato.
Roberto Grendene

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