Dio conta le calorie?

Soprattutto negli Stati Uniti vanno di moda le diete “cristiane”, che trasformano il rapporto con il cibo in una questione spirituale (senza disdegnare il business). Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 4/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.


C’è una domanda che (per fortuna) la biologia non si è mai posta: di quante calorie deve fare a meno un peccatore per guadagnarsi il Paradiso? La risposta non scontata, evidentemente, ce la può fornire l’industria delle Christian diet programs, un settore per cui si stimano ricavi superiori al miliardo di dollari l’anno nel solo mercato statunitense, e che ha trasformato il senso di colpa teologico nel più redditizio business del wellness confessionale.

Il meccanismo è antico quanto semplice e, in sostanza, monotono: il corpo grasso è un corpo peccatore e la “carne in eccesso” non riguarda patologie, abitudini, metabolismo o condizioni sociali – è una questione spirituale. Uno dei programmi più diffusi sostiene che perdere peso equivale a «eliminare la cupidigia» e quindi fare spazio a Dio.

La Bibbia diventa per certi versi quindi un manuale nutrizionale e il versetto più citato è 1 Corinzi 6:19-20 – «il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo». Versetto strumentalizzato e riletto con una certa disinvoltura esegetica, che diventa in sostanza: essere sovrappeso è un peccato.

Il programma Losing to Live si spinge oltre e usa il primo comandamento, «Non avrai altro Dio all’infuori di me», per definire il cibo in eccesso come una forma di idolatria. Fino a qui sembrerebbe d’essere di fronte a una logica impeccabile, per la vita nel 1300.

Uno dei casi più celebri e straordinari è quello di Gwen Shamblin Lara, dietologa del Tennessee diventata guru spirituale, fondatrice di una Chiesa e morta nel maggio 2021 in un incidente aereo sul lago Percy Priest insieme al marito Joe Lara, ex attore di serie B tragicamente alla guida del jet privato.

Shamblin fondò il suo Weigh Down Workshop nel 1986 con una tesi molto moderna e apparentemente rivoluzionaria: niente conteggio delle calorie, niente palestra, niente bilancia. Solo preghiera. La sua teoria era che il desiderio di cibo fosse fame di Dio “mal indirizzata”: invece di aprire il frigo, era quindi meglio aprire la Bibbia.

Entro l’agosto del 1998 il programma aveva raggiunto oltre 250.000 partecipanti in più di 21.000 gruppi di incontro distribuiti tra Europa, Canada e tutti gli Stati americani, e il suo libro The Weigh Down Diet aveva venduto oltre un milione di copie nel solo primo anno.

Nel frattempo, chiaramente, Shamblin abitava in una villa che al momento del divorzio dal primo marito era stimata tra le proprietà di un patrimonio complessivo superiore ai 20 milioni di dollari – ben diciotto immobili in totale – e, interrogata su quanto guadagnasse, rispondeva: «È una faccenda tra me e Dio». Che dire? Dio, evidentemente, è discreto in materia fiscale.

La storia degenerò quando Shamblin negò pubblicamente la Trinità (nel 2000), fondò la sua Remnant Fellowship e si ritrovò a sostenere economicamente e moralmente due suoi fedeli, Joseph e Sonya Smith, condannati nel 2007 all’ergastolo più 30 anni per l’omicidio del figlio di 8 anni, Josef, morto per le punizioni corporali inflitte dai genitori, e più precisamente per asfissia: il bambino fu rinchiuso in una cassa di legno tenuta chiusa con corde elastiche mentre la madre e il padre partecipavano a una sessione di preghiera online. La docuserie The Way Down: God, Greed, and the Cult of Gwen Shamblin (Hbo Max, 2021) racconta tutto con il piglio del thriller.

Il tema della fame come pratica spirituale non è nuovo, e chi legge la nostra rivista lo sa bene. Ne abbiamo parlato almeno due volte, ma da angolazioni opposte. Nel numero 2/2023 abbiamo recensito The Wonder di Sebastián Lelio, film in cui una bambina irlandese dell’ottocento smette di mangiare e viene venerata come santa – una storia che mette a nudo il meccanismo per cui il corpo femminile che si consuma diventa oggetto di culto, si fa proiezione della fede altrui, diventa una prova vivente di un miracolo che nessuno vuole smontare perché smontarlo significherebbe smontare sé stessi.

Nel numero 4/2023, invece, abbiamo esplorato un fenomeno speculare: non la religione che colonizza il cibo, ma il cibo che diventa religione, l’ortoressia, i guru del benessere, i rituali alimentari laici che replicano punto per punto le strutture del pensiero magico. Letti insieme, i due pezzi disegnano un cerchio: da una parte la fede che si nutre di astinenza, dall’altra l’astinenza che si trasforma in fede. Il contenuto cambia ma il meccanismo psicologico è identico.

Quel meccanismo, ahinoi, non è scomparso, come sarebbe logico nonché auspicabile, ma nel tempo si è evoluto e ha subito una specie di aggiornamento. L’ala più radicale di questo connubio tra fede e astinenza alimentare si chiama oggi respirianesimo: una corrente di pensiero che accampa la convinzione che il corpo umano possa sopravvivere senza cibo – e in certi casi senza acqua – nutrendosi di prana, l’energia vitale induista, o di semplice luce solare.

E non dall’alba al tramonto, come nel caso del Ramadan, ma per sempre. La figura più nota del respirianesimo (val la pena di ripeterne il nome!) è l’australiana Ellen Greve, alias Jasmuheen, autrice di libri dai titoli esplicativi come Nutrirsi di luce, che sostiene di non mangiare dal 1993.

Nel 1999 la trasmissione australiana 60 Minutes la sottopose a un test di osservazione continua: neanche a dirlo, già al secondo giorno manifestava disidratazione severa, perdita di peso, difficoltà nel parlare e rischio di danni renali. Jasmuheen attribuì i problemi all’inquinamento atmosferico e fu trasferita in montagna, dove le sue condizioni peggiorarono.

I medici, meno scriteriati di lei, interruppero il test dopo quattro giorni. Più recente è poi il caso di Muluwork, una donna etiope diventata virale nel 2024 con la sua affermazione di non mangiare da 16 anni. La scienza, logicamente, è unanime: l’inedia prolungata è biologicamente impossibile.

Dietro queste storie ci sono quasi sempre disturbi alimentari gravi occultati da una narrazione mistica o, più semplicemente, persone che mentono.

Il filo rosso che collega Gwen Shamblin Lara con Jasmuheen che si nutre di luce e la bambina irlandese del film di Lelio è comunque sempre lo stesso: la fame intesa come virtù, il corpo che si svuota concepito come prova di elezione.

Quello che nessun programma dice è che l’obesità ha cause sistemiche – politiche agricole, accesso diseguale al cibo fresco, sedentarietà strutturale – e che scaricarle sul peccato individuale è, oltre che scientificamente indifendibile, un ottimo modo per vendere libri, integratori e membership a una Chiesa-azienda. Il mercato lo sa benissimo. E Dio, come diceva Gwen Shamblin, è discreto sulle questioni economiche.

Micaela Grosso

 

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